Ben Nevis 18 yo (1999/2017, Creative Whisky Company per TWE, 50,8%)

Creative Whisky Company era un imbottigliatore indipendente scozzese, con un pedigree di tutto rispetto: al suo vertice vi era infatti David Stirk, ex dipendente di Springbank e autore della più importante ricerca sulla storia del whisky di Cambpeltown (The Distilleries of Campbeltown: The Rise and Fall of the Whisky Capital of the World). Per ragioni non del tutto chiare ai più, David ha venduto la società circa un anno fa, e da quel che risulta a fonti bene informate la CWC non sarà mai più. Peccato: noi abbiamo frequentato un po’ i suoi imbottigliamenti con soddisfazione, soprattutto quelli della serie Exclusive Malts, e a suo tempo avevamo acquistato questo single cask ex-sherry di Ben Nevis imbottigliato per The Whisky Exchange. Mettiamolo alla prova ora, come dire, in memoriam.

N: la prima nota è un po’ alcolica, e – a onor del vero – la cosa ci stupisce perché al primo assaggio, a bottiglia appena aperta, non l’avevamo trovata, anzi. Esordisce con una nota ipercremosa e intensamente fruttata che ci ricorda nitidamente due attimi di gioventù passata: gelato Solero e succo Santal pesca, mango e latte. Frutta secca, tra nocciola, marzapane e frutta di Martorana. Ha note agrumate dolci, che diremmo di mandarancio. Dopo un po’ di respiro, butta fuori pesca sciroppata e un cereale seducente. Albicocca secca?

P: coerente, qui decisamente meno alcolico che al naso, di agile potabilità. Ancora quei sentori di Solero e Santal, ancora una crema di pasticcino alla frutta (all’ananas, quasi). Frutta tropicale intensissima. Un gran corpo, cremoso e avvolgente e burroso. Note di ciocorì bianco. Tende, verso il finale, a farsi un po’ più secco del previsto. Albicocche secche anche qui.

F: lungo, paradossalmente secco e pulito con note di maracuja, mango e pesca.

La distilleria Ben Nevis è uno dei segreti meglio custoditi del mondo dello scotch whisky: in pochi ne parlano, in pochi la celebrano, e però i suoi whisky sono sempre maledettamente buoni, a partire dal 10 anni ufficiale (che, colpevolmente, non abbiamo mai recensito: provvederemo, lo promettiamo). Questo single cask esibisce un corpo grasso, oleoso, e squaderna una dimensione fruttata affatto seducente: rispetto al primo assaggio, l’abbiamo trovato un pelo alcolico al naso, e forse influenzati anche da questo fermiamo il nostro applausometro a 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Carlos Santana – Samba Pa Ti.

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Tamdhu 10 yo (2002/2013, Provenance, 46%)

Domani ci sarà il Milano Whisky Day, dedicato in particolare agli imbottigliatori indipendenti: pare un percorso coerente da parte degli organizzatori Andrea e Giuseppe, che arrivati alla dodicesima edizione del MWF provano a fare un passo ulteriore nei confronti della qualità e della ricerca in ambito whiskofilo. Nei confronti delle élite, direbbe qualche stolto ‘leone da tastiera’. Tra i vari espositori mancherà Douglas Laing, e noi ne celebriamo l’assenza con questo giovane Tamdhu della serie “Provenance”. È una serie entry-level cui siamo particolarmente affezionati: sono sempre prodotti onesti, senza pretese, a un prezzo coerente. Single cask refill-sherry (ref 10104), alle prese con un distillato tutt’altro che anonimo come quello di Tamdhu: se non andiamo errati, si tratta di un’edizione per Les Whiskies Du Monde, un distributore e negoziante francese.

N: sporco tra il rame, l’ossidato e l’ananas dimenticato nel frigoverre (cosa che getta un’ombra oscura sulle nostre schiscette, lo sappiamo). Sulfureo, e poi toma bella grassa, ma ha anche dei difetti: nel senso che tutto il contundente di cui sopra è anche a suo modo intrigante, però poi esce fuori che l’alcol, un po’ sparato e slegato. Curioso. Uva appassita.

P: attacco a sorpresa molto dolce, tipo ripieno delle caramelle haribo, vaniglia, gelato alla panna. Poi si ricorda di ciò che fu e ripropone note di grasso e sulfuree. Ancora ananas andato, seppure non maturo. Cereale caldo e rame, sensazioni di alambicco.

F: zucchero glassato con una spruzzata di cereale dolce. Non corto, ma non fa altro che ricordarci la sua gioventù, tra canditi e rame.

La botte è a fine vita, il distillato ha la sua personalità e si impone in modo indisciplinato, soprattutto al naso. Si rischia la catastrofe ma poi in fondo in fondo un 81/100 non ce lo risparmiamo. È un whisky onesto, sincero, che da un lato avrebbe forse giovato di qualche anno in più in un barile così poco attivo, ma dall’altro sta bene qui dove sta, ovvero nel nostro bicchiere. Grazie a Corrado, che ha bevuto e recensito con noi, per il corposo sample.

Sottofondo musicale consigliato: Emmanuelle – Italove.

Bruichladdich 15 yo (2003/2018, Valinch & Mallet, 54,1%)

Fabio Ermoli e Davide Romano hanno messo le mani su un barile di Bruichladdich, distillato nel 2003, e hanno deciso di imbottigliarlo lo scorso autunno. Non si tratta di un barile qualsiasi, non è il solito ex-bourbon: si tratta invece di una botte che precedentemente aveva contenuto Madeira, e il whisky invecchiato lì dentro c’è rimasto fin dal primo giorno, completando così 15 anni di maturazione tutti in ex-Madeira. Non è un profilo usuale, e dunque non ci aspettiamo di trovare il già visto… Mettiamolo alla prova.

N: mamma mia, che cosa strana!, decisamente no, non è un già visto. Troviamo note di grasso del prosciutto, un sentore netto e sulphury di compost (pare brutto dirlo, ma… c’è come una nota di “bidone dell’umido”, scusateci ragazzi), poi incontrovertibile e inaspettato arriva un sentore di pop corn caldi. Comunque molto strano, pesantemente sulfureo, decisamente inusuale. Ma che cos’è?! A riportare la carrozza nei binari più percorsi, ecco un croccante al miele e una sorta di ciocorì – e se invece fosse cioccolato bianco?

P: molto intenso e saporito, qui resta molto coerente, e ci sentiamo di confermare la definizione del sommo Matteo Zampini, frontman di Valinch nei festival italiani: popcorn liquidi. Ed è vero!, sa proprio di popcorn, caldi, burrosi e con una punta bene evidente di sale. Un poco di uva passa, a testimoniare di una vinosità accaduta e presente.

F: marino e salatino, con grasso di prosciutto e cenni, ancora, di roba lasciata lì a marc… ehm, fermentare – ma curiosamente e a dispetto delle apparenze è un sentore positivo. Molto lungo e persistente.

Quante volte abbiamo usato l’aggettivo “strano”? Di fronte a un profilo del genere, senza dubbio ostico e per niente sexy, si può fare come fa l’utente NiklasBM di whiskybase che assegna un 41/100 (“mai sperimentato così tanto zolfo […] un whisky completamente rovinato, che probabilmente mai avrebbe dovuto essere imbottigliato”), oppure si può, come facciamo noi, apprezzare l’unicità del single cask e pensare che questo è il classico whisky troppo divisivo, in fondo invalutabile… e poi alla fine dargli 85/100. Talmente freak che fa tutto il giro dall’altra parte e diventa piacevole. Caldamente consigliato un assaggio: difficilmente troverete cose simili.

Sottofondo musicale consigliato: Hot butter – Popcorn.

Laphroaig 16 yo (2001/2017, Kik Bar Bologna, 50,6%)

quando il gioco si fa duro, Benassi scende in campo!

Dopo il Mortlach della scorsa settimana, torniamo a Bologna per bere il quarto imbottigliamento celebrativo dei 50 anni dello storico Kik Bar dell’immenso Bruno Benassi: ma come, diranno i più attenti, non erano solo tre? Bravi!, ma vi sbagliate: ce n’è pure un quarto, ed è il più speciale, perché si può acquistare solo attraverso una donazione benefica di almeno 300€ alla BeNe Onlus (qui è spiegato tutto, ammesso che ne sia rimasto ancora). Si tratta di un Laphroaig di 16 anni, finito per un anno e mezzo in un barile ex-sherry e imbottigliato alla gradazione piena di 50,6%.

N: la prima nota a scendere in campo è quella balsamica, tipica di Laphroaig (aghi di pino): il profilo è certo medicinale, ma non estremo (ci viene in mente lo sciroppo della tosse, non la corsia d’ospedale, se riuscite a dare un senso a queste farneticazioni), poi troviamo poca gomma e una marinità appena accennata, forse coperta un po’ dal finish in sherry… La torba è sotto forma di sigaro, un fumo intenso, molto aggressivo – e però dolce, diciamo cigarillos aromatizzati alla vaniglia.

P: all’imbocco il fumo aumenta esponenzialmente, e ci fa venire in mente… un würstel affumicatissimo. Si, lo sappiamo, siate clementi. Alcol zero: praticamente un würstel analcolico. Lo sherry qui entra in tackle duro, vigoroso come Bruno all’Ardbeg Day del 2014: la vinosità è esplosiva, ma rimane decisamente sul lato dolce, ultradolce, come Garnier (ehm…). Gelée di frutti rossi, miele di castagno. Il fumo, che si citava in apertura, è Laphroaigissimo. Perfino una nota di cannella.

F: lungo, coerente, tornano la salinità e il mare, quasi scomparso al palato. Tutto si attenua un po’: ad libitum sfumando, dice Corrado.

L’impressione è di un whisky, soprattutto al palato, molto dolce, con l’influsso dell’anno e mezzo in sherry certo decisivo: non ci spingiamo a dire che si tratti di un Laphroaig ‘snaturato’, per carità, ma sicuramente della torbatura medicinale e spigolosa della distilleria resiste per lo più il fumo, mentre il resto rimane schiacciato sotto al peso del finish: resta un ottimo dram, che merita l’acquisto non solo per la buona causa cui contribuisce, e gli appiccichiamo sopra un 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Kenny Burrell – Chitlins con Carne.

Mortlach 11 yo (2006/2017, Kik Bar Bologna, 51,4%)

Il Kik Bar di Bologna è una vera e propria istituzione del whisky emiliano: attivo fin dal 1967, grazie all’energia e alla passione di Bruno Benassi è diventato un punto di riferimento per tutti i whiskofili. Piccola storia personale: quando uno di noi studiava a Bologna, grazie a un cenno su un numero di Whisky Magazine incontrato un po’ per caso abbiamo scoperto dell’esistenza del Kik Bar, e proprio lì, grazie alla guida di Bruno, abbiamo assaggiato il nostro primo Octomore, abbiamo comprato il nostro primo whisky distillato negli anni ’70 (una mignon di Scapa del 1979, non fatevi strane idee), abbiamo scoperto gli imbottigliatori indipendenti. Solo qualche dozzina di mesi dopo abbiamo deciso di aprire il blog. Ecco, il 2017 è stato un anno importante per il Kik Bar: Bruno ha festeggiato i 60 anni di lavoro, i 50 anni di matrimonio e il Kik ha raggiunto, anche lui, i 50 anni di attività. Per celebrare, Bruno ha imbottigliato tre whisky: oggi assaggiamo un Mortlach di 11 anni, imbottigliato a gradazione piena, che reca in etichetta il Nettuno – che chiunque abbia trascorso almeno un pomeriggio a Bologna dovrebbe riconoscere.

N: un Mortlach apparentemente non estremo, ma comunque ‘molto carataristico’ (cit.). Note sulfuree, che qui più che meaty sembrano muovere verso il formaggio (l’umami del parmigiano, se ci intendete). Fichi e datteri secchi, croccante di mandorle e albicocca disidratata. Mele rosse caramellata, e altra frutta rossa… Frutta vecchia, un po’ ‘sudata’, da whisky vecchio. Eccellente, al naso si intuisce un’ottima interazione tra distillato e barile.

P: tutto bello legato, come un cotechino col filo tirato. L’ingresso è ancora sul sulfureo, con sentori metallici, di rame. Non si sbrodola addosso, conserva una sua affilatura pur avendo un bel corpo e una bella intensità. Tende all’astringente. Arancia tarocco matura e piena, pesche all’amaretto. Zucchero caramellizzato (ma solo la crosticina), cioccolato al latte.

F: abbastanza lungo, spezie calde del legno, caramello bruciacchiato e buccia d’arancia (magari bruciata pure lei).

Davvero ottimo: Mortlach è una distilleria rognosa, che produce un whisky molto corposo e particolare, ma che non sempre i bevitori sanno apprezzare. Questo undicenne è un eccellente esempio dello stile di casa, non puzzone come sa essere talvolta ma molto equilibrato, paradossalmente bilanciato, e con una personalità vigorosa che non può essere taciuta – un po’ come quella di Bruno, che vogliamo ringraziare per il sample. 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Lucio Dalla – L’ultima luna.

Glen Grant 22 yo (1995/2017, Signatory Vintage, 49,9%)

Tempo fa abbiamo fatto visita al Velier Inventorum, uno spazio nel pieno centro di Milano che Velier, storico importatore genovese, ha destinato agli incontri ‘istituzionali’ per presentare i propri prodotti a stampa e professionisti. Noi abbiamo approfittato dell’invito di Marco Callegari e abbiamo trascorso un ottimo pomeriggio ad alta gradazione, tra whisky di tutto il mondo, Chartreuse, mezcal, rum… I ricordi sono confusi: per fortuna abbiamo la sana abitudine di portare con noi dei sample per poter riassaggiare a casa qualcosa, e oggi questo qualcosa è un single cask di Glen Grant imbottigliato da Signatory Vintage dopo 22 anni di invecchiamento.

N: molto aperto, intenso e invitante: osiamo dire sontuoso nel suo profilo fruttato da Speysider maturo in bourbon. Tantissima frutta: in particolare esplode la mela, gialla e verde, anche albicocca (anzi: proprio marmellata di albicocca, pardon, confettura). Poi pasticceria: ciambellone, crema pasticciera. Cereali caldi e biscotti secchi (oro saiwa, anzi: gli Zalet!, i biscotti di malto e miele millefiori). Non troppo complesso, intendiamoci, ma piacevolissimo e godurioso.

P: la gradazione non passa inavvertita, ma porta esplosività. Partono fiammate di frutta: albicocca e mela gialla, pera: tutta frutta matura, intensa, una macedonia estiva. Ci sono poi venature più ‘scure’, con frutta secca (nocciola), miele. Rispetto al naso, cede in cremosità: ma la vaniglia si sente fin dall’inizio.

F: tende a chiudersi un poco, tra frutta secca (forse noce?, o mandorla?), spezie del legno… Tende all’amaricante – rispetto alla lussuriosa dolcezza del palato. Pepe bianco.

Un “whisky troione” (cit. Angelo) al naso, ai limiti dell’eccessivo, che però si raffina al palato, guadagnando un’inattesa sobrietà, e finisce per tirar fuori il legno perdendo un po’ quella dimensione sontuosamente fruttata che andava promettendo. Ottimo, ragazzi non snobbate Glen Grant solo perché Michele ve l’ha rovinato in gioventù: fanno un whisky delizioso. 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Drugdealer feat. Weyes Blood – The end of comedy.

Benromach 2008 (2016, OB for Meregalli, 61%)

stiamo ancora aspettando il World Press Photo per questo scatto

Non sono molto comuni i single cask di Benromach, la distilleria di proprietà di Gordon & MacPhail cui vogliamo tanto, tanto bene: il distributore italiano, Meregalli, è riuscito nell’impresa di portarsene a casa uno alla fine del 2016, noi abbiamo avuto bisogno di due anni e mezzo per riprenderci dalla notizia ed ora, finalmente, lo assaggiamo. Non è vero, siamo solo molto lenti. Si tratta di un barile ex-bourbon a primo riempimento, invecchiato 8 anni e imbottigliato alla gradazione contundente di 61%.

N: decisamente molto alcol. Eccolo che esordisce su dei sentori di polvere da sparo/ardesia e di pancetta, molto sporco. Si sentono note di frutta bianca, di zucchero a velo e vaniglia, ma questa patina dolce è come schiacciata da sentori vegetali, come di clorofilla, o di cartone, carta. Nudo, distillatoso, molto alcolico, e con emersioni di vaniglia qui e là. Mah.

P: alcolicissimo, tanto aggressivo. Poi molto torbato, di una torba chimica; ancora poi quella sensazione vegetale, di cartone o di erba un po’ secca, poi una zuccherinità estrema e però pura – appunto, zucchero bianco intensissimo. L’acqua è necessaria: la torba resta intensissima e chimica, e la dolcezza esplode sulla vaniglia – ma niente di più, come sentore.

F: torba, smog, fumo e pane, con una spruzzata di vaniglia.

Il distillato di Benromach, spigoloso e pieno di personalità, si conferma essere una brutta bestia, difficile da addomesticare. Non possiamo dire che questa bevuta sia compiutamente ‘piacevole’, anzi è piuttosto ostica, soprattutto per una gradazione che si fa sentire fin troppo. Con acqua – ribadiamo, necessaria come il lieto fine in una commedia hollywoodiana – diventa piacevole, ma un po’ semplice e immaturo, se dobbiamo dirla tutta. Non sarà un mezzo passo falso a scalfire il nostro amore per Benromach, comunque: si sappia. 81/100.

Sottofondo musicale consigliato: Bluvertigo – Cieli neri.

Highland Park 26 yo (1989/2016, Rest & Be Thankful, 48,4%)

Nelle scorse settimane abbiamo celebrato alcune selezioni di Rest & Be Thankful, giovane imbottigliatore indipendente scozzese, così come la gran copia di barili di Highland Park in circolazione presso gli indipendenti negli ultimi tempi. Basta fare due più due e l’assaggio di oggi pare obbligato, no? Single cask ex-bourbon di Highland Park, distillato 1989 e imbottigliato 2016 proprio da R&BT al grado di botte di 48,4%.

N: ti avvicini al bicchiere e trovi una macedonia dimenticata lì per un paio di giorni, qualcuno direbbe “polimerizzata”, con quel senso compatto di frutta maturissima, perfettamente omogenea, invitante. Pesche o fragole con vino e zucchero. Frutta vecchia, con una patina un po’ cerosa, un po’ polverosa… Un che di cacao. Elegante e (s’era capito?) fruttatissimo. Invita decisamente all’assaggio…

P: …e noi assaggiamo. Quanta bellezza, quanta coerenza: ancora molto fruttato, di quella frutta maturissima e quasi andata già celebrata al naso, ma solo dopo aver pagato pedaggio a un casello di cera in ingresso. Note agrumate, anzi ad essere precisi: arancia essiccata (scorza di). Già qui fa, finalmente, capolino l’isolanità di HP, tra una torbina acre, note sapide e un fumetto crescente.

F: lungo e persistente, molto piacevole – in realtà perdura a lungo, ma la parte più dolce resta spazzata da mare e torba fumosa. Ancora agrume – anzi, mandarino.

Molto buono, molto elegante, molto equilibrato. La frutta esuberante resta il trait d’union tra le tre fasi, ma l’isolanità tipica di Highland Park cresce passo passo: non percepita al naso, qualche saltello al palato, un tappetone al finale. Non ce n’è, l’eleganza mossa di Highland Park ci piace sempre un sacco: 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Aurora – Running with the wolves.

Orkney 17 yo (2000/2017, North Star, 55,2%)

Una delle poche gioie che questi tempi oscuri e tetri regalano a noialtri peones dell’acquavite di cereali sono i frequenti Highland Park ‘nascosti’: HP non concede a cuor leggero agli imbottigliatori indipendenti la possibilità di dichiarare il nome sull’etichetta, e così bisogna arrangiarsi con nomi esotici. In questo caso, lo sforzo fatto da North Star è stato minimo, ma bisogna riconoscergli un certo gusto per il didascalico, che tutto sommato ci piace: Orkney, punto e basta. 17 anni di invecchiamento, di cui una quota incerta in un barile ex-Pedro Ximenez, varietà di sherry molto dolce – come sapete, d’altro canto.

N: molto aperto, inalcolico anche se a oltre 55%. Pungentino, le prime note che colpiscono sono di inchiostro (Angelo, che è un tipo preciso, riconosce anche la marca: Pelikan, possibilmente di colore rosso) e lievemente sulfuree, anche se svaniscono entrambe un po’ in fretta. Per il resto, il PX tende a prendere un po’ di scena, il lato costiero resta timido ma presente. Note di mele, confettura di pesche, cannella. Zucchero bruciato, tipo brûlé (crema catalana).

P: che bell’impatto! L’alcol qui è più presente. Mettendo per un attimo da parte la dolcezza, la componente torbata e marina di HP rimane un poco trattenuta (anche se la sapidità marina c’è), e resta soprattutto un senso sulfureo di arancia rossa marcia. Molto molto dolce, il PX copre tanto: iperzuccherino, note di mela cotta, di zucchero caldo, bruciacchiato. Ancora confettura di pesca melba. Una suggestione riassuntiva: caramello salato.

F: stupisce la spiccata salinità (lascia labbra salate), con torba fumosina e soprattutto una coltre di mela caramellata zuccherina estrema.

Non si fraintendano le prime parole che stiamo per scrivere: è un whisky stucchevole, con uno spiccato senso di ‘artificiale’… L’intervento del PX è a nostro gusto un po’ eccessivo, lascia una patina di caramello appiccicoso su un distillato tagliente e corposo come quello di HP. Insomma, bene ma non benissimo: quel che manca, a nostro parere, è un po’ di equilibrio, ma sappiamo che altri impazziranno, dunque suggeriamo di assaggiare: 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: PJ Harvey – C’mon Billy.

Springbank 26 yo ‘Sar Obair’ (1990, Kingsbury, 51,2%)

Eccoci con il secondo single cask di Springbank: dopo il glorioso ex-bourbon di Rest & Be Thankful, eccoci alle prese con un decanter di cristallo di Kingsbury, nella serie “Sar Obair“. Si tratta di uno Springbank invecchiato in un single cask (#90) del 1990 ex-sherry decisamente a primo riempimento, a giudicare dal colore, imbottigliato 26 anni dopo a 51,2% per il mercato asiatico. Ora, noi sappiamo che in alcuni mercati piacciono i barili ex-sherry e piacciono i decanter di cristallo: meglio se le due cose vanno insieme, così dentro al decanter puoi vedere un liquido scurissimo, tipo la salsa di soia. Questo è appunto il caso. Grandi aspettative, vediamo.

N: urca, che sherry monster. La prima coltre densissima è di cola e di liquirizia pura, con una colatura zuccherina: roba da appiccicarsi le narici. Frutta rossa e frutta nera, rigorosamente in marmellata: non c’è nulla di fresco qui dentro. Siamo in una monarchia assoluta, anzi in una dittatura del legno, attivissimo, che riesce persino a coprire il distillato di Springbank, se non fosse per una nota di salamoia e olive nere che resiste. Un che di liquore amaro, con una progressiva irruzione di erbe massiccia, che col tempo diventa davvero drammatica. Chiodi di garofano.

P: mmm, acido, amaro e legnoso. Decisamente abbiamo esagerato con la botte, eh, amici di Kingsbury? La frutta rossonera, e dunque intimamente diabolica, è affogata nel tannino, erbaceo legnoso e liquirizioso oltre ogni senso comune, con l’aggravante di tirar fuori note di arancia marcia e aceto di more, a testimoniare un’acidità un po’ sballata in questo contesto. Arriva anche un che di sapido, che però in questo contesto è più una off-note che un valore aggiunto.

F: eccolo confermato, tra erbe amare e tabacco. Paradossalmente non lungo. Conclude con una punta salata.

Siamo un po’ in imbarazzo, ed è tutto un imbarazzo della volontà che si scontra con la fermezza della ragione: avevamo altissime aspettative da questo Springbank, che per inciso costa intorno ai 900€ e ha ottime valutazioni su whiskybase… E però non si può non riconoscere qui un qualcosa di sbagliato: non è piacevole, né da bere né da annusare, e vive il dramma di un invecchiamento trascinato decisamente oltre ogni logica. Ci piace pensare che il signor Kingsbury, girando per la sua warehouse, abbia detto: “ma cazzo!, com’è che ci siamo dimenticati di questo Springbank! Dovevamo imbottigliarlo tre anni fa! Vabbè, dai, mettiamolo in un decanter di cristallo e spediamolo in Asia”. Ha avuto ragione lui, probabilmente, ma noi dobbiamo scrivere 72/100. Le cipolle fanno sì che il latte abbia un cattivo sapore, insegnano i Melvins.

Sottofondo musicale consigliato: The Melvins – Onions Make the Milk Taste Bad.