Ben Nevis 18 yo (1999/2017, Creative Whisky Company per TWE, 50,8%)

Creative Whisky Company era un imbottigliatore indipendente scozzese, con un pedigree di tutto rispetto: al suo vertice vi era infatti David Stirk, ex dipendente di Springbank e autore della più importante ricerca sulla storia del whisky di Cambpeltown (The Distilleries of Campbeltown: The Rise and Fall of the Whisky Capital of the World). Per ragioni non del tutto chiare ai più, David ha venduto la società circa un anno fa, e da quel che risulta a fonti bene informate la CWC non sarà mai più. Peccato: noi abbiamo frequentato un po’ i suoi imbottigliamenti con soddisfazione, soprattutto quelli della serie Exclusive Malts, e a suo tempo avevamo acquistato questo single cask ex-sherry di Ben Nevis imbottigliato per The Whisky Exchange. Mettiamolo alla prova ora, come dire, in memoriam.

N: la prima nota è un po’ alcolica, e – a onor del vero – la cosa ci stupisce perché al primo assaggio, a bottiglia appena aperta, non l’avevamo trovata, anzi. Esordisce con una nota ipercremosa e intensamente fruttata che ci ricorda nitidamente due attimi di gioventù passata: gelato Solero e succo Santal pesca, mango e latte. Frutta secca, tra nocciola, marzapane e frutta di Martorana. Ha note agrumate dolci, che diremmo di mandarancio. Dopo un po’ di respiro, butta fuori pesca sciroppata e un cereale seducente. Albicocca secca?

P: coerente, qui decisamente meno alcolico che al naso, di agile potabilità. Ancora quei sentori di Solero e Santal, ancora una crema di pasticcino alla frutta (all’ananas, quasi). Frutta tropicale intensissima. Un gran corpo, cremoso e avvolgente e burroso. Note di ciocorì bianco. Tende, verso il finale, a farsi un po’ più secco del previsto. Albicocche secche anche qui.

F: lungo, paradossalmente secco e pulito con note di maracuja, mango e pesca.

La distilleria Ben Nevis è uno dei segreti meglio custoditi del mondo dello scotch whisky: in pochi ne parlano, in pochi la celebrano, e però i suoi whisky sono sempre maledettamente buoni, a partire dal 10 anni ufficiale (che, colpevolmente, non abbiamo mai recensito: provvederemo, lo promettiamo). Questo single cask esibisce un corpo grasso, oleoso, e squaderna una dimensione fruttata affatto seducente: rispetto al primo assaggio, l’abbiamo trovato un pelo alcolico al naso, e forse influenzati anche da questo fermiamo il nostro applausometro a 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Carlos Santana – Samba Pa Ti.

Kinahan’s 10 yo (2018, OB, 46%)

Questi sono tempi strani, per mille ragioni, tempi che appaiono la caricatura di loro stessi, come uno di quei meme che ricevi su whatsapp e non riesci a capire se siano davvero meme o se siano realtà, e tipicamente si rivelano realtà quanto più sono paradossali. Ah, i layers. È l’era del marketing spinto, lo sappiamo, e sta iniziando a saperlo anche il mondo del whiskey irlandese, in fermento e in conclamata rinascita: come sapete senz’altro, le distillerie effettivamente attive si contano sulle dita di un uomo non mutilato (per intenderci, Jaime Lannister non ce la fa a contarle tutte: siamo a 17, pare, di cui solo 5 attive da prima del 2013), mentre i marchi sono ormai una quantità invereconda, e ciascuno cerca di rifarsi una verginità esibendo supposte antiche tradizioni. Talora si leggono cose buffe, supercazzole da neolaureato in marketing, con numeri che mimano anni di fondazione di non si capisce bene che cosa. Oggi affrontiamo Kinahan’s 10 anni, un single malt whiskey prodotto non sappiamo dove (Midleton o Cooley, scommettiamo) e invecchiato in barili ex-bourbon, che intende celebrare la propria lunghissima tradizione, invero certo reale e nobile ma curiosamente interrotta per soli 94 anni tra il 1920 e il 2014, con in mezzo dettagli quali l’indipendenza irlandese e una guerra mondiale. Ah, per non farsi mancare nulla, il sito ufficiale comprende lo Zeitgeist e definisce Kinahan’s “il whiskey preferito da Jerry Thomas”, nientemeno. Oggi ci siamo svegliati polemici, lasciamo perdere e vediamo se nel bicchiere c’è ciccia. La bottiglia, bisogna dire, è molto bella.

N: lasciando da parte una nota alcolica sulle prime un po’ troppo pungente, ecco un naso tutto bananoso: banana bread, gelato alla banana… Poi molto fruttato: mela gialla e pasticcino all’ananas. Legno fresco, con sentori di spacchettamento di mobile ikea. Caramelle zuccherinissime alla violetta.

P: Angelo ci sbalordisce con l’illuminante calembour: latte compensato. E in effetti è di una cremosità lattiginosa affiancata da un legnosità da… compensato. Resta un po’ alcolico, paradossalmente carico ma un po’ ‘vuoto’, se vogliamo. Aspartame.

F: hai l’amaro in bocca: chiude fruttato per un istante, lasciando poi spazio al legno amaro.

74/100, naso anche, a suo modo, promettente ma palato francamente disastroso. Una nota di merito che bisogna riconoscere a questo whiskey però c’è: ha stuzzicato la fantasia di Angelo e gli ha permesso di regalarci la formula “latte compensato” che, ne siamo certi, gli regalerà l’immortalità nell’Olimpo dei degustatori di distillati. A onor del vero, e per velare con un’ombra di aleatorietà ogni azione umana, ad altri è piaciuto di più. Speriamo fortemente che a questa sbornia di marchi segua presto una stabilizzazione, altrimenti il futuro del whiskey irlandese lo vediamo un po’ sfocato.

Sottofondo musicale consigliato: The Rumjacks – An Irish Pub Song.

Tamdhu 10 yo (2002/2013, Provenance, 46%)

Domani ci sarà il Milano Whisky Day, dedicato in particolare agli imbottigliatori indipendenti: pare un percorso coerente da parte degli organizzatori Andrea e Giuseppe, che arrivati alla dodicesima edizione del MWF provano a fare un passo ulteriore nei confronti della qualità e della ricerca in ambito whiskofilo. Nei confronti delle élite, direbbe qualche stolto ‘leone da tastiera’. Tra i vari espositori mancherà Douglas Laing, e noi ne celebriamo l’assenza con questo giovane Tamdhu della serie “Provenance”. È una serie entry-level cui siamo particolarmente affezionati: sono sempre prodotti onesti, senza pretese, a un prezzo coerente. Single cask refill-sherry (ref 10104), alle prese con un distillato tutt’altro che anonimo come quello di Tamdhu: se non andiamo errati, si tratta di un’edizione per Les Whiskies Du Monde, un distributore e negoziante francese.

N: sporco tra il rame, l’ossidato e l’ananas dimenticato nel frigoverre (cosa che getta un’ombra oscura sulle nostre schiscette, lo sappiamo). Sulfureo, e poi toma bella grassa, ma ha anche dei difetti: nel senso che tutto il contundente di cui sopra è anche a suo modo intrigante, però poi esce fuori che l’alcol, un po’ sparato e slegato. Curioso. Uva appassita.

P: attacco a sorpresa molto dolce, tipo ripieno delle caramelle haribo, vaniglia, gelato alla panna. Poi si ricorda di ciò che fu e ripropone note di grasso e sulfuree. Ancora ananas andato, seppure non maturo. Cereale caldo e rame, sensazioni di alambicco.

F: zucchero glassato con una spruzzata di cereale dolce. Non corto, ma non fa altro che ricordarci la sua gioventù, tra canditi e rame.

La botte è a fine vita, il distillato ha la sua personalità e si impone in modo indisciplinato, soprattutto al naso. Si rischia la catastrofe ma poi in fondo in fondo un 81/100 non ce lo risparmiamo. È un whisky onesto, sincero, che da un lato avrebbe forse giovato di qualche anno in più in un barile così poco attivo, ma dall’altro sta bene qui dove sta, ovvero nel nostro bicchiere. Grazie a Corrado, che ha bevuto e recensito con noi, per il corposo sample.

Sottofondo musicale consigliato: Emmanuelle – Italove.

Macallan Edition No.4 (2018, OB, 48,4%)

Ormai è francamente difficile star dietro alla gran messe di imbottigliamenti senza età dichiarata messi sul mercato da Macallan: non ci sarebbe niente di male, se non fosse che generalmente, dato che The Macallan è “brand di lusso” e non più (o non più solo) “grande distilleria di whisky”, queste bottiglie escono a prezzi obiettivamente insensati e restano ostaggio dei flippers, che le rivendono ad altri flippers, eccetera eccetera. Niente di male, niente di illegittimo, per carità: la tendenza delle aste recenti però mostra bene come il mercato si stia iniziando a stufare di questi atteggiamenti, e insomma, staremo a vedere. Oggi assaggiamo una versione tra le più ‘accessibili’, l’Edition n.4: si tratta di un’edizione limitata, limitatissima anzi, a sole 300.000 bottiglie (…), ed è maturata in… tenetevi forte, sedetevi, fate un respirone… European/American Oak refill butts, European/American Oak refill hogsheads, American Oak first fill Vasyma hogsheads, European Oak first fill Diego Martin Rosado butts, European Oak first fill Jose Y Miguel Martin butts, European Oak first fill Tevasa butts/puncheons e infine European Oak first fill Tevasa hogsheads. Ok, grazie per la trasparenza, Macallan. L’intera linea delle Editions verte proprio sull’importanza del legno per Macallan: avevamo assaggiato l’Edition n.2 e ci era piaciuta molto, nonostante tutto, quindi stiamo a vedere. Come quell’altra volta, ringraziamo Marco Callegari e Velier per il campione.

N: è un profilo molto ‘marrone’, e con questo non siate maliziosi nel trarre conclusioni affrettate. C’è qualcosa di molto appiccicoso, bruciato: caramello, crosta di torta di mele bruciacchiata, melassa. Si spinge poi ancora più un profondità con carruba e foglia di tabacco, fichi secchi, e a tratti si fa torrido (oh, l’avevamo scritto così in bozza, abbiate pietà, qualsiasi cosa voglia dire). Banoffie pie, se conoscete questa aberrazione britannica. Noce di Pecan, a restituire come una densità da bourbon. Arancia rossa un poco rancida: un’arancida?

P: il corpo è buono, la gradazione sostenuta si svela inavvertita, e l’attacco è dominato da sapori molto intensi: ancora caramello, carruba, marmellata di arancia amara (un’arancida amarcia, forse, a questo punto?), crostata bruciacchiata, banana caramellata, ancora forse qualcosa di tabaccoso. Si sente il legno, con spezie varie e foglie di tabacco. C’è però un qualcosa di strano, con un’acidità quasi da salsa agrodolce.

F: non lunghissimo, intenso però, con legno, carruba e arancia.

Il discorso, purtroppo, è il solito: se mi scrivi 7 anni e me lo fai pagare 40€, lo apprezzo; se me lo fai pagare 130, non mi dici l’età e te la meni, mi trovo costretto a penalizzarlo. Il rapporto qualità/prezzo non è certo dei migliori, ma comunque, intendiamoci, si lascia bere piacevolmente: e in fondo se sei miliardario, una bottiglia da 130€ è fascia da entry-level, con i whisky da 40€ ci fai lavare i cessi alla servitù, probabilmente. Fossimo in Macallan staremmo a meditare un po’ sul futuro: come insegna quel tale “la reputazione di oggi sono le vendite di domani”, e come insegna quell’altro “la reputazione di un brand è quel che la gente dice quando non sei nella stanza”. Comunque, 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Sfera Ebbasta – Ricchi x sempre.

Caol Ila 12 yo (2005/2017, Kik Bar, 50,6%)

Abbiamo già parlato nelle scorse settimane del Kik Bar, istituzione del whisky bolognese, che ha celebrato il 50esimo anniversario con una serie di imbottigliamenti speciali, dedicati proprio alla città di Re Enzo. Questo Caol Ila di 12 anni, invecchiato in un barile ex-sherry refill, è imbottigliato ovviamente a gradazione piena, ed esibisce in etichetta forse il simbolo più celebre di Bologna: no, non la mortadella, ma le Due Torri. Con una lacrimuccia da parte di chi ha passato lì sotto anni universitari, procediamo.

N: molto piacevole e intenso, salsa bbq, tabasco chipotle, formaggio medio stagionato (toma media), senape dolce (ha una sua acidità, anche se al naso ovviamente non si dice. Poi una caponata di frutta (mela, datteri, sticky toffee pudding). Torba molto trattenuta, una torba alimentare, poco bruciato, poca cenere. Un whisky mangiaebevi.

P: delizioso. Si apre su inchiostro e liquirizia, poi caramello bruciato, la parte bruciacchiata della creme brulee, presente?, poi uvetta. Sale. Un senso che definiremmo come umami. Timo. Ancora un che di tabasco chipotle. Crostata di noce pecan. Mela cotta con cannella e chiodi di garofano.

F: erba riarsa, alghe secche, timo e menta. Salato, fa salivare. Dolcezza finita.

Decisamente buono: i torbati in refill sherry hanno spesso questo senso molto ‘gastronomico’, con sentori di cibo salato, di frutta bruciata, erbe aromatiche e frutti rossi… Pienamente promosso, complimenti a Bruno per l’ennesimo colpo! 88/100, valar dohaeris a tutti.

Sottofondo musicale consigliato: Go Dugong – Vidita (El Buho rmx).

Botti da orbi – Zucchetti vs Game of Thrones pt.1

Gli appassionati di whisky – si sa – sono persone semplici. Date loro dei samples, un taccuino e un bicchiere e non vi solleveranno l’universo e neppure un portacenere, ma di sicuro staranno quattro ore seduti al tavolino di un pub consumando acqua naturale per 2,70 euro e facendo molto bestemmiare il pacifico esercente. Detto questo, nella loro pidocchiosa semplicità covano tutti un sogno comune: creare una propria linea di whisky. Una serie ovviamente a loro dire geniale, a vario titolo ispirata a suggestioni totalmente personali che andrebbero studiate come le macchie di Rorschach. Negli anni, chi scrive è stato fortunato testimone della nascita delle seguenti idee:

– Single malt dedicati alle squadre della Serie A (che poi vai a pescare chi fa il Frosinone e chi la Juve. Tra l’altro: no, l’arbitro non si può imbottigliare…)

– Serie dedicata ai politici protagonisti della “discesa in campo” di Forza Italia nel 1994 (non ve lo berreste un “Elio Vito limited reserve”?)

– Serie con copertine serigrafate dagli autori Bonelli, dal torbato Dylan Dog al rye Tex Willer

– Serie di finish diversi ispirati alle correnti artistiche (giuro, questa era quasi seria, si erano solo un po’ incagliati sul futurismo, se fare finish in Red Bull o in Campari).

Tutte idee da ricovero o da successone, non è dato sapere. Quel che è certo, però, è che nessuno le ha tradotte in pratica. A parte qualcuno lassù in Scozia, o in America, o chissà dove è di stanza il fenomeno di Diageo che si è inventato la serie degli otto single malt dedicati al “Trono di Spade”.

Occorre una premessa. Quando il whisky incontra il cinema o la musica, il consumatore di solito è un uomo morto. Il marketing esige il suo tributo di sangue e spesso la qualità del prodotto equivale è quella di un cinepanettone o di un unplugged registrato in garage. Il che spiega il naturale sospetto degli appassionati, che da bravi nerd massimalisti vedono il marketing come sterco del demonio. Il fatto è che poi il marketing funziona, accende la curiosità e la passione, avvicina al whisky anche i neofiti. E dunque di riffa o di raffa oggi tutto il mondo sta parlando degli otto single malt Diageo dedicati alle Casate protagoniste della serie tv targata HBO. Chi perché non si è perso una puntata e aspetta l’ottava e ultima stagione come noi ragazzi degli anni ’80 aspettavamo il finale dei Cavalieri dello Zodiaco (mai una volta che arrivasse, con l’estate usciva dai palinsesti e si ricominciava da zero, maledetti). Chi perché collezionerebbe anche guano di piccione se avesse a che fare col whisky. Chi invece perché è un curiosone patologico e deve assaggiare tutto perché stolto è colui che si ritrae da un dram. Insomma, ognuno col suo viaggio ognuno diverso, tutti si occupano di quelle bottiglie. Dunque, facciamolo anche qui.

Premessa bis prima di iniziare a recensirle e a fare una classifica spietata. Di norma si giudica il liquido e basta. Buona regola è che né prezzo né packaging debbano influire sul responso. Però qui c’è dietro un’idea e dunque non si può ignorare il legame con la regina Cersei, il nano Tyrion, Montagna o il Re della Notte. Chi scrive conosce “Il Trono di Spade” alla lontana. Ne ha visto qualche episodio, si è sfondato di riassunti e video su Youtube e si è documentato qua e là. Abbastanza per capirne qualcosa, senza la pretesa di essere un esperto. Per rimostranze sugli errori filologici e interpretativi dell’universo di Westeros, sulle abitudini alimentari degli Estranei e sulla controversa liceità degli amori incestuosi di cui la serie è pregna (di fatto, per chi non la conoscesse, nel tempo libero fra un massacro e copulano tutti fra consanguinei come se non ci fosse un domani), prego rivolgersi ai due demiurghi del qui presente sito. Chi scrive è ospite, e come tale sacro: se qualcosa non va sgozzate loro…

Cardhu Gold reserve, Casa Targaryen (2019, OB, 40%)

Uno dei due malti della serie già pre-esistenti come original bottling (l’altro è il Royal Lochnagar 12). Forse l’accoppiamento peggiore. Scegliere un whisky così fruttato, facile e leggero per questa casata è come vedere Marilyn Manson fare un reading di “Tre metri sopra il cielo” a teatro: fa un effetto tra il demenziale e lo straniante, degno di Aegon detto “il Re Pazzo”. I Targaryen sono i regnanti detronizzati, i custodi dei Dragoni, parlano una lingua oscura, sono un popolo di combattenti. Gente che col Cardhu Gold reserve al massimo ci annaffia le peonie prima di usarle come biada per i draghi. Abbinamento bocciato.

Passando al whisky, è un classico Cardhu: naso maltoso e leggero, con zaffate di sciroppo d’acero e fieno, mele rosse e pere. La regina Danaerys – una che divora cuori crudi senza neanche un filo d’olio e limone – non apprezzerebbe. Al palato è coerente e delicato: morbido e burroso, sa di biscotto al miele e di cannella. Il legno si fa sentire sul (breve) finale, tra zenzero e buccia d’arancia. Non cattivo, non squilibrato, non sgradevole: semplicemente banale.

In una scena epica, Khal Drogo, marito di Daenerys, uccide l’insopportabile cognato Viserys versandogli dell’oro fuso in testa. Abbiamo trovato il movente: gli aveva appena proposto di brindare col Cardhu Gold reserve. 77/100

Singleton of Glendullan select, Casa Tully (2019, OB, 40%)

Qui la scelta è geografica: i Tully sono un’antica casata originaria di Delta delle Acque e il pesce sullo stemma – lungi dall’ammiccare a una passione pionieristica per il sashimi – lo prova. Glendullan giace sulle placide rive del Fiddich e dunque bingo.

Fortunatamente il whisky non sa di trota salmonata. È un ex bourbon anche se il colore suggerisce che il caramello abbia dato un’abbronzatura supplementare. Il naso è estremamente espressivo e colorato, tra il profumato e il frizzante: pesca, albicocca secca, aranciata, perfino Esta Thè. Molto piacevole, anche se un filo rococò. Spunta un che di cera, un’idea di cioccolato al latte e della mela cotta. Ah, dimenticavamo i fiori, per Giove! Ci sono dei fiori qui e là sulla tavola, oppure qualcuno è passato davanti al profumatore di ambienti automatico. Olfatto da commedia sentimentale brillante. Il palato invece è introdotto dal fatidico sadtrombone che segna le grandi delusioni. Siamo a Delta delle Acque? E allora in bocca anche il whisky si fa acquoso. L’attacco è dolce, tra pera, zucchero di canna e miele. Diventa via via più secco, con un che di nocciolo di pesca, legno bruciato, pepe e una nota amarognola agrumata, come di angostura: sa di Old Fashioned. Il finale è corto, poco oltre il legno tostato e il caramello. Che è comunque meglio del finale di Catelyn Tully, la matriarca, sgozzata durante le Nozze Rosse. Che non si chiamano così perché viene servita bavarese di fragole… 79/100

Royal Lochnagar 12 yo, Casa Baratheon (2019, OB, 40%)

È l’altro malto non creato appositamente per la serie. Diranno i maligni: come 12 anni OB non si vendeva, gli piazzano un cervo sopra e ne fanno il più raro e ricercato della serie, bel colpo! Occhio con le maldicenze, i Baratheon vi possono scannare per molto meno. Lord Robert siede sul Trono di Spade, quindi quale migliore distilleria per raccontarlo di quella che può vantare il sigillo di preferita dai Windsor? Per sottolineare il sangue blu, diciamo anche che è il più vecchiotto della serie (tutti NAS ad eccezione di questo e del Lagavulin).

L’oro zecchino nel bicchiere è quello della corona dei Sette regni. Al naso è parecchio maltoso, tipo i frollini a colazione per il giovane e insopportabile principe Joffrey. Caramello, crema al limone e un arazzo di frutta gialla (mele golden, prugne, mirabolani, melone). È elegante ma un po’ timido, con un accenno più profondo di cioccolato al latte, cannella e ciliegie sotto spirito. In bocca è coerente, mica come la Casata di riferimento, dove tutti congiurano contro i parenti che nemmeno nella Dc degli anni Ottanta. Ancora malto (Ovomaltina), cacao, arancia candita e biscotti al burro e cannella. È pulito e whiskoso, con un accenno fresco di ananas e pomelo e un tocco di tabacco dolce. Finale legnosetto ed erbaceo (rabarbaro?), di media lunghezza. Ha la dignità del regnante, ma non il carisma del sovrano adorato dal suo popolo. Machiavelli diceva: il Principe deve farsi “golpe e lione”, essere astuto e violento. Questo whisky si fa solo cervo: ha un bel portamento ma manca il mordente. 81/100

Dalwhinnie Winter’s frost, Casa Stark (2019, OB, 43%)

Gli Stark sono i protettori del Nord e regnano a Grande Inverno. Dalwhinnie sta lassù nelle Highlands dove il clima è bastardo e nel suo core range annovera il non imperdibile Winter’s Gold, quindi l’accoppiata era di rigore. D’altronde c’è anche un’assonanza di carattere: Eddard Stark e la sua famiglia sono rispettati, coraggiosi e di valore, proprio come il malto in questione (non per nulla il 15 anni è fra i Classic Malts). Orbene, prima che i “metalupi” animali guida degli Stark ci divorino i garretti, sotto con la rece.

Al naso è lui, il celebre “honey malt”: miele, vaniglia, Corn Flakes, agrumi canditi. Anche parecchia frutta tropicale, qualcosa di fresco (bergamotto e mentolo) e una nota più ricca di caramello, cannella e caffè zuccherato. Assai piacevole, l’alleato ideale. In bocca però è il contrario di Arya, la rampolla più sveglia della casa, che sopravvive a mille massacri e diventa una killer dai mille volti. Il whisky invece ne ha solo uno, quello con il profilo tradizionale di miele, cereali, nocciole e sorbetto al limone. Vaniglia, un pizzico di pepe e un retrogusto floreale: pieno, ma non si va più in là e a poco giova il finalino più secco dove spunta lo zenzero. Giusto per intendersi, non è male ed è molto più buono del Winter’s Gold. Però pecca un po’ di graziosa banalità. Quando Arya si vendica di Walder Frey, l’uomo che ha fatto sterminare tutti gli Stark, gli serve un pasticcio di carne fatto con i cadaveri dei suoi figli. Ecco, questo whisky in un pairing con quel pasticcio non lo esalterebbe… 82/100

Bruichladdich 15 yo (2003/2018, Valinch & Mallet, 54,1%)

Fabio Ermoli e Davide Romano hanno messo le mani su un barile di Bruichladdich, distillato nel 2003, e hanno deciso di imbottigliarlo lo scorso autunno. Non si tratta di un barile qualsiasi, non è il solito ex-bourbon: si tratta invece di una botte che precedentemente aveva contenuto Madeira, e il whisky invecchiato lì dentro c’è rimasto fin dal primo giorno, completando così 15 anni di maturazione tutti in ex-Madeira. Non è un profilo usuale, e dunque non ci aspettiamo di trovare il già visto… Mettiamolo alla prova.

N: mamma mia, che cosa strana!, decisamente no, non è un già visto. Troviamo note di grasso del prosciutto, un sentore netto e sulphury di compost (pare brutto dirlo, ma… c’è come una nota di “bidone dell’umido”, scusateci ragazzi), poi incontrovertibile e inaspettato arriva un sentore di pop corn caldi. Comunque molto strano, pesantemente sulfureo, decisamente inusuale. Ma che cos’è?! A riportare la carrozza nei binari più percorsi, ecco un croccante al miele e una sorta di ciocorì – e se invece fosse cioccolato bianco?

P: molto intenso e saporito, qui resta molto coerente, e ci sentiamo di confermare la definizione del sommo Matteo Zampini, frontman di Valinch nei festival italiani: popcorn liquidi. Ed è vero!, sa proprio di popcorn, caldi, burrosi e con una punta bene evidente di sale. Un poco di uva passa, a testimoniare di una vinosità accaduta e presente.

F: marino e salatino, con grasso di prosciutto e cenni, ancora, di roba lasciata lì a marc… ehm, fermentare – ma curiosamente e a dispetto delle apparenze è un sentore positivo. Molto lungo e persistente.

Quante volte abbiamo usato l’aggettivo “strano”? Di fronte a un profilo del genere, senza dubbio ostico e per niente sexy, si può fare come fa l’utente NiklasBM di whiskybase che assegna un 41/100 (“mai sperimentato così tanto zolfo […] un whisky completamente rovinato, che probabilmente mai avrebbe dovuto essere imbottigliato”), oppure si può, come facciamo noi, apprezzare l’unicità del single cask e pensare che questo è il classico whisky troppo divisivo, in fondo invalutabile… e poi alla fine dargli 85/100. Talmente freak che fa tutto il giro dall’altra parte e diventa piacevole. Caldamente consigliato un assaggio: difficilmente troverete cose simili.

Sottofondo musicale consigliato: Hot butter – Popcorn.

Glenmorangie ‘Allta’ (2019, OB, 51,2%)

Bill Lumsden e la responsabile marketing di Glenmorangie in riunione

Quando ci si approccia a Glenmorangie, bisogna soppesare bene gli elementi in gioco: da un lato, una distilleria storica, una solidità affermata e un’offerta di qualità, dall’altro la proprietà di LVMH, la volontà di porsi come un brand di lusso che diventa immediatamente respingente per gli appassionati (“ma come, ci avete traditi!”). Nel mezzo, c’è quel pazzo di Bill Lumsden che sperimenta come se non ci fosse un domani: fatta apposta per lasciarlo sbizzarrire c’è la serie Private Edition, e noi oggi assaggiamo proprio l’ultima release in questa serie tutta matta. Ecco Allta (gaelico per ‘selvaggio’), frutto di esperimenti con lieviti autoctoni e selvaggi, direttamente dai campi d’orzo vicini alla distilleria. Nessuna età dichiarata, gradazione a 51,2%.

N: “o famo strano”, deve aver detto Bill: e al naso si trova subito una prima, bizzarra nota di segatura e aceto bianco (o aceto di mele?), poi anche pasta del pane. Accanto, crostatina all’albicocca. Si ‘apre’ verso la pastafrolla cruda, poi troviamo un qualcosa che ci ricorda un cereale astratto e bagnato. C’è anche del limone, un che di buccia d’uva (buccia d’uva americana, dice qualcuno). Mela.

P: resta inusuale, ancora un po’ acido e dolciastro, di una dolcezza ‘lattosa’ e di mela… Latte, panna cotta, ancora pasta di pastafrolla, mollica di pane, panini al latte. E le spezie? C’è una spezia, sì, che però non sappiamo identificare: oh, d’altro canto mica ci pagate, eh! Assaggiate e trovatevela voi, se proprio dovete lamentarvi. Zucchero liquido e limone.

F: piuttosto lungo, con panna cotta e buccia di mela.

Molto strano, ribadiamo: e a fronte di un profilo non propriamente seducente e ruffiano (cosa che dovrebbe far ricredere i detrattori di Glenmo, speriamo), dobbiamo dire che forse la stranezza è la cosa che più apprezziamo fino in fondo… Non dimostra la gradazione ed è indubbiamente diverso dal resto della gamma e dalle precedenti release: questo ci piace, anche se non siamo sicuri che ne acquisteremmo a cartoni. 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Eugene McDaniels – Supermarket Blues.

Highland Park 17 yo ‘Full Volume’ (1999/2017, OB, 47,2%)

Da qualche tempo abbiamo fatto pace con Highland Park: un po’ nauseati dalle infinite serie pseudo-vichinghe, con prezzi sempre più alti e soddisfazione sempre più bassa, abbiamo iniziato a rivolgerci stabilmente agli imbottigliatori indipendenti, che in questi anni sono particolarmente ricchi di single casks di una innominabile distillerie delle Orcadi… Oggi diamo un’altra chance agli OB, e scegliamo un imbottigliamento inizialmente per il mercato americano e da qualche tempo sbarcato nel Vecchio Continente: Full Volume, maturato quasi 18 anni (vintage 1999, imbottigliato 2017) in barili ex-bourbon first fill. Se volete sapere di più, sul lato del (bellissimo) packaging c’è la fascetta che mettiamo qui a lato.

N: molto piacevole, si sente tanto il bourbon first fill e lo spirito HP resta forse un po’ in disparte. Quindi super cremoso, con crema pasticciera, gelato alla banana, buccia di mela, pasticcino alla frutta da cui è caduta la frutta. Succo d’ananas zuccherato. Un senso di frutta sudata, da marzapane. Resta viva una torbina leggera leggera, con un sentore minerale persistente molto piacevole.

P: l’ingresso è molto piacevole e d’impatto, per così dire: stante una dolcezza che rimane molto evidente, con altra crema pasticcera e pastafrolla burrosa e vaniglia, verso il finale cresce l’identità dell’Highland Park, con torba fumosina (fumosinina, diciamo) e cereale cerealoso e terra minerale, con una sapidità in aumento e pure pepe nero. Ancora fruttato, essenzialmente diciamo “mela gialla”.

F: salato, torbatino leggero e minerale (roccia calda bagnata, dice Angelo), con la mela gialla che ritorna alla fine del finale.

86/100: costa poco per gli standard degli Highland Park ufficiali (se pensate che il 18 anni ‘normale’ costa 140€… questo si trova anche sotto le 100), e soprattutto è proprio buono. Certo, non si può negare come l’apporto dei barili first-fill trattenga un po’ lo spirito più selvatico della distilleria di Kirkwall, ma a noi, in fondo, checcefrega?

Sottofondo musicale consigliato: obbligato, visto il packaging, è Manowar – Blow Your Speakers.

Omar ‘Bourbon Type’ (2017, OB, 46%)

Oggi abbiamo voglia di volare via, lontano lontano, ai confini del vasto mondo del whisky. Da anni oramai la produzione di questo nettare non è più appannaggio dei soli “big five” (Scozia, Irlanda, Giappone, Usa, Canada), ma si è mondializzata e ha determinato la nascita di alcune realtà di assoluto livello, soprattutto nel Nord Europa e in Estremo Oriente. La taiwanese Kavalan è un fulgido esempio di questa (a volte) trionfale corsa al whisky, ma noi oggi vogliamo proprio esagerare e beviamo un malto prodotto da una distilleria molto meno quotata, sempre dell’ex isola di Formosa. Incredibilmente la Omar TTL è un’azienda di Stato, che provvede a produrre e distribuire qualsiasi tipo di vizio, visto che  “TTL” sta per Taiwan Tobacco & Liquor, per la gioia dei sovranisti di tutto il mondo. Alla Omar sfornano da tempo sigarette, birra, liquori e vari distillati. Dal 2009, all’urlo di “più whisky per tutti!”, hanno iniziato a produrre anche single malt presso la distilleria Nantou Omar. Questo imbottigliamento, per la cronaca, è un full bourbon maturation e noi con spropositata curiosità accostiamo il naso al bicchiere.

39017N: piacevole! Le prime sensazioni rimandano a un whisky giovincello ma non troppo: troviamo canditi (pere candite soprattutto), purea di pere, foglie di tè, punte floreali. Qui e là, lieviti, ma solo a sprazzi. Sentori ‘dolci’ un po’ tabaccosi, diciamo, che ci fanno pensare a un narghilè con tabacco alla mela. Si sente legno di sandalo, poi profumi di legno caldo. Un po’ di fieno. Biscotti, diremo: Plasmon.

P: corpo avvolgente, piacevole e senza emersioni alcoliche contundenti (cosa che coi giovincelli, sapete, talvolta accade). Abbiate pazienza: i sentori che riconosciamo sono liquirizia (artificiale: Morositas), poi curry giallo, a testimoniare una speziatura in costante crescita. Poco fruttato (una prugna gialla, al massimo), vegetale e caramelloso però.

F: medio-lungo, una bella persistenza, note di curry, noce moscata, un poco di agrume (arancia, secca forse). Un cenno di sapidità.

L’invecchiamento di questo whisky deve essersi consumato in legni molto attivi su un distillato che, fatalmente, ancora maturo non è. Il risultato è però assai piacevole, sfaccettato e piuttosto complesso. Insomma non urliamo al miracolo ma la sorpresa è tanta con questo Omar, al punto che assegniamo un convinto: 85/100! Tra l’altro il rapporto qualità/prezzo è ancora sensato, visto che una bottiglia costa attorno ai intorno ai 70€.

Sottofondo musicale consigliato: Billie EilishBad Guy