Clynelish 1997 (2015, Wemyss, 54,2%)

Io sono Clynelish, e voi chi c**** siete?

Wemyss è imbottigliatore indipendente che ama dare dei nomi bislacchi alle proprie creazioni, non solo ai celebri blended malt: in questo caso, abbiamo di fronte un Clynelish di 18 anni maturato in bourbon che esibisce in etichetta la formula “Waffles and ice cream”. Che sia di buon auspicio o meno, per un austero Clynelish, è tutto da vedere… E dunque, bando alle chiacchiere: vediamo.

N: molto aperto, molto dolcino. In effetti le note di gaufres (anzi: di waffles, ma si sa, ci piace darci un tono) e di gelato alla vaniglia si sentono veramente tanto, la suggestione in etichetta funziona molto. Il lato fruttato è tutto di pesca, sciroppata o addirittura cotta; anche se dopo un po’ escono note di mela. Non c’è l’hallmark di cera, ma sicuramente una certa oleosità minerale si fa strada. Dopo un po’, arriva il favo di miele, e rende tutto più riconoscibile. L’acqua lo rende una cremina…

P: piuttosto coerente, anche se qui la cera c’è, decisamente, con in abbinamento un cerino spento, uno zolfanello. Resta profondamente fruttato, con pesche (e amaretti), la solita, immancabile mela (rossa) e qualche sentore di frutta rossa. Piuttosto cremoso, esce un po’ di crema pasticciera. Pasticcino alla fragolina? Anche qui, l’acqua porta verso un’esplosione di pasticcino (pastafrolla burrosa, crema e frutta).

F: molto lungo, persistente, note di fragolina di bosco (e perché non di fragolino, proprio?), con arancia rossa, ancora crema.

Davvero poco da dire, se non: molto buono, come spesso accade con Clynelish. In questo caso l’anima più austera e minerale fa un po’ fatica ad emergere e si palesa solo ai sensi di chi ha pazienza per volerla aspettare: ma se voi non avete fretta e anzi avete intenzione di lasciarlo evolvere, vi regalerà molte soddisfazioni. Appiccicando un convinto 89/100, ringraziamo per il gentile omaggio Francesco Saverio Binetti di Balan, azienda che importa e distribuisce Wemyss sul suolo italico.

Sottofondo musicale consigliato: Gladys Knight & The Pips – Who is she and what is she to you.

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Tobermory 24 yo (1994/2019, Claxton’s, 55,4%)

È da qualche tempo che in Italia abbiamo la fortuna di poter accedere facilmente agli imbottigliamenti di Claxton’s, un piccolo imbottigliatore indipendente inglese (grazie a Davide per la correzione) distribuito da un paio d’anni dal prode Diego Malaspina di Whiskyitaly. Noi seguiamo sempre con curiosità le nuove release, dato che in passato abbiamo pescato ottime sorprese: oggi ci dedichiamo anima e corpo a un Tobermory di 24 anni invecchiato in un singolo barile ex-sherry – e come ci insegna Tagliabue, Tobermory e sherry spesso sanno regalare esiti stellari.

N: mooolto piacevole! La gradazione è inesistente. Evidente lo sherry, con note di uvetta e mela rossa, anche una poltiglia di albicocche o forse di pesche… Un senso di frutta macerata. In grande crescita ecco zompettare fuori una nota metallica, di rame, di ruggine; anche un sentore quasi quasi di carne di gallina (!), una nota un po’ sporchina. Fruttato ma non zuccherino, sporco ma non grasso: Tobermory colpisce ancora con la sua stranezza.

P: resiste nella sua paradossale dolcezza secca e metallica. Esplode una bomba succosissima, molto vinosa, pur non indulgendo sulla dolcezza: ancora mela rossa, uvetta, uva rossa, ciliegia (nocciolo di). Vira con coerenza poi su note più metalliche, di carrube rame e un po’ di legno, andando verso l’amaricante.

F: asciutto, ma ancora con sentori di crema alla ciliegia; lungo, persistente, ancora su metallo e frutta.

Con Tobermory, si sa, non bisogna aspettarsi cose semplici, cose normali, cose banali: e anche in questo caso il copione del freak show è stato rispettato alla grande. Paradossalmente tutte le note strambe e bislacche di questo single cask portano a un incredibile equilibrio: certo non è un whisky facile (ehm), anzi è davvero stimolante, “challenging” direbbero i nostri amici hipster arrotolandosi il risvoltino. A noi è piaciuto molto: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Sunn O))) – Kingdoms.

Chichibu 2011 Pinot Noir Cask (2018, OB per Sexy Fish Bar, 60,2%)

un bancone importante

La nostra settimana di Chichibu si chiude là dove è iniziata, cioè al Sexy Fish Bar in Berkeley Square a Londra. Grazie alla chiacchierata con Daniele Terragnolo, un gentilissimo ragazzo trentino che lavora dietro al bancone del Sexy Fish, ci siamo decisi ad assaggiare il single cask imbottigliato pochi mesi prima in esclusiva per loro – sei anni in un barile ex-pinot noir Chassagne-Montrachet (#5253) e la consueta gradazione alta. Un suggerimento: sappiamo che i prezzi sono alti, ma al Sexy Fish la selezione di whisky giapponese aperto è davvero impressionante, e con la formula delle mezze dosi si riesce ad assaggiare una discreta varietà di cose altrimenti introvabili. Se siete a Londra, dedicategli un paio d’ore.

N: 60 gradi sono splendidamente mascherati e fin da subito è un piacere infilare il naso nel bicchiere. La nota principale è quella di un super frutto rosso, succoso e molto ingolosente: soprattutto ciliegie sotto spirito e marmellata di more, a cui affianchiamo volentieri cioccolato al latte e arancia. Si specchia a tratti in una Fiesta. Accanto a tanta cristallina ricchezza, c’è poi un lato più screziato, “marrone”, se dovessimo capirci coi colori, tra la prugna secca e i funghi secchi. Vinoso certamente, ma chi avrebbe l’ardire di parlare di botte ex vino rosso annusandolo alla cieca? Di certo però generose zaffate di legno caldo e umido si fanno largo con una certa prepotenza. L’acqua non sposta troppo gli equilibri, nel senso che aperto era e aperto rimane; si sposta un poco sulla frutta sciroppata, tipo pesche.

P: pur con tanta coerenza rispetto al naso, qui la botte scopre definitivamente le sue carte, donando una spiccata vinosità. La gradazione monstre lo rende davvero esplosivo, mentre come descrittori ritroviamo in ordine sparso ciliegie, more, prugne, arancia secca. Vaniglia e poi un tabacco davvero pronunciato, assieme a un schiaffo di tannini, contundenti anche se non astringenti. Moderatamente sapido, quasi umami.

F: vino e tannino, ciliegia e tabacco, funghi secchi in acqua, coriandolo e scorzetta d’agrumi, chiodi di garofano. Ad libitum…

Bomber!

Alla cieca potremmo scambiarlo per un ottimo sherry cask maggiorenne, spariamo un “Glengoyne” per rendere conto di questa deliziosa succosità. E invece è un whisky molto giovane, invecchiato in una botte ex Pinot Nero: e tutti sappiamo i mostri che, sulla carta, una maturazione del genere può scatenare. Forse meno stupefacente del barile ex-Imperial Stout, che aveva un profilo del tutto inedito, ma in ogni caso questo single cask è di una qualità altissima, con grande intensità e una complessità fuori dal comune. Rinnoviamo il consiglio di passare dal Sexy Fish per assaggiarlo, anche perché questa bottiglia è esclusiva per il locale e non la troverete mai, teoricamente, neppure in asta. Se dobbiamo portare a casa una lezione da questa settimana di Chichibu, beh, la lezione è che Chichibu è davvero un distillato della Madonna, e che regge alla grande praticamente in ogni botte. Che lezione profonda, vero? 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Stereopony – Hitoira No Hanabiri.

Chichibu 2011 Imperial Stout Cask (2018, OB for The Whisky Exchange, 59,5%)

Black Rock Bar, Londra

Proseguiamo nella nostra settimana a tema Chichibu, e ci soffermiamo sul single cask #3537, selezionato dai ragazzi di The Whisky Exchange: si tratta di un barile di Imperial Stout riempito nel 2011 e poi imbottigliato nel 2018 a 59,5% – ne abbiamo recuperato un sample al Black Rock, un whisky bar che si vuole rivoluzionario nel cuore di Londra, con uno staff molto preparato, le moltissime bottiglie divise per profilo aromatico e un fiume del loro blend che scorre tra i tavoli. Insomma, roba grossa…

N: mamma mia, che roba… Il naso è incredibile, unico: non abbiamo mai annusato un whisky del genere. La prima cosa che colpisce è una nota intensamente cioccolatosa, ma di un cioccolato misto a caramello fondente, caldo, magari in realtà è caramello salato… Ricorda infatti subito qualcosa di sapido: se dicessimo “croccantino” qualcuno si offenderebbe? E se citassimo della verdura cotta, nello specifico delle coste cotte…? C’è una parte intensamente fruttata poi, diremmo soprattutto mele e prugne cotte (tantissime prugne cotte). C’è una nota di legno di sandalo, e anche di fiori freschi bagnati, veramente notevole. Che naso!, note davvero inusuali.

P: boom!, è un whisky destinato a fare scuola, ad aprire un nuovo capitolo degustativo, o una meteora dovuta all’insondabile mutevolezza del caso? Probabilmente solo Ichiro lo sa. Il whisky è ancora stranissimo, con note che mai avevamo sentito, per lo meno in questa combinazione e con tale virulenza. “Umami in a bottle” pare essere una definizione molto pregnante: c’è un attacco iper-sapido, con caramello salato ancora altissimo, anacardi tostati e salati, in generale frutta secca salata. Agrumi molto evoluti, ha un’acidità difficile da definire, con una birra in fermentazione, forse un po’ di kumqat, i mandarini cinesi. Ha prugne cotte, ancora in quantità, cioccolato con ciliegie.

F: molto lungo, se dovessimo condensarlo in un’immagine (che, per carità, messa così non sappiamo se vi piacerà): prugne cotte salate. Spettacolare.

È molto difficile commentare con ‘oggettività’ questo whisky: è speciale, è stranissimo, con note mai sentite prima in un dram… Umami in a bottle resta in effetti la definizione perfetta. Sicuramente il barile parla a voce molto alta, ma dobbiamo ammettere che non si tratta di strilli scomposti, ma di un canto a suo modo armonioso: ci fa venire in mente Diamanda Galas, se proprio dovessimo rendere l’emozione dell’esperienza. I barili ex-birra non sempre funzionano bene, anzi: in questo caso però il miracolo è riuscito. 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: Diamanda Galas – Let my people go.

Chichibu 2009 cask #635 (2016, OB for Number One Drinks, 62,1%)

Quest’estate abbiamo fatto una mezza follia: ci siamo incaponiti nel voler assaggiare dei single cask di Chichibu! La cosa non è facilissima, come potete immaginare, dato che i prezzi di queste release hanno raggiunto quotazioni faraoniche, immorali, quasi ridicole a tratti, e difficilmente chi ne compra una bottiglia poi la apre davvero. Sempre meglio un Chichibu dei minibot, o no? Detto ciò, però, il whisky distillato da Ichiro Akuto è sempre stato eccellente, pur così giovane: e dunque ci siamo armati di buona volontà e siamo andati a Londra, terra di (pochi ma) eccellenti whisky bar – ma ci torneremo nei prossimi giorni. Tre single cask, tre invecchiamenti molto diversi: oggi iniziamo la nostra personale Chichibu Week e partiamo con un ex-bourbon, distillato nel 2009 e imbottigliato nel 2016 per i 10 anni di Number One Drinks – un’azienda di cui vorremmo avere delle quote. Cask #635, per i curiosi: quotazione di mercato corrente, intorno ai 900€.

N: molto bourbonoso, al solito fa impressione che l’alcol non si senta. La botte sì però: crema pasticcera, miele, toffee caldo, fudge, cocco (gelato al cocco). Cioccolato bianco a tuono, me lo immagino colante, sarà che sono matto. Mantiene bei sentori di agrume, a testimoniare un senso come di acidità sempre presente. Qui e là sembra emergere un lievissimo sentore minerale, come di un ricordo di torba distante. L’acqua fa esplodere un lato tropical, tutto di ananas, anche essiccato.

P: esplosivo, grasso, anch’esso pressoché privo di alcol, anche se l’intensità è ovviamente a mille. Sembra di addentare un pezzo di toffee al cioccolato bianco, ammesso che esista… Poi è pure più fruttato, banana certo ma anche pesca gialla dolce. Biscotto al burro. Anche qui l’acqua apre sull’ananas, spaventoso.

F: lungo, dolce ovviamente ma molto pulito, a tratti affilato. Pesche taglienti, avere presente? Ehm… Ancora gelato al cocco. Toffee.

90/100, non un punto di meno per whisky speciale, già molto maturo anche se in giovane età. Certo, il barile ex-bourbon si fa sentire in modo massiccio, ma non crediamo valga la pena di lamentarsi troppo. Whiskyfacile per il sociale: il Sexy Fish Bar, che vanta la più spaventosa bottigliera di whisky giapponesi APERTI al mondo, serve una mezza dose (2,5 cl) a 25 sterline. Ne riparliamo.

Sottofondo musicale consigliato: Ivan Graziani – E sei così bella.

Highland Park 1995 (2018, Carn Mor, 54%)

La scorsa settimana si è chiusa con un Highland Park non dichiarato: oggi invece ripartiamo con un HP che non si vergogna della sua identità, perché lui è fatto così, e sono gli altri a doverlo accettare per come è. Noi condividiamo la sua battaglia, e alziamo i calici tra strilli di giubilo. 22 anni in un hogshead ex-sherry, gradazione piena: bene così.

N: questo è un naso da top player, non c’è verso. La prima suggestione è di candela alla fragola appena spenta, e riassume quasi tutto: la torba, leggera, fumosina ma delicatamente austera, con stoppino; la frutta, esuberante ma delicata anch’essa, fragola, mela gialla, albicocca matura. Note di cera, a spandere una patina incantevole su un profilo arricchito anche da note erbacee, di foglie, forse timo? Eccellente.

P: monumentale, un mix perfettamente integrato tra frutta rossa e torba. Lamponi e mirtilli dolci danzano un ballo perfetto con un poco di fumo, una coltre di cera deliziosa… Mamma mia, ne berremmo a secchiate. Ha anche una nota leggermente erbacea, cenni di erbe aromatiche mediterranee. E vi stupiamo se diciamo che riusciamo a sentire il sapore del chicco di cereale dolce?

F: lungo, intenso; lunghissimo, intensissimo anzi. Ancora torba austera, fragola, lamponi… Candela appena spenta. Che delizia.

Semplicemente eccezionale: Highland Park al suo meglio. Quando un whisky leggermente torbato incontra un barile ex-sherry, il risultato può essere disastroso: non in questo caso però, con eleganza, raffinatezza, bilanciamento tra spigoli e amenità, facilità di bevuta e complessità aromatica. Tutto quel che ci piace è qui: 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Depeche Mode – Freelove.

Macduff 32 yo (1980/2012, Laida Weg, 48,3%)

Torniamo a parlare di Laida Weg, un albergo/resort visionario in fondo alla Val Sesia, ormai purtroppo chiuso da qualche anno… O meglio, torniamo a parlare del suo ex-proprietario, Flavio Tognon: grande appassionato di whisky e collezionista, all’epoca decise di dotare il nuovo hotel di un whisky bar che potesse fare invidia ai migliori alberghi d’Europa. Per raggiungere l’obiettivo, Tognon fece anche qualche imbottigliamento, in passato ne abbiamo già assaggiato qualcuno: oggi mettiamo il naso su un Macduff di 32 anni, distillato nel 1980 e imbottigliato nel 2012 a grado pieno. Grazie ad Alessandro che ci ha portato il sample, ormai tanto tempo fa…

N: volevate l’eleganza di un buon distillato lasciato per decenni in un buon barile? Eccola. È compattissimo, tutti gli aromi sono fusi assieme alla perfezione e sezionarli per una degustazione pare quasi un delitto. Subito c’è una tropicalità intensa e delicata al contempo, affinata: note di papaya (di succo di papaya), poi frutta molto matura. Una patina lieve di cera. Caramelle Rossana: il ripieno, però, tiene a sottolineare Corrado. Un sentore di limone. Punte erbacee, quasi mentolate, ci viene in mente il tè earl grey. Biscotti burrosi, latte e miele. Bouquet di fiori secchi. Fantastico.

P: al tavolo si sono sprecate le peggiori imprecazioni, tipiche del giubilo più sfrenato. Esplode una centrale nucleare di frutta tropicale, dimensione che si prende tutta la scena. È succosissimo, poco cremoso, con una devastazione di papaya, maracuja, goyaba, ananas… Biscotti al burro, tè freddo zuccherato, agrumi (bergamotto e un velo di albedo). Ancora floreale, diciamo convinti “gelsomino”. Ancora, fantastico.

F: lungo, persistente, ecco ancora frutta tropicale, ancora agrumi, shortbread…

È vellutato, lievissimo, succoso, con l’intensità del grado pieno e la bevibilità di un succhino da bere all’intervallo alle scuole medie. Straordinario, eccellente, vale ogni centesimo possibile (online si trova a un prezzo altino, a dir la verità, ma tant’è). 94/100. Delizioso, di whisky del genere ne berremmo a tazze, a colazione, a pranzo, a merenda. Magnifico.

Sottofondo musicale consigliato: Drake – Passionfruit.

Benrinnes 19 yo (1997/2017, Claxton’s, 51,5%)

Speriamo che questo signore sia andato in pensione

Dobbiamo ammettere che, per quanto qui e là ci piaccia atteggiarci da grammar nazi, stigmatizzando ogni errore, soprattutto quando riguarda agenzie di comunicazione pasticcione che lavorano per multinazionali amanti delle borsette (ehm), anche noi abbiamo i nostri problemi: e quello principale, non c’è verso, riguarda un imbottigliatore indipendente che apprezziamo molto oltretutto, cioè Claxton’s. Una volta su due lo scriviamo sbagliato, “Clanxton’s”, forse perché siamo schiavi dello stereotipo e quando pensiamo alla Scozia ci dobbiamo infilare dentro un Clan, chissà… Sta di fatto che stavolta siamo stati attenti: e dunque eccoci di fronte a un Benrinnes di Claxton’s (scritto giusto) invecchiato per 19 anni in un singolo barile ex-bourbon. In un altro momento vi parleremo della tripla distillazione parziale di Benrinnes – perché oh, fa caldo, dateci pace.

N: da subito si mostra molto Benrinnes, e dunque – nella nostra esperienza limitata – molto fruttato: quindi ecco una teoria di frutta fresca, con ananas, delle gustose prugne fresche, anche una lieve acidità da agrumi (arancia soprattutto). Miele, di quelli freschi e floreali; forse anche un che di menta selvatica. E scriviamo “selvatica” perché siamo degli amabili cialtroni. Marzapane. Non sapremmo trovare molto di più, ma quel che troviamo ci basta.

P: davvero esplosivo, molto coerente con il naso e molto compatto. Che piacevolezza! Pare un concentrato di frutta, esibendo ancora note di ananas, albicocche mature, mela e arancia. C’è anche qualcosa di goduriosamente cerealoso, forse fette biscottate? Un pit di pepe bianco. Cioccolato bianco, a testimoniare una dolce grassezza.

F: molto fresco, con eruzioni balsamiche. Sarà la suggestione dataci da Angelo, ma ci pare di trovare una lievissima salinità.

Mentiremmo se dicessimo di aver trovato il Sacro Graal della complessità: ma mentiremmo anche se sminuisismo la grandezza di questo whisky, che è – semplicemente – piacevolissimo da bere. Fruttato, dolcino, con note erbacee e lievemente balsamiche a rinfrescare il tutto. Perfetto per l’estate, e siccome è estate, beh: bevetelo. 88/100. In vendita su Whiskyitaly, che peraltro lo importa in Italia.

Sottofondo musicale consigliato: Anderson .Paak – Parking Lot.

Glenburgie 10yo ‘Grey Cat’ (2019, Valinch & Mallet per Mulligans, 50,2%)

Beppe Bertoni, proprietario del Mulligans Irish Pub di Milano, aveva imbottigliato nel 2017 una piccola serie di malti celebrativi dei 50 anni di presenza della famiglia Bertoni in via Govone. Pochi giorni fa un altro anniversario gli ha permesso di replicare il piacevolissimo ‘giochino’: 25 anni del Pub, niente di meno! Quello che è uno dei templi milanesi dello scotch ha dunque aggiunto una bottiglia alla sua faretra: sempre messo in vetro da Valinch & Mallet, stavolta si tratta di un Glenburgie di 10 anni, barile ex-bourbon, ridotto a 50,8%, in edizione limitatissima da 60 esemplari. [EDIT: a dimostrazione che non ci capiamo niente, il barile è uno Sherry Hogshead… Grazie a Fabio per la segnalazione!]

N: da subito molto ‘whiskoso’, piacevole, con qualche nota acetica che controbilancia la componente più zuccherina. Molto piacevoli sono certe zaffatine di aceto di mele e agrumi (succo d’arancia, arancia molto matura), soprattutto. Poi, brioche all’albicocca e succo d’albicocca. Pasta di mandorla e vaniglia, a testimoniare una cremosità in crescita progressiva.

P: con un bel corpo, masticabile e godibile come solo certi corpi (sceglieteli voi però, non poniamo limiti sessuali), è decisamente coerente, molto rotondo e godibile: un perfetto whisky dello Speyside. Ancora brioche, burro, zucchero, toffee. Stupisce l’intensità dell’esplosione di succo d’albicocca, e l’albicocca in assoluto è la protagonista vera di questo dram (albicocca essiccata, a dar conto anche di una certa lieve acidità). Ancora arancia.

F: non lunghissimo, enormi note fruttate e zuccherine, molto piacevole; poi ecco un po’ di frutta secca, venature erbacee.

Un perfetto giovane whisky dello Speyside, come già scritto: fruttato, agrumato, cremoso, di buon corpo. Semplice, sicuramente, ma di una godibilità notevole e di una bevibilità pericolosa. Il segreto di questi whisky sta proprio nella loro onestà, nella loro incapacità di promettere cose diverse e dunque, in ultima istanza, nella loro incapacità di deludere. 85/100. Buon anniversario, Mulligans!

Sottofondo musicale consigliato: Rednex – Old pop in an oak.

Springbank 21 yo (1996/2017, Valinch & Mallet, 52,6%)

Sono due anni che abbiamo questo sample in casa (oltre a una bottiglia gelosamente custodita per i giorni di pioggia), abbiamo aspettato fin troppo tempo per recensirlo ma sapete com’è: quando ti trovi davanti uno Springbank 21 anni maturato in un barile ex-sherry Fino vuoi dedicargli la giusta attenzione… Il fatto che sia imbottigliato dalla premiata ditta Fabio Ermoli & Davide Romano, aka Valinch & Mallet, alza ulteriormente le nostre aspettative: speriamo che il sample non si faccia prendere da troppa ansia da prestazione, ma conoscendo il distillato l’eventualità dovrebbe essere remota.

N: aaah, che piacere, questi profumi per noi sono come tornare a casa dopo un lungo e faticoso viaggio. Partiamo dalle note più sporche, più Campbeltownesche: quindi olio d’oliva, spiaggia scozzese, aria di mare, alghe riarse, una torba non fumosa ma minerale, con grafite, terra umida. Zucchetti ci stende dicendo “salicornia”, ma d’altro canto lui è di un’altra pasta. Vi è però anche un lato fruttato, diciamo ‘dolcino’, con un misto di pesche e amaretti, con della frutta candita e una bella uva spina. Molto particolare, come sempre dalle parti di Springbank.

P: il tempo e il barile hanno smussato un po’ gli spigoli, senza però negare l’identità. E dunque liquirizia salata, un lieve sale, una leggera mineralità di terra umida. Il lato dolce e fruttato è ancora piuttosto coerente col naso ma difficile da imbrigliare: pesche cotte col vino, mele renette, una crema fruttata e acidina, forse yogurt al limone? Crosta di torta di mele. C’è poi verso il finale un ritorno di amaro, di vegetale…

P: …che torna deciso al finale, dopo un tappetino minerale e dolce: un po’ come pucciare delle pesche in un mix di zenzero, sale e cenere.

Molto variabile, molto fluttuante, è molto buono anche perché gli manca un vero e proprio centro, continua a cambiare e a colpirti prima con una nota minerale, poi con un’altra dolcina, poi ancora con qualcosa di più acido… Molto affilato, nervoso, per niente ruffiano: in fondo dimostra una personalità da picchiatore di strada, da scumbag scozzese, magro e tirato, sempre pronto alla rissa nelle periferie di Aberdeen. Non c’è verso, a noi lo stile di Campbeltown piace proprio perché è così unico, così introvabile altrove. Il giudizio tradotto in freddo numero non può che essere 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Oi Polloi – Let the boots do the talking.