Port Askaig 100 Proof (2018, Speciality Drinks, 57,1%)

la metropoli tentacolare di Port Askaig

Port Askaig è il nome del villaggio portuale sul versante nord di Islay, celebre soprattutto perché molti dei ferry dalla terraferma attraccano proprio lì. C’è un Pub molto fornito di whisky isolani, se la cosa vi può interessare: e non farete fatica a trovarlo, saranno in tutto otto case… Ma stiamo andando fuori tema: Port Askaig è anche il nome di uno dei più fortunati brand di whisky torbato dell’isola commercializzato da Speciality Drinks, dietro cui si cela un single malt non dichiarato. Se la geografia ancora significa qualcosa, dovrebbe essere Caol Ila o, in alternativa, Bunnahabhain. Oggi assaggiamo la versione a grado pieno, il 100° Proof.

Port Askaig 100° Proof

N: mmm, che bontà…! La torba è abbastanza gentile ma ‘frizzante’, con falò sulla spiaggia, legna che brucia, camino. Note minerali, da terra umida, che riescono a emergere. Poi c’è un lato più seducente e ruffiano, dolcino dolcetto, che riassumeremmo con una immagine folle, visionaria: un ciocorì bianco con una spruzzata di limone sopra. Vaniglia. Pera dolce, un pit di lime magari. Un sentore di pepe bianco.

P: molto buono, pieno, avvolgente e intenso, bilanciatissimo: non abbisogna d’acqua aggiunta. Coerente: carico, vaniglioso e dolce, zucchero liquido e cioccolato bianco, ma senza diventare sgradevole grazie alla presenza di lime e limone a stemperare la dolcezza. Bello torbato e fumoso, ancora bruciato. C’è un qualcosa di balsamico, eucalipto forse?

F: qui emerge un pizzico di sale, a testimoniare la portualità di Askaig, che appunto (non si dimentichi!) è pur sempre un Port. Per il resto, molto dolce, con un retropensiero (perché non retrogusto? Perché se no non saremmo su whiskyfacile!) di borotalco. Sale e pepe.

Ruffiano, fatto per piacere quindi, beh, piace. Ah, come sono belli i nostri pleonasmi, come ne siamo orgogliosi! Giovane certo, e certo non di straordinaria complessità, ma svolge il suo compito alla perfezione, e dobbiamo lodare l’assenza dell’alcol a dispetto dei 57 gradi. Raccomandiamo. 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Fulci – Apocalypse Zombie.

Annunci

Glen Keith 23 yo (1993/2016, Kingsbury, 53,7%)

Glen Keith è una di quelle distillerie poco celebri, poco note, vittima del loro essere muli da lavoro per grandi marchi di blended whisky: in questo caso, Glen Keith porta acqua (-vite) al mulino di Chivas, parte della grande galassia Pernod Ricard. Per fortuna che ci sono gli indipendenti a dare lustro a questi lavoratori: oggi assaggiamo un single cask di Kingsbury, imbottigliato nel 2016.

N: un profilo dolce e fresco, molto piacevole: torta al limone, anzi torta Paradiso. Agrumato, con mandarino o cedro, forse. Ha anche una sua austerità, vegetale e oleosa: foglie, ma anche olio di semi di lino, dice Zucchetti indossando una camicia di lino – dimostrando dunque di essere uno che se ne intende davvero. Lemongrass. Anche il legno compare, fresco, senza però disturbare. Un ciccinino di cera, quasi.

P: molto piacevole, che buono! Resistono le note oleose e agrumate, tra olio di mandorla e limone, ma esplode inatteso un lato fruttato eccezionale: un pit di banana, soprattutto però ananas e pesca bianca. La sua cremosità rimane educata, e tende a chiudersi verso una vena amara (nocciolo di limone?). Molto molto buono.

F: lungo, molto coerente, fruttato e burroso, si chiude con una smandorlata definitiva.

Quante volte abbiamo detto che le distillerie meno conosciute sanno spesso regalare chicche imdimenticabili? Tante, ma mai abbastanza, dato che ci troviamo a ripeterlo anche oggi. Ah no, aspetta: forse è solo che siamo noiosi e l’età inizia a renderci ancora più ripetitivi, come quegli anziani che raccontano sedici volte di fila lo stesso aneddoto. Ma insomma: questo Glen Keith è semplicemente delizioso, fresco, profondo, oleoso e fruttatissimo. Ne berremmo a pinte. 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Earth, Wind and Fire – September.

Mortlach 25 yo (1993/2018, Adelphi, 56%)

Samuel che spala torba, miagolando

Siamo delle persone semplici: vediamo un single cask di Mortlach di 25 anni e non capiamo più niente. Fortuna vuole che ci sia giunto in omaggio un grasso sample di (indovinate un po’) un single cask di Mortlach di 25 anni imbottigliato da Adelphi l’anno scorso: e in questo caso, si scrive “fortuna” ma si legge “Samuel“. Miagolando di giubilo, non spendiamo parole superflue e passiamo ai fatti.

Mortlach 1993/2018 Adelphi

N: mancano tutte le note più sporche della Bestia di Dufftown, e dunque niente zolfo o brodo di carne, almeno all’inizio. Iper fruttato, si sente immediatamente il forte contributo del barile: mon cheri, frutta rossa sotto spirito e cioccolato, marmellata di fragola. Crema di marroni e marmellata di arancia. Mela rossa. Sentori di crostata di mele?, brioche alla mela, strudel (ma senza cannella).

P: esplosivo, molto intenso, ancora molto fruttato: frutta rossa, marmellata di fragola, succo di mela… Ancora tanto agrumato, arancia. Arriva poi quella nota che ci dice “Mortlach”, ed è una nota di brodo di carne – niente zolfo però. Riduzione di anatra all’arancia. Polvere di caffè, qualche spezia del legno, foglie di tabacco. Biscotti allo zenzero e cannella (qui sì), verso il finale…

F: ed è subito Ikea sotto Natale, con il biscotto cannella e zenzero che conduce pian piano alla frutta esuberante del palato (arancia e mela).

La nostra semplicità, dichiarata in avvio, trova conferma nella goduria della bevuta. È un Mortlach in una versione molto ‘pulita’, senza note sulfuree troppo marcate e con solo una noticina di brodo di carne al palato a ricordarci che la Bestia di Dufftown è carnivora… Pulito, si diceva, ma con una personalità che neppure Pogba al suo primo anno in Italia. 90/100, e grazie infinite al nostro miciolone Samuel: dai che manca poco, tra poco possiamo tornare a brindare insieme.

Sottofondo musicale consigliato: dal Machete Mixtape Vol.4, Gang!

Aberlour A’bunadh (2017, OB, batch #60, 60,3%)

Era l’oramai remoto 1998 quando ad Aberlour, distilleria di punta dello Speyside, ebbero un’idea niente male: creare un whisky senza età dichiarata, giovane certamente, ma che non fosse un pretesto per vendere a caro prezzo qualcosa di modesto o ancora immaturo; piuttosto l’A’bunadh (dal gaelico “origine”) sarebbe stato un whisky estremamente connotato (solo ex sherry Oloroso casks), prodotto in piccoli batch (oggi abbiamo sfondato i 60), e messo in bottiglia così come mamma l’ha fatto (non colorato, non filtrato a freddo, a grado pieno). Risultato: un whisky estremo eppure franco, godibile. Vediamo se questo batch conferma la nomea…

Aberlour A’Bunadh, batch #60

N: l’impatto è aggressivo, l’alcol decisamente non si nasconde, comme d’habitude… Note viniliche, di vernice, in primo piano. Legno fresco, mobili nuovi, anche un sentore erbaceo che guarda direttamente al distillato. Dietro, col tempo arriva il lato più brioscioso e fruttato di Aberlour: brioche ai frutti rossi. Note di cola, di chinotto; poi una nota inaspettata di confetti, di pasta di mandorle. Uvetta.

P: complessivamente ci convince più del naso. Frutta molto succosa, arancia candita, ancora molto agrumato. Ancora note erbacee, al limite del balsamico, e spezie. Ovviamente frutta rossa, ciliegia, molta uvetta (e canditi: se dicessimo “panettone”?). L’acqua lo rende molto più succoso e godibile, in tutta onestà possiamo dire che lo migliora.

F: il primo sentore è molto erbaceo, poi prendono il sopravvento cioccolato e ciliegia.

Possiamo dire di aver assaggiato qualche batch di A’bunadh negli anni e la serie, a 20 anni dalla nascita, non sembra mostrare i segni del tempo, non tradendo i principi che l’hanno ispirata pur nella diversità dei vari lotti. Questo batch 60 non è forse il migliore mai bevuto, con un naso e un palato molto diversi tra loro, ma si mantiene su livelli di piacevolezza che traduciamo volentieri in un 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: College & Electric Youth – A Real Hero.

Bruichladdich 16 yo (2002/2018, Claxton’s, 61,2%)

la still room di Bruichladdich a febbraio 2018

Claxton’s, imbottigliatore indipendente importato in Italia dai prodi ragazzi di Whisky Italy, soprattutto negli ultimi tempi ci ha abituato a pezzi di grande qualità, alcuni dei quali abbiamo raccontato anche su questo umile blog. Grazie al sample generosamente mandatoci da Diego Malaspina, oggi assaggiamo un Bruichladdich di 16 anni invecchiato in un Puncheon ex-sherry (capacità di circa 500 litri) e imbottigliato a grado pieno nel 2018. Recentemente i Laddie in sherry sono piuttosto rari, e dunque affrontiamo questo sample con curiosità.

Bruichladdich 16 yo (2002/2018, Clanxton’s, 61,2%)

N: impressionante come sia aperto e piacevole, pur con una gradazione così alta. Lo sherry è evidente, con arancia rossa, toffee, ciliegia succosa, cioccolato al latte, marmellata rossa… Poi emerge anche l’anima di Bruichladdich, con una torba leggera leggera e soprattutto un che di vegetale, diciamo di pastone, di mangime per maiali, una lontana marinità e un che di sulfureo appena accennato. L’acqua addolcisce, con note di praline e di zucchero bruciato.

P: anche qui resta clamorosamente bevibile a dispetto del grado. L’impatto è di una frutta rossa massacrante, tra marmellata di fragola e ciliegia. C’è qualcosa di iperzuccherino, diremmo forse caramello bruciato. Arancia amara. Cacao amaro (lievemente astringente), poi molto speziato, con noce moscata e soprattutto chiodi di garofano. Verso il finale si apre una torba sulfurea e marina…

F: qui decede la dolcezza, vien fuori la torba, netta, fumosa e affumicata (sa di salmone arrostito affumicato). Lascia la bocca asciutta, e – soprattutto a bicchiere vuoto – lascia a bocca asciutta.

Ma che bellezza, ma che stranezza. Stupisce la delicatezza dell’alcol, nonostante un volume abbastanza massiccio; l’impatto del barile è evidente, con tanta frutta e con tante note speziate, a tratti – soprattutto al palato – appena al di qua della sottile linea rossa del soverchiante. E però il naso rivela le note tipiche del distillato, erbacee e sottilmente torbate. Non si può non premiarlo: 87/100. Non costa poco, ma regala molte soddisfazioni, e Whisky Italy lo vende qui.

Sottofondo musicale consigliato: Temples – Hot Motion.

Feis Ile 2019 Tasting – cinque su sei

Come l’anno scorso (e come l’anno primaaaaa), un’eroica brigata capitanata da Claudio Riva è andata a Campbeltown e su Islay per festeggiare gli open day delle distillerie in occasione del Campbeltown Malts Festival e del Feis Ile – ma l’eroismo non sta nell’esserci andati, con ogni evidenza… Quella è la parte brutta e da invidiare rosicando, senza concessioni. L’eroismo sta piuttosto nell’aver riportato in Italia una selezione dei sei migliori imbottigliamenti esclusivi per il Festival apposta per aprirli con il pubblico di appassionati di Whisky Club Italia – tra cui noialtri, ovviamente. Dunque, bando alle ciance e diamoci dentro con cinque dei sei malti bevuti – manca Laphroaig, arriverà nei prossimi giorni, purtat’ pacienza.

Springbank 8 yo ‘Open Day 2019’ (2011/2019, OB, 56,8%)

1100 bottiglie, maturazione in “fresh sherry casks”. N: non spigolosissimo anche se in stile springy, rimane abbastanza pulito e molto sherroso. La nota di cera c’è eccome però, assieme a olive nere e sentori vinilici. In realtà col tempo si apre ed esce anche un cerino sulfureo che dona profondità. P: molto grasso ed oleoso con un bel contributo della torba. Anche lo sherry è bello appiccoso e profondo (caramello e marmellate). Cioccolato e un tocco costiero molto piacevole. F: bacon e pepe e ancora tanto sherry dolce e opulento. Con acqua merita, tra cera e marmellata bruciacchiata a gogò. Sicuramente tanto carico ma anche tanto bilanciato tra la grassezza del distillato e la dolcezza di botte. 8 anni e tanta tanta personalità: 89/100

Longrow 15 yo ‘Open Day 2019’ (2004/2019, OB, 52,4%)

911 bottiglie, maturazione in “fresh rum casks”. N: inizialmente è stranamente chiuso, anche se la botte si manifesta sotto forma di frutta gialla zuccherosissima (banana), molto costiero. Note chimiche da rum… La torba è sicuramente meno pronunciata rispetto allo springbank. P: si fa più sporco anche se il fumo è davvero in disparte. Chimico e sulfureo con accanto, comunque ben integrate, note di crema al limone e banana. Agrumi. Un filo di cera. F: medio, di spiccata dolcezza e decisamente sapido. Il rum si sente parecchio, anche perché gli anni si sono portati via gli spigoli della casa, ma non è affatto sgradevole, anzi, resta molto affilato: patisce forse la degustazione dopo lo Springbank, che è una pialla. 85/100

Lagavulin 19 yo ‘Feis Ile 2019’ (2019, OB, 53,8%)

6000 bottiglie, maturazione in “sherry treated american oak casks”. N: paradossalmente fresco e succoso, pur se torba e mare sono ancora lì cazzuti dopo quasi 20 anni. Addirittura ricorda il pout-pourri di fiori secchi, quando si affacciano le note più delicate. Torta di mele appena sfornata. Truciolo bruciato. P: la tendenza alla freschezza si accentua ed è molto beverino, non ha un grosso impatto in bocca. Non dimostra sicuramente l’età. Sentiamo marmellata d’arancia, castagne. F: salmastro, legno e zucchero bruciati. È davvero beverino, non un mostro di complessità, però. Forse si poteva fare di più? E comunque, se questo è un Lagavulin quasi deludente… Chapeau. 87/100

Caol Ila 22 yo ‘Feis Ile 2019’ (2019, OB, 58,4%)

3000 bottiglie, maturazione in “sherry treated american oak casks” (gli piace ‘sta formula, a Diageo, eh). N: un raffinato galantuomo nel fiore degli anni. Tutto molto integrato, con note incantevoli vegetali di foglia e di torba dolce. Torta di mele, pesche sciroppate. P: tripudio di frutta (pesche, fichi freschi), con un kick iniziale molto deciso. Saporito anche se l’alcol si nasconde in maniera incredibile (58,4 dove?). Sentiamo anche il mare a far da sfondo. Esibisce già le note levigate e setose che si possono apprezzare in alcuni caol Ila ultratrentenni. F: si riverbera la dolcezza fruttata ma la torba non molla un colpa e rimane bella smoggosa, viva. 91/100. Aggiungete acqua e godete.

Bowmore 15 yo ‘Feis Ile 2019’ (2019, OB, 51,7%)

3000 bottiglie, maturazione in “first-fill ex-bourbon casks”. N: proseguiamo con l’eleganza, con botte di clorofilla, di cera, di foglia sudata (vabbè, diciamo umida, dai), di olio d’oliva (focaccia!?!?!?!?) ma anche di burro. Poi limonata dolce e poi poi poi… arriva il tropicale! P: delicato ma deciso, frutta tropicale impastata di cera, acidità agrumata (limone e lime) a braccetto con la vaniglia e il miele. Si sente bene anche il cereale. Il fumo è discreto, molto in secondo piano, ma è una coccola. F: si ricompone con grande garbo su note vegetali, di cioccolato amaro. Un whisky dipinto col pennellino che berresti sempre: 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Blues Brothers – Everybody Needs Somebody (To Love).

Millburn 20 yo (1983/2004, Private Cellar, 43%)

Millburn: blast from the past

La degustazione SCOTCH MISSED dello scorso 15 giugno è stata l’occasione per assaggiare finalmente un Millburn: malto raro quanto mai, se controllate su whiskybase troverete solo un centinaio di imbottigliamenti… E tutti ormai vecchiotti e introvabili, purtroppo. Millburn è stata la più longeva delle distillerie di Inverness, attiva tra l’inizio dell’Ottocento e il 1985, vittima della crisi di quel decennio come tante altre. Piccolissima, solo due alambicchi fin dalla sua fondazione, ha patito proprio la sua dimensione urbana: inespandibile, chiusa in un sandwich tra il fiume e una collina, Diageo ha preferito chiuderla e venderla. Ora quel che rimane è un po’ un ristorante, un po’ un budget hotel. Per fortuna che Tomislav ci ha messo a disposizione questa bottiglia, un 20 anni di Private Cellar – e ora ce lo ribeviamo con calma.

N: uh, com’è particolare! Molto interessante, un profilo inusuale e molto sfidante. La prima cosa che ci colpisce è una dimensione ‘sporca’, al limite del sulfureo positivo, con un lato quasi ‘meaty’, con un cenno di ragù à la Mortlach, e metallico, ferroso, con arancia quasi andata. Arancia che per il resto è onnipresente anche nel versante più setoso e fruttato: arancia candita, poi tamarindo fresco e pesche sciroppate, sfiorando la frutta tropicale ma senza forse raggiungerla mai pienamente. Un senso di chinotto / cola, arriva quasi al dattero: immaginiamo un succo di dattero, possibile?

P: la parte torbata, che al naso quasi non si percepiva, qui diventa molto evidente, donando un ulteriore strato minerale di complessità, con una deliziosa patina felpata di cera (e di stoppino di candela spento) che prende il posto del sulfureo meaty e variegato del naso. Anche se è a 43%, è molto oleoso, con un bel corpo ‘vivace’, eppure si mantiene molto fresco, molto pimpante: la componente fruttata è ancora di arancia, agrumi dolci e pesca matura, poi anche mango, e accanto a ciò c’è pure una dolcezza quasi di marshmallow. Il palato è straordinario.

F: il finale è medio-lungo, non urlato, ma con una prima frutta suadente tra la pesca e il mango e una torba minerale e acre, ancora più elegante, ancora con cera e stoppino di candela.

È veramente ottimo: è davvero un whisky con un profilo come non ce ne sono più, e con una personalità francamente incredibile. Assaggiato durante la degustazione, in mezzo a diversi gradi pieni, sembrava ‘solo’ strano e molto particolare, ma forse restava un po’ penalizzato: ribevuto così, con la dovuta calma, lo riconosciamo come qualcosa di eccezionale. 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Steve Miller Band – Fly Like An Eagle.

“Scotch Missed”: a tasting in Croatia

Cask End di un Brora 1972: serve altro?

Sabato scorso una nutrita delegazione di Whiskyfacile (cioè: Jacopo) ha attraversato ben due confini pur di partecipare alla degustazione SCOTCH MISSED a Motovun, in Croazia, organizzata dal grandissimo Tomislav Ruszkowski. Non è un blog di turismo, quindi vi saranno risparmiate le avventure del viaggio, tra maiali arrosto e spiagge di nudisti (a dispetto delle apparenze: le due cose non coincidono). La degustazione ha avuto luogo nella bellissima cornice del Roxanich Wine & Heritage Hotel, piccolo santuario di alcune passioni di Mladen Rozanić, imprenditore croato che da una decina d’anni ha deciso di trasformarsi anche in winemaker: i suoi vini, rigorosamente naturali e biodinamici, hanno diviso i partecipanti, ma chi scrive – pur nella sua conclamata ignoranza in materia – si è innamorato dei macerati. Ad ogni modo, il tema della degustazione era appunto “lo scotch che non c’è più“, e dunque bottiglie di distillerie chiuse, o di distillerie aperte ma con un passato problematico. Abbiamo preso appunti solo su 5 dei 7 assaggi: i due mancanti sono tornati in sample a Milano, e in questi giorni pubblicheremo delle recensioni più esaustive.

Glen Flagler ‘Rare All-Scotch Malt’ (anni ’70, 40%): Glen Flagler era il single malt prodotto dai pot still dentro a Garnheath, distilleria di grano del gruppo Inver House, nel periodo tra il 1965 e il 1985. Roba molto rara, se cercate su whiskybase ve ne renderete conto. Un sacco di pera al naso (mousse di pera), mela verde, scorza d’agrume, cereale; come spesso accade con whisky così vecchi, cambia molto, muove verso le scorze di frutti tropicali, diventa sempre più fruttato e lievemente ceroso (la solita, splendida storia della patinina minerale). Piuttosto floreale. Il palato è dolce, di una dolcezza fruttata intensa, ancora mela verde e pere. Finale breve e easy. 83/100.

Littlemill 16 yo (1991/2008, Douglas Laing, 50%): non c’è bisogno di introdurre una delle nostre distillerie preferite di sempre, vero? Questo è un refill Hogshead della serie Old Malt Cask di Douglas Laing. Inizia con una nota di colla vinilica, inaspettata, ma pian piano sale una dimensione fruttata spettacolare (mela verde, tropical acidi maracuja mango), foglie di foglie, legno nuovo. Unsexy ma sexy, se si capisce cosa intendiamo. Cera. Il palato è totale, tropicale ed erbaceo, esplosivo, ancora cera, finisce sulla clorofilla e con sentori amari, spettacolare. Pasta di mandorle. Peccato per un naso un pelo troppo poco espressivo, altrimenti avremmo volato ancora più in alto. 89/100.

Rosebank 14 yo (1990/2005, Chieftain’s, 46%): anche in questo caso, presentare Rosebank appare quasi imbarazzante. Fin dalle prima note del naso, sembra molto particolare, con un profilo inusuale per un Rosebank, almeno per come l’abbiamo sempre conosciuto. Nel panorama delicato e fruttato, con le consuete note erbace pronunciate, c’è infatti una lieve nota sulfurea, che al palato diventa ancora più evidente. Nel complesso, oltre a ciò, è dolce, con vaniglia, frutta fresca (mele fragole pesche) e una venatura minerale. Una punta di caramella all’anice. Non ci persuade fino in fondo, ma resta una testimonianza per noi ‘nuova’ di una distilleria di culto. 84/100.

Imperial 19 yo (1995/2015, Signatory, 46%): ultimamente ci capita sempre più spesso di assaggiare degli ottimi Imperial, non sappiamo se dipenda dal fatto che sta raggiungendo età sempre maggiori, e magari questo giova al distillato, oppure dal fatto che semplicemente ce ne siamo accorti solo ora. Ad ogni modo, questa è stata la vera sorpresa della serata: veramente ‘cccezzionale, fruttato (abbiamo frutta gialla, mela, pesche) e con uno strato ceroso/maltoso davvero incantevole. Il malto è molto presente, brioche appena sfornate, pastafrolla calda, burro caldo, miele. Venature minerali. Una menzione al corpo del palato, di alto livello anche se a grado ridotto. Lo vogliamo premiare: 90/100.

Ardmore 21 yo (1979/2001, Douglas Laing, 50%): il distillato di Ardmore è molto spigoloso, “rognosetto” lo definirebbe qualcuno, e se si lascia in un barile poco attivo i risultati sanno essere sorprendenti. Questo è appunto il caso: 21 anni in barile hanno portato a un’evoluzione che non può non lasciare sedotti. Il naso offre un profilo torbato leggero, piuttosto sporchino e minerale (olio, perfino del gesso), per noi buonissimo. Intensa anche la frutta, tutta su pere e pesche: lato che torna vivo anche al palato, subordinato però a una torba delicata e al cerino, allo stoppino di candela. Finale lungo e affilato. Davvero buono: 90/100.

Vorremmo ringraziare ancora una volta Tomislav per l’invito a questa degustazione davvero unica, e Mladen per la grande ospitalità in un luogo così bello: e ne approfittiamo per ringraziare gli amici croati e gli italiani, Gpp e Dameris, Luca e Maura, Claudio, Anna, Davide e Daniela, Michele, con cui abbiamo condiviso passeggiate, consigli sloveni sbagliati, calamari pigri e cotenne di maiale fumanti. Prossimamente le recensioni di Millburn (!) e Ardbeg.

Sottofondo musicale consigliato: Brad Mehldau – O Ephraim.

Una verticale di… Bimber Single Malt!

Un paio di settimane fa, grazie al lavoro dell’amico Davide (a proposito: seguite il suo account Instagram @whisky_munich), abbiamo ricevuto un set di sei samples da Bimber, una giovanissima distilleria artigianale inglese, con sede a Londra, attiva dal 2015. Il concetto che sta dietro a questa start-up ci piace in modo particolare: Bimber ha un contratto esclusivo con un coltivatore dell’Hampshire, che gli fornisce orzo di varietà Concerto e Laureate, facendo sì che di fatto il whisky prodotto sia un “single field” single malt; la maltazione viene condotta manualmente, in modo tradizionale, su un pavimento presso Warminster Maltings; la fermentazione è particolarmente lunga (168 ore!) e avviene in tini preparati dal cooperage interno alla distilleria; gli alambicchi, costruiti ad hoc per massimizzare il contatto tra spirito e rame, sono piuttosto piccoli (1000 litri il wash still, 300 lo spirit); infine la maturazione avviene nelle warehouse londinesi, studiate in modo tale da avere temperature medie diverse per poter variare la ‘velocità’ della maturazione. Questo è un profilo rapido, e in qualche modo freddo, della distilleria: qualche conversazione con il proprietario ci ha dato conto di una start-up nata essenzialmente per passione, frutto di anni di studio e di gusto per l’artigianalità reale – basti la foto del kiln qui sotto… E insomma, sulla carta tutto bene: è ora il caso di assaggiare. Come di consueto, dato che si tratta di due new make e di cask samples di barili di 35 mesi, non daremo un voto numerico, ma ci limiteremo a tasting notes e impressioni generali.

Bimber New Make (Batch n. 140, 60%)

Beh… sa di new make! A parte le ovvietà, pur nella nostra limitata esperienza di new make, ci pare molto pulito, molto intensamente fruttato (oltre a pera evidente, c’è qualcosa che ricorda le fragoline di bosco, o le caramelle dure alla fragola; uva americana); anche la netta componente agrumata, oltre a un limone zuccherato, anche qualcosa di ancora più dolce, come il cedro. Ah, c’è anche – ovviamente – un cereale franco e senza spigoli, senza grosse fughe minerali. Rotondissimo. Anche il palato è decisamente dolce, con ancora chicco d’orzo e agrumi, zucchero bianco – stupiscono note evidenti di frutta rossa, come di ciliegia (anche al naso, avevamo come la sensazione di un eau-de-vie di ciliegia, un kirsch…). Una punta appena amara, di nocciolo di ciliegia. Molto buono, è sì dolce ma non stucchevole. È di una dolcezza… secca, tant’è il finale è molto secco, tutto sul chicco di cereale.

Bimber New Make ‘Peated’ (Batch n. 140, 60%)

Curioso. Inaspettatamente colpisce una nota molto più tagliente, di limone (e di scorza d’agrume: ha note che ricordano quasi un gin London Dry molto secco). C’è poi un lato balsamico, molto più erbaceo dell’unpeated, che integra la dolcezza intensa di cereale. Ancora un senso di ginepro, e forse perfino una nota di fave di cacao… La torba è gentile, un senso di bruciato decisamente non esasperato. Al palato diventa più fruttato, sul modello dell’altro, con la torba che oltre a un senso di pane affumicato offre note balsamiche, che ancora ci ricordano il ginepro. Il finale si divide tra una certa dolcezza di orzo e una persistente mineralità.

Bimber Ex-Bourbon cask Sample (Cask #15, 55%)

Urca!, il primissimo impatto è… il bourbon! Molto zuccherino, molto dolce, esibisce note di caramelle Rossana, di caramello, toffee, fudge molto intensi. Decisamente non ci sono andati giù leggeri con il legno! Torna poi una nota di ciliegia, già presente nel new make, che ci fa venire in mente il gelato di panna con le amarene. Pian piano sale una nota di caramelle Elah al gusto di liquirizia e menta. Insomma, un universo di zuccheri appiccicosi, sotto cui combatte strenuamente la vegetalità del distillato (in crescita col tempo). Il palato, in cui non percepisci l’alcol (questa è una cosa che ci piace molto), è molto carico, il barile è senz’altro iperattivo (fin troppo, a tratti pare di bere… un bourbon!). Resta una venatura vegetal-balsamica, forse di ginepro, che lotta per fasi strada sotto a una valanga di caramello, crema di vaniglia, butterscotch. Molto legno, un bel po’ di cannella dolce. Finale lungo, ancora toffee ipercarico.

Bimber Ex-Virgin Oak cask sample (Cask #7, 57,1%)

La dolcezza la fa da padrone, e anche qui ovviamente non si scappa: paradossalmente, si sentono molto i due gradi in più e all’inizio appare più chiuso. Dopo un po’ va aprendosi, e si dispiega con meno ruffianeria del Bourbon Cask. Non ce l’aspettavamo: qui in Virgin Oak pare emergere di più il distillato, con nocciolo di amarena, chewing-gum alla clorofilla, ancora note erbacee… Cenni di spezie dolci (propoli, rabarbaro). Col tempo escono note fruttate, tipo mele cotte; anche crema pasticciera. Al palato è meno speziato del precedente, sembra anche più ‘convenzionale’: note di frutta dolce (mela cotta), ancora crema, toffee e mele caramellate. Ancora molto legnoso, qui questo legno appare più amaricante che non nel precedente. Il finale è più breve ma molto intenso. Piacevole, è comunque molto carico ma con un profilo più pulito, meno ‘dolciastro’ del precedente: il legno c’è ma il tutto sembra più integrato, meno smaccatamente dolce.

Bimber Ex-Sherry cask sample (Cask #38, 55,4%)

Davvero molto, molto convincente: c’è evidentissima una nota di torta di mele, magari un poco bruciacchiatina, con una lieve nota di aceto di mele (ricorda quasi l’aceto balsamico iperzuccherino, incrostato…). La mela è protagonista, con mele rosse fresche mature e chips di mele. È dolce e rappreso, caramello e marmellata di frutti rossi (ciliegia, lamponi). Cereale e cioccolato al latte (ciocorì?). Il palato replica questo profilo da sherry molto carico, ancora tutto lì bello fresco che respira nella botte.

Bimber Ex-Sherry PX cask sample (Cask #26, 57,1%)

Si prosegue nella direzione del precedente, con una dimensione fruttata davvero spiccata e seducente, ma si pregia di note speziate decisamente più evidenti: cannella, noce moscata soprattutto. Anch’esso è molto carico, sempre giocando sui macro-sentori di mela e ciliegiona. Il palato ribadisce lo stile: molte spezie, cannella, mela alla cannella, noce moscata… Frutta esuberante, ancora giocata tra un succo di mela dolce, le fragoline di bosco, la ciliegia. Punte balsamiche che risaltano forti, sia al naso che al palato. Buono, ancora più carico del cask #38 ma decisamente piacevole. Non sembra avere 35 mesi…

Dovendo tirare le somme di un work in progress, dobbiamo dire di essere rimasti davvero colpiti. Il new make, soprattutto quello unpeated, è spettacolare, delizioso (forse troppo?!), ricorda nitidamente alcuni ottimi distillati di frutta e pure non perde ovviamente le forte identità del cereale. Non uno spigolo, manco per sbaglio: onestamente lo berremmo così, come distillato bianco, al massimo aggiungendo un mixer giusto perché è estate. I sample di barili, invece, sono evidentemente molto carichi: l’apporto del legno è molto massiccio, in particolar modo il Bourbon cask è stupefacente perché sembra quasi un bourbon! E pure alcune caratteristiche del new make si ritrovano presenti anche sotto a una coltre fitta di aromi dati dalla maturazione, a dimostrazione che lo spirito ha una personalità evidente, e che pur volendo chiaramente ‘accelerare’ la maturazione per poter commercializzare in tempi brevi, non si sacrificano qualità e identità. La sensazione è che questi barili siano già pronti così, tenerli ancora a lungo rischierebbe di sbilanciare troppo verso il legno – e d’altro canto sappiamo che stanno sperimentando barili diversi, anche refill, prevedendo anche maturazioni più lunghe. Insomma, per adesso dobbiamo dire: alla grande! Seguiremo con curiosità le evoluzioni… Grazie al team di Bimber per l’omaggio, il supporto e la passione.

Bunnahabhain 24 yo (1989/2014, C&S, 45,8%)

Da qualche mese avevamo tra i nostri samples questo Bunnahabhain 24 anni imbottigliato da C&S, imbottigliatore tedesco (ma con ascendenze evidentemente italiane: il proprietario si chiama Andrea Caminneci) con una discreta reputazione, dopo quasi 15 anni di attività. Omaggio dell’amico Fabio, il re delle similitudini whiskose: finalmente lo assaggiamo.

N: un profilo particolare, molto affilato. Ha note di salamoia, di olio d’oliva (un olio pungente, di quelli pugliesi, molto erbacei), perfino qualche sentore inaspettato di paraffina e canfora. Netto il profumo del chicco d’orzo, poi nocciolo di limone. Col tempo si apre su una agrumatura dolcina. Cera da legno. Note di mobiliere antiquario. Una punta, distante, di timo, fieno. Piacevole, davvero elegante, affilato, austero, ci tocca ripeterci.

P: molto buono, ancora di austera eleganza, da attrice tedesca anni ’30. La dolcezza è limitata, non ampia, ma assai piacevole, tutta di orzo, di cereale. Al massimo una mandorla, quella mandorla che ricorda il nocciolo d’albicocca… Yogurt al malto. Eccellente. Resta molto austero, con un sentore inaspettato di albume d’uovo (suggerisce furiosamente il grande Zucchetti), poi chicco di sale. Un che di lime.

F: lungo, secco e fresco, con salamoia, sale, ancora chicco di orzo maltato.

Come spesso accade quando si assaggia Bunnahabhain, abbiamo appena avuto a che fare con un campione: molto elegante, raffinato, intenso e affilato. Come direbbe Piccinini, “cccezionale!”: 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Franco126 & Tommaso Paradiso – Stanza singola.