Milano Whisky Festival 2018: i terzetti

Finalmente, l’evento più atteso dell’anno whiskofilo è arrivato: sabato e domenica ci sarà il Milano Whisky Festival, come sempre al Marriott, in via Washington a Milano. Per il sesto anno di fila noi parteciperemo attivamente, e non solo passivamente sventolando il bicchiere davanti al povero standista: saremo infatti al banchetto di Beija-Flor, importatore di Cadenhead’s, Springbank, GlenDronach, Arran, Kilkerran, Tullibardine, Kilchoman, Bladnoch, Tomatin e Glenglassaugh, a diffondere la nostra malintesa sapienza e la nostra contagiosa passione a quanti avranno voglia di bersi un dram con noi.

Anche quest’anno abbiamo selezionato, nel portfolio dell’importatore, dei percorsi di degustazione, dei terzetti da proporre con la formula del “bevi 3 paghi 2”: come potete vedere qui sotto, ci saranno imbottigliamenti davvero ghiotti… Insomma, ci sono tutte le premesse per divertirci, no? Vi aspettiamo!

Glengoyne 20 yo (1996/2016, First Editions, 60,4%)

First Editions è una delle tante etichette del famoso imbottigliatore indipendente scozzese. Si tratta di imbottigliamenti a grado pieno, non filtrati e senza aggiunta di coloranti. Le premesse sono ottime, dunque. Curiosamente di questo ventennale Glengoyne ne esistono solo 83 bottiglie, dettaglio che potrebbe far pensare a un uso parziale del liquido contenuto della botte. Ma noi siamo gente semplice, non ci facciamo troppe domande: vediamo un Glengoyne invecchiato in una botte ex sherry e siamo felici!

glengoyne-20-year-old-1996-cask-12825-the-first-edition-hunter-laing-whiskyN: la coltre alcolica è molto fitta, è ostico avvicinarsi sulle prime. Per ora si distinguono le forme dell’uvetta, della brioche all’albicocca, della nocciola e di un’essenza di arancia; per il resto poco espressivo, ma è la gradazione a chiudere. Con acqua, si confermano le note di prima, ma restano più affrontabili, più gradevoli, percepibili a pieno. Poi anche miele liquido, dolce; il profumo del legno caldo al sole. Ancora iper-burroso, con sentori di pandoro, di pasta di mandorle, di glassa della colomba (oggi ci vengono in mente dolci festivi, che ci volete fare).

P: anche qui, a grado pieno è un po’ ostico, l’alcol brucia e copre il dipanarsi dei sentori: resta il burro caldo, la pastafrolla e un che di sciroppo d’acero, forse; zucchero liquido, brioche e ancora arancia dolce. L’acqua concede lo stesso cambiamento del naso, in un vero festival della coerenza: quanto già detto quindi, ma più amplificato e piacevole. Ancora burroso, anche in questa fase.

F: lungo e intenso, molto persistente, con tanta frutta secca burrosa (nocciola e mandorle). Una punta erbacea.

Per una volta la gradazione alta è penalizzante, va a chiudere un profilo che una volta dispiegato si rivela piuttosto gradevole anche se abbastanza ordinario – consideriamo anche i vent’anni di invecchiamento. Buono ma ‘banale’, senza guizzi: vien da chiedersi se forse non sarebbe stato meglio, per una volta, imbottigliarlo a grado ridotto (sì, lo sappiamo, non ci riconosciamo più neanche noi): 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: John Lee Hooker – Wednesday Evenin’ Blues

Bunnahabhain 18 yo (2017, OB, 46,3%)

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come si fa a non amare Bunna?

Bunnahabhain è una delle nostre distillerie del cuore, su Islay: tradizionalmente responsabile di whisky non torbato, rivelando così un passato incentrato sulla produzione di materiale da blended, è collocata in una delle zone più suggestive dell’isola. A pochi chilometri da Port Askaig, la strada che vi giunge – che passa pure di fronte alla nascitura Ardnahoe – è di una bellezza mozzafiato, tra laghi, torbiere, pecore, fagiani e continui saliscendi. Oggi assaggiamo il 18 anni di distilleria, difficile da reperire in Italia visto che – per ragioni legate al portfolio della proprietà – non ha ancora trovato un distributore ufficiale sul patrio suolo. Pensate che cuore!, siamo andati fino in Scozia per prenderne un campione, e questo solo per voi. SOLO PER VOI!

bunob.18yov2N: molto aperto e aromatico, rotondo. Brioche al burro, croissant all’albicocca, ma anche quelle sfogline al burro vicentine; tante note agrumate, marmellata di arancia amara. Si promette appiccicoso, con note dense di miele, di caramello; cremoso, da pasticcino alla fragola. Cioccolato fondente. Frutta varia, molto matura e quasi cotta: mele rosse, prugne. Un vago senso di aria di mare. Biscotti speziati di Natale.

P: innanzitutto, è bello pieno, con un corpo molto appiccicoso, denso. Piuttosto coerente, squaderna una arancia calda, densa, ‘marmellatosa’. Stecchetta di cannella. Ha una patina minerale e iodata, forse rivelando una leggera torbatura, che dona complessità all’esperienza. Dimentichiamo di menzionare un dolcetto burroso, che ancora diremmo brioscia.

F: medio-lungo, persistente, con scorzetta d’arancia, un lato mineral-torbato e qualcosa di dolce e burroso.

86/100, buono, soddisfacente, molto classico, rotondo e con un’adeguata complessità. La quota di barili ex-sherry, sia a primo riempimento che refill, è piuttosto evidente, così come la ‘ciccia’ di un distillato che esce dagli alambicchi più grandi e grossi dell’isola. A nostra opinione, forse preferiamo il 12 anni, che è un poco più ‘fresco’ e costa la metà. Tra i pochi ad averlo in stock, segnaliamo gli amici di Whiskyitaly.

Sottofondo musicale consigliato: Five Finger Death Punch – Wrong Side of Heaven.

Glenrothes 19 yo (1997/2016, Clanxton’s, 53,7%)

In passato abbiamo assaggiato alcune espressioni di Clanxton’s, imbottigliatore indipendente inglese importato in Italia dai ragazzi di Whisky Italy (punto it, per i distratti), ed eravamo rimasti piacevolmente sorpresi. Oggi torniamo a esplorare l’offerta di single casks, e affrontiamo un Glenrothes in sherry del 1997, a grado pieno e non colorato – ovviamente, tsk.

N: mamma mia che intensità! Un single cask veramente carichissimo, il barile certo non si è nascosto… partiamo dalle note fruttate e zuccherine, certo preponderanti: vaniglia, cioccolato, frutta rossa succosissima (ciliegia senz’altro, poi lampone), pandoro, pasta di mandorle. Al fianco si muove inquieta una dimensione piuttosto acida e più sporchina: si va dal panforte alla salsa Worchestershire, da un Tabasco Chipotle a una salsa di soia. Una deliziosa nota di chinotto.

P: il corpo è esplosivo come c’era da aspettarsi, con il legno che non molla di un millimetro e strizza il palato coi tannini – intendiamoci, si spinge fino al punto di non ritorno dell’astringenza, ma fermandosi proprio sulla linea – ci vorrebbe la Var per decidere. Abbiamo ancora una frutta rossa spettacolare ed esplosiva, in stile gragnuolata di bombe di ciliegia e fragola. Il lato sporchino del naso è tutto sul tabacco da sigaro, arrivando quasi ad avere note di cenere, di posacenere.

F: frutta rossa a profusione, ancora tabacco e questo strano senso di fumo.

89/100, molto carico, l’astringenza da sherry monster forse a tratti è quasi eccessiva, ma si ferma appena prima di diventare un errore imperdonabile – e come spesso accade in questi casi, a un gol quasi subìto segue gol fatto, e noi siamo in curva, col fiaschetto pieno, a festeggiare. Evviva!

Sottofondo musicale consigliato: Lucio Dalla – Telefonami tra vent’anni.

 

GlenDronach 25 yo (1992/2017, cask #63, OB for Beija-Flor, 57,6%)

Nei mesi scorsi Beija-Flor, importatore di GlenDronach già responsabile di alcuni imbottigliamenti magnifici (qualcuno ha ancora in mente il cask #35, forse?), ha presentato la sua ultima selezione: si tratta di un single cask di 25 anni, maturato in un barile ex-sherry Oloroso ed imbottigliato nel settembre 2017. Noi avevamo già avuto la fortuna di assaggiare il campione della botte a maggio, quando la scelta non era ancora definitiva, e ci era parso molto buono, con tutto quello che uno può attendersi da un single cask di GlenDronach – ora però è tempo di dedicargli un po’ più di attenzione.

N: la gradazione è importante, e ovviamente (pur non lasciando scorie aromatiche) trattiene un po’ il pieno dispiegarsi dei profumi – ma che davanti a noi ci sia un top player, beh, questo è fin troppo evidente. Rivela da subito i suoi tanti anni di invecchiamento con generose note di legno (non di botte: proprio vecchi mobili di legno), una sorta di guscio, di gheriglio. Ascoltandolo meglio, col passare del tempo si palesa un meraviglioso lato succoso, di frutta rossa intensissima dichiaratamente sherried (ciliegia sesquipedale, poi fragole, lamponi e more, ribes nero), poi un cioccolato “fondente ma non troppo” (pare inevitabile pensare al mon cheri, è chiaro). Frutta secca, con nocciola in primo piano (e perfino una crema di nocciola); torta al cioccolato con uvetta, di quelle che talora vendono in distilleria in Scozia. Fondo di caffelatte. Regge molto bene l’acqua, che non cambia le carte in tavola ma, per così dire, armonizza il tutto. Il legno si ‘apre’, diventando più dolce, più aromatico (sandalo?).

P: masticabile e densissimo, senz’acqua resta piuttosto chiuso e un po’ astringente: ci sono note di chicchi di caffè, di fave di cacao, di legno, perfino di polvere, di tabacco di sigaro (molto intenso), di noci. Solo in disparte paiono agitarsi le note più fruttate, che riescono a farsi però pienamente succose: ancora ciliegie e fragole. La struttura è molto solida e complessa, l’acqua taglia decisamente l’astringenza legnosa e rende tutto più morbido: si sprigiona un lato speziato e dolce, tra lo sciroppo d’acero, il tamarindo, un mix di spezie (ci vengono in mente cannella e pepe nero).

F: molto lungo e persistente, tutto sul legno tostato, sul tabacco, e solo dopo un po’ esce quel mix di frutta rossa e frutta secca che tanto ci sconfinfera.

Un whisky certo complesso, in continua evoluzione e di grandissima intensità, che se dovessimo posizionare in un universo di GD bevuti definiremmo come ‘secco e tagliente’, di certo lontano da certe opulenze cremose riscontrate in passato. Soprattutto il palato, con quelle note lievemente astringenti e tabaccose, si fa più difficile, e richiede senz’altro qualche goccia d’acqua per dispiegare appieno il suo potenziale. 90/100, complimenti a GlenDronach per la qualità sempre alta, complimenti a Beija-Flor per l’ennesima selezione riuscita.

Sottofondo musicale consigliato: Royal Blood – You can be so cruel.

Lagavulin Distiller’s Edition (2001/2017, OB, 43%)

Prima di Natale abbiamo assaggiato un buon Talisker Distiller’s Edition: poco dopo, per mero spirito analogico, abbiamo pensato di berci anche il Lagavulin DE del 2017, anch’esso caratterizzato da una extra-maturation in sherry Pedro Ximenez. Lo ricordiamo come il migliore della collezione Diageo Distiller’s Edition…

N: facciamoci prendere dalla suggestione del paragone, rispetto all’omologo Talisker DE bevuto poco prima il profilo cambia – e cambia a livello qualitativo, perché gli ingredienti, in qualche modo, sono simili. Anche qui la marinità è in evidenza, ma in modo ancora più spiccato: iodio e salmastro, alghe, ostriche – tagliente, sferzante. In più, aumenta un senso di torba terrosa, minerale, con un fumo acre ancora molto forte. La vera differenza, se ha senso paragonare distillerie e invecchiamenti diversi, è nella qualità degli aromi ‘dolci’ e zuccherini: troviamo qui liquirizia, uvetta; ciambellone e, più speziato, pan dei morti. Arancia rossa. Molto carico, eppure molto elegante.

P: inizialmente paga un po’ dazio ad una gradazione così ridotta, che ne penalizza l’esplosività – anche se bisogna riconoscere che il corpo ha una sua pienezza, non delude affatto. L’attacco è di mare: alghe e acqua di mare, poi ancora un fumo smoggoso e acre di torba. Poi, arrivano bordate dolci: caffè zuccherato, liquirizia, arancia rossa; caramello. Viene in mente il bacon, il grasso di maiale in cottura sulla brace. Le due anime (isolanità torbata e dolcezza sherried) si mitigano a vicenda, raggiungendo un ottimo equilibrio, non perdendo in intensità.

F: caffè zuccherato, ancora tanta arancia, poi liquirizia. Molto molto bruciato, poi bacon, poi ancora iodio.

87/100. Proprio buono, davvero molto elegante. Se vogliamo dirla tutta, non è lo stile di Lagavulin che preferiamo, ci piacciono di più quelli nudi, quelli con più quota in bourbon, con legni meno attivi – e però è buono, porcaccia la miseria, non possiamo che ripetere il commento che facemmo assaggiandone una vecchia versione: il distillato di Lagavulin non lo azzittisci, manco con il Pedro Ximenez.

Sottofondo musicale consigliato: Tears for Fears – Break it down again.

Clynelish 1997 (2017, Carn Mor, 57%)

La compagnia Morrison & Mackay è nel business dell’alcol britannico dall’inizio degli anni ’80: dopo liquori, gin e altre amenità, dal 2008 seleziona e imbottiglia single malt scozzese. È nel 2012 che viene lanciata la serie ‘premium’ di single cask con nome “Carn Mor”: e da qualche mese Lost Drams, azienda di importazione e distribuzione di distillati che fa capo al prode Fabio Ermoli, ha portato in Italia queste bottiglie, presentandole in anteprima all’ultimo Milano Whisky Festival. Noi in quell’occasione abbiamo adocchiato alcuni whisky piuttosto solleticanti, e iniziamo ad assaggiarli partendo da un Clynelish maturato in uno sherry puncheon.

N: un profilo sicuramente particolare. Dà l’idea di un whisky pesante, dove gli aromi faticano a uscire dal bicchiere ma che d’altra parte si mostra delicato, assolutamente non alcolico. Piano piano si mostra un profilo levigato, con note di tabacco, tamarindo, cola, una leggera suggestione sulphury di brodo di carne e – perché no? – di cera, in crescita. Soprattutto quest’ultimo rende conto di un distillato bello grasso, capace di dialogare alla pari con la botte. Bontà, ma certo non per i palati (pardon, nasi) in cerca di ruffianeria. Via via si apre, e fa venire in mente le fragole disidratate, o addirittura: certi infusi di frutta essiccata; scorzetta d’arancia secca. Pasticcino con fragola. Ogni istante che passa, diventa più aperto, più profondo, più entusiasmante. Profumo di un sigaro cubano morbido, nuovo, appena uscito dall’humidor. Continuamente cangiante, splendido. Candela di cera aromatizzata alla fragola. Agrumi. Basta, fermati qui!

P: si chiarisca un punto: i 57% non ci sono, non esistono, sono scomparsi, rimasti nella bottiglia, nel sample, chissà. Molto coerente col naso, ha un attacco ‘sporco’ e sulfureo, poi evolve verso una deliziosa cera (di candela, non cera d’api) con innesti di fragole, e man mano va verso un profilo più dolcino, più compiutamente fruttato. Brioche, di quelle tanto, tanto burrose. Esplosiva è la frutta, che appare una frutta ‘cerata’ e cerosa, quasi di marzapane; c’è una bella presenza agrumata, di arancia rossa soprattutto – a tratti appare un’arancia rossa quando è troppo matura, per non dire marcia, che si lega perfettamente al sulfureo. Poi c’è cioccolato al latte, c’è pasta di mandorla.

F: rimane il doppio binario del sulfureo e della delicatezza, in perfetto equilibrio; lascia la bocca deliziosamente impastata di frutta rossa e agrumi sulfurei, senza alcun cenno d’astringenza.

Talvolta, quando abbiamo bevuto qualche dram di troppo e ci sentiamo di poterci sbilanciare su questioni tanto delicate, ci capita di rispondere “Clynelish!” alla domanda “qual’è la tua distilleria preferita?”: e bere whisky come questo non fa altro che rinforzare quella convinzione. Straordinario, un distillato particolarissimo, unico, delicato e grasso al contempo, che si unisce con straordinaria eleganza a un barile – fortunatamente – non troppo marcante se pure certo non passivo. Magnifico. 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Cesare Cremonini – Poetica.

‘Speysider’ 44 yo (1973/2017, Antique Lions of Whisky, 51,6%)

Negli ultimi due anni si sono affacciati sul mercato diversi single cask di whisky prodotto in distillerie non dichiarate dello Speyside a inizio anni ’70, soprattutto nel 1973 – i rumors parlano alternativamente di Tamdhu, Macallan, Glenfarclas… Ma a noi francamente poco importa sapere chi abbia prodotto, ci interessa soprattutto sapere che a prezzi abbordabili – generalmente attorno ai 3/400 euro – sono accessibili whisky di oltre quarant’anni, a grado pieno, nella versione più nobile: il single cask. Anche ALoW, marchio frutto della prestigiosa sinergia tra Silver Seal / Whisky Antique, Lion’s Whisky e Sansibar, ha messo le mani su uno di questi barili e lo ha imbottigliato nella bellissima serie Butterflies, tributo evidente alle prime selezioni di Pepi Mongiardino: e ci pare il massimo berlo proprio oggi, a Natale.

Schermata 2017-12-25 alle 17.07.05N: la gradazione è come se non ci fosse, pare di annusare un succo: e che succo, ragazzi… Certo troviamo, sulle prime soprattutto, descrittori che a leggerli così paiono ‘standard’: un bel miele caldo, brioche, una purea di pere, la mela gialla farinosa, marmellata d’albicocca, dopo un poco anche un po’ di crema pasticcera… Ma poi pian piano si spalanca una nota di whisky vecchio da panico!, con una cera d’api intensissima, vecchi mobili intrisi di polish; poi un lato erbaceo, molto difficile e compatto, che stratifica l’esperienza – potenzialmente – all’infinito. Diremmo camomilla, fieno caldo al sole, d’estate; fiori d’arancio. E la frutta, signori, la frutta!, al limite del tropicale con ananas candito; marmellata di fichi, calda, incredibilmente intensa. Straordinario, un whisky continuamente cangiante, a perdersi nel turbine delle suggestioni si trovano una, cento, mille, strade da percorrere.

P: ha quella forza, quella chiarezza espressiva dei grandi whisky, tanto più sorprendente dopo 44 anni in botte, supportato da una gradazione che non lascia indietro neppure una virgola di intensità – e al contempo i 44 anni l’hanno reso perfettamente levigato! Un capolavoro. Torna il senso di marmellata, in particolar modo di fichi, e poi una frutta gialla poderosa (mele e albicocche dolci); poi ancora cera d’api, zenzero e un pizzicorino da pepe bianco. Crema pasticcera (anzi: proprio il sapore delle torte di frutta!). Un che di erbaceo, vagamente balsamico, duro a morire (eucalipto, diciamo). Scorza di agrume macerata nell’alcol (sappiamo che è un’eresia evocarlo qui, ma c’è un senso di Old Fashioned…).

F: pepe bianco e frutta gialla intensa e succosa, all’infinito; ancora cera d’api.

Stupefacente è la combinazione di eleganza e intensità, combinazione rara da trovare in un quarantaquattrenne: riesce infatti a mostrare tutta la raffinatezza di un whisky invecchiato lentamente, con certe note di frutta e cera che solo lunghissime maturazioni riescono a produrre, e al contempo si mantiene sempre intenso, esuberante quasi. Imperdibile: 93/100. Buon Natale a tutti!

Sottofondo musicale consigliato: Tony Bennett – Have yourself a merry little christmas.

Talisker Distiller’s Edition (2007/2017, OB, 45,8%)

Finalmente, dopo quasi due settimane di astinenza per colpa di influenza particolarmente rognosa, torniamo ad annusare ed assaggiare l’amata acquavite di cereale: e lo facciamo con un whisky che definire “un classicone” pare francamente riduttivo. Si tratta del batch 2017 del Talisker Distiller’s Edition: il 10 anni ‘normale’ (e che bella normalità…) con un ulteriore passaggio in barili ex-Amoroso, una varietà di sherry particolarmente dolce. Abbiamo ricevuto una bottiglia in omaggio da Saporideisassi.it, un sito di e-commerce con base a Matera cui vi suggeriamo di dare un’occhiata: la selezione dei distillati ha prezzi molto interessanti, e il reparto dedicato all’alimentare, ricco di prodotti del territorio, è francamente da acquolina in bocca. Ma torniamo al whisky, suvvia.

talisker-whisky-the-distillers-edition-2007-bottled-2017N: rispetto al DE del 2010 che avevamo assaggiato in una fase preistorica di whiskyfacile, qui stupisce una spiccata marinità, con note costiere, di aria di mare, di alghe, veramente evidenti. Poi c’è una nota di torba sporca, che ci fa venire in mente il gasolio, lo smog. Spostandoci sul versante della ‘dolcezza’, versante su cui complessivamente è sbilanciato questo naso, troviamo note di zucchero di canna, tarte tatin, caramello, qualcosa che ricorda la melassa. Arancia candita, proprio quella del panettone – e un ricordo di panettone, nel suo insieme. Un ulteriore fondo un po’ greve di vaniglia e pasta di mandorle.

P: molto coerente con il naso. Acqua di mare e marmellata di arancia sono fuse in un particolarissimo e rutilante tourbillon, tenuto assieme da un fumo di braci accese, di copertoni bruciati. Fino a qui, tutto bene, con note salate molto piacevoli. La dolcezza è ancora una volta ‘eccessiva’, tra cola, vaniglia, ancora zucchero di canna, caramello e tarte tatin (mele rosse). Buono, piacevole.

F: molto affumicato e bruciacchiato, pieno di caramello e uvetta. Un vago senso di marinità.

Il lato veramente convincente è quello costiero – è quello di Talisker, insomma. A dirla tutta, ci pare strano: è un whisky eccessivo, complessivamente, vive di tanto mare, di tanto bruciato, di tanta dolcezza – e a venire un po’ penalizzate, se vogliamo, sono le sfumature. Ma in fondo che ci frega, è Natale: è un dram che piacerà a tanti, pure a noi, da bere con spensieratezza – non stiamo a sottilizzare. 84/100. Su saporideisassi.com costa 74€.

Sottofondo musicale consigliato: Slaegt – I Smell Blood.

Laphroaig 12 yo (ceramica, anni ’70, OB, 43%)

Giorgio D’Ambrosio e Franco DiLillo hanno da sempre il banchetto più speciale al Milano Whisky Festival: farcito di bottiglie storiche, offre l’occasione per assaggiare prodotti del passato, da collezione, altrimenti inavvicinabili dalla maggior parte dei comuni mortali. Oggi assaggiamo un Laphroaig 12 anni imbottigliato – anzi, inceramicato – negli anni ’70 per il mercato italiano grazie all’intervento di Bonfanti (in etichetta curiosamente – e chissà quanto avvertitamente – anglicizzato in Bonfant, per i più attenti). La distillazione è presumibilmente di inizio anni ’60 e anni ’50, dunque sappiamo di avvicinarci a un pezzo di storia.

N: non abbiamo mai – mai! – annusato un Laphroaig del genere. Molto aperto e avvolgente, delicatissimo e di grandissima personalità; c’è qualcosa che ci lascia subito di stucco, noi che negli anni ’70 eravamo a mala pena un’ipotesi scherzosa da parte dei nostri genitori. C’è una nota balsamica, di eucalipto, anzi: di canfora!, unita indissolubilmente a frutti neri (more, mirtilli e confettura di mirtilli e succo di mirtilli!, ma pure un’escrescenza di fragola…) – per questa incredibile fusione di mondi lontani, ricorda anche certe caramelle balsamiche alle erbe (tipo certe Ricola…). Anche una nota medicinale molto forte: garze, poi mercurocromo, pasta del dentista, sembra a tratti di sentire l’odore delle medicazioni, in ospedale. Un pit di liquirizia, ma quella gommosa – pare di aprire un pacco di Haribo; una suggestione di carruba. La torba, come la intendiamo noialtri oggidì, si lascia appena intuire, molto setosa e velata. Un po’ di iodio, una leggera brezza marina fa capolino di tanto in tanto. Spettacolare.

P: alcuni aspetti del naso tornano in maniera altrettanto sorprendente, e di nuovo riescono a stupire: ancora molto balsamico (sempre eucalipto), ci fa tornare in mente la suggestione di quelle caramelle Elah a menta e liquirizia, ma è una nota intensa e delicata al contempo; il tutto risulta legato da una frutta rossa, anzi nera, davvero profonda, continuamente cangiante (more e mirtilli, talora più acidi, talora più dolci e succosi). C’è un che di latte, anche, anzi piuttosto: panna. Ancora molto legno e liquirizia, con suggestioni di castagne bollite; forse un po’ meno medicinale che al naso, ma di certo la torba s’avanza con potenti note di cenere, legna arsa e grasso di maiale carbonizzato. Al di là dei descrittori, comunque, quel che davvero ci piacerebbe comunicarvi è l’estrema e compatta setosità del tutto, la morbidezza, la delicatezza quasi.

F: lunghissimo e intenso, si parte con quella nota di Elah a menta e liquirizia, dolce e zuccherina, e poi si prosegue a lungo con quel nitido senso di grasso di maiale bruciato e fumo, di braci ancora accese.

Ah, una volta erano così i Laphroaig? Non potevate dircelo prima? Cosa abbiamo fatto di male per meritarci il 10 anni di oggi? Ancora una volta, siamo schiacciati dall’esperienza: pensare che un whisky del genere, così diverso da quanto siamo abituati ad assaggiare, fosse la norma – beh, è stupefacente. Vengono in mente le parole di Marco Malvestio, giovane poeta, studioso di letteratura, con cui tempo fa chiudeva un articolo dedicato al vino (a noi basta sostituire “whisky” a “vino”): “il whisky cambia attraverso il tempo, sia in termini di processi produttivi (che spesso, come tutte le cose, subiscono l’influenza della moda), sia in termini di singole bottiglie. Anche per questo non esistono due whisky uguali, e ogni bottiglia ha la propria storia personale: ogni bottiglia, dunque, è irripetibile. Stando così le cose, mi sembra chiaro che portare la nostra attenzione al whisky significa davvero, più di ogni altra cosa, riflettere sulla fragilità della vita e del nostro essere nel mondo, sull’irripetibilità e dunque sulla preziosità di ogni momento della nostra esistenza, e sulla varietà imprevedibile e inestimabile delle combinazioni casuali che generano le nostre esistenze individuali”. 94/100.

Sottofondo musicale consigliato: Tom Waits – Warm beer, cold women.