Highland Park 1995 (2018, Carn Mor, 54%)

La scorsa settimana si è chiusa con un Highland Park non dichiarato: oggi invece ripartiamo con un HP che non si vergogna della sua identità, perché lui è fatto così, e sono gli altri a doverlo accettare per come è. Noi condividiamo la sua battaglia, e alziamo i calici tra strilli di giubilo. 22 anni in un hogshead ex-sherry, gradazione piena: bene così.

N: questo è un naso da top player, non c’è verso. La prima suggestione è di candela alla fragola appena spenta, e riassume quasi tutto: la torba, leggera, fumosina ma delicatamente austera, con stoppino; la frutta, esuberante ma delicata anch’essa, fragola, mela gialla, albicocca matura. Note di cera, a spandere una patina incantevole su un profilo arricchito anche da note erbacee, di foglie, forse timo? Eccellente.

P: monumentale, un mix perfettamente integrato tra frutta rossa e torba. Lamponi e mirtilli dolci danzano un ballo perfetto con un poco di fumo, una coltre di cera deliziosa… Mamma mia, ne berremmo a secchiate. Ha anche una nota leggermente erbacea, cenni di erbe aromatiche mediterranee. E vi stupiamo se diciamo che riusciamo a sentire il sapore del chicco di cereale dolce?

F: lungo, intenso; lunghissimo, intensissimo anzi. Ancora torba austera, fragola, lamponi… Candela appena spenta. Che delizia.

Semplicemente eccezionale: Highland Park al suo meglio. Quando un whisky leggermente torbato incontra un barile ex-sherry, il risultato può essere disastroso: non in questo caso però, con eleganza, raffinatezza, bilanciamento tra spigoli e amenità, facilità di bevuta e complessità aromatica. Tutto quel che ci piace è qui: 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Depeche Mode – Freelove.

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Macduff 32 yo (1980/2012, Laida Weg, 48,3%)

Torniamo a parlare di Laida Weg, un albergo/resort visionario in fondo alla Val Sesia, ormai purtroppo chiuso da qualche anno… O meglio, torniamo a parlare del suo ex-proprietario, Flavio Tognon: grande appassionato di whisky e collezionista, all’epoca decise di dotare il nuovo hotel di un whisky bar che potesse fare invidia ai migliori alberghi d’Europa. Per raggiungere l’obiettivo, Tognon fece anche qualche imbottigliamento, in passato ne abbiamo già assaggiato qualcuno: oggi mettiamo il naso su un Macduff di 32 anni, distillato nel 1980 e imbottigliato nel 2012 a grado pieno. Grazie ad Alessandro che ci ha portato il sample, ormai tanto tempo fa…

N: volevate l’eleganza di un buon distillato lasciato per decenni in un buon barile? Eccola. È compattissimo, tutti gli aromi sono fusi assieme alla perfezione e sezionarli per una degustazione pare quasi un delitto. Subito c’è una tropicalità intensa e delicata al contempo, affinata: note di papaya (di succo di papaya), poi frutta molto matura. Una patina lieve di cera. Caramelle Rossana: il ripieno, però, tiene a sottolineare Corrado. Un sentore di limone. Punte erbacee, quasi mentolate, ci viene in mente il tè earl grey. Biscotti burrosi, latte e miele. Bouquet di fiori secchi. Fantastico.

P: al tavolo si sono sprecate le peggiori imprecazioni, tipiche del giubilo più sfrenato. Esplode una centrale nucleare di frutta tropicale, dimensione che si prende tutta la scena. È succosissimo, poco cremoso, con una devastazione di papaya, maracuja, goyaba, ananas… Biscotti al burro, tè freddo zuccherato, agrumi (bergamotto e un velo di albedo). Ancora floreale, diciamo convinti “gelsomino”. Ancora, fantastico.

F: lungo, persistente, ecco ancora frutta tropicale, ancora agrumi, shortbread…

È vellutato, lievissimo, succoso, con l’intensità del grado pieno e la bevibilità di un succhino da bere all’intervallo alle scuole medie. Straordinario, eccellente, vale ogni centesimo possibile (online si trova a un prezzo altino, a dir la verità, ma tant’è). 94/100. Delizioso, di whisky del genere ne berremmo a tazze, a colazione, a pranzo, a merenda. Magnifico.

Sottofondo musicale consigliato: Drake – Passionfruit.

Benrinnes 19 yo (1997/2017, Claxton’s, 51,5%)

Speriamo che questo signore sia andato in pensione

Dobbiamo ammettere che, per quanto qui e là ci piaccia atteggiarci da grammar nazi, stigmatizzando ogni errore, soprattutto quando riguarda agenzie di comunicazione pasticcione che lavorano per multinazionali amanti delle borsette (ehm), anche noi abbiamo i nostri problemi: e quello principale, non c’è verso, riguarda un imbottigliatore indipendente che apprezziamo molto oltretutto, cioè Claxton’s. Una volta su due lo scriviamo sbagliato, “Clanxton’s”, forse perché siamo schiavi dello stereotipo e quando pensiamo alla Scozia ci dobbiamo infilare dentro un Clan, chissà… Sta di fatto che stavolta siamo stati attenti: e dunque eccoci di fronte a un Benrinnes di Claxton’s (scritto giusto) invecchiato per 19 anni in un singolo barile ex-bourbon. In un altro momento vi parleremo della tripla distillazione parziale di Benrinnes – perché oh, fa caldo, dateci pace.

N: da subito si mostra molto Benrinnes, e dunque – nella nostra esperienza limitata – molto fruttato: quindi ecco una teoria di frutta fresca, con ananas, delle gustose prugne fresche, anche una lieve acidità da agrumi (arancia soprattutto). Miele, di quelli freschi e floreali; forse anche un che di menta selvatica. E scriviamo “selvatica” perché siamo degli amabili cialtroni. Marzapane. Non sapremmo trovare molto di più, ma quel che troviamo ci basta.

P: davvero esplosivo, molto coerente con il naso e molto compatto. Che piacevolezza! Pare un concentrato di frutta, esibendo ancora note di ananas, albicocche mature, mela e arancia. C’è anche qualcosa di goduriosamente cerealoso, forse fette biscottate? Un pit di pepe bianco. Cioccolato bianco, a testimoniare una dolce grassezza.

F: molto fresco, con eruzioni balsamiche. Sarà la suggestione dataci da Angelo, ma ci pare di trovare una lievissima salinità.

Mentiremmo se dicessimo di aver trovato il Sacro Graal della complessità: ma mentiremmo anche se sminuisismo la grandezza di questo whisky, che è – semplicemente – piacevolissimo da bere. Fruttato, dolcino, con note erbacee e lievemente balsamiche a rinfrescare il tutto. Perfetto per l’estate, e siccome è estate, beh: bevetelo. 88/100. In vendita su Whiskyitaly, che peraltro lo importa in Italia.

Sottofondo musicale consigliato: Anderson .Paak – Parking Lot.

Glenburgie 10yo ‘Grey Cat’ (2019, Valinch & Mallet per Mulligans, 50,2%)

Beppe Bertoni, proprietario del Mulligans Irish Pub di Milano, aveva imbottigliato nel 2017 una piccola serie di malti celebrativi dei 50 anni di presenza della famiglia Bertoni in via Govone. Pochi giorni fa un altro anniversario gli ha permesso di replicare il piacevolissimo ‘giochino’: 25 anni del Pub, niente di meno! Quello che è uno dei templi milanesi dello scotch ha dunque aggiunto una bottiglia alla sua faretra: sempre messo in vetro da Valinch & Mallet, stavolta si tratta di un Glenburgie di 10 anni, barile ex-bourbon, ridotto a 50,8%, in edizione limitatissima da 60 esemplari. [EDIT: a dimostrazione che non ci capiamo niente, il barile è uno Sherry Hogshead… Grazie a Fabio per la segnalazione!]

N: da subito molto ‘whiskoso’, piacevole, con qualche nota acetica che controbilancia la componente più zuccherina. Molto piacevoli sono certe zaffatine di aceto di mele e agrumi (succo d’arancia, arancia molto matura), soprattutto. Poi, brioche all’albicocca e succo d’albicocca. Pasta di mandorla e vaniglia, a testimoniare una cremosità in crescita progressiva.

P: con un bel corpo, masticabile e godibile come solo certi corpi (sceglieteli voi però, non poniamo limiti sessuali), è decisamente coerente, molto rotondo e godibile: un perfetto whisky dello Speyside. Ancora brioche, burro, zucchero, toffee. Stupisce l’intensità dell’esplosione di succo d’albicocca, e l’albicocca in assoluto è la protagonista vera di questo dram (albicocca essiccata, a dar conto anche di una certa lieve acidità). Ancora arancia.

F: non lunghissimo, enormi note fruttate e zuccherine, molto piacevole; poi ecco un po’ di frutta secca, venature erbacee.

Un perfetto giovane whisky dello Speyside, come già scritto: fruttato, agrumato, cremoso, di buon corpo. Semplice, sicuramente, ma di una godibilità notevole e di una bevibilità pericolosa. Il segreto di questi whisky sta proprio nella loro onestà, nella loro incapacità di promettere cose diverse e dunque, in ultima istanza, nella loro incapacità di deludere. 85/100. Buon anniversario, Mulligans!

Sottofondo musicale consigliato: Rednex – Old pop in an oak.

Springbank 21 yo (1996/2017, Valinch & Mallet, 52,6%)

Sono due anni che abbiamo questo sample in casa (oltre a una bottiglia gelosamente custodita per i giorni di pioggia), abbiamo aspettato fin troppo tempo per recensirlo ma sapete com’è: quando ti trovi davanti uno Springbank 21 anni maturato in un barile ex-sherry Fino vuoi dedicargli la giusta attenzione… Il fatto che sia imbottigliato dalla premiata ditta Fabio Ermoli & Davide Romano, aka Valinch & Mallet, alza ulteriormente le nostre aspettative: speriamo che il sample non si faccia prendere da troppa ansia da prestazione, ma conoscendo il distillato l’eventualità dovrebbe essere remota.

N: aaah, che piacere, questi profumi per noi sono come tornare a casa dopo un lungo e faticoso viaggio. Partiamo dalle note più sporche, più Campbeltownesche: quindi olio d’oliva, spiaggia scozzese, aria di mare, alghe riarse, una torba non fumosa ma minerale, con grafite, terra umida. Zucchetti ci stende dicendo “salicornia”, ma d’altro canto lui è di un’altra pasta. Vi è però anche un lato fruttato, diciamo ‘dolcino’, con un misto di pesche e amaretti, con della frutta candita e una bella uva spina. Molto particolare, come sempre dalle parti di Springbank.

P: il tempo e il barile hanno smussato un po’ gli spigoli, senza però negare l’identità. E dunque liquirizia salata, un lieve sale, una leggera mineralità di terra umida. Il lato dolce e fruttato è ancora piuttosto coerente col naso ma difficile da imbrigliare: pesche cotte col vino, mele renette, una crema fruttata e acidina, forse yogurt al limone? Crosta di torta di mele. C’è poi verso il finale un ritorno di amaro, di vegetale…

P: …che torna deciso al finale, dopo un tappetino minerale e dolce: un po’ come pucciare delle pesche in un mix di zenzero, sale e cenere.

Molto variabile, molto fluttuante, è molto buono anche perché gli manca un vero e proprio centro, continua a cambiare e a colpirti prima con una nota minerale, poi con un’altra dolcina, poi ancora con qualcosa di più acido… Molto affilato, nervoso, per niente ruffiano: in fondo dimostra una personalità da picchiatore di strada, da scumbag scozzese, magro e tirato, sempre pronto alla rissa nelle periferie di Aberdeen. Non c’è verso, a noi lo stile di Campbeltown piace proprio perché è così unico, così introvabile altrove. Il giudizio tradotto in freddo numero non può che essere 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Oi Polloi – Let the boots do the talking.

Bunnahabhain 24 yo (1989/2014, C&S, 45,8%)

Da qualche mese avevamo tra i nostri samples questo Bunnahabhain 24 anni imbottigliato da C&S, imbottigliatore tedesco (ma con ascendenze evidentemente italiane: il proprietario si chiama Andrea Caminneci) con una discreta reputazione, dopo quasi 15 anni di attività. Omaggio dell’amico Fabio, il re delle similitudini whiskose: finalmente lo assaggiamo.

N: un profilo particolare, molto affilato. Ha note di salamoia, di olio d’oliva (un olio pungente, di quelli pugliesi, molto erbacei), perfino qualche sentore inaspettato di paraffina e canfora. Netto il profumo del chicco d’orzo, poi nocciolo di limone. Col tempo si apre su una agrumatura dolcina. Cera da legno. Note di mobiliere antiquario. Una punta, distante, di timo, fieno. Piacevole, davvero elegante, affilato, austero, ci tocca ripeterci.

P: molto buono, ancora di austera eleganza, da attrice tedesca anni ’30. La dolcezza è limitata, non ampia, ma assai piacevole, tutta di orzo, di cereale. Al massimo una mandorla, quella mandorla che ricorda il nocciolo d’albicocca… Yogurt al malto. Eccellente. Resta molto austero, con un sentore inaspettato di albume d’uovo (suggerisce furiosamente il grande Zucchetti), poi chicco di sale. Un che di lime.

F: lungo, secco e fresco, con salamoia, sale, ancora chicco di orzo maltato.

Come spesso accade quando si assaggia Bunnahabhain, abbiamo appena avuto a che fare con un campione: molto elegante, raffinato, intenso e affilato. Come direbbe Piccinini, “cccezionale!”: 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Franco126 & Tommaso Paradiso – Stanza singola.

Teaninich 19 yo (1999/2018, Claxton’s, 53%)

Teaninich è una di quelle distillerie mal conosciute, poco celebrate e pure poco assaggiate: attiva da oltre 200 anni, è una delle “bestie da soma” di Diageo, producendo circa 9 milioni di litri annui destinati nella loro quasi totalità ai blended di casa – come single malt ufficiali negli ultimi vent’anni si ricordano solo il Flora & Fauna, una Special Release e i Rare Malts. Peraltro, come spesso accade con distillerie del genere, la proprietà ne approfitta per sperimentare aggeggi tecnici bislacchi: in questo caso, si tratta di un mash filter a pressa (se vi chiedete cosa sia, leggete qui), montato al posto dei ‘soliti’ mash tun nel 1999. Per fortuna in casi del genere ci sono gli indipendenti a dar luce a produttori poco noti, e noi ci rivolgiamo a Claxton’s, imbottigliatore che abbiamo imparato ad apprezzare negli ultimi anni. Eccoci alle prese con un single cask di 19 anni, distillato nel 1999: per gli amanti dei trivia, è poco prima che il nuovo mash filter venisse montato.

N: alcol non pervenuto. Elegante, complesso e mutante (bello!, non l’avevamo mai usato, ci fa tornare in mente le tartarughe ninja: quant’erano anni ’90 i “mutanti”?), tra vaniglia, mela renetta, pera cotta, cocco, melone bianco… A impreziosire il profilo fruttato e piacevole si stende poi un velo minerale e ceroso, d’incenso e anche vegetale (basta che inizi con “a”: aloe e anice) che rende il tutto molto fresco. Molto fine  e integrato.

P: intenso e succoso, ancora piuttosto complesso. In realtà rimane molto pulito e sobrio, anche se a livello di descrittori ci sentiamo di dire che la vaniglia si fonde col marzapane e col torrone, la frutta si fa più matura, girando sul tropicale, tipo ananas. Su tutto vigila ancora una nota di cera, con una sfumatura crescente erbacea (mai eccessiva e anzi suadente: abbinato al sentore fruttato ci viene in mente l’amarena, dolce e amara allo stesso tempo).

F: lungo ed elegante, con una patina da incenso. Esce il peso degli anni e assaporiamo il legno.

Alcol inesistente, profumato, pieno di suggestioni, goloso ma discreto: Teaninich ci sembra una distilleria da riscoprire, chissà se quelli più giovani, frutto della produzione con il nuovo mash filter, reggono il confronto. E chissà se questa frase ha davvero un senso: ma in fondo è un lunedì di giugno, abbiate pazienza pure voi. 89/100, grazie a Diego per il sample (Diego lo importa e lo vende, a un prezzo ragionevole oltretutto).

Sottofondo musicale consigliato: Rosalia – De Aquí No Sales.

Ben Nevis 18 yo (1999/2017, Creative Whisky Company per TWE, 50,8%)

Creative Whisky Company era un imbottigliatore indipendente scozzese, con un pedigree di tutto rispetto: al suo vertice vi era infatti David Stirk, ex dipendente di Springbank e autore della più importante ricerca sulla storia del whisky di Cambpeltown (The Distilleries of Campbeltown: The Rise and Fall of the Whisky Capital of the World). Per ragioni non del tutto chiare ai più, David ha venduto la società circa un anno fa, e da quel che risulta a fonti bene informate la CWC non sarà mai più. Peccato: noi abbiamo frequentato un po’ i suoi imbottigliamenti con soddisfazione, soprattutto quelli della serie Exclusive Malts, e a suo tempo avevamo acquistato questo single cask ex-sherry di Ben Nevis imbottigliato per The Whisky Exchange. Mettiamolo alla prova ora, come dire, in memoriam.

N: la prima nota è un po’ alcolica, e – a onor del vero – la cosa ci stupisce perché al primo assaggio, a bottiglia appena aperta, non l’avevamo trovata, anzi. Esordisce con una nota ipercremosa e intensamente fruttata che ci ricorda nitidamente due attimi di gioventù passata: gelato Solero e succo Santal pesca, mango e latte. Frutta secca, tra nocciola, marzapane e frutta di Martorana. Ha note agrumate dolci, che diremmo di mandarancio. Dopo un po’ di respiro, butta fuori pesca sciroppata e un cereale seducente. Albicocca secca?

P: coerente, qui decisamente meno alcolico che al naso, di agile potabilità. Ancora quei sentori di Solero e Santal, ancora una crema di pasticcino alla frutta (all’ananas, quasi). Frutta tropicale intensissima. Un gran corpo, cremoso e avvolgente e burroso. Note di ciocorì bianco. Tende, verso il finale, a farsi un po’ più secco del previsto. Albicocche secche anche qui.

F: lungo, paradossalmente secco e pulito con note di maracuja, mango e pesca.

La distilleria Ben Nevis è uno dei segreti meglio custoditi del mondo dello scotch whisky: in pochi ne parlano, in pochi la celebrano, e però i suoi whisky sono sempre maledettamente buoni, a partire dal 10 anni ufficiale (che, colpevolmente, non abbiamo mai recensito: provvederemo, lo promettiamo). Questo single cask esibisce un corpo grasso, oleoso, e squaderna una dimensione fruttata affatto seducente: rispetto al primo assaggio, l’abbiamo trovato un pelo alcolico al naso, e forse influenzati anche da questo fermiamo il nostro applausometro a 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Carlos Santana – Samba Pa Ti.

Tamdhu 10 yo (2002/2013, Provenance, 46%)

Domani ci sarà il Milano Whisky Day, dedicato in particolare agli imbottigliatori indipendenti: pare un percorso coerente da parte degli organizzatori Andrea e Giuseppe, che arrivati alla dodicesima edizione del MWF provano a fare un passo ulteriore nei confronti della qualità e della ricerca in ambito whiskofilo. Nei confronti delle élite, direbbe qualche stolto ‘leone da tastiera’. Tra i vari espositori mancherà Douglas Laing, e noi ne celebriamo l’assenza con questo giovane Tamdhu della serie “Provenance”. È una serie entry-level cui siamo particolarmente affezionati: sono sempre prodotti onesti, senza pretese, a un prezzo coerente. Single cask refill-sherry (ref 10104), alle prese con un distillato tutt’altro che anonimo come quello di Tamdhu: se non andiamo errati, si tratta di un’edizione per Les Whiskies Du Monde, un distributore e negoziante francese.

N: sporco tra il rame, l’ossidato e l’ananas dimenticato nel frigoverre (cosa che getta un’ombra oscura sulle nostre schiscette, lo sappiamo). Sulfureo, e poi toma bella grassa, ma ha anche dei difetti: nel senso che tutto il contundente di cui sopra è anche a suo modo intrigante, però poi esce fuori che l’alcol, un po’ sparato e slegato. Curioso. Uva appassita.

P: attacco a sorpresa molto dolce, tipo ripieno delle caramelle haribo, vaniglia, gelato alla panna. Poi si ricorda di ciò che fu e ripropone note di grasso e sulfuree. Ancora ananas andato, seppure non maturo. Cereale caldo e rame, sensazioni di alambicco.

F: zucchero glassato con una spruzzata di cereale dolce. Non corto, ma non fa altro che ricordarci la sua gioventù, tra canditi e rame.

La botte è a fine vita, il distillato ha la sua personalità e si impone in modo indisciplinato, soprattutto al naso. Si rischia la catastrofe ma poi in fondo in fondo un 81/100 non ce lo risparmiamo. È un whisky onesto, sincero, che da un lato avrebbe forse giovato di qualche anno in più in un barile così poco attivo, ma dall’altro sta bene qui dove sta, ovvero nel nostro bicchiere. Grazie a Corrado, che ha bevuto e recensito con noi, per il corposo sample.

Sottofondo musicale consigliato: Emmanuelle – Italove.

Bruichladdich 15 yo (2003/2018, Valinch & Mallet, 54,1%)

Fabio Ermoli e Davide Romano hanno messo le mani su un barile di Bruichladdich, distillato nel 2003, e hanno deciso di imbottigliarlo lo scorso autunno. Non si tratta di un barile qualsiasi, non è il solito ex-bourbon: si tratta invece di una botte che precedentemente aveva contenuto Madeira, e il whisky invecchiato lì dentro c’è rimasto fin dal primo giorno, completando così 15 anni di maturazione tutti in ex-Madeira. Non è un profilo usuale, e dunque non ci aspettiamo di trovare il già visto… Mettiamolo alla prova.

N: mamma mia, che cosa strana!, decisamente no, non è un già visto. Troviamo note di grasso del prosciutto, un sentore netto e sulphury di compost (pare brutto dirlo, ma… c’è come una nota di “bidone dell’umido”, scusateci ragazzi), poi incontrovertibile e inaspettato arriva un sentore di pop corn caldi. Comunque molto strano, pesantemente sulfureo, decisamente inusuale. Ma che cos’è?! A riportare la carrozza nei binari più percorsi, ecco un croccante al miele e una sorta di ciocorì – e se invece fosse cioccolato bianco?

P: molto intenso e saporito, qui resta molto coerente, e ci sentiamo di confermare la definizione del sommo Matteo Zampini, frontman di Valinch nei festival italiani: popcorn liquidi. Ed è vero!, sa proprio di popcorn, caldi, burrosi e con una punta bene evidente di sale. Un poco di uva passa, a testimoniare di una vinosità accaduta e presente.

F: marino e salatino, con grasso di prosciutto e cenni, ancora, di roba lasciata lì a marc… ehm, fermentare – ma curiosamente e a dispetto delle apparenze è un sentore positivo. Molto lungo e persistente.

Quante volte abbiamo usato l’aggettivo “strano”? Di fronte a un profilo del genere, senza dubbio ostico e per niente sexy, si può fare come fa l’utente NiklasBM di whiskybase che assegna un 41/100 (“mai sperimentato così tanto zolfo […] un whisky completamente rovinato, che probabilmente mai avrebbe dovuto essere imbottigliato”), oppure si può, come facciamo noi, apprezzare l’unicità del single cask e pensare che questo è il classico whisky troppo divisivo, in fondo invalutabile… e poi alla fine dargli 85/100. Talmente freak che fa tutto il giro dall’altra parte e diventa piacevole. Caldamente consigliato un assaggio: difficilmente troverete cose simili.

Sottofondo musicale consigliato: Hot butter – Popcorn.