Aberfeldy 12 yo (2017, OB, 40%)

Un paio di settimane fa abbiamo avuto la la fortuna di partecipare all’ennesimo tweet tasting organizzato da Steve Rush, questa volta a tema Aberfeldy: il primo dei tre assaggi era (ovviamente) l’entry-level del suo core range, vale a dire il 12 anni – età che costituisce un vero spartiacque, quantomeno nel mondo imbottigliamenti ufficiali. Mettiamoci sopra il naso, e spariamo un paio di sentenza, via.

N: da subito si intuisce un naso molto ben bilanciato, tra note delicate, fresche e floreali, e un lato più fruttato ed esuberante. Le tasting notes ufficiali parlano di miele d’erica e non è difficile farsi catturare da questa suggestione. Accanto ecco ben evidente la frutta: albicocche disidratate, ananas, arance. Su tutto aleggia una spruzzatina di sentori minerali e il malto, a dirla tutta, è anch’esso in bella vista. Semplice ma davvero ben fatto.

P: un filo debole l’attacco e tutto giocato su una dolcezza senza tanti fronzoli. Toffee e ancora miele, tanto miele. In un secondo momento si accende la frutta, con brioches all’albicocca e un po’ di marmellata alle arance. Una sensazione innocente di fiori freschi ci viene a fare visita anche al palato, e ci rallegra.

F: di media durata, mostra a sorpresa una nota legnosa e si richiude su se stesso, con una leggera sensazione astringente, di allappamento.

Il naso non ci è affatto dispiaciuto, ma a ben vedere il palato è un po’ timido e forse si limita a fare il compitino; peccato perché all’olfatto sembrava promettere moltissimo… Ad ogni modo, resta una prova convincente, a maggior ragione se si pensa che questo solido single malt si trova in commercio abbondantemente sotto alle 40€. Perfetta introduzione al whisky di malto non torbato. 82/100.

Sottofondo musicale consigliato: Adamsky & Seal – Killer.

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Laphroaig 12 yo (ceramica, anni ’70, OB, 43%)

Giorgio D’Ambrosio e Franco DiLillo hanno da sempre il banchetto più speciale al Milano Whisky Festival: farcito di bottiglie storiche, offre l’occasione per assaggiare prodotti del passato, da collezione, altrimenti inavvicinabili dalla maggior parte dei comuni mortali. Oggi assaggiamo un Laphroaig 12 anni imbottigliato – anzi, inceramicato – negli anni ’70 per il mercato italiano grazie all’intervento di Bonfanti (in etichetta curiosamente – e chissà quanto avvertitamente – anglicizzato in Bonfant, per i più attenti). La distillazione è presumibilmente di inizio anni ’60 e anni ’50, dunque sappiamo di avvicinarci a un pezzo di storia.

N: non abbiamo mai – mai! – annusato un Laphroaig del genere. Molto aperto e avvolgente, delicatissimo e di grandissima personalità; c’è qualcosa che ci lascia subito di stucco, noi che negli anni ’70 eravamo a mala pena un’ipotesi scherzosa da parte dei nostri genitori. C’è una nota balsamica, di eucalipto, anzi: di canfora!, unita indissolubilmente a frutti neri (more, mirtilli e confettura di mirtilli e succo di mirtilli!, ma pure un’escrescenza di fragola…) – per questa incredibile fusione di mondi lontani, ricorda anche certe caramelle balsamiche alle erbe (tipo certe Ricola…). Anche una nota medicinale molto forte: garze, poi mercurocromo, pasta del dentista, sembra a tratti di sentire l’odore delle medicazioni, in ospedale. Un pit di liquirizia, ma quella gommosa – pare di aprire un pacco di Haribo; una suggestione di carruba. La torba, come la intendiamo noialtri oggidì, si lascia appena intuire, molto setosa e velata. Un po’ di iodio, una leggera brezza marina fa capolino di tanto in tanto. Spettacolare.

P: alcuni aspetti del naso tornano in maniera altrettanto sorprendente, e di nuovo riescono a stupire: ancora molto balsamico (sempre eucalipto), ci fa tornare in mente la suggestione di quelle caramelle Elah a menta e liquirizia, ma è una nota intensa e delicata al contempo; il tutto risulta legato da una frutta rossa, anzi nera, davvero profonda, continuamente cangiante (more e mirtilli, talora più acidi, talora più dolci e succosi). C’è un che di latte, anche, anzi piuttosto: panna. Ancora molto legno e liquirizia, con suggestioni di castagne bollite; forse un po’ meno medicinale che al naso, ma di certo la torba s’avanza con potenti note di cenere, legna arsa e grasso di maiale carbonizzato. Al di là dei descrittori, comunque, quel che davvero ci piacerebbe comunicarvi è l’estrema e compatta setosità del tutto, la morbidezza, la delicatezza quasi.

F: lunghissimo e intenso, si parte con quella nota di Elah a menta e liquirizia, dolce e zuccherina, e poi si prosegue a lungo con quel nitido senso di grasso di maiale bruciato e fumo, di braci ancora accese.

Ah, una volta erano così i Laphroaig? Non potevate dircelo prima? Cosa abbiamo fatto di male per meritarci il 10 anni di oggi? Ancora una volta, siamo schiacciati dall’esperienza: pensare che un whisky del genere, così diverso da quanto siamo abituati ad assaggiare, fosse la norma – beh, è stupefacente. Vengono in mente le parole di Marco Malvestio, giovane poeta, studioso di letteratura, con cui tempo fa chiudeva un articolo dedicato al vino (a noi basta sostituire “whisky” a “vino”): “il whisky cambia attraverso il tempo, sia in termini di processi produttivi (che spesso, come tutte le cose, subiscono l’influenza della moda), sia in termini di singole bottiglie. Anche per questo non esistono due whisky uguali, e ogni bottiglia ha la propria storia personale: ogni bottiglia, dunque, è irripetibile. Stando così le cose, mi sembra chiaro che portare la nostra attenzione al whisky significa davvero, più di ogni altra cosa, riflettere sulla fragilità della vita e del nostro essere nel mondo, sull’irripetibilità e dunque sulla preziosità di ogni momento della nostra esistenza, e sulla varietà imprevedibile e inestimabile delle combinazioni casuali che generano le nostre esistenze individuali”. 94/100.

Sottofondo musicale consigliato: Tom Waits – Warm beer, cold women.

THE FREAK SHOW @Harp Pub Guinness, 16.12.2017

Il Natale si avvicina e, con lui, ecco appropinquarsi una tremendissima sete, uno spleen alcolico, uno tsunami di inadeguatezza e pulsioni volitive affogate nel bicchiere. Senza alcun criterio – e soprattutto senza alcuna ragione apparente – decidiamo, forti dell’arbitrio dei forti, di aprire alcune bottiglie che immoralmente stanziano sul nostro scaffale tappate, sigillate e dunque dolorosamente inaccessibili, per celebrare in un rito collettivo la vaporosa vanità del tutto.

THE FREAK SHOW è una degustazione basata essenzialmente sul desiderio di assaggiare dei distillati particolari: ci saranno due rum (uno giamaicano, uno di Barbados) e quattro whisky (tre scozzesi, uno irlandese), e si tratterà di cose distillate dopo il 2000. Rispetto al consueto Tasting facile di settembre, in cui cerchiamo di mettere in assaggio solo bottiglie almeno un po’ vecchiotte, qui il focus vuole essere sulla contemporaneità: non è vero che tutto quanto era prodotto in passato era magnifico, e non è vero che tutto quanto è prodotto adesso è mediocre, inferiore, e immeritevole d’assaggio – anzi, è vero il contrario. Un po’ di fiducia nel futuro, ragazzi!

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quattro su sei – a dividere le bottiglie in due case è un tale macello…

Saranno sei assaggi stimolanti, saranno sei bottiglie rare, alcune neppure distribuite in Italia. Saranno tutti imbottigliamenti recenti, al massimo messi in vetro nel 2015. I due rum sono edizioni limitate di Velier, ed entrambe sono bottiglie già assurte al rango di oggetti da collezione: entrambe si guadagnano 90 punti o più su whiskyfun.com, e dunque speriamo possano non dispiacere a chi, come noi, alla canna da zucchero preferisce il malto. I quattro whisky, invece, sono tutti maturati in barili ex-sherry. Qui sotto la lista; il sesto assaggio lo sveleremo solo all’inizio della degustazione.

(Rum)
– Foursquare ‘Tryptich‘, 2016, 56%
– Hampden ‘HLCF‘ Habitation Velier, 2010/2016, 68,5%

(Whisky)
Cooley 13yo 2003/2017, Creative Whisky Co. for The Whisky Barrel, 52,7%
Glenrothes 11 yo 2004/2015, Hepburn’s Choice, 46%
Ledaig 2005/2017, Signatory Vintage, 57%

La degustazione, riservata a 30 persone, costerà 35€, si terrà sabato 16 dicembre all’Harp Pub Guinness in Piazza Leonardo, a Milano. Per prenotarsi, come al solito vi preghiamo di mandare una mail all’indirizzo info.whiskyfacile@gmail.com.

Ichiro’s Malt ‘Mizunara Wood Reserve’ (2013, OB, 46%)

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Come al solito, il caro Ichiro Akuto dimostra di essere un visionario (altri direbbero “un pazzo squinternato”) blendando sotto il marchio Ichiro’s Malt del whisky di Hanyu, distilleria ormai chiusa da quasi vent’anni, e di Chichibu, distilleria molto giovane ma già di culto tra gli appassionati e i collezionisti. Ichiro sa come si lavora, la qualità di Chichibu è lì a dimostrarlo; al contempo, sa pure come si blenda, dato che gli Ichiro’s Malt sono sempre una garanzia in termini qualitativi. Oggi, grazie alla gentilezza di Marco Callegari e di Alessandro Coggi, assaggiamo la versione ‘MWR’, Mizunara Wood reserve, finita per qualche mese in barili di legno Mizunara, ovvero di quercia autoctona giapponese.

japan_ich2N: l’impatto è straordinariamente accogliente, caldo, morbido e fruttatissimo. Volete sapere di cosa profuma un whisky ‘classico’ e ricco, che sa di whisky? Annusate questo: pesche sciroppate, mele rosse, albicocche mature e succose; poi brioche all’albicocca, caramello, ma con suggestioni anche più ‘legnose’ e profumate, tipo ‘legno di sandalo’; pian piano si apre anche una dimensione più calda, che ricorda nitidamente il tuorlo d’uovo. Molto rotondo, incredibilmente privo di spigoli.

P: ancora rotondissimo e piacione, non si può dire che sia un whisky scarico: tutto sommato coerente col naso, in più si sente una nota di cereale, anzi di pane dolce – ma la variazione più rilevante è di proporzioni, si fa un po’ meno fruttato (per quanto pesche e albicocche, fresche ma anche disidratate restino ben presenti) a tutto vantaggio di quelle note di tuorlo d’uovo. Succo d’arancia.

F: di media durata; oltre ad una bella frutta piacevole, resta un sentore tra il floreale e lo speziato, che sviluppa il sandalo del naso e si ferma appena prima del chiodo di garofano; ci intendiamo?

Piacevole e ‘rotondone’, semplice ed esuberante, come vorremmo fossero tutti i no age… L’apporto del legno Mizunara si sente, con quelle note speziate e legnosine, ma riesce a restare educato, senza stravolgere il tema di fondo dell’imbottigliamento con etichetta a foglia. Certo, ad acquistarlo qui non costa poco (circa 120€), ma è un malto indispensabile per ogni bottigliera attenta al whisky con gli occhi a mandorla – anche perché per metterci Hanyu e Chichibu bisognerebbe comunque spendere molto di più, e dunque… 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Steven Wilson – People who eat darkness.

Springbank 13 yo (2003/2017, Cadenhead’s, 57%)

Oggi assaggiamo quello che è stato un instant best seller all’ultimo Milano Whisky Festival: era andato sold out poche ore dopo la messa in commercio in estate, le poche bottiglie rimaste all’importatore italiano sono state letteralmente polverizzate due weekend fa. Come sapete, Cadenhead’s, il più antico imbottigliatore indipendente di Scozia, festeggia quest’anno il suo 175esimo anniversario, e lo sta celebrando alla grande, con imbottigliamenti dedicati e alcune serie speciali. Tra queste, ecco la linea di single casks per i punti vendita in Europa: come tributo al fu Cadenhead’s Whisky Shop di Aberdeen, negozio storico visto che proprio ad Aberdeen nacque la compagnia che ora ha sede a Campbeltown, Cadenhead’s ha imbottigliato uno Springbank di 13 anni in sherry Oloroso, naturalmente non colorato, non filtrato a freddo e non diluito (57%). Ora, Springbank e Cadenhead’s hanno la stessa proprietà: confidiamo che abbiano scelto un barile meritevole… Affrontiamolo.

58877-714-1N: massiccio e aggressivo, selvaggio e ‘sporco’ come ci si aspetta da uno Springbank in sherry first fill. Incredibile intensità: nel sezionare partiamo dalle note più sporche, sulfuree, di fiammifero, di cuoio nuovo, di cera di candela… Poi lo sherry porta una bordata di frutta rossa: confettura di ciliegie, poi fragole, more, anche lamponi. Molto fruttato, in effetti: pesca bruciacchiata (?), tarte tatin, mela glassata. Più ci si tiene il naso sopra, più il sulfureo si assorbe: resta poi, in crescita costante, una nota di malto, di frollino o di brioche. Arancia rossa, sempre di più.

P: l’impatto non è adatto ai deboli di cuore, l’alcol picchia abbastanza. Ma che spettacolo! Riesce ad essere ancora più sporco di quanto il naso non lasciasse presagire: tra mille spigoli, alcuni anche torbati, si fanno avanti note di cera, di zolfo, di arancia rossa marc… ehm, troppo matura (veramente notevole), poi un qualcosa che ricorda un soffritto. Cresce una nota salina, nitidamente sapida e marina, inattesa. Non si dimentichi il lato dolce e fruttato, pure presente, tra confetture ai frutti rossi, forse caramello, quelle parti di crostata bruciacchiate in forno, senz’altro del miele scuro. Ancora arancia rossa.

F: all’inizio troviamo cioccolato fondente (anzi: fave di cacao), confettura ai frutti rossi e qualcosa di dolce e bruciato, ma poi all’infinito resistono il fiammifero, il sulfureo, il cuoio. Viene fuori anche un bel fumino acre di torba.

Con Sprinbgank (e con gli Springbank in sherry a maggior ragione), la storia è sempre la stessa: o lo ami o lo odi. Un whisky che racchiude in sé due eccessi: sia il barile di sherry, marcante e sfacciato, sia tutta la spigolosità di un distillato che non ha eguali in Scozia, e non solo lì forse. Effettivamente è un whisky spettacolare, a suo modo, eccessivo e carico, e sicuramente sarà divisivo: un whisky scomodo, cui è difficile tappare la bocca. Dopo attente elucubrazioni, siamo giunti a chiudere su 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: A perfect circle – The Doomed.

GlenDronach 8 yo ‘The Hielan’ (2017, OB, 46%)

Ormai da tempo la comunità whiskofila è tristemente orfana del GlenDronach 8 ‘Octarine’, uno dei migliori imbottigliamenti degli ultimi dieci anni per rapporto qualità/prezzo – all’epoca costava 35€, talora perfino meno. Dopo un paio di anni, quell’espressione è stata sostituita dal coetaneo ‘The Hielan’, anch’esso frutto di una miscela di barili ex-bourbon ed ex-sherry (voi sapete, combo inusuale per la distilleria che fa della sherry maturation uno dei proprio capisaldi) ma, dicunt, con quota ancor maggiore di ex-bourbon. Pressoché ignorato all’ultimo Milano Whisky Festival, assaggiamolo almeno noi.

N: effettivamente, appare da subito diverso rispetto al vecchio Octarine: non tanto perché si senta di più l’apporto del bourbon, quanto perché è inusualmente nudo: i sentori più evidenti sono infatti quelli della fermentazione, dei lieviti, di malto in macerazione, yogurt o latte rappreso, canditi, una lieve acidità agrumata (limone, scorzetta d’arancia). Purea di pere, mela verde, sentori erbacei (prato bagnato dopo la pioggia: sapete, siamo dei romantici). Solo con un po’ di tempo emergono note più rotonde, tra uvetta, un che di caramello, suggestioni di frutta secca (nocciola, mandorle pelate). Biscotti al burro. Giovane, nudo, e però per nulla esile come talora accade, bensì molto pieno. Un poco di zenzero, pure?

P: lo scenario è simile al naso, anche se in tutta onestà qui va facendosi un po’ più ‘scuro’. Confermiamo comunque come il corpo sia molto pieno, molto grasso, avvolgente ma beverino. Un tripudio cerealizio in prima battuta, con biscotti integrali di malto, corn flakes non zuccherati, ancora lieviti (aò, se capissimo qualcosa pure di birra lo diremmo meglio, ma: sa di birra cruda – ok, adesso biasimateci, maledetti integralisti); semini del limone. Lievemente più dolce di quanto il naso non dicesse, con un mero cenno di vaniglia, di latte condensato e di caramello e poi pera, nocciola, mandorla.

F: lungo e persistente, scisso tra il prolungarsi di una certa acidità e una dolcezza qui calda, con note di legna, di nocciola, di uvetta.

Un whisky didattico, e per questo prezioso: a Serge piace molto perché lo trova nudo, onesto e pieno, e queste sono tutte doti che non possiamo non riconoscergli – detto ciò, non ci sembra un whisky semplicissimo, né particolarmente accattivante per un profano data la sua integralistica nudità. Piuttosto, forse, un piacevole divertissement per whiskofili già un po’ esperti. Avvertiti i naviganti, a noi è piaciuto e assegneremo un 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Edwinn Starr – War.

Blair Athol 28 yo (1988/2016, Antique Lions of Spirits, 51,2%)

The-Birds-Single-Malt-Whisky-Bottles-IIHIHDa circa un anno è sceso in campo un nuovo imbottigliatore indipendente, anche se così nuovo, a ben vedere, non è: Max Righi (Silver Seal, Whisky Antique) e Diego Sandrin (Lion’s Whisky) si sono uniti a Jens Drewitz di Sansibar per creare un marchio che – con ogni evidenza – vuole essere un tributo alle selezioni degli anni ’80 di Pepi Mongiardino (Moon Import). La serie ‘Birds’, che vedete ritratta nella sua interezza qui a fianco, riprende evidentemente l’omonima serie di Moon Import, la cui foto abbiamo messo più in basso. Un fil rouge che unisce diverse eccellenze italiane della selezione di single malt, da una fase pionieristica ed eroica, ormai diventata mito, ed una contemporanea, attenta alla qualità, all’estetica, e con i piedi ben piantati nell’eccellenza.

blair-athol-28-year-old-antique-lions-of-spirits_700-pN: ah, che tripudio di cereale… e solo chi ha presente come possa essere un whisky che affina il proprio spirito in quasi trent’anni può intendere. Delicato e intenso al contempo, pervasivo e caldo, non ruffiano ma neppure spigoloso: si parte da sentori di cereali caldi, perfino di pasta integrale calda, di brioche, di ovomaltina, di biscotti integrali. Un cenno, appena presente, di brodo di carne – ma appunto è solo una suggestione minerale e sulfurea momentanea, che arriva in disparte e poi scompare, poi torna… Delizioso. Nocciola, note di croccante al miele e sesamo. Col tempo, e con dunque pazienza, mostra anche un lato di frutta cotta (mele, pere, prugne), ed anche un lato fruttato un po’ più acidino, tropicale, che ci fa venire in mente la carambola.

P: il palato è semplicemente splendido, ed è inaspettato, onestamente: bisogna sezionare per descrivere, ma si sappia che tutti i sentori che snoccioleremo arrivano tutti insieme, senza prevaricazioni dell’uno sull’altro, e tutti con eguale grazia esplosiva. C’è innanzitutto un velo di cera d’api, delizioso, con anche un pizzico di nota di carne, lievissimamente sulfurea (con acqua questo lato aumenta un poco, restando sempre integrato e piacevole). È bello oleoso, masticabile; poi abbiamo frutta cotta, ma anche frutta gialla fresca (pesca e albicocca, ma anche nespole e melone). Ancora si affaccia un che di tropicale/acido tipo ananas. Cereali: fiocchi d’avena e brioche integrale, mandorle, pinoli. L’acqua libera il lato acido/fruttato e si apre su un cesto di nespole e meloni.

IMG_6818_6F: all’inizio c’è una nota fruttata incredibile, intensissima e freschissima, pare un nettare – ma poi, come in un sogno dopo il primo snooze della sveglia, scompare e ci si risveglia in un tappeto di cereale, ancora increduli ma soddisfatti.

Buonissimo e difficile, ci sembra un single cask per veri appassionati, per palati avvezzi alle spigolose bellezze dell’acquavite di cereali: c’è un lato fruttato e acidino veramente buono, con quella matura raffinatezza che deriva solo dal paziente invecchiamento, in una botte in grado di non marcare in eccesso – e al contempo ci sono venature sporchine, a cavallo del confine del Sulfureo, davvero deliziose. Il nostro giudizio, in fin dei conti, è di 91/100, caldamente consigliato.

Sottofondo musicale consigliato: Jerry Garcia – Bird Song.

Degustazione “Botte da Orbi” @La Corte dei Miracoli (8.11.2017)

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L’8 novembre 2017 sarà una data da ricordare, perché segna il giorno esatto in cui abbiamo scoperto un nuovo covo di whiskofili a Milano. A due passi dai Navigli, precisamente nella sede dell’associazione culturale La Corte dei Miracoli, il duo di appassionati di whisky composto da Corrado De Rosa e Alessandro Vigorelli Porro, ha infatti da poco iniziato a cimentarsi in serate a tema: beh, degustazioni di whisky, per l’appunto. L’approccio è molto conviviale, a partire dal proposito subito esplicitato di puntare al pareggio di bilancio e arricchire unicamente la bottigliera del locale con le bottiglie (eventualmente) sopravvissute alla serata. Noi abbiamo trovato uno zoccolo duro di amici e frequentatori dell’associazione che si affacciavano curiosi al mondo del distillato di malto. Insomma, un contesto informale dove tutti stavano sullo stesso piano, impegnati a snocciolare suggestioni a tutto spiano sui malti in assaggio, nel frattempo prodigandosi a demolire la credibilità dei prodi relatori, a loro volta all’unisono protesi all’autodemolizione alcolica della propria integrità fisica e morale. “Beh, capolavoro!”, direbbe qualcuno – e così diciamo noi.IMG-20171108-WA0032
Ma si diceva dell’8 novembre: la degustazione Botte da orbi era a tema wood finish, ovvero imbottigliamenti con maturazioni piene o parziali avvenute in botti “anomale” rispetto alla consueta dicotomia ex-bourbon / ex-sherry cask. Di tre whisky su quattro abbiamo steso le nostre note di degustazione in formato ridotto, per venire incontro una volta tanto ai fautori del “piccolo è bello”. Che – diciamocelo – in tempi di sistema-Paese, di globalizzazione e di maxi fusioni tra conglomerate cinesi, non se la passano tanto bene. Eh?

arran cask sauternes finish 2017Arran The Sauternes Cask Finish (2017, OB, 50%): 50 gradi e non sentirli. Dà subito una sensazione di cremosità (torta al limone). Marshmallow e miele. Poi si appalesa la frutta (albicocca, banana) ma anche un poco di legno tostato. In bocca si sente maggiormente l’alcol e purtroppo cresce anche un senso di gioventù, a base di legna fresca. Ancora frutta gialla, banana e vaniglia. Nel finale, ancora legno tostato. Pure troppo, diciamo. Questo Arran ti dà delle gioie nella fasi iniziali e poi via via va smarrendosi, ma si rimane su un dignitoso 82/100.

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Balvenie 14 yo ‘Old Caribbean Cask’ (2015, OB, 43%). E via di mela grattugiata farinosa e molto matura, con un profilo certo dolce ma non eccessivo. Legno di sandalo, mandorle e burro cacao. Ma resiste anche quella bel sentore di malto caldo di Balvenie. In bocca è a suo modo raffinato, con note di pesche, mele e miele. Frutta secca. In generale è tanto dolce, ma si ferma un attimo prima del troppo che stroppia: 84/100.

Teeling-Stout-Cask-Small-BatchTeeling Stout Cask Finish (2017, OB, 46%). Ebbene sì, trattasi di finish in botti che hanno contenuto birra prodotta dal birrificio “200 Fathoms Imperial Stout”. Non vorremmo dare l’idea di essere essere prevenuti, ma è a tratti imbarazzante: olio d’oliva, con note erbacee di foglia d’insalata e molto distillato nudo sugli scudi. Sciacquatura di piatti (alla pera). Caffè. La birra si sente, purtroppo: 74/100.

Il quarto whisky era un Port Charlotte 8 anni ufficiale, anni completamente trascorsi in una botte ex cognac. Ci è sembrato da subito molto interessante e che per questo meritasse un assaggio più meditato; così ce lo siamo portati a casa e prossimamente saremo ben lieti di tornarci. Intanto corre voce che la prossima serata alla Corte dei miracoli sarà dominata dai whisky indiani… Stay tuned!

Sottofondo musicale consigliato: Queen – The Miracle

Macduff 20 yo (1997/2017, Valinch & Mallet, 51,3%)

Macduff è una distilleria poco quotata, il cui single malt è commercializzato con marchio Glen Deveron; come spesso accade con case produttrici poco note, le pagine meglio illuminate sono quelle scritte dagli imbottigliatori indipendenti – e a proposito di Macduff, ne abbiamo già avuto esperienza… Oggi assaggiamo uno degli ultimi imbottigliamenti di Valinch & Mallet, uno dei banchetti meritatamente più affollati durante il Milano Whisky Festival: bourbon hogshead, vent’anni di maturazione, pieno grado. Daje.

Schermata 2017-11-14 alle 11.18.08N: uno splendido impatto, di grande intensità: si qualifica da subito come una potenziale bomba fruttata. Gli ordigni, nella nostra mente contorta, sarebbero dei cestini di pastafrolla, crema e appunto frutta… C’è un’ottima cremosità, da vaniglia, da crema pasticciera, da budino alla vaniglia! Poi, proseguendo la suggestione del pasticcino, ci viene in mente il pezzetto di ananas coperto dalla gelatina zuccherata… Succo d’arancia zuccherata – e poi una venatura erbacea, sottilmente balsamica, quasi. Una nota di zabaione, anzi: proprio tuorlo d’uovo. Zenzero candito. Molto buono.

P: molto coerente, e meno male! Risaltano ancora leccornie cremose, fruttate e zuccherine. Epifania: gelato alla banana. Cronaca spicciola: vaniglia, pastafrolla, crema pasticciera, pasticcino alla frutta… La bomba potenziale non esplode del tutto, parte pittosto una sassaiola di banana, confettura d’albicocche, moltissima mela gialla, bella dolce…

F: lungo e perisitente, tutto composto tra il maltoso e il brioscioso. Ancora mela gialla.

Non grasso, non oleoso, magnificamente fruttato e ‘dolcino’, l’epitome del single cask in bourbon dal cuore delle Highlands con deliziose venature erbacee, senza picchi, senza deviazioni, senza squilibri – che qualità signori! Complimenti a Fabio e Davide: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Anthony Joseph & The Spasm Band – She is the Sea.

Whiskyfacile… al Milano Whisky Festival!

14976636_1242433639149438_2123820976059888283_oCome da tradizione, per la quinta volta quest’anno parteciperemo al Milano Whisky Festival stando dietro al banchetto di Beija-Flor… e come da tradizione, l’importatore ci ha messo a disposizione il suo intero portfolio per farci scegliere 13 percorsi di degustazione, 13 terzetti che saranno proposti in assaggio con la formula del ‘bevi tre, paghi due’. Qui sotto mettiamo i manifestini per 12 percorsi, con qualche indicazione: innanzitutto, quest’anno è il 175° anniversario di Cadenhead’s, il più antico imbottigliatore indipendente di Scozia, e per quanto buona parte degli imbottigliamenti celebrativi non siano più disponibili abbiamo costretto Maurizio a mettere in assaggio qualche chicca, pescando soprattutto tra le release del 2017 (attenzione a due single cask per i punti vendita di Cadenhead’s…). Rispetto agli anni scorsi ci sono poi alcune novità: Bladnoch in primis, con le Lowlands finalmente rappresentate, poi l’irlandese The Whistler e, con grande gioia nostra, il bretone Armorik. Inoltre, spiccano alcuni imbottigliamenti esclusivi per l’importatore, ad esempio (udite udite) un GlenDronach del 1992 in Oloroso, o due Kilchoman, uno in bourbon e l’altro finito per sei mesi in Pedro Ximenez.

Sopra però abbiamo parlato di 13 terzetti, e qui sotto ce ne sono solo 12… Ebbene sì, ce n’è uno fuori lista, fatto di soli imbottigliamenti “almost rare“, ovvero usciti come ‘normali’ qualche anno fa e nel frattempo diventati piccoli oggetti di culto. Eccolo qui:

  • Kilkerran Work in Progress 1st edition (2009, 46%)
  • Longrow 10 yo (anni 2000, 46%)
  • Kilchoman 2007 SC Oloroso per Beija-Flor (2013, 58%)

Insomma, dovreste trovare malto per i vostri denti, o no? Noi vi aspettiamo, anche solo per quattro chiacchiere!

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