GlenDronach 8 yo ‘The Hielan’ (2017, OB, 46%)

Ormai da tempo la comunità whiskofila è tristemente orfana del GlenDronach 8 ‘Octarine’, uno dei migliori imbottigliamenti degli ultimi dieci anni per rapporto qualità/prezzo – all’epoca costava 35€, talora perfino meno. Dopo un paio di anni, quell’espressione è stata sostituita dal coetaneo ‘The Hielan’, anch’esso frutto di una miscela di barili ex-bourbon ed ex-sherry (voi sapete, combo inusuale per la distilleria che fa della sherry maturation uno dei proprio capisaldi) ma, dicunt, con quota ancor maggiore di ex-bourbon. Pressoché ignorato all’ultimo Milano Whisky Festival, assaggiamolo almeno noi.

N: effettivamente, appare da subito diverso rispetto al vecchio Octarine: non tanto perché si senta di più l’apporto del bourbon, quanto perché è inusualmente nudo: i sentori più evidenti sono infatti quelli della fermentazione, dei lieviti, di malto in macerazione, yogurt o latte rappreso, canditi, una lieve acidità agrumata (limone, scorzetta d’arancia). Purea di pere, mela verde, sentori erbacei (prato bagnato dopo la pioggia: sapete, siamo dei romantici). Solo con un po’ di tempo emergono note più rotonde, tra uvetta, un che di caramello, suggestioni di frutta secca (nocciola, mandorle pelate). Biscotti al burro. Giovane, nudo, e però per nulla esile come talora accade, bensì molto pieno. Un poco di zenzero, pure?

P: lo scenario è simile al naso, anche se in tutta onestà qui va facendosi un po’ più ‘scuro’. Confermiamo comunque come il corpo sia molto pieno, molto grasso, avvolgente ma beverino. Un tripudio cerealizio in prima battuta, con biscotti integrali di malto, corn flakes non zuccherati, ancora lieviti (aò, se capissimo qualcosa pure di birra lo diremmo meglio, ma: sa di birra cruda – ok, adesso biasimateci, maledetti integralisti); semini del limone. Lievemente più dolce di quanto il naso non dicesse, con un mero cenno di vaniglia, di latte condensato e di caramello e poi pera, nocciola, mandorla.

F: lungo e persistente, scisso tra il prolungarsi di una certa acidità e una dolcezza qui calda, con note di legna, di nocciola, di uvetta.

Un whisky didattico, e per questo prezioso: a Serge piace molto perché lo trova nudo, onesto e pieno, e queste sono tutte doti che non possiamo non riconoscergli – detto ciò, non ci sembra un whisky semplicissimo, né particolarmente accattivante per un profano data la sua integralistica nudità. Piuttosto, forse, un piacevole divertissement per whiskofili già un po’ esperti. Avvertiti i naviganti, a noi è piaciuto e assegneremo un 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Edwinn Starr – War.

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Blair Athol 28 yo (1988/2016, Antique Lions of Spirits, 51,2%)

The-Birds-Single-Malt-Whisky-Bottles-IIHIHDa circa un anno è sceso in campo un nuovo imbottigliatore indipendente, anche se così nuovo, a ben vedere, non è: Max Righi (Silver Seal, Whisky Antique) e Diego Sandrin (Lion’s Whisky) si sono uniti a Jens Drewitz di Sansibar per creare un marchio che – con ogni evidenza – vuole essere un tributo alle selezioni degli anni ’80 di Pepi Mongiardino (Moon Import). La serie ‘Birds’, che vedete ritratta nella sua interezza qui a fianco, riprende evidentemente l’omonima serie di Moon Import, la cui foto abbiamo messo più in basso. Un fil rouge che unisce diverse eccellenze italiane della selezione di single malt, da una fase pionieristica ed eroica, ormai diventata mito, ed una contemporanea, attenta alla qualità, all’estetica, e con i piedi ben piantati nell’eccellenza.

blair-athol-28-year-old-antique-lions-of-spirits_700-pN: ah, che tripudio di cereale… e solo chi ha presente come possa essere un whisky che affina il proprio spirito in quasi trent’anni può intendere. Delicato e intenso al contempo, pervasivo e caldo, non ruffiano ma neppure spigoloso: si parte da sentori di cereali caldi, perfino di pasta integrale calda, di brioche, di ovomaltina, di biscotti integrali. Un cenno, appena presente, di brodo di carne – ma appunto è solo una suggestione minerale e sulfurea momentanea, che arriva in disparte e poi scompare, poi torna… Delizioso. Nocciola, note di croccante al miele e sesamo. Col tempo, e con dunque pazienza, mostra anche un lato di frutta cotta (mele, pere, prugne), ed anche un lato fruttato un po’ più acidino, tropicale, che ci fa venire in mente la carambola.

P: il palato è semplicemente splendido, ed è inaspettato, onestamente: bisogna sezionare per descrivere, ma si sappia che tutti i sentori che snoccioleremo arrivano tutti insieme, senza prevaricazioni dell’uno sull’altro, e tutti con eguale grazia esplosiva. C’è innanzitutto un velo di cera d’api, delizioso, con anche un pizzico di nota di carne, lievissimamente sulfurea (con acqua questo lato aumenta un poco, restando sempre integrato e piacevole). È bello oleoso, masticabile; poi abbiamo frutta cotta, ma anche frutta gialla fresca (pesca e albicocca, ma anche nespole e melone). Ancora si affaccia un che di tropicale/acido tipo ananas. Cereali: fiocchi d’avena e brioche integrale, mandorle, pinoli. L’acqua libera il lato acido/fruttato e si apre su un cesto di nespole e meloni.

IMG_6818_6F: all’inizio c’è una nota fruttata incredibile, intensissima e freschissima, pare un nettare – ma poi, come in un sogno dopo il primo snooze della sveglia, scompare e ci si risveglia in un tappeto di cereale, ancora increduli ma soddisfatti.

Buonissimo e difficile, ci sembra un single cask per veri appassionati, per palati avvezzi alle spigolose bellezze dell’acquavite di cereali: c’è un lato fruttato e acidino veramente buono, con quella matura raffinatezza che deriva solo dal paziente invecchiamento, in una botte in grado di non marcare in eccesso – e al contempo ci sono venature sporchine, a cavallo del confine del Sulfureo, davvero deliziose. Il nostro giudizio, in fin dei conti, è di 91/100, caldamente consigliato.

Sottofondo musicale consigliato: Jerry Garcia – Bird Song.

Scapa 16 yo (1993/2010, OB, 60,9%)

Tra le gemme sottovalutate del mercato sono senz’altro da annoverare gli imbottigliamenti che Pernod riserva alla sola vendita nelle distillerie di proprietà: la “cask strength edition” con cui ci confrontiamo oggi è uno Scapa del 1993, imbottigliato a grado pieno nel 2010. Il senso di questi imbottigliamenti è proprio il rendere disponibili come single malt, cask strength, espressioni di distillerie magari meno conosciute ma di sicura qualità: Scapa ad esempio, la seconda distilleria delle Orcadi, non ha nel suo core range una versione a grado pieno, e dunque ci avviciniamo all’assaggio con curiosità. Grazie a Claudio Riva per il sample.

N: a pieno grado è un’esplosione monodimensionale del legno: una vaniglia, burrosa, monolitica, e pure in mille declinazioni – torta paradiso, ciambellone, pastafrolla, oppure pan di Spagna e pure pandoro; tantissimo marzapane; una quantità di mela gialla inestimabile. Una buccia di limone fa capolino, e con lei un più intenso zenzero fresco. Semplice ma di una intensità travolgente. L’acqua apre un poco su un legno più caldo, e aumenta le sfumature – sempre rimanendo in pasticceria, chiariamoci.

P: la gradazione così elevata si sente tutta, ti infiamma il palato. Giunti i pompieri, in estrema coerenza col naso esplode il forno del pasticcere: torta di mele, torta paradiso, pastafrolla, zucchero a velo, pan di Spagna. Rispetto al naso, si affaccia più convinta una frutta gialla matura (mela soprattutto) e pure del cocco esuberante. Ancora è il legno a dare la linea.

F: la gradazione elevata favorisce un finale molto persistente, anche se senza grosse sorprese rispetto al copione già visto sopra.

Partendo dal finale, proprio in questa piena prevedibilità stanno croce e delizia di questo whisky: tanta personalità da mettere in mostra, certo, ma poi, alla fine, è proprio necessario essere qualcuno, come diceva il conte Mascetti? Non sapendo rispondere all’esistenzial quesito, affibbiamo il nostro arbitrio fatto numero: 86/100 – in fondo ci è piaciuto molto.

Sottofondo musicale consigliato: Jesse Harris – Slow Down.

Benromach ‘Triple Distilled’ (2009/2017, OB, 50%)

Fino a quando, Benromach, dovremo tessere le tue lodi? Probabilmente fino a quando continuerai a lavorare in questo modo… Piccola realtà indipendente (la proprietà, per chi si fosse distratto, è in mano allo storico imbottigliatore Gordon & MacPhail), rinnovata con l’esplicito intento di creare whisky old-style, Benromach delizia costantemente il nostro palato con un malto generalmente di grande personalità, con note torbate che suonano su frequenze veramente inusuali nel panorama dell’acquavite di malto – tant’è che spesso ci è capitato di riconoscere punti in comune con Springbank, e voi sapete bene quanto questo per noi sia uno dei migliori complimenti possibili. Oggi, grazie all’intercessione di Steve Rush e di Twitter, presentiamo le tasting notes della versione nuova di pacca: Triple Distilled, un whiskettino di otto anni appunto a tripla distillazione, alla moda degli irlandesi.

benromach-triple-distilledN: 50 gradi e non sentirli, molto pulito e fruttato, cerealoso e tanta pera. Fresco, campo di fiori e zenzero a pacchi. Mandorle, sia l’olio che il marzapane. Bella vaniglia e crema pasticcera con generosa aggiunta di scorza di limone. E poi escono alla grande le “soft and subtle mineral notes”, come da nostro immortale tweet (e il concetto di immortalità su Twitter è pari a cinque secondi). Note di lavanderia e un lieve sentore di affumicato, così Benromach, così vecchio stile.

P: ricco ricco ricco. Ma anche molto sottile. Torta paradiso e torta alla crema eppure ben bilanciato da un lato più fresco e innocente. E quindi ancora zenzero, cereali del mattino nel latte, pere croccanti. Torna quel lato minerale accattivante e siamo in pace col mondo. Torba gentile, alla Kilkerran diremmo. Semplice e complesso allo stesso tempo.

F: resiste un leggero fumo di torba, con burro fresco e crema. Nice!

Ma quanto lavora bene Benromach! I paragoni che ci vengono in mente sono tutti di livello, ci ricorda certi Clynelish, ma con meno cera, certi Kilkerran anche senza marinità, perfino certi Springbank… Insomma, con questo Triple Distilled abbiamo conferma che Benromach è una delle nostre distillerie da top 5. Quest’imbottigliamento, infatti, è probabilmente un poco più semplice di altri membri del core range, con una quota dell’oleosità tipica di altri Benromach sacrificata all’altare della tripla distillazione; ma di certo è comunque abbastanza complesso, ed è godurioso, molto godurioso: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Liberato – Gaiola portafortuna.

Old Ballantruan (2016, OB, 50%)

Tempo fa abbiamo assaggiato Old Ballantruan 10 anni, versione torbata di Tomintoul – the gentle dram dal cuore dello Speyside. Non era andata malissimo, ma a dirla tutta non conserviamo un ricordo indelebile della qualità di quel whisky: rinfreschiamoci dunque la memoria con il fratellino senza età dichiarata. A differenza del decenne, questo Old Ballantruan conserva la ‘vecchia’ grafica, che è infinitamente preferibile alla nuova – ma si sa, de gustibus

N: come già nell’altro Old Ballantruan, la torba è molto chimica, densa, tutta sullo smog. C’è poi, molto caratterizzante, il lato di lieviti e canditi, a dimostrazione della giovane età. Troviamo perfino una nota metallica, quasi di rame. Dobbiamo dire che il degustatore distratto potrebbe facilmente pensare di avere sotto al naso un pacco di Amica Chips alla paprika: quell’amore/odio che tutti abbiamo provato negli aperitivi più disperati. Per il resto, vaniglia e arancia (arancia candita) accompagnano verso l’assaggio. Albicocca disidratata.

P: il corpo è masticabile, con una buona intensità. Qui diventa molto simile al 10 anni, facendosi quasi sovrapponibile. Come quello, ci troviamo una torba greve, da tubo di scappamento, ed una vaniglia agrumata. Un senso astratto di caramello. Il suo dramma però è che troppo si sentono i lieviti, troppo le imperfezioni (non tecniche quanto di ‘opportunità’, se ci intendiamo) per essere davvero convincente.

F: lungo, persistente, cerealoso; perfettamente diviso tra vaniglia e fumo.

Non possiamo certo nascondere una certa idiosincrasia con Tomintoul e i suoi imbottigliamenti ufficiali: ormai ne abbiamo recensiti un po’, e in tutti riscontriamo un sostanziale difetto di personalità. Anche in questo Old Ballantruan non riusciamo a riconoscere un dram pienamente soddisfacente, e anzi – ma si sarà capito leggendo la recensione – proprio non possiamo dircene convinti nonostante qualche guizzo. 77/100 dunque, e speriamo che il prossimo Tomintoul ci sappia far rimangiare le nostre parole.

Sottofondo musicale consigliato: modernariato anni ’90, con L7 – This ain’t the summer of love.

Kilchoman 5 yo (2011/2016, OB for WhiskyClub Italia, 58,6%)

Non potete immaginare la curiosità con cui ci accostiamo a questa creazione di Whiskyclub Italia – per chi si fosse distratto, è forse il più importante club dedicato al nostro amato distillato di cereale oggi presente sul suolo patrio. Le ragioni di tanto entusiasmo sono molteplici: anzitutto siamo freschi reduci, qualche mese addietro, da una visita proprio alla neonata (son pur sempre dodici anni, eh!) distilleria di Islay; abbiamo avuto l’onore di fare il tour assieme al fondatore Anthony Wills, che ci ha spiegato la sua personale visione, ovverosia la volontà di ottenere un distillato di partenza molto torbato sì (circa 50 ppm per quasi tutta la produzione), ma allo stesso tempo estremamente elegante e ‘leggero’. Assaggiare Kilchoman, passando dal wort (ovvero il liquido estratto dopo che il malto è stato macerato con l’acqua) ai vari tagli che intervengono durante la distillazione, è stata un’esperienza unica, che ci ha calati in maniera indelebile nelle caratteristiche organolettiche di questa sorprendente distilleria artigianale. Altro motivo di curiosità è il fatto che ormai da qualche tempo Kilchoman concede con fatica i propri barili di Oloroso a imbottigliatori indipendenti e quindi questo 5 anni di Whiskyclub si configura come una vera e propria chicca, che andiamo subito ad assaggiare.

N: accoglienza assolutamente accomodante, a dispetto del grado pieno. Ci si accomoda, dunque, nel bel mezzo di un diluvio di frutta rossa: marmellata di fragole, duroni; sciroppo all’amarena; poi arancia rossa, bella fresca; così come fichi freschi, di quelli maturi e dolcissimi. Tanto zucchero bruciato, ricorda quando si bruciacchia la marmellata sulle torte dimenticate in forno… C’è anche un lato delizioso di chinotto e rabarbaro. Ma la torba? C’è, pure quella, ed è solo torba: non porta con sé né medicinale né marino, solo una forte cenere pungente, un aroma acre. Tabacco e legno bruciati. Un filo di polvere di cacao, anche del caffè.

P: il corpo è masticabile, l’intensità pienissima. Conferma le attese del naso, mostrando l’apporto di una botte veramente esuberante e di primissima qualità. Lo sherry qui domina la scena con una dolcezza fatta di frutti rossi, ancora, in mille forme (ciliegia e marmellata di fragola su tutto). Molto rotondo, davvero, anche se a onor del vero un lato erbaceo, quasi balsamico, finisce per fare da contrappunto, con note di rabarbaro e perfino propoli. Parremo banali, ma diciamo cioccolato amaro, e ancora tabacco agli agrumi. Davvero tanta liquirizia (caramelle alla, non legnetti). La torba è pur sempre a 50ppm, e infatti un fumo acre e ceneroso accompagna verso un finale…

F: …che dura a lungo, in continui rimbalzi tra torba e frutta rossa, tabacco e chinotto.

Anche se Anthony Wills è convinto che il distillato prodotto a Kilchoman si sposi meglio ad invecchiamenti in barili ex bourbon- e in effetti ex bourbon sono la stragrande maggioranza delle botti custodite nei magazzini – questo 5 anni maturato completamente in un barile ex sherry Oloroso ci sembra un imbottigliamento davvero ben riuscito, diremmo eccellente, anche se in un certo senso “ruffianone”, succosissimo. Bravi tutti, dunque, tranne noi, che col voto ci attestiamo un attimo prima della gloria imperitura, a 89/100. Se vi solletica l’acquisto di una bottiglia, ecco il link allo shop del club.

Sottofondo musicale consigliato: Agnes Obel – Stretch your eyes

Ben Nevis 18 yo (1996/2015, Adelphi, 54,3%)

Eravamo da Adelphi per assaggiare un Bunnahabhain, perché non fermarsi ancora un po’ da quelle parti, questa volta per un Ben Nevis? Non ce lo ripetiamo una seconda volta e aggrediamo il bicchiere: si tratta di un single cask ex-bourbon di diciotto anni, whisky distillato nell’anno in cui la pecora-clone Dolly vedeva la luce, Clinton si guadagnava accesso alla stanza ovale e ai suoi piaceri per altri quattro anni, Tupac Shakur veniva freddato da ignoti malfattori.

Schermata 2017-08-28 alle 09.48.12N: siamo arrivati nel bel mezzo del festival della frutta, sembra. Per prima dobbiamo menzionare una intensissima maracuja, con quella sua tropicalità peculiare, divisa tra dolcezza e acidità; poi mango maturo, fragoline di bosco – anzi, confettura di fragoline. Forse sopraggiunge anche una mela? Poi, sullo sfondo, una zuccherinità fatta di pastiera napoletana (quella bbbuòna!), pasta di mandorle. Una lieve mineralità, che abbinata al tropicale e noi fa impazzire.

P: l’alcol pizzica abbastanza, mentre qua e là si detonano bombe di frutta: ancora molto tropicale (mango e maracuja) con l’aggiunta di pesche e mele rosse. C’è poi una dolcezza più scura, tutta zuccherina: zucchero bruciato, caramello, ciambellone appena sfornato, al limite del bruciacchiato… Molto piacevole. Verso la fine, ecco la noce…

F: qui arriva un erbaceo cerealoso e mineralino, e poi ancora dolcezza fruttata (tappetone di frutta gialla, ancora mango).

Molto buono, un tripudio di frutta tropicale come piace a noi; il naso resta un capolavoro, forse questo Ben Nevis diventa un po’ alcolico al palato, fase in cui qualche spigolo abbassa una valutazione altrimenti entusiastica. “Solo” 86/100, dunque, ma adesso ascoltiamoci un po’ di musica del 1996.

Sottofondo musicale consigliato: Oasis – Don’t Look Back In Anger.

Bunnahabhain 24 yo (1989/2014, Adelphi, 47,2%)

Indipendente dopo indipendente, oggi è il turno di un single cask di Adelphi, uno tra i più solidi ‘giovani’ inbottigliatori di Scozia, ottimamente rappresentato in Italia da Pellegrini. Trattasi di un barile ex-bourbon di Bunnahabhain, ventiquattro anni, una storia personale che affonda le sue radici negli indimenticabili anni ’80, anche se solo per pochi mesi.

N: iniziamo subito rilevando una nota torbata, molto leggera, in punta di piedi: ma presente, eccome se presente. Per la verità, tutto è molto raffinato e sfumato, in un ottimo connubio tra anime differenti. Innanzitutto, un lato austero, fatto di olio d’oliva, gesso, foglie fresche, fiori freschi (erica?); poi un lato zuccherino, fatto di vaniglia, torta Paradiso, fragrante ma senza essere ruffiano. C’è poi pure una parte agrumata, di limone, molto tenue: è quasi foglia di limone.

P: delicato, praticamente un balsamo. La torba è decisamente in crescita, e qui è proprio fumo. Poi, domina la dolcezza, tra fiocchi di cereale (Kellog’s) e una vaniglia pasticcera deliziosa… C’è costante una venatura di erba fresca, o meglio ‘floreale’, che difficilmente riusciamo a definire, ma che è determinante nel profilo del whisky: se fosse solo torba e vaniglia, sarebbe molto diverso. Forse una nota lievissima di cera? Diremmo anche ‘mela verde’, spiazzando per primi noi stessi. Difficile da spiegare, ma molto equilibrato.

F: una festa della delicatezza, fumo leggero ma insistente, erba bagnata, zuccherini anelati, come sopiti. E qui capiteci, se ne siete in grado.

Semplice, perché è semplice: però è bevibilissimo, beverino e molto raffinato, di una facilità difficile, manda in cortocircuito la raison d’etre e i corollari verbali di questo sito. Non è un whisky di grandi parole, ma quel che dice lo dice maledettamente bene – a differenza nostra. 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Emiliana Torrini – To be free

GlenDronach 21 yo (1994/2016, OB for Silver Seal & Lion’s Whisky, 54,1%)

Abbiamo deciso di dedicare parte delle settimane agostane a delle piccole monografie: assaggeremo infatti solo whisky di selezionatori e imbottigliatori indipendenti. Già la scorsa settimana abbiamo assaggiato due selezioni di Max Righi per Silver Seal: nel fine settimana ci ha punto vaghezza di tornare su quei passi, e abbiamo scelto un GlenDronach ventunenne maturato in Pedro Ximenez. Questo, come ormai tutti i GD acquistati da indipendenti, ha etichetta ufficiale ed è selezionato da Max e da Diego Sandrin, collezionista e proprietario di Lion’s Whisky (qui una sua bella intervista concessa ad Angus). Diego ci perdonerà se però qui ci soffermiamo sul nuovo Whisky Antique di Formigine: negozio – uno dei più forniti al mondo! -, ristorante, spazio esterno per degustazioni con sigari. Il progetto è di fare col whisky qualcosa di mai visto prima in Italia, e se c’era qualcuno in grado di ambire a tanto, quello è proprio Max…

N: molto compatto, intenso ed elegante. Un caso ‘caldo’, e andando in ordine sparso diremmo: marron glacé, caffelatte, cioccolato ai frutti rossi, pan di Spagna, cola, biscotti (azzardiamo: krumiri), marmellata di arancia, crostata alla frutta, toffee, miele. Vi basta? A noi, francamente, sì. È molto buono, denso, grasso: piuttosto old-school.

P: beh, però, che qualità, e che corpo. Il PX si fa sentire tanto, portando una dolcezza molto pronunciata e zuccherina. C’è innanzitutto un tripudio di cioccolato al latte, poi prugne cotte, ancora marron glacé, cola, un pit di caffè (anzi, il solito rimasuglio di cappuccino zuccherato), arancia dolce. Un vago senso di frutta rossa indefinita. Col tempo esce una nota di tabacco di pipa eccellente. Con acqua, diventa più succoso, di una dolcezza più fresca.

F: lungo e persistente, qui torna prepotente la frutta rossa con il suo seguito di cioccolato al latte, un po’ di arancia.

Impressiona come un whisky di 21 anni non dia segni degli acciacchi del tempo, risultando grasso, grosso e godibilissimo. Certo, l’apporto del PX è massiccio, e tende ad addolcire il profilo complessivo – per questo l’aggiunta di acqua, che rende tutto più succoso e screziato, pare a nostro gusto consigliabile. Qualità sempre, immancabilmente alta con GlenDronach; qualità sempre, immancabilmente alta con Silver Seal: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Quantic & Flowering Inferno – Cumbia Sobre el Mar.

Bunnahabhain 23 yo (1990/2013, Silver Seal, 46,8%)

Con la recensione di oggi inauguriamo un ciclo dedicato agli imbottigliatori indipendenti, una sorta di tributo a realtà, grandi o piccine che siano, protagoniste della storia del whisky in varie epoche: c’erano Gordon & Machail e Cadenhead’s a sostenere le distillerie tra i due conflitti mondiali, acquistando loro centinaia di botti;  durante la depressione dei consumi del whisky degli anni ’80, c’erano sempre gli indie a comprare barili da distillerie allora sconosciute come Caol Ila e Mortlach, e oggi famose proprio grazie al loro interesse. E ancora ci sono ai nostri giorni decine di imbottigliatori emergenti in tutto il mondo che ci danno la possibilità di scoprire il malto prodotto da distillerie senza un proprio core range ufficiale e altrimenti destinato tutto alla composizione dei blended. Iniziamo così oggi dallo storico marchio italiano Silver Seal, la cui fama è da tempo egregiamente sostenuta da Max Righi. Di questo Bunna sono state prodotte 72 bottiglie solamente e ne esistono poi 36 imbottigliate per il Bar Metro, quartier generale milanese di Giorgio D’Ambrosio, per cui immaginiamo non servano ulteriori aggettivi se il 14 di agosto vi siete ridotti a leggere una nostra recensione di whisky in riva al mare.

SINGLE-CASK-BUNNAHABHAIN-23YO-1990-SHERRY-SILVER-SEALN: il profilo è da sherry succoso, succosissimo. Cominciamo a scrivere la frutta rossa e il chinotto, tanto per non dimenticarcene: un tripudio di fragole, ciliegie, ma anche di un qualcosa di più ‘scuro’, la cola, il chinotto, o forse meglio il tamarindo fresco. Ogni tanto, solo a tratti, affiora una nota di resina; anche una leggera nota di aceto balsamico (fragole e aceto balsamico, come nel noto spot?). Una pastiglia Leone alla violetta, o forse una manciata di miste? Molto grasso, forse anche un po’ minerale: addirittura costiero, forse? Cioccolato, anzi: after-eight. Col tempo, diventa più caldo, tra note di Pan di Spagna, di brioche…

P: che piacere signori, che spettacolo, che discesa sulla fascia, che gol! Notevole intensità e alcol del tutto mansueto. Iniziamo ancora da una frutta rossa esuberante, succosa, fatta ancora di fragole e ciliegie; rispetto al naso, pare coerente ma ci aspettavamo una dolcezza più pronunciata, e invece man mano tende sempre più verso un leggero amarognolo: cioccolato fondente, una scorza d’arancia matura, perfino dei fondi di caffè.

F: persistente; sembra banale da dire, ma c’è ancora tanta frutta rossa e un prosieguo amaricante di fave di cacao. Nocciolo della ciliegia? Eureka!

Silver Seal ci ha abituato nel tempo a imbottigliamenti di livello alto, se non altissimo. Si ha sempre la sensazione che ogni whisky sia stato scelto con calma e senza nessun tipo di assillo o vincolo commerciale. Come più volte Max ha avuto modo di dire- qui anche in un’intervista che abbiamo pubblicato- Silver Seal è “un po’ come un bambino che hai in casa e con cui giochi”, una passione personale prima ancora che un impegno pubblico; ecco questo maestoso Bunnahabhain non fa eccezione e si dispiega ricco e intenso in ogni fase. Personalmente ci ha stupito un palato che promette fuochi d’artificio di dolcezza e poi invece ripiega su sentori più austeri, quasi amari, che per quelli che sono i nostri gusti non fanno decollare la nostra valutazione, ferma comunque a un goduriosissimo 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Moderat – A new error