Balblair 15 yo (2019, OB, 46%)

“Non sei più quello di una volta”

Una delle novità dell’ultima stagione whiskystica è stato il dietrofront di Balblair sul terreno delle indicazioni dell’età. Fino a pochi mesi fa, infatti, la bellissima distilleria delle Highlands era solita indicare il vintage (e l’anno di imbottigliamento): ora è tornata al passato, segnando in etichetta l’età minima del whisky, e dunque 12, 15, 18 anni… Nelle scorse settimane abbiamo recuperato un sample del 15 anni, maturato in barili ex-bourbon e finito in sherry first fill: è giunto il tempo di metterlo alla prova. Le passate edizioni ufficiali di Balblair erano quasi sempre di nostro gusto, vediamo se il cambio di packaging e di filosofia hanno cambiato anche il liquido.

N: l’anima fruttata di Balblair c’è, e c’è tutta: è un naso super aromatico, con un muro di Berlino di mele rosse, un’aria di marmellata di fragole, prugne fresche… C’è una punta di frutti rossi ‘artificiali’, come di sapone ai f.r., o candela ai f.r. – si noti pure una nota mentolata e balsamica davvero interessante. Se trovassimo del gelato alla pesca, ci prendereste per matti? Forse sì. E uno yogurt alla banana, questo lo ritenete più plausibile?

P: molto intenso, sicuramente, piuttosto fruttato – e certo però l’apporto del barile in fase di finish gli appiccica sopra un che di troppo artificiale, forse… Ci viene in mente il Croccante (o Concertino, secondo altre marche), il gelato: cioccolato, granella, panna e amarena. Banana, ancora, e anche panna cotta. Fruttatissimo, anche al palato. Uva passa.

F: limone dolce, per racchiudere un senso compatto di dolcezza e acidità agrumata. Lychees.

Molto “moderno”, questo Balblair 15 ci sembra molto caricato dal legno, ha un senso di “costruito” che facciamo fatica a collegare alla nostra immagine della distilleria. Al contempo, sembra un po’ più giovane di quel che è. 82/100 la valutazione, e così su due piedi, ad essere sinceri, ci piace meno dei vecchi vintage. Ma assaggeremo anche gli altri e cambieremo idea, d’altro canto tutto scorre, no?

Sottofondo musicale consigliato: Cousin Stizz – Jordan Fade.

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Ledaig 7 yo ‘Artist collective #1.2’ (2010/2017, LMDW, 57,1%)

Tutto si può dire dei francesi, che siano un popolo altezzoso e senza dio, che mettano l’aglio anche nel tiramisù e che i campioni del mondo siamo noi, popopoppopopo… Però se usciamo un attimo dalla dinamica da stadio o da barzelletta, bisogna riconoscere che quando fanno qualcosa difficilmente la fanno male. Prendiamo ad esempio il whisky, che tangenzialmente è anche quello di cui ci occupiamo qui. La Maison du Whisky della famiglia Bénitah è un’istituzione mondiale che – oltre a distribuire la qualunque e ad organizzare il Whisky Live di Parigi – trova pure il tempo di imbottigliare. Una delle etichette, spin off di “Artist”, è “Artist collective”, che riunisce in “collezioni” single malt dal packaging delizioso realizzato da artisti contemporanei. Bene, sfogata così la nostra espressività repressa e frustrata dal non aver fatto il Dams (dove pare il sesso libero fosse in ogni piano di studi), ci versiamo questo Ledaig 7 anni proveniente dalla prima serie: è stato distillato nel 2010 ed è un assemblaggio di 7 barili ex-Bourbon da cui sono state tratte 1785 bottiglie a 57 gradi. L’illustrazione è “3 bid_4 ask” di Bruno Saignez. Avessimo fatto il Dams forse lo conosceremmo, invece non abbiamo la più pallida idea di chi sia, beviamo e basta.

ldgmdw2010N: molto aperto, molto aromatico e pure molto buono, si capisce da subito. Note di mare, di ostriche, di alghe… Il fumo è massiccio, molto aggressivo e un po’ chimico: porto di mare, grigliata di pesce, tubo di scappamento. C’è quell’intensità sgarbata a cui ci ha abituato la distilleria Tobermory soprattutto quando distilla malto torbato. C’è poi una presenza robusta di limone, anche limonata zuccherata. Sale col tempo la torta Paradiso, un che di zucchero a velo che arriva dritto dritto dalle botti di Bourbon. Sempre più erbaceo, col tempo, ma anche sempre più dolce (ci pare di sentire una caramella Leone, qualcuno addirittura dice alla fragola).

P: qui è decisamente più dolce, in senso molto positivo. Intendiamoci, la torba è ancora il primo sentore che entra in scena, con fumo aggressivo, pepato, minerale e chimico. Eccezzziunale veramente. E il limone… quanto limone! Subito dopo esplode la dolcezza, coerente col naso: è una dolcezza influenzata dal barile, con vaniglia, pasta di mandorle e torta Paradiso – ma il tutto è perfettamente integrato e bilanciato. Anche qui molto erbaceo e vegetale, con bordate di pesca bianca e tanto distillato giovane giovane in evidenza. Ah, è a 57% ma uno neanche ci fa caso.

F: molto, molto lungo, con una torba chimica, da plastica bruciata e ancora un fumo acre; a cui si aggiunge il pesce, una marinità di ritorno che al palato sembrava ormai un mero ricordo. Limone, tantissimo.

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L’Artist Collective mentre si esercita su una nuova label

In un’altra vita probabilmente eravamo balenieri o guardiani del faro, perché il whisky costiero ancora esercita su di noi un fascino atavico. Figuriamoci poi un mostro di intensità e di inspiegabile equilibrio come questo giovincello, dove tutto è al massimo volume senza che una sola nota esca dallo spartito. Perfino la gioventù e l’alta gradazione qui diventano una qualità. 91/100, un’opera d’arte.

Sottofondo musicale consigliato: Art Brut – Alcoholics unanimous.

Caol Ila 15 yo (1980/1995, Sestante, 40%)

Perché confrontare due Caol Ila di decenni diversi? La vera domanda, caro lettore rompiballe, è “perché non farlo?”, e infatti noi lo facciamo. Oggi assaggiamo un Caol Ila del 1980, imbottigliato da Sestante 15 anni dopo a gradazione ridotta. Sestante è marchio dietro cui si celava il grande Rino Mainardi, pioniere del whisky in Italia e, a detta di quanti lo hanno conosciuto da vicino, il miglior naso di sempre – noi che lo abbiamo solo incrociato a una grigliata dobbiamo di certo riconoscergli che tutto quello che abbiamo assaggiato di suo era davvero eccellente.

N: clamoroso. Tropicale, erbaceo, balsamico, una torba lieve e integratissima… Boule dell’acqua calda delicatissima, poi aloe vera, foglie – una setosità erbacea seducente. Poi ananas, anzi: il succo ananas e aloe, se esiste (Zucchetti giura di sì), un po’ di cocco, un sacco di lime. Una punta di borotalco. E la cosa incredibile è che è un tutt’uno, pieno, compatto, tutto unito.

P: la coerenza fatta dram. Peccato fosse solo a 40%, un pelo d’intensità in più l’avrebbe reso indimenticabile. Tropicale ed erbaceo ancora, in più mostra una torba più evidente, con fumo, un senso di bruciato. Agrumi freschi, con note mentolate e leafy davvero incantevoli, setosi, delicati ma compatti.

F: erba fresca tagliata, un bruciato di cenere, forse un poco di canfora. Amaruccio, pulito, agrumato e con una timida sapidità che fa salivare.

Ma com’è che i whisky di Islay di quegli anni finiscono tutti per mostrare quelle note fruttate incredibili, com’è che esibiscono una torba vellutata, delicatissima… Notevole davvero. Questo Caol Ila ha cose che lo dovrebbero tenere a vette altissime di punteggio (il naso è clamoroso), resta un po’ giù solo per l’intensità al palato. 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Yuma – Smek (Rey & Kjavik rmx).

Blair Athol 30 yo ‘Fighting Fish’ (1988/2018, Jack Wiebers, 47,8%)

Al Milano Whisky festival dell’anno scorso girava un losco figuro con pochi capelli e bottiglie sotto al cappotto, bottiglie che proponeva agli amici con fare carbonaro e vagamente criminale – insomma, come potete uno che ci piace. Questo figuro ci ha omaggiato di un sample di un Blair Athol di 30 anni di Jack Wiebers: potevamo forse rifiutare? Potevamo forse esimerci dall’assaggiarlo? Giammai. E dunque eccoci qui.

N: uh, che pienezza, che profondità, che bontà. Impattiamo subito su un monumento di favo di miele, poi arriva un bastimento carico carico di… frutta tropicale ipermatura, papaya e maracuja quasi passate. Chinotto, un sentore di scorza di agrume; c’è un mentolato zuccherino, molto denso e particolare. Aghi di pino. Marmellata di pesca, o forse di albicocca. Eccellente.

P: esplosivo, molto buono, anche se vista la gradazione l’alcol punge fin troppo, appare un slegato. È un succo di frutta tropicale zuccherino e dolce, con infuse delle erbe, eucalipto e genziana – a dispetto della bontà di questo whisky, speriamo che nessuno lo faccia davvero. Ancora chinotto. Caramelle al rabarbaro.

F: lungo e persistente, ancora tropical, dolceamaro, molto erbaceo e balsamico.

91/100, senza indugi. Peccato solo per quel palato così alcolico in impatto, saremmo stati ancora più alti con il voto probabilmente – ma intendiamoci, siamo di fronte a un campionissimo e la colpa è nostra che non abbiamo avuto cuore di diluire con acqua. Grazie Riccardo, aspettiamo che tu ci stupisca anche quest’anno.

Sottofondo musicale consigliato: Clarence Carter – Snatching it back.

Octomore ‘06.2’ (2014, OB, 58,2%)

In origine destinato al mercato del Travel Retail, questo Octomore 06.2 esibisce i muscoli dichiarando di essere prodotto a partire da orzo torbato a 167ppm. Ci risparmiamo il solito pippone sul gioco a chi ce l’ha più torbato, sul senso di un’operazione come quella fatta da Bruichladdich, e invece passiamo rapidamente all’assaggio. In questo caso, si tratta di un whisky invecchiato per 5 anni in barili ex-bourbon e di legno francese (ex-Cognac Limousine, se non andiamo errati).

N: che strano… Il profilo è veramente inatteso, colpisce fin dall’inizio con note molto ‘grappose’, di distillato astratto, bianco. Ansalone, che beve con noi, dice che gli ricorda un Hobstler, un distillato di frutta tedesco, e noi, che per pudore non facciamo domande, ci fidiamo. Lievemente marino e molto balsamico. Zucchero bianco. La torba acre, fumosa e vegetale (ricordiamo, il whisky è molto giovane), abbinata a quel lato distillatoso, ci ricorda curiosamente un mezcal.

P: si inizia sulla frutta (sul distillato di frutta), snaps, albicocche, mele e pere… Dev’essere l’apporto dei barili. Ancora molta ‘grappa’, molto dolce, un po’ di castagna bollita. Facendo salva un’affumicatura molto intensa, solo in un secondo momento arriva il sapore di whisky, con una lieve marinità. Con acqua… no. Il distillato di frutta prende assolutamente tutta la scena, e non è una buona notizia, se chiedete a noi: diventa inutilmente dolciastro.

F: qui diventa leggermente pescioso, per il resto rimane un senso di distillato di pera che onestamente con tutta questa torba e questo fumo continua ad avere poco a che fare.

Bisogna riconoscerlo: è un esperimento, più che legittimo e che è stato decisamente approvato dal mercato. Molto bene, niente da dire – e però per noi, in tutta onestà, non è un esperimento riuscito (anche se ad esempio Serge apprezza molto di più). 79/100. Grazie a Davide per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Gozu – Meth Cowboy.

Macduff 32 yo (1980/2012, Laida Weg, 48,3%)

Torniamo a parlare di Laida Weg, un albergo/resort visionario in fondo alla Val Sesia, ormai purtroppo chiuso da qualche anno… O meglio, torniamo a parlare del suo ex-proprietario, Flavio Tognon: grande appassionato di whisky e collezionista, all’epoca decise di dotare il nuovo hotel di un whisky bar che potesse fare invidia ai migliori alberghi d’Europa. Per raggiungere l’obiettivo, Tognon fece anche qualche imbottigliamento, in passato ne abbiamo già assaggiato qualcuno: oggi mettiamo il naso su un Macduff di 32 anni, distillato nel 1980 e imbottigliato nel 2012 a grado pieno. Grazie ad Alessandro che ci ha portato il sample, ormai tanto tempo fa…

N: volevate l’eleganza di un buon distillato lasciato per decenni in un buon barile? Eccola. È compattissimo, tutti gli aromi sono fusi assieme alla perfezione e sezionarli per una degustazione pare quasi un delitto. Subito c’è una tropicalità intensa e delicata al contempo, affinata: note di papaya (di succo di papaya), poi frutta molto matura. Una patina lieve di cera. Caramelle Rossana: il ripieno, però, tiene a sottolineare Corrado. Un sentore di limone. Punte erbacee, quasi mentolate, ci viene in mente il tè earl grey. Biscotti burrosi, latte e miele. Bouquet di fiori secchi. Fantastico.

P: al tavolo si sono sprecate le peggiori imprecazioni, tipiche del giubilo più sfrenato. Esplode una centrale nucleare di frutta tropicale, dimensione che si prende tutta la scena. È succosissimo, poco cremoso, con una devastazione di papaya, maracuja, goyaba, ananas… Biscotti al burro, tè freddo zuccherato, agrumi (bergamotto e un velo di albedo). Ancora floreale, diciamo convinti “gelsomino”. Ancora, fantastico.

F: lungo, persistente, ecco ancora frutta tropicale, ancora agrumi, shortbread…

È vellutato, lievissimo, succoso, con l’intensità del grado pieno e la bevibilità di un succhino da bere all’intervallo alle scuole medie. Straordinario, eccellente, vale ogni centesimo possibile (online si trova a un prezzo altino, a dir la verità, ma tant’è). 94/100. Delizioso, di whisky del genere ne berremmo a tazze, a colazione, a pranzo, a merenda. Magnifico.

Sottofondo musicale consigliato: Drake – Passionfruit.

Benrinnes 19 yo (1997/2017, Claxton’s, 51,5%)

Speriamo che questo signore sia andato in pensione

Dobbiamo ammettere che, per quanto qui e là ci piaccia atteggiarci da grammar nazi, stigmatizzando ogni errore, soprattutto quando riguarda agenzie di comunicazione pasticcione che lavorano per multinazionali amanti delle borsette (ehm), anche noi abbiamo i nostri problemi: e quello principale, non c’è verso, riguarda un imbottigliatore indipendente che apprezziamo molto oltretutto, cioè Claxton’s. Una volta su due lo scriviamo sbagliato, “Clanxton’s”, forse perché siamo schiavi dello stereotipo e quando pensiamo alla Scozia ci dobbiamo infilare dentro un Clan, chissà… Sta di fatto che stavolta siamo stati attenti: e dunque eccoci di fronte a un Benrinnes di Claxton’s (scritto giusto) invecchiato per 19 anni in un singolo barile ex-bourbon. In un altro momento vi parleremo della tripla distillazione parziale di Benrinnes – perché oh, fa caldo, dateci pace.

N: da subito si mostra molto Benrinnes, e dunque – nella nostra esperienza limitata – molto fruttato: quindi ecco una teoria di frutta fresca, con ananas, delle gustose prugne fresche, anche una lieve acidità da agrumi (arancia soprattutto). Miele, di quelli freschi e floreali; forse anche un che di menta selvatica. E scriviamo “selvatica” perché siamo degli amabili cialtroni. Marzapane. Non sapremmo trovare molto di più, ma quel che troviamo ci basta.

P: davvero esplosivo, molto coerente con il naso e molto compatto. Che piacevolezza! Pare un concentrato di frutta, esibendo ancora note di ananas, albicocche mature, mela e arancia. C’è anche qualcosa di goduriosamente cerealoso, forse fette biscottate? Un pit di pepe bianco. Cioccolato bianco, a testimoniare una dolce grassezza.

F: molto fresco, con eruzioni balsamiche. Sarà la suggestione dataci da Angelo, ma ci pare di trovare una lievissima salinità.

Mentiremmo se dicessimo di aver trovato il Sacro Graal della complessità: ma mentiremmo anche se sminuisismo la grandezza di questo whisky, che è – semplicemente – piacevolissimo da bere. Fruttato, dolcino, con note erbacee e lievemente balsamiche a rinfrescare il tutto. Perfetto per l’estate, e siccome è estate, beh: bevetelo. 88/100. In vendita su Whiskyitaly, che peraltro lo importa in Italia.

Sottofondo musicale consigliato: Anderson .Paak – Parking Lot.

Glenlivet 10 yo ‘Collective’ (2007/2018, The Artist, 48%)

gli alambicchi responsabili di questo whisky

Uno degli aspetti più affascinanti del mondo Scotch è la complessità delle relazioni tra le distillerie, degli intrecci tra gruppi e personaggi – complessità se vogliamo speculare a quella del whisky come distillato. Botti, persone, addirittura pezzi di distillerie circolano per la Scozia spesso grazie a un’amicizia, a una qualche istanza commerciale magari risalente a qualche decennio fa. Da appassionati è una caccia al tesoro risalire alla fonte storica di un sentore, rintracciare un destino lontano nascosto in una frase nel retroetichetta. Un esempio curioso arriva dai permessi (o dai dinieghi) che gli indie bottler ricevono sulla possibilità di indicare in etichetta il nome della distilleria da cui hanno acquistato il barile. Da anni Glenlivet ha una politica molto restrittiva in questo senso, ma oggi assaggiamo due barili selezionati e sposati da La Maison du Whisky nella serie Collective The Artist, e – sorpresa! – ecco apparire la distilleria “valle del fiume Livet” sulla bottiglia. A cosa si deve il privilegio di far riferimento a una delle distillerie più longeve e vendute di Scozia? Certo non lo sappiamo noi, chiedetelo a Lmdw oppure smarritevi nella complessità proteiforme di poco fa, ché noi abbiam da bere…

N: molto interessante, ci aspettavamo un ruffianone e invece no. C’è subito un agrume netto, che potrebbe essere arancia o mandarino; facciamo mandarancio e la chiudiamo così. Una punta metallica, che ricorda il profumo delle sale degli alambicchi, poi note erbacee, da distillato, cereali caldi. Fiammatine fruttate qui e là, soprattutto di mela (chips di mele). Decise note acetiche, aceto di mele?

P: ottimo corpo, molto grasso e masticabile. Ancora agrumato, con mele rosse, chips di mele, toffee. Colpisce, soprattutto con un pelino d’acqua, una nota sulfurea inattesa (zolfo, proprio, cerino). Ancora cereali, un sacco di carruba.

F: abbastanza lungo, tutto su toffee, frutta secca e cereali.

Nella miriade di combinazioni possibili di cui si parlava in ingresso capita anche di assaggiare una delle distillerie più blasonate al mondo selezionata da uno dei whisky shop più famosi e capaci al mondo e di rimanere contenti a metà. Questo Glenlivet francamente non ci ha entusiasmato, il naso non ci convince, mentre il palato regala degli spunti, ma quella nota sulfurea rimane lì più come un punto interrogativo che non come un tratto del carattere. Complessivamente resta un buon whisky, per carità, ma noi ci fermiamo a 82/100.

Sottofondo musicale consigliato: Tredici Pietro feat Madame – Farabutto.

Aberlour A’bunadh (2017, OB, batch #60, 60,3%)

Era l’oramai remoto 1998 quando ad Aberlour, distilleria di punta dello Speyside, ebbero un’idea niente male: creare un whisky senza età dichiarata, giovane certamente, ma che non fosse un pretesto per vendere a caro prezzo qualcosa di modesto o ancora immaturo; piuttosto l’A’bunadh (dal gaelico “origine”) sarebbe stato un whisky estremamente connotato (solo ex sherry Oloroso casks), prodotto in piccoli batch (oggi abbiamo sfondato i 60), e messo in bottiglia così come mamma l’ha fatto (non colorato, non filtrato a freddo, a grado pieno). Risultato: un whisky estremo eppure franco, godibile. Vediamo se questo batch conferma la nomea…

Aberlour A’Bunadh, batch #60

N: l’impatto è aggressivo, l’alcol decisamente non si nasconde, comme d’habitude… Note viniliche, di vernice, in primo piano. Legno fresco, mobili nuovi, anche un sentore erbaceo che guarda direttamente al distillato. Dietro, col tempo arriva il lato più brioscioso e fruttato di Aberlour: brioche ai frutti rossi. Note di cola, di chinotto; poi una nota inaspettata di confetti, di pasta di mandorle. Uvetta.

P: complessivamente ci convince più del naso. Frutta molto succosa, arancia candita, ancora molto agrumato. Ancora note erbacee, al limite del balsamico, e spezie. Ovviamente frutta rossa, ciliegia, molta uvetta (e canditi: se dicessimo “panettone”?). L’acqua lo rende molto più succoso e godibile, in tutta onestà possiamo dire che lo migliora.

F: il primo sentore è molto erbaceo, poi prendono il sopravvento cioccolato e ciliegia.

Possiamo dire di aver assaggiato qualche batch di A’bunadh negli anni e la serie, a 20 anni dalla nascita, non sembra mostrare i segni del tempo, non tradendo i principi che l’hanno ispirata pur nella diversità dei vari lotti. Questo batch 60 non è forse il migliore mai bevuto, con un naso e un palato molto diversi tra loro, ma si mantiene su livelli di piacevolezza che traduciamo volentieri in un 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: College & Electric Youth – A Real Hero.

Botti da orbi – recensioni dal Whisky revolution festival

Torna la rubrica di recensioni di Marco Zucchetti, che ritroviamo ispirato come un trequartista brasiliano nelle giornate di grazia. Questa settimana lui e la sua folta barba tornano a Castelfranco Veneto, per la seconda parte del florilegio dal Whisky Revolution Festival (qui la prima, per chi se la fosse persa).

Clynelish 12 yo (2005/2018, Gordon&MacPhail, 55,1%)

Così come ti aspetti di finire con la bocca incendiata a pietire acqua e pane quando assaggi il chili messicano, ormai ti aspetti di immergerti nella cera appena ti avvicini a un Clynelish. Ma qui no, i refill sherry butt e l’alta gradazione funzionano da carta da regalo. Bisogna scartarlo. Senz’acqua al naso se la giocano note di miele d’erica e burro, con noce moscata e vaniglia. C’è della frutta (mango?) e dell’agrume, più arancia che limone. Forse un tocco acidino, non si sa bene se fruttato (mela renetta) o il burro che si fa rancidino. In bocca è dolce, malto fruttato, ananas, nocciole e di nuovo miele, ma stavolta biscotto al miele. Cioccolato al latte e un retrogusto di arancia amara. Bon, adesso però dato che per il 70% siamo fatti d’acqua, mettiamone una goccia. Sortilegio. Al naso ecco la cera, aromatica, con fiori di campo e una suggestione zuccherina di uva bianca. E in bocca, che miglioramento. Anche qui fiori, propoli, arancia e pepe bianco. Si rilassa, diventa confortevole e si lascia andare a un finale dolce, di mou, con zenzero e una frutta gialla matura. Senz’acqua è dignitoso, con acqua diventa un gran bel dram primaverile.

Trasformista. 86/100

Kilkerran 11 yo (2007/2018, Cadenhead’s, 58,1%)

In ogni videogioco c’è il mostro che non riesci a battere perché non trovi il punto dove colpirlo. Questo Kilkerran è un po’ così, il rompicapo del festival. Grado alto, sherry pesante, torba, marinità: mancano solo prosciutto e funghi per farlo diventare la pizza Capricciosa degli scotch. Intimiditi da tanta varietà di stimoli, ci si butta il naso. Olive nere arrostite, torba sporca ma piuttosto evidente. È umido, ti porta in un luogo tra la stalla (fieno umido) e la cantina. C’è del tabacco, i chicchi di caffè emergono nitidi insieme al caramello bruciato. La frutta è scura, prugne di ogni tipo e noci. Curioso tocco acido, come di vomito. Mi pare di sentire mia madre che si indigna: “Bleah, che schifo!”. Ok, allora bucce di prugne aspre. Con l’acqua la salamoia (marchio di fabbrica) si fa più netta, l’acidità diventa di vino. E anche divina. In bocca lo sherry è appiccicoso, caramello e caffè. Tantissima dolcezza, cioccolato (il caro vecchio Mars). È sciroppato, ma anche grasso. Pesce grasso affumicato, tannino sottoforma di chiodi di garofano. Sapori XXXL, pesi massimi che si confrontano fra dolcezza e bruciato. Vince la prima, con frutti rossi sciroppati, cioccolato al latte e un fumo che rimane a rassettare il campo di battaglia. Bella sfida, un gran bel casino sensoriale, come se Yin e Yang si prendessero a testate. L’acqua non gli cambia volto, rimane piuttosto omogeneo. La prepotenza con cui si impone la dolcezza non è bellissima, ma è uno di quei whisky che ti tengono compagnia per ore dopo averlo finito. Certo, devono piacere i rompicapi, i gusti estremi, i piercing, i formaggi puzzoni, il grunge, il calcio del West Ham. Se non volete regole e giornate facili, è fatto per voi.

Taglia forte. 87/100

Old Perth 2004 13 yo (Macallan and Highland Park, 43,8%)

Alla prima occhiata pensi di avere un problema di cataratta o daltonismo selettivo, probabilmente non vedi bene i colori, ma solo i liquidi. Ha 13 anni ma è scurissimo, di un mogano scuro che ben sta su rum e Armagnac. Appurato che la tua vista è ancora buona e che il colore è solo colpa di quel birbante dello sherry, dai una snasata. E pensi di avere un problema spaziotemporale: meglio controllare di essere ancora nel XXI secolo, perché dal bicchiere ti arrivano suggestioni ottocentesche di vecchia biblioteca, poltrone di cuoio, tabacco da pipa, un che di cantina. Quanta è bella giovinezza lasciatelo dire ai poeti rinascimentali, noi si preferisce la vecchiezza. Il naso non vuole staccarsi, ci pesca ancora more, uvetta, cioccolato fondente, chiodi di garofano, perfino un filo di torba e dei frutti scuri, tipo more. Sembra Benjamin Button, ha 13 anni ma dimostra i secoli. E cambia parecchio, in dieci minuti le note stantie si dissolvono e resta una dolcezza di panettone e amarena sciroppata. Forzandosi (il naso è tiranno, vorrebbe tenerselo tutto per lui), gli dai un sorso. Severo come la signorina Rottermeier, secco come la nota di una maestra. Lo sherry è sovrano, il legno impera. Ci sono le note amare dei Macallan (noci, caramello bruciato), il lato fruttato è limitato a un tocco di fragola, si gonfiano le spezie con pepe nero e cannella. La dolcezza è limitata al malto, ma anche se in secondo piano si avverte. Il fumo di Highland Park cuce insieme l’arazzo. E quando pensi di averlo capito, nel finale assai lungo ecco il sorprendente ritorno delle more (come le vecchie e care Big Fruit), un tocco di cola, uvetta a piene mani. Ecco, ci sarebbe da prendere un aereo, andare a suonare alla porta di Morrison&Mackay e implorarli di ritrovare quella botte, se ancora c’è. Buttare via il Billy dell’Ikea, la pianta che tanto viene l’inverno e di sicuro muore. Farle spazio e metterla in casa, come l’opera d’arte che è stata.

Storiografico. 90/100