Millburn 20 yo (1983/2004, Private Cellar, 43%)

Millburn: blast from the past

La degustazione SCOTCH MISSED dello scorso 15 giugno è stata l’occasione per assaggiare finalmente un Millburn: malto raro quanto mai, se controllate su whiskybase troverete solo un centinaio di imbottigliamenti… E tutti ormai vecchiotti e introvabili, purtroppo. Millburn è stata la più longeva delle distillerie di Inverness, attiva tra l’inizio dell’Ottocento e il 1985, vittima della crisi di quel decennio come tante altre. Piccolissima, solo due alambicchi fin dalla sua fondazione, ha patito proprio la sua dimensione urbana: inespandibile, chiusa in un sandwich tra il fiume e una collina, Diageo ha preferito chiuderla e venderla. Ora quel che rimane è un po’ un ristorante, un po’ un budget hotel. Per fortuna che Tomislav ci ha messo a disposizione questa bottiglia, un 20 anni di Private Cellar – e ora ce lo ribeviamo con calma.

N: uh, com’è particolare! Molto interessante, un profilo inusuale e molto sfidante. La prima cosa che ci colpisce è una dimensione ‘sporca’, al limite del sulfureo positivo, con un lato quasi ‘meaty’, con un cenno di ragù à la Mortlach, e metallico, ferroso, con arancia quasi andata. Arancia che per il resto è onnipresente anche nel versante più setoso e fruttato: arancia candita, poi tamarindo fresco e pesche sciroppate, sfiorando la frutta tropicale ma senza forse raggiungerla mai pienamente. Un senso di chinotto / cola, arriva quasi al dattero: immaginiamo un succo di dattero, possibile?

P: la parte torbata, che al naso quasi non si percepiva, qui diventa molto evidente, donando un ulteriore strato minerale di complessità, con una deliziosa patina felpata di cera (e di stoppino di candela spento) che prende il posto del sulfureo meaty e variegato del naso. Anche se è a 43%, è molto oleoso, con un bel corpo ‘vivace’, eppure si mantiene molto fresco, molto pimpante: la componente fruttata è ancora di arancia, agrumi dolci e pesca matura, poi anche mango, e accanto a ciò c’è pure una dolcezza quasi di marshmallow. Il palato è straordinario.

F: il finale è medio-lungo, non urlato, ma con una prima frutta suadente tra la pesca e il mango e una torba minerale e acre, ancora più elegante, ancora con cera e stoppino di candela.

È veramente ottimo: è davvero un whisky con un profilo come non ce ne sono più, e con una personalità francamente incredibile. Assaggiato durante la degustazione, in mezzo a diversi gradi pieni, sembrava ‘solo’ strano e molto particolare, ma forse restava un po’ penalizzato: ribevuto così, con la dovuta calma, lo riconosciamo come qualcosa di eccezionale. 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Steve Miller Band – Fly Like An Eagle.

Annunci

Glen Grant 22 yo (1995/2017, Signatory Vintage, 49,9%)

Tempo fa abbiamo fatto visita al Velier Inventorum, uno spazio nel pieno centro di Milano che Velier, storico importatore genovese, ha destinato agli incontri ‘istituzionali’ per presentare i propri prodotti a stampa e professionisti. Noi abbiamo approfittato dell’invito di Marco Callegari e abbiamo trascorso un ottimo pomeriggio ad alta gradazione, tra whisky di tutto il mondo, Chartreuse, mezcal, rum… I ricordi sono confusi: per fortuna abbiamo la sana abitudine di portare con noi dei sample per poter riassaggiare a casa qualcosa, e oggi questo qualcosa è un single cask di Glen Grant imbottigliato da Signatory Vintage dopo 22 anni di invecchiamento.

N: molto aperto, intenso e invitante: osiamo dire sontuoso nel suo profilo fruttato da Speysider maturo in bourbon. Tantissima frutta: in particolare esplode la mela, gialla e verde, anche albicocca (anzi: proprio marmellata di albicocca, pardon, confettura). Poi pasticceria: ciambellone, crema pasticciera. Cereali caldi e biscotti secchi (oro saiwa, anzi: gli Zalet!, i biscotti di malto e miele millefiori). Non troppo complesso, intendiamoci, ma piacevolissimo e godurioso.

P: la gradazione non passa inavvertita, ma porta esplosività. Partono fiammate di frutta: albicocca e mela gialla, pera: tutta frutta matura, intensa, una macedonia estiva. Ci sono poi venature più ‘scure’, con frutta secca (nocciola), miele. Rispetto al naso, cede in cremosità: ma la vaniglia si sente fin dall’inizio.

F: tende a chiudersi un poco, tra frutta secca (forse noce?, o mandorla?), spezie del legno… Tende all’amaricante – rispetto alla lussuriosa dolcezza del palato. Pepe bianco.

Un “whisky troione” (cit. Angelo) al naso, ai limiti dell’eccessivo, che però si raffina al palato, guadagnando un’inattesa sobrietà, e finisce per tirar fuori il legno perdendo un po’ quella dimensione sontuosamente fruttata che andava promettendo. Ottimo, ragazzi non snobbate Glen Grant solo perché Michele ve l’ha rovinato in gioventù: fanno un whisky delizioso. 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Drugdealer feat. Weyes Blood – The end of comedy.

Tullibardine 24 yo (1993/2017, Claxton’s, 52%)

Tullibardine, Tullibardine, quante volte ti abbiamo visto far capolino dal ciclio dell’autostrada A9, a metà strada tra Perth e Sterling, e ti abbiamo sottovalutato. Non capivamo, noi francamente non pensavamo, non ci passava nemmeno per l’anticamera del cervello che una distilleria potesse trovarsi in uno dei posti meno ameni dell’amenissima Scozia. E invece, già dal 1949, Tullibardine è sorta dalle ceneri dello storico birrificio Gleaneagles, affermandosi ben presto come una distilleria consacrata alla produzione di whisky per il blending. Dopo un lungo periodo di inattività, dal 1994 al 2003, un consorzio di investitori ha impresso una prima svolta, sottoponendo buona parte delle warehouse a una massiccia operazione di recasking, prima che Tullibardine passasse nel 2011 al gruppo francese di vini e spiriti Picard. Il resto è storia quotidiana, con un core range ancora oggi basato su un uso disinvolto dei legni, anche non convenzionali (Burgundy e Sauternes), nell’attesa di avere stock sufficienti. Noi invece assaggiamo un single cask di Claxton’s, invecchiato per 24 anni in un ben più convenzionale hogshead ex bourbon.

tullibardine-24yo-claxtonsN: molto pungente e secco, curiosamente poco aromatico.  Si presenta nudo senz’altro, mostrando note di alcol, di punte viniliche e vegetali (erba fresca), perfino un che di resinoso. Cartone bagnato. Una punta di polvere. Poco altro, qui e là vengono fuori note di legno, con brioscina e un che di astrattamente fruttato. Strano profilo, sicuramente, ma non ci convince.

P: pera al sapore di whisky, whisky al sapore di pera. Poi un’infinità di frutta secca (nocciola) e un po’ di spezie (pepe bianco). Molto, molto secco. E molto, molto poco d’altro.

F: tanto legno e frutta secca. Felpa la bocca di una drastica nota whiskosa semplice semplice, che non lascia troppo spazio all’immaginazione.

Ci sembra un whisky messo in bottiglia non per cercare il consenso delle masse, non per piacere a tutti, grandi e piccini. Piuttosto esibisce toni ruvidi, soprattutto al naso, dove i 24 anni di botte non sembrano aver più di tanto ingentilito le asperità del distillato. Il palato è invece decisamente più gradevole del naso, anche se tutto sommato abbastanza banale. Per noi bisogna registrare un 78/100.

Sottofondo musicale consigliato: DezolentGone ft. Mona Moua

Botti da orbi – Sanremo, le polemiche: Redbreast 21 yo Single pot still (2015, OB, 46°)

[Il festival è finito, ma la sorpresa è che adesso ci aspetta pure una polemica infinita capace di ridurre all’alcolismo anche un salmone selvaggio. Zucchetti ha l’antidoto per voi.]

 

redbreast-21yoÈ inevitabile per ragioni statistiche. Si chiama teorema della scimmia instancabile: una scimmia che picchiettasse a caso all’infinito sulla tastiera prima o poi comporrebbe la Divina Commedia. Ecco, vale anche per il festival: fai salire sul palco cantanti a caso e prima o poi salterà fuori qualche canzone piacevole. Un Rino Gaetano, un Elio e le Storie tese, un Max Gazzè. Quando accade (e ovviamente non vincono mai…), gioia e tripudio. Come quelli che accompagnano questo single pot still irlandese, così atipico da far gridare al miracolo più di Pippo Baudo senza parrucchino. Il naso è paradisiaco. Sul serio, c’è un’intensità così vivida di profumi da sbalordire. Succo multifrutta, tanto tropicale (guava, cocco essiccato, mango) e marmellata di pesca. Ma non si ferma qui. Ci sono olio essenziale di arancia e olio di lino, una patina elegante di rame, eucalipto e anche un che di grasso dolce di prosciutto. Noce moscata e strudel con frutti rossi a indicare una benedetta influenza delle botti di sherry. Più lo si ascolta più lo si ascolterebbe, è un tormentone.

In bocca ha una freschezza vibrante. Qui il cocco emerge alla grande, noci brasiliane e banana bread fanno da contorno. Si fa cremosissimo, la mou e la vaniglia sono un velluto caldo. L’oleosità non manca, ma non pregiudica una facilità di beva disarmante. Il finale è coerente: cocco, tamarindo e uno zenzero pimpante che chiude la sarabanda.

Niente da fare, si possono avere tutti i pregiudizi possibili su Sanremo e sugli Irish whiskey, ma quando c’è il colpo di genio allora giù il cappello. Per avere 21 anni ha un fisico atletico ed eccezionalmente scattante, il legno cesella e arrotonda ma non mette la sua firma ingombrante se non con quella spezia che prolunga il finale. Applausometro impazzito, bene, bravi e bis: 90/100.

 

Sottofondo musicale consigliato: StatutoAbbiamo vinto il festival di Sanremo

 

Whisky Revolution “calendario avventato” – Day 24

Siamo infine giunti al termine del nostro “Calendario avventato”, un’idea concepita dai ragazzi del Blend di Castelfranco Veneto, che hanno avuto la generosità di coinvolgerci in questa esperienza e inodarci di misteriosi sample in questo dicembre. Oggi dietro l’ultima casellina troviamo un Mortlach 13 yo imbottigliato da Cadenhead’s nel 2017 dopo 13 anni di invecchiamento in una botte ex sherry. Tenete conto che l’abbiamo assaggiato blind, alla cieca, e la sua identità ci è stata rivelata solo stamattina. Intanto buon Natale!

48383186_2002707926693949_1795072497507368960_nVerosimilmente a grado pieno (in effetti è a 55,1%). Nota meaty, con punte sulfuree e un ficcante tabasco (sensazione tra l’aceto, lo speziato, il piccantino…). Arancia quasi andata. Fogliame umido, foglia di tabacco. Una mela cotta, anzi: una compôte di pesca. Fichi secchi, forse. Il palato rimane con note agrumate/acidule, con punte sporche… Ma ha anche note di frutta calda zuccherina, che ci fanno venire in mente una crostata troppo cotta, con la marmellata quasi bruciacchiata. Tanta ciliegia, frutta rossa e prugne secche (Zucchetti dice überfrutta, e noi gli crediamo) . Punte pepate. Il finale è lungo, si riverberano note acidule e di una composta di frutta rossa.

Avevamo in mente un imbottigliamento ben preciso, il Mortlach 27 di Cadenhead’s, Authentic Collection 1988, che abbiamo assaggiato nell’occasione in cui abbiamo conosciuto i ragazzi del BLEND… Abbiamo sbagliato di poco, ma resta il fatto che il Calendario avventato si conclude davvero col botto, con un whisky completo e che ha ben poco da invidiare a qualsiasi whisky della sua categoria (ovvero sherry monster esplosivi e con note graffianti). Il nostro voto è 90/100.

 

Whisky Revolution “calendario avventato” – Day 13

Il “Calendario Avventato” al giorno n.13 ci regala Kilkerran 8 yo Cask Strength. Tenete conto che l’abbiamo assaggiato blind, alla cieca, e la sua identità ci è stata rivelata solo stamattina, pochi istanti prima di pubblicare questo post. Abbiate pietà di noi.

Whisky #13

Che bel profilo terroso e minerale, la torba leggera pennella un velo che va e viene. Ah, il fascino del vedo non vedo. Lascia presagire una bella sapidità. Il lato fruttato è di frutta bianca fresca e zuccherina (mela, pera, melone bianco). Vaniglia il giusto e un bel chicco d’orzo. In bocca è pazzesco l’impatto salato, davvero sferzante. Pulito, maltoso, con un bel corpo esplosivo e avvolgente. Arriva poi una dolcezza burrosa quasi da ganache bianca, cioccolato bianco, ancora vaniglia. La torba si fa leggera e insiste sul terroso. Zenzero e pepe bianco. Un whisky senza difetti e con tanti pregi: personalità, spigoli da scotch vero.

Assaggiandolo così alla cieca, ci orienteremmo verso quei sentori tipici dei whisky di Campbeltown… Uno di noi si è messo a collezionare Kilkerran, e scommetterebbe i suoi due centesimi proprio sull’amata microdistilleria: l’altro conferma, ed entrambi siamo concordi nel puntare sull’edizione 8 anni Cask Strength, vista l’evidenza dell’alcol (se fosse a grado ridotto, sarebbe un problema). Nel non volerci sbilanciare troppo, rosi dal dubbio della cantonata, ci sentiamo di dare un 88/100.

Whisky Revolution “calendario avventato” – Day 9

Il “Calendario Avventato” al giorno n.9 ci regala Kilchoman Machir Bay,IMG-20181208-WA0012 l’imbottigliamento entry-level della famiglia Kilchoman. Tenete conto che l’abbiamo assaggiato blind, alla cieca, e la sua identità ci è stata rivelata solo stamattina, pochi istanti prima di pubblicare questo post.

Whisky #9

47316602_1991444174486991_9081419442121867264_nQui abbiamo di fronte un torbato, sicuramente piuttosto giovane, fresco e vivace. Annusando ci pare di sentire un fumo molto acre e intenso, con un sottofondo vegetale, molto cerealoso e ‘naked’, con aromi primari di cereale, di fermentazione. All’inizio ci sembrava di riconoscere una spiccata marinità, ma man mano che il tempo passa quella prima suggestione svanisce e ci viene il dubbio di averla confusa con una decisa nota di limone… Anche dello zenzero fresco. Al palato l’intensità è buona, e replica pedissequamente il naso: se la torba è brace e cenere intensa, ancora si agita una dolcezza deliziosa, onesta e giovane, di cereale (proprio il chicco d’orzo torbato che ti fanno assaggiare in distilleria all’inizio dei tour…). Punte pepate. Il finale è intenso e lungo, anche se a durare è soprattutto il fumo, mentre la dolcezza di malto immerso in limone svanisce abbastanza rapidamente.

Un buon whisky semplice, onesto, che non prova neppure a nascondere la sua gioventù e la sua natura profondamente basica, oseremmo dire materica. La poca marinità ci fa dubitare della sua provenienza: molto probabilmente è una distilleria di Islay, ma potrebbe anche essere un whisky di distillerie “di terra”. Il giudizio è positivo, anche se numericamente tiene conto dei peccati di gioventù: 84/100.

Ardmore 8 yo (2008, Claxton’s, 55,1%)

Continuiamo a seguire gli imbottigliamenti di Claxton’s, indipendente importato dagli amici di Whiskyitaly che già in passato ci ha regalato grandi gioie. Sotto con questo Ardmore del 2008, dunque, maturato per otto anni in un barile ex-bourbon: prima di aprire il sample, qualcosa (nello specifico: Google) ci dice che si tratta di uno dei tanti Ardmore heavily peated in circolazione di questi tempi. L’importatore, d’altro canto, ci segnala che la botte responsabile dell’invecchiamento di questo malto ha in passato ospitato whisky torbato di Islay.

N: decisamente aperto nonostante la gradazione. Saremo dei criminali eretici e cialtroni, ma al primo impatto ci ricorda nitidamente un mezcal! Innanzitutto, è molto vegetale e spirity, con note di cereale in ammollo, di pudding; davvero erbaceo e vivace, con promesse di una dolcezza zuccherina da distillato bianco. D’altro canto, la torba è molto fumosa e acre, tagliente e pungente, con perfino suggestioni di… qualcosa di cucinato, di organico, non sapremmo: uno di noi si fa fulminare dalla suggestione di rognone trifolato, ma non ci metteremmo mai la mano sul fuoco.

P: che impatto! Inizia molto dolce, con in primo piano note di liquirizia, di miele di castagno; ha anche una dolcezza di distillato, molto zuccherina e ‘astratta’. Per contro, immediatamente dopo sfodera un fumo di torba poderoso, chimico, inorganico, quasi medicinale, davvero estremo. Molto riuscito, ma non per deboli di cuore.

F: perdura all’infinito il fumo, intenso e aggressivo, appena screziato da una dolcezza di chicco di cereale (se avete mai assaggiato un chicco di malto torbato, ecco: quella cosa lì).

Un whisky che vive di passioni intense, e che quasi sempre riesce a rimanere in equilibrio sopra il precipizio; anche se a dirla tutta pecca un po’ di semplicità, e soprattutto al palato pare, a tratti, un po’ troppo dolce. Saremmo curiosi di farci un drink, siccome siamo degli edonisti senza senso. 85/100.

Bunnahabhain 26 yo (1989/2016, First Editions, 49,8%)

“La prima sbronza che ho preso è stata di sottaceti”. Questa frase campeggiava, come unica introduzione, all’inizio della bozza di questa recensione: scritta ormai tre settimane fa (sì, cerchiamo di tenere da parte qualche rece per i giorni di pioggia, per quando siamo malati e non possiamo bere, in ogni caso fatevi i fatti vostri!), non sapremmo dire a cosa quella frase facesse riferimento, né da chi fosse stata pronunciata. Ma è bello così, non potevamo non condividerla con voi, attenti e affezionati lettori. Con questa impareggiabile introduzione, ecco un single cask di Bunnahabhain selezionato dalla famiglia Laing per First Editions: speriamo non sappia di sottaceti, o per lo meno non solo, ecco.

N: espressivo ma non ruffiano, non squadernato, molto elegantemente trattenuto. I primi sentori che troviamo riportano verso un refill sherry (anche se non ne siamo sicuri), con note di pasticceria secca, tipo le pastafrolle e paste di mandorla con la ciliegia candita… Ha qualcosa dei dolcetti mediorientali, forse, con della marmellata bruciacchiata, della frutta secca e un poco di miele. Marmellata d’arancia. Pane imburrato e zucchero.

P: particolare e buono, con una decisa presenza (anche lievemente amaricante) del legno. Molto affilato, per nulla cremoso (immaginiamo un refill sherry, anche qui), molto coerente con il profilo definito al naso: ancora ‘arancione’, ancora con arancia e pasticceria con marmellata. Slightly coastal, con un che di burro salato.

F: lungo, persistente, legnosetto e aranciato. Un ricordo di marinità.

Buono, pieno anche se ‘esile’, affilato al palato, non cremoso o piacione, impreziosito dalle tipiche note marine che anche qui compaiono, al palato per lo più. La conferma, se ancora qualcuno ne sentiva il bisogno, che Bunnahabhain è una distilleria di gran pregio, da seguire, da amare, perfino da importunare, se necessario. Non sarà come i fantastici sottaceti della prima sbronza d’un ignoto amico, ma anche questo si fa apprezzare: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: FKJ & Masego – Tadow.

Milano Whisky Festival 2018: i terzetti

Finalmente, l’evento più atteso dell’anno whiskofilo è arrivato: sabato e domenica ci sarà il Milano Whisky Festival, come sempre al Marriott, in via Washington a Milano. Per il sesto anno di fila noi parteciperemo attivamente, e non solo passivamente sventolando il bicchiere davanti al povero standista: saremo infatti al banchetto di Beija-Flor, importatore di Cadenhead’s, Springbank, GlenDronach, Arran, Kilkerran, Tullibardine, Kilchoman, Bladnoch, Tomatin e Glenglassaugh, a diffondere la nostra malintesa sapienza e la nostra contagiosa passione a quanti avranno voglia di bersi un dram con noi.

Anche quest’anno abbiamo selezionato, nel portfolio dell’importatore, dei percorsi di degustazione, dei terzetti da proporre con la formula del “bevi 3 paghi 2”: come potete vedere qui sotto, ci saranno imbottigliamenti davvero ghiotti… Insomma, ci sono tutte le premesse per divertirci, no? Vi aspettiamo!