Ledaig 18 yo (1998/2016, Wilson & Morgan, 62,7%)

Se mercoledì abbiamo deciso di recensire un Tobermory di un imbottigliatore italiano, oggi ricalibriamo le nostre pretese solo di poco, e assaggiamo un Ledaig (versione torbata di Tobermory, per i distratti) selezionato e imbottigliato da Wilson & Morgan, monicker dietro cui si cela l’azienda Rossi & Rossi di Treviso. Trattasi di un barile ex-sherry, con il vetro giunto a concludere degnamente una vita lunga diciotto anni; la gradazione è mostruosa, dunque sarà bene allacciare le cinture.

N: a grado pieno, appare molto chiuso e spigoloso: scalcia fortissimo note mentolate, tipo schiuma da barba, e di violetta; non manca l’aria di mare mentre la torba, a quasi 63%, resta un po’ in sordina. Par di trovare uno sherry appiccicoso, da zucchero bruciato, da pane caramellato; cannolo siciliano, con la sua dolcezza esasperata. L’acqua fa un effetto strano, amplifica una nota agrumata (limone soprattutto)

P: di nuovo, senz’acqua sembra un mix improbabile di schiuma da barba, pastiglia Leone e acqua di mare. Aggiungendo acqua, diventa più affrontabile e di nuovo pare aprirsi su una curiosa limonosità. Paradossalmente floreale nella sua brutalità (violetta ancora), del tutto privo di frutta e, diciamo, di dolcezza. Ancora incredibilmente balsamico, eucalipto.

F: lungo e persistente, finalmente la torba si sente appieno, acre e fumosa; lascia poi la bocca incredibilmente fresca e mentolata. 

Non sapremmo: di certo è un whisky difficile, forse fin troppo per noi – che in fondo siamo solo al nono whisky della serata (hey, bevete responsabilmente!). Quasi non sembra un Ledaig, non troviamo quel lato organico e chimico così tipico, né il celebre “chicco di sale”, imprescindibile hallmark per cui fummo bacchettati in passato. La combinazione riesce a trasfigurare questo Ledaig in qualcosa di ancora più strano rispetto al solito – un Ledaig oltre Ledaig? Difficile dargli un voto, veramente stranissimo – a noi forse non è davvero piaciuto, ma nel dubbio di non averlo compreso appiccicheremmo un 84/100. Prendete con le pinze, e se trovate assaggiate; ad esempio Giuseppe apprezza molto di più.

Sottofondo musicale consigliato: Mango – Come Monnalisa.

Kilchoman ‘Caos Calmo’ (2011/2018, OB for RWF, 58,6%)

Questa ve la dobbiamo raccontare. Sapete che abbiamo un passato (e sprazzi di presente) da devoti del dio metallo, e condividiamo questa perversione con molti appassionati di whisky, tra cui l’insospettabile Pino Perrone – che non ha bisogno di presentazioni, vero? Dunque, tempo fa scopriamo che uno dei clienti fissi di Whisky&Co, splendida whiskyteca romana, è Taneli Jarva, tatuatore finlandese e soprattutto leggendario bassista dei Sentenced (degli sfigatoni mezzi romantici, che infatti Taneli ha abbandonato perché troppo melodici) e… degli Impaled Nazarene!, delicatissima band di metal estremo che ha deliziato le platee mondiali con album quali Tol Cormpt Norz Norz (autodefinitosi come “Exclusively Industrial Cyber Punk Sado Metal”) o Finland Suomi Perkele – gente con l’attitudine che ci piace, dei pazzi squilibrati, privi di alcuna morale apparente, con un gusto perverso per le bottiglie di whisky spaccate sulle proprie teste, un’infatuazione non sappiamo quanto goliardica verso il nazionalsocialismo, appassionati di rutti e Satana e birre nei parcheggi, insomma: dei simpaticoni. Qualcuno ha giustamente proposto Mika Luttinen come candidato al Nobel per la Letteratura – dev’essere per questo che hanno smesso di assegnarlo, chissà. All’ultimo Roma Whisky Festival, Pino ha presentato come imbottigliamento del festival un single cask di Kilchoman (da lui stesso ridefinito “Caos Calmo” in uno struggente e lirico pezzo sul blog del festival, purtroppo ora divorato dalle sacche di Google e da scellerate decisioni di web manager), e noi gli abbiamo chiesto di tenercene una bottiglia da parte: presente lo stesso Taneli al festival, non abbiamo resistito al fascino dell’autografo – la bottiglia perderà valore collezionistico, ma checcefrega, tanto la dobbiamo bere. Qui sopra, un’istantanea per eternare il momento storico dell’autografo. Rimandiamo ad altro momento le chiacchiere sul bellissimo tatuaggio che Pino si è fatto fare da Taneli e assaggiamo il Kilchoman, con grandi aspettative.

N: la gradazione forse chiude un po’, ma di certo non copre il diffondersi degli aromi. Spicca fin da subito un sentore nitido agrumato, di lime. Una nota contratta fruttata, forse oltre il limite del tropicale, prelude a una nota cremosa e vanigliata dal barile (effetto: crema al limone?). All’improvviso: una folgorazione di nachos con formaggio fuso e peperoncini dolci – ma forse è solo l’annunciarsi di Islay, tra sentori timidamente iodati e una torba bella generosa e cinerea.

P: l’attacco è ancora su un agrume elegantissimo e tagliente, che di nuovo ci ricorda il lime. Intenso ed esplosivo, dopo questo primo sentore scoppia il barile, con note di liquirizia, vaniglia, legno e fruttini dolci. Tante note bruciate, di torba cenerosa, dura, da braci appena spente. Borotalco. Una nota salina, appena accennata…

F:…accompagna verso il finale, tutto sulla cenere e sul legno bruciato, con ancora venature di agrume.

Le aspettative sono confermate per il barile 471/2011. Grande equilibrio, tutto giocato sulla virulenza del fumo, particolarmente scuro e denso in questo single cask, e una deliziosa e delicata acidità agrumata. L’apporto del barile, ex-bourbon first fill, si sente tutto, ma senza risultare stucchevole come talvolta può accadere. Equilibrio, intensità e grande soddisfazione finale sono i requisiti per appiccicare un 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Impaled Nazarene – Mortification / Blood Red Razor Blade.

Caol Ila 18 yo OB vs Caol Ila 15 V&M

Dal momento in cui abbiamo aperto il blog, sei anni fa (quasi sette, si invecchia anche da queste parti!), abbiamo sempre avuto almeno un Caol Ila a disposizione – ora con un gesto di arbitrio ineguagliabile, beviamo gli ultimi due superstiti e li beviamo insieme, a sfregio. Si inizia da un grande classico della distilleria di Islay, il 18 anni che abbiamo già avuto modo di assaggiare qualche anno fa, per poi passare a un recente single cask già esauritissimo di Valinch & Mallet: mondi lontanissimi, come nell’album di Battiato, che diventano vicini di casa… basta avere un po’ di fantasia (e di sete)!

Caol Ila 18 yo (2017, OB, 43%)

whisky-caol-ila-18-year-43-Al naso, è un Caol Ila fatto e finito, così come ce lo immaginiamo, compatto e solido: quindi una torba gentile, fumosa, poi un lato balsamico, con mentolo e aghi di pino. Tanta parte agrumata, con arancia fresca e pure marmellata d’arancia. C’è una morbida quota di vaniglia. Al palato si conferma di una bella cremosità compatta, davvero beverina e suadente – corroborante, oseremmo dire, se solo avesse un senso. Tanta dolcezza, sì, ma mitigata dagli spigoli di Islay, con marinità in netto aumento, così come il fumo. Liquirizia. Ottimo nella sua banalità. 87/100. Buono, tanto buono, al punto che forse al quinto bicchiere può pure stancare… Viene via con una novantina di euro.

Caol Ila 15 yo (2002/2017, Valinch & Mallet, 52,8%)

Caol_ila_15_Valinch_&_Mallet_Single_Malt_Scotch_WhiskyAl naso, il lato torbato è molto simile al diciottenne, intenso ma non troppo aggressivo né particolarmente orientato al mare, salvo un sentore di pesce secco. Spicca una nota di risotto allo zafferano, e perfino un che di aceto balsamico. Il lato ‘dolce’ è vicino all’OB, anche se più scuro, decisamente più sbilanciato verso il bruciacchiato.  Al palato conferma questo spostamento, molto carico, con cuoio e liquirizia e miele evidentissimi. L’apporto dello sherry non è tanto sulla frutta rossa, quanto su una screziatura speziata (o una speziatura screziata, se preferite). Barbecue, pancetta sulla brace. 86/100. Buono, molto rustico, molto carico, ti deve piacere questo profilo, a tratti un po’ eccessivo forse. Pur nell’eccellenza complessiva, Serge lo definisce ‘impreciso’, e a dirla tutta siamo d’accordo: procede un po’ a strattoni, non ci sembra profondamente armonico; e tuttavia pare svolgere a pieno il compito di mostrarci ancora una volta come i single cask sappiano avere personalità da vendere e siano in molti casi degli abiti sartoriali, ad uno calzano a pennello, altri nemmeno ci entrano… ah lo si trova ancora sull’internet a 120 euro.

Sottofondo musicale consigliato: Led ZeppelinThe Battle of Evermore

Aberfeldy 1999 ‘distillery exclusive’ cask #5 (2017, OB, 56.5%)

Aberfeldy ha una storia interessante, dato che faceva parte del pacchetto-Dewar’s che Diageo fu costretta a vendere per evitare l’effetto monopolio: insieme a Aultmore, Craigellachie e Royal Brackla, Aberfeldy è infatti passata al gruppo Bacardi-Martini nel 1988. La proprietà ha deciso di trasformare Aberfeldy nella “casa” di Dewar, il blended di punta, e anche per questa ragione oggi Aberfeldy è tra le distillerie più gradevoli da visitare nella zona delle basse Highlands. Oggi beviamo uno degli imbottigliamenti ‘distillery only’ dell’anno scorso: si tratta del cask #5 del 1999, un Oloroso Sherry Butt vincitore dello Scottish Field Summer Whisky Challenge – qualsiasi cosa sia.

N: fresco e succoso, fruttato, bello agile – e al contempo con le note profonde dell’Oloroso. Abbiamo dunque spezie (soprattutto zenzero e profumo di legni dolci), un sentore di frutta secca, nocciola diremmo – ma soprattutto c’è tanta tanta frutta: mele gialle, uvetta, prugne, arancia essiccata… Brioche al burro e confettura d’albicocca. Caramello (forse salato, suggeriscono le tasting notes ufficiali). Col tempo, una nota vanigliata.

P: ha una presenza alcolica molto importante, che però non disturba più di tanto e anzi alla lunga regala bordate d’intensità. Iniziamo con note di zenzero, cioccolato fondente, le foglie di tabacco… C‘è un lato fruttato che ricorda frutta sia zuccherina che acida: ancora note di prugne, di uvetta e di albicocca, e l’immancabile arancia. Cioccolato con uvetta. Con acqua non cambia sostanzialmente, si rivela solo un poco più astringente.

F: legnoso e cioccolatoso, riemerge una vaniglia abbastanza marcata. Lungo, piacevole e molto intenso.

88/100, un perfetto esempio di come mettere un buon distillato in una buona botte di sherry sia una strategia semplice, forse, ma vincente. Non sapremmo dire se si trova ancora in distilleria, ma se così dovesse essere consigliamo la sosta anche solo per accaparrarselo.

Sottofondo musicale consigliato: Carl Brave x Franco126 – Tararì tararà.

Imperial 27 yo (1989/2017, Càrn Mòr, 43,9%)

Il primo Imperial della storia di whiskyfacile! Che vergogna, in sei anni manco una recensione… e sì che si tratta di una distilleria fascinosa per la sua cronica sfortuna: la sua storia è infatti un emmenthal, un gruviera, una massa squassata da continui buchi, da decenni di chiusure alternati a decenni di aperture, da cambi di proprietà… E la conclusione della sua storia dovrebbe regalarle ancora più credito, povera Imperial: chiusa da fine anni ’90, di proprietà di Allied / Pernod, nel momento dell’attuale boom del whisky uno si aspetterebbe di vederla riaperta, e invece no, è stata rasa al suolo per fare spazio al gigante Dalmunach. Celebriamo questa vicenda sfigatissima con un single cask di 27 anni, distillato nel 1989, imbottigliato da Càrn Mòr.

N: che naso complesso, aperto e invitante. Innanzitutto c’è una piacevolissima zona aromatica dolcina, tra la brioche, burro, l’albicocca, il miele… Pasta di mandorle. C’è perfino una frutta gialla intensa, diremmo innanzitutto mela gialla (quella molto matura, farinosa), anche una venatura agrumata, forse di limone. Quel che però ci fa girare la testa è una coltre ‘sporca’, quasi farmy, che complica tutto: una patina di formaggio stagionato (viene in mente il parmigiano quando ‘suda’; ha perfino un sentore muffato che fa venire in mente roquefort – vogliamo esagerare!, ci fa venire in mente addirittura l’abbinamento tra Sauternes e roquefort, perché siamo dei viveur, o dei cialtroni, fate voi), poi tanta tanta cera, cera d’api.

P: come al naso il primo impatto era stato devastante, qui paga dazio alla bassa gradazione (che crediamo naturale, non frutto di riduzione, beninteso) con un attacco che non è proprio dei più entusiasmanti, se paragonato alle attese del naso – poi però si riscatta in fretta, e da qui in poi è solo gloria. Ancora tanta cera e sensazioni oleose, un sentore nitido di burro caldo; biscotti ai cereali, miele, pastafrolla; tappetoni esaltanti di frutta tropicale (papaya; ce l’attendevamo, il naso così ‘sudato’ spesso prelude), ancora mela gialla.

F: burro caldo, tantissimo!, base di biscotti per cheesecake; e tropicale. Cioccolato, un sentore anche di cocco.

La masticabilità del corpo, proprio a livello tattile, penalizza parzialmente un whisky che altrimenti avremmo premiato ancora di più: è uno dei profili di whisky che più ci piace, con una burrosità del distillato che dopo tanti anni dentro a una buona botte porta a emersioni tropicali e fruttate di grandissima complessità. Ne berremmo a secchiate: 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: Lenny Kravitz – If you can’t say no (Zero 7 remix).

Hazelburn 10 yo (2007/2018, OB for Beija-Flor, 55,4%)

Torniamo a Campbeltown per una piccola e inattesa sorpresa, presentata in Italia la settimana scorsa a una degustazione presso Le Bon Bock Shop a Roma: l’importatore italiano Beija-Flor ha avuto la possibilità di mettere le mani su un single cask di Hazelburn, la versione non torbata (anche se…) e a tripla distillazione di Springbank. Non è una roba da poco, se consideriamo che sono usciti pochissimi imbottigliamenti del genere – contiamo meno di una ventina di single casks mai messi sul mercato, per intenderci. La scelta è caduta su un malto invecchiato 10 anni in un barile ex-Sauternes a secondo riempimento: non si tratta di un finish ma di una piena maturazione… Tempo fa avevamo assaggiato con piacere una release ‘standard’, anche se limitata, di Hazelburn ex-bourbon poi passato in Sauternes e ci era piaciuto molto: vediamo come si comporta questo, considerando che una maturazione così lunga in un barile ex-vino non è sempre foriera di buone novelle.

N: i sentori vinosi e gli aromi tipici dei Sauternes sono qui incredibilmente vividi – e ci mancherebbe, dopo dieci anni di botte, anche se refill! Qui, piuttosto che parlare di riuscita integrazione tra distillato e botte, si potrebbe quasi parlare di una trasfigurazione, di nascita di una nuova creatura, un “whiskernes” probabilmente. Abbiamo quindi una esuberante e avvolgente nota di miele, assieme ad una composta di albicocca davvero invitante. Pesche cotte, anche un più distante sentore di amaretto. C’è questo senso di frutta zuccherina/zuccherata, molto ricco, anche se non appare eccessivo: questo tripudio è temperato e mitigato da quello che ci sembra di riconoscere come sentore di ‘aria di Campbeltown’: leggera aria salmastra, con un cerino spento che aleggia, a ‘sporcare’ felicemente la rotondità complessiva. Legno di cedro e scorza d’arancia.

P: l’ingresso è delicato, con poca evidenza dell’alcol, e poi procede compatto, diritto per la sua strada. Denso, ti lascia le pareti della bocca avvolte. È veramente buono: hai una nota dolce in avvio, coerente col naso, fatta di marmellata di albicocca, tanto tanto miele, pesche cotte. A sorpresa, mentre il whisky indugia sulla lingua, esplode una nota di frutta tropicale mista (ci viene in mente proprio il succo) che lascia attoniti, incapaci di proferir parola – anche perché si ha la bocca piena, vabbè. E poi subito un altro plot-twist: il marchio di fabbrica di Campbeltown è particolarmente marcato, tra note di salamoia, minerali, ancora il cerino, una torba leggera ma non così tanto (ci sovviene un fil di fumo).

F: …filo di fumo che qui si manifesta definitivamente, impastato con note zuccherine e intensamente fruttate – forse per l’eternità.

Partiamo da un aneddoto: tempo fa abbiamo partecipato ad una degustazione alla cieca organizzata dall’amico Corrado De Rosa, e se da un lato siamo stati bravissimi azzeccando tre delle cinque referenze, dall’altro abbiamo toppato proprio a Campbeltown, confondendo un vecchio Hazelburn 12 anni con uno Springbank 15… Questo la dice lunga sulla nostra credibilità, certo, ma dice anche qualcosa sul rispetto dei comparti stagni a Springbank: Hazelburn, se pure formalmente non dovrebbe avere traccia di torba, in realtà ha sempre una venatura minerale, torbata appunto, che può essere di volta in volta più o meno pronunciata e che spariglia le carte della pulizia. Qui questa componente è più che presente con note minerali, di mare e di fiammiferi, e svolge la funzione fondamentale di equilibrare un whisky che altrimenti sarebbe stato sbilanciato sul versante della dolcezza vinosa, con tutto il corredo di sentori tipici della botte ex-Sauternes. Una nota curiosa: il fatto di essere refill ha ammorbidito il tripudio di albicocca, soprattutto al palato, trasferendo le frutta su terreni tropicali. Confessiamo: partivamo prevenuti, ma siamo stati costretti a ricrederci: 90/100, per un whisky pieno, solido, complesso e di grande bevibilità. Oh se vi capita uno Springbank cattivo, per favore giratecelo, almeno lo recensiamo!

Sottofondo musicale consigliato: Alina Engibaryan – I’ll be around.

Bruichladdich 2009 (2017, SMILE Whisky Club, 50%)

Un uccellino, un colibrì forse, ci ha portato un sample di un Bruichladdich del 2009, single cask imbottigliato dallo SMILE Whisky Club, con sede a La Spezia: si tratta di un barile ex-bourbon, distillato da Jim McEwan (qui sopra ritratto con il panel di selezionatori, vale a dire: il club), messo in vetro a fine 2017. Ne esistono due versioni, una a grado pieno ed un’altra, quella che abbiamo noi, ridotta a 50%. Ci accostiamo con curiosità.

N: un po’ etereo sulle prime, con qualche nota di smalto. Su questi giovani Bruichladdich, gli attori recitano sempre sensazioni di cereale, erbacee, oppure di vaniglia, pastafrolla in fieri, un che di minerale. In questo specifico barile ci sembra prevalgano le sensazioni più legate al distillato, nude, di materia prima: quindi si esalta il lato erbaceo e maltoso, poi frutta secca, soprattutto mandorle e anche un po’ di noce. Poi confetto, pastafrolla. Solo dopo un po’ si inizia a percepire una leggera torbatura.

P: qui cambia un po’, pur in una coerenza complessiva. Orientato sul distillato, ancora, ma se al naso l’immaginazione rimaneva un po’ tarpata, qui la complessità di Bruichladdich si dispiega meglio, con note più compiutamente minerali, perfino una sapidità molto evidente e certo gradevole. Ancora pastafrolla ‘cruda’, poi burro e brioscina. Un accenno di mela gialla. Pane.

F: pulito, non lunghissimo, tutto su pane, ancora una suggestione di marinità. Un filo di torba, minerale, perdura a lungo.

Un whisky che francamente non può non piacere: rivela la godibile complessità del distillato di Bruichladdich, evidente visti i soli otto anni di invecchiamento, e si lascia bere con una facilità disarmante. Nudo, pulito e limpido: è il suo pregio e, ad essere onesti, anche il suo limite – ma avercene, di limiti del genere: 84/100. Complimenti ai ragazzi dello SMILE Whisky Club per la selezione!

Sottofondo musicale consigliato: Nat King Cole – Smile.

Glen Garioch 1990 (2017, Carn Mor ‘Celebration of the Cask’, 50,6%)

Carn Mor è una linea di single cask creata da Morrison & Mackay, storica realtà dell’imbottigliamento indipendente basata da qualche generazione nel Perthshire, in Scozia. Non contenti di tanto blasone, nel 2007 si sono inventati una serie di soli single cask di fascia alta, con imbottigliamenti ovviamente cask strength, ovviamente non filtrati a freddo. E questo 27 anni invecchiato in un ex bourbon barrel, di cui peraltro esistono solo 170 bottiglie, non fa certo eccezione. Glen Garioch, una delle poche distillerie fondate nel 1700 ancora in attività, regala (si fa per dire, eh) spesso whisky dalla spiccata personalità. Inoltre, per una sparuta claque di maniaci feticisti, è sicuramente di grande interesse il fatto che l’orzo contenuto in questo GG sia stato maltato direttamente sui pavimenti di maltazione della distilleria, che sono rimasti attivi fino al 1994, anno in cui Suntory comprò Bowmore e con essa Glen Garioch, fermando la produzione per un paio d’anni, e dismettendo, ahinoi, pure il maltatoio.

glen-garioch-1990-cask-20251-carn-mor-web_1N: compattissimo, con note di mandorla amara, nocino, torba minerale e senza disdegnare un tocco gentile e raffinato di cera. E altrettanto carezzevoli sono le suggestioni di burro fresco e vaniglia unite a un poco di erba limoncina. Un naso da vero damerino.

P: si presenta a sorpresa come tropicale e acremente torbato, con una stranissima struttura a base di note mentolate e floreali. Davvero un profilo unico, praticamente inafferrabile. Violetta mescolata a maracuja e banana? Incredibile. Le erbe aromatiche sono molto presenti, a creare un effetto setoso. Diciamo timo.

F: rimane una certa grassezza cerosa e torbata. Pulito, vegetale, di media durata.

Non possiamo fingere che questo Glen Garioch non sia un insulto diretto alla ragione sociale del nostro piccolo spazio degustazioni virtuali: è un whisky che di facile ha ben poco, si diverte a disorientare con un naso monolitico e difficile da penetrare, per poi stupire grazie a un palato assolutamente inaspettato e con richiami al limite dei sensi umani. Di certo quello che si percepisce è la pregevole fattura di questo single cask e noi gli daremo non meno di 89/100. E ci sentiamo anche di dire che i circa 200€ necessari per acquistarlo non sono soldi mal spesi, se non altro perché di malti con questo profilo di certo non capitano a tiro tutti i giorni. Grazie a Fabio Ermoli di Lost Drams per il campione.

Sottofondo musicale consigliato: Cypress Hill – Insane In The Brain

Glenrothes 19 yo (1997/2016, Clanxton’s, 53,7%)

In passato abbiamo assaggiato alcune espressioni di Clanxton’s, imbottigliatore indipendente inglese importato in Italia dai ragazzi di Whisky Italy (punto it, per i distratti), ed eravamo rimasti piacevolmente sorpresi. Oggi torniamo a esplorare l’offerta di single casks, e affrontiamo un Glenrothes in sherry del 1997, a grado pieno e non colorato – ovviamente, tsk.

N: mamma mia che intensità! Un single cask veramente carichissimo, il barile certo non si è nascosto… partiamo dalle note fruttate e zuccherine, certo preponderanti: vaniglia, cioccolato, frutta rossa succosissima (ciliegia senz’altro, poi lampone), pandoro, pasta di mandorle. Al fianco si muove inquieta una dimensione piuttosto acida e più sporchina: si va dal panforte alla salsa Worchestershire, da un Tabasco Chipotle a una salsa di soia. Una deliziosa nota di chinotto.

P: il corpo è esplosivo come c’era da aspettarsi, con il legno che non molla di un millimetro e strizza il palato coi tannini – intendiamoci, si spinge fino al punto di non ritorno dell’astringenza, ma fermandosi proprio sulla linea – ci vorrebbe la Var per decidere. Abbiamo ancora una frutta rossa spettacolare ed esplosiva, in stile gragnuolata di bombe di ciliegia e fragola. Il lato sporchino del naso è tutto sul tabacco da sigaro, arrivando quasi ad avere note di cenere, di posacenere.

F: frutta rossa a profusione, ancora tabacco e questo strano senso di fumo.

89/100, molto carico, l’astringenza da sherry monster forse a tratti è quasi eccessiva, ma si ferma appena prima di diventare un errore imperdonabile – e come spesso accade in questi casi, a un gol quasi subìto segue gol fatto, e noi siamo in curva, col fiaschetto pieno, a festeggiare. Evviva!

Sottofondo musicale consigliato: Lucio Dalla – Telefonami tra vent’anni.

 

Cooley 13 yo (2003/2017, The Exclusive Malts for The Whisky Barrel, 52,7%)

Cooley è una delle distillerie ‘storiche’ d’Irlanda, anche se la sua storia è appena trentennale: fondata nel 1987 sulle ceneri di un impianto per la distillazione delle patate, negli anni ha messo sul mercato whisky con stili differenti a diversi marchi, come è usuale nel mondo degli Irish, tra cui Kilbeggan (anche se ora questa è una distilleria a sé stante), Connemara, Tyrconnell… Chi volesse approfondire i fatti irlandesi d’acquavite, orientatevi qui e qui per un’eccellente introduzione. Negli ultimi tempi circolano tanti single cask di Cooley, e soprattutto quelli intorno ai vent’anni godono di una fama altissima: noi abbiamo messo le mani su un Cooley di 13 anni in sherry, single malt e distillato in pot still – quindi, se vogliamo, un irlandese poco irlandese… Selezionato da Exclusive Malts (Creative Whisky Company) per il negozio The Whisky Barrel, è un barile ex-sherry imbottigliato a grado pieno. Aperto allo scorso Freak Show, finalmente lo beviamo.

cooley-13-year-old-2003-exclusive-malts-10th-anniversaryN: molto aperto ed aromatico, pare una varietà di sherry cask particolarmente ‘morbida’ e zuccherina – uno sherry più arancione che rosso, se intendete le nostre suggestioni cromatiche. La frutta rossa infatti è in disparte; molto evidente è invece una nota di caramella dura alla fragola (perfino i Chupa-chups panna e fragola), e in generale c’è una nota astratta di “caramella” molto evidente. In primo piano abbiamo anche la brioche al miele, la confettura d’albicocca, e perfino la mela rossa glassata, quella che si mangia sugli stecchi… e che scopriamo chiamarsi ‘mela stregata’. C’è poi un lato di ciambellone, di pandoro, di vaniglia, piuttosto smaccato; infine, una nota di legno nuovo conferisce una certa freschezza al tutto.

P: si confermano le impressioni del naso, con in più una nota floreale molto ‘irlandese’, ricorda fiori edibili, tipo la violetta (anche la violetta glassata). Resta sempre molto zuccherino, tutto su note di miele (miele da solo, ma anche biscotti al miele e all’orzo), brioche ripiena di confettura d’albicocca, zucchero a velo; si aggiungono note agrumate, aranciate, che ci ricordano proprio il calore dell’arancia candita del panettone. Tanta mela gialla. La frutta rossa è sempre più un ricordo…

F: …almeno fino al retrolfattivo, in cui torna una fragola ‘industriale’, da caramella alla fragola – e poi il solito miele, la solita brioscia, la solita mela.

Come era prevedibile guardando alla ‘ricetta’, è un Irish molto scozzese, assaggiandolo blind non sappiamo se avremmo identificato il paese d’origine. Il barile è molto attivo, ma a giudicare dalla degustazione doveva trattarsi di quercia americana sherry-seasoned  (sappiamo che è la norma, lo diciamo perché qui è particolarmente evidente) – il risultato è un whisky molto zuccherino, intenso, con note di caramelle davvero in primo piano. Decisamente molto, molto piacevole; congratulazioni agli amici di The Whisky Barrel per la selezione: 86/100 e avanti così.

Sottofondo musicale consigliato: The Pogues – Sunny Side of the Street.