Tamdhu 29 yo ‘Cars’ (Moon Import, 43%)

Ancora una volta dobbiamo ringraziare un amico, Luca Bellia, per averci donato un campione di un imbottigliamento che rappresenta degnamente la storia del single malt italiano: si tratta infatti di un Tamdhu di 29 anni selezionato e imbottigliato negli anni ’90 da Moon Import, azienda dietro cui si cela il grande Pepi Mongiardino, nella celebre serie “Cars”. Moon Import, lo diciamo per inciso, è entrato nella storia anche per la qualità di etichette davvero incantevoli. Non perdiamo altro tempo, gettiamoci a capofitto sul bicchiere!

N: poggi il naso ed è subito gran cestone di mele gialle, belle mature e profumate. Basterebbe già solo questa suggestione di rara intensità a decretare il successo di questo single cask. E invece aggiungiamoci anche pasta frolla bella burrosa, crostata alle fragole. È soprattutto un whisky dall’incredibile esuberanza fruttata, ma non disdegna nemmeno qualche fuga immaginifica nei territori del miele, della cera d’api e del favo di miele. Nocciole e mandorle. Solo dopo un po’ si distinguono bene note di malto caldo, che virano talora su una venatura metallica, tipo rame, che riconosciamo come un classico di casa Tamdhu.

P: bello godibile, intenso a dispetto della gradazione. Inizia proseguendo il sentore del miele, della cera e della frutta secca, per poi sfoderare un lato erbaceo che, al naso, restava curiosamente inavvertito – ecco dunque il cereale, con anche note erbacee evolute, tipo erbe aromatiche. Anche un che di vagamente metallico. Si chiude di nuovo sulla crostata, sulla mela gialla, sul burro caldo.

F: lungo e persistente, perdura a lungo la frutta secca, cui pare poggiarsi un’impalcatura esile di frutta e cereale caldo.

Anche se in assoluto non è forse il più complesso dei whisky, bisogna dire che è veramente, veramente buono: elegante, raffinato, squaderna tutta la qualità unica dei barili cui vien lasciato il tempo di dialogare con calma con il distillato. Incredibile l’intensità, vista la gradazione bassa, che ha comunque retto alla perfezione a distanza di anni dall’imbottigliamento. Qualche anno fa capitava di trovare qualche bottiglia della serie Cars in giro per le enoteche a prezzi bassi: purtroppo non crediamo accadano più certi miracoli, ma in caso la vediate, accaparratevela. 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Thom Yorke – Suspirium.

Talisker 2008 (2016, First Edition, 57,1%)

Sogno di ogni nerd del whisky che si rispetti sarebbe il poter seguire passo passo la maturazione del proprio single malt preferito: da quando, neonato, esce dall’alambicco a gradazioni stellari, fino ad ogni anno di evoluzione in barile (anzi: l’ideale sarebbe avere barili diversi, no?). Non potendo farlo davvero, almeno finché non ci regalate i soldi per comprarci un barile, ci accontentiamo di godere di uno dei trend degli imbottigliatori indipendenti degli ultimi anni: compaiono sempre più spesso, da almeno tre / quattro anni, barili di whisky molto giovane, che in tempi di vacche magre sarebbe stato tenuto lì in warehouse a maturare. Oggi è il turno di un single cask di Talisker di soli 8 anni: non che la maggior parte dei Talisker in commercio sia granché più vecchio, intendiamoci, ma qui – dato il colore, dato lo stile degli imbottigliamenti ‘First Editions’ – ci aspettiamo un distillato eccellente lasciato nudo e crudo davanti ai nostri occhi. Avremo ragione?

N: la gradazione scompare agli occhi delle narici (ehm, come?), svelando un panorama aperto e brumoso. Molto erbaceo, con il distillato giovane in primissimo piano: erbe aromatiche, ci vengono in mente la melissa, il timo, salvia e rosmarino… Qualcosa di balsamico, anche. Poi una punta di limone, anzi caramelle dure al limone, o nocciolo di limone. Molto ‘verde’. Poi non dimentichiamo la mineralità, evidente e gradevolissima, con note di sassi bagnati, di scogli, di sottobosco dopo la pioggia. E la marinità, e la torba? Ci sono, ci sono, molto leggeri, non invasivi, ma evidenti (tanto iodio e un lieve fumo acre).

P: che impatto! Molto pieno, avvolgente e tagliente allo stesso tempo, a la Talisker… Si parte con un impatto intenso, con pepe bianco e nero, ancora un fumo acre di torba e un bel po’ di acqua di mare (ti lascia le labbra salate). Balsamico, con eucalipto; buono buono. Salatino, non pescioso, e bruciacchiato (cenere). Fieno nitido, come suggerisce il sommo Zucchetti che degusta con noi. Una dolcezza astratta da zucchero liquido, tutta dal distillato e non dal barile.

F: lungo, lungo e pulito. Erbaceo, marino e ceneroso – o cinereo, fate voi.

87/100. È tutto distillato, e deve piacere quell’erbaceo lì – a noi piace, di brutto, ma sappiamo che è un sapore che può respingere anche i whiskofili più affezionati. Semplice forse, ma di una semplicità complessa e strutturata che ha solo Talisker: dalla nostra specola marginale speriamo francamente che Diageo colga il suggerimento di questi imbottigliamenti e provi a mettere sul mercato imbottigliamenti meno carichi…

Sottofondo musicale consigliato: The Ocean – Permian: The Great Dying.

Benrinnes 21 yo ‘Rare Malts’ (1974/1996, OB, 60,4%)

Angelo Corbetta, sovrano assoluto del Gran Regno dell’Harp Pub, ci concede sempre il privilegio di scegliere con lui, dalla sua ricca cantina, le bottiglie per le degustazioni che insieme organizziamo, generalmente pezzi storici che è raro vedere aperte in assaggio. “Privilegio” anche perché, oltre al piacere di assaggiare i whisky durante gli eventi, ci portiamo a casa un sample da recensire con calma nei mesi successivi. Un paio di mesi fa abbiamo aperto quattro dei suoi Rare Malts (e occhio: tra non molto annunceremo i prossimi due appuntamenti sempre a tema Rare Malts – e se dicessimo Brora e St. Magdalene?), e il primo era questo Benrinnes da oltre 60%. Diamoci dentro.

benrinnes-1974-21-year-old-rare-malts-with-box-965-pN: devastante come la gradazione passi inosservata, anzi, inodorata. Spicca in avvio una fascinosa patina minerale, di cera d’api e di cereale caldo ed essenze oleose di arancia. Sprigiona una gran ricchezza d’aromi, tra brioche integrale al miele, zucchero caldo – siamo travolti dall’immagine delle nastrine appena uscite dal forno – e una frutta gialla matura e aromatica (pesche e mele soprattutto). Un naso all’apparenza ordinato e ordinario, e invece c’è tanta libidine…

P: di grande intensità, gli oltre sessanta gradi qui si fanno sentire un po’ di più. Vive di fiammate: l’attacco è austero, ancora sulla cera, su una mineralità oleosa, poi sterza verso una frutta vivace (qui proprio pesca, forse sciroppata), poi scatta sulla pastafrolla, ancora zucchero caldo, brioche al miele… E che cereale, che cereale! Pieno e molto soddisfacente.

F: lungo e persistente, prima resta il calore e poi la cera si conquista il palcoscenico.

Poco da dire: semplicemente ottimo, con un profilo che oggidì è davvero raro da trovare. Questa patina di cera, a schermare il lato più fruttato e cerealoso, a noi fa letteralmente impazzire! Una sorpresa, tra i meno quotati della collezione Rare Malts, ma per noi è un pezzo da non perdere. 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: Aphex Twin – T69 Collapse.

Bunnahabhain 25yo (1989/2015, Wilson&Morgan, 46,6%)

Bunnahabhain e Wilson & Morgan: un’accoppiata vincente, come sanno i frequentatori dei festival di whisky italiani. Tempo fa noi avevamo assaggiato un mostruoso 42 anni veramente da panico, e alcuni batch del celebre e fortunato “House Malt” nascondevano proprio del distillato di Bunna. Questo è un single cask imbottigliato tre anni fa da W&M: gli angeli si son presi una bella sbronza, se pensiamo che a 25 anni di età la gradazione è a poco più di 46%. Grazie ad Andrea, scimmia sovrana del Monkey Whisky Club, per il sample!

N: profilo complessivamente fresco, seppure dalle tinte forti e dagli aromi intensi. Sicuramente un po’ di miele, poi frutta cotta, brioscia all’albicocca, pasta di mandorle. Non si può tacere il lato minerale, con pennellate di cera d’api, di terra bagnata, perfino un filino di fumino acre di torba. Seducente e affilato come sanno essere i Bunna di mezza età.

P: pur se a una gradazione naturalmente bassetta, si regala un corpo di tutto rispetto. Sorprende come quelle suggestioni minerali del naso qui si facciano ben più concrete, tramutandosi in solide realtà: tanta sapidità, sensazione di terra bagnata in aumento e ancora un po’ fumante. La dolcezza è succosa, sottile, con un po’ d’arancia (e scorzetta di) e una frutta giallarancione (al limite del tropicale: mela, succo pesca e mango con goccia di latte – non giudicateci). Ancora brioscina e miele.

F: rimane la cera, torna il fumo delicato ma alla grandissima, persiste la dolcezza da succo d’albicocca.

Anno dopo anno, bevuta dopo bevuta, Bunnahabhain si va affermando come una delle nostre distillerie preferite tra quelle isolane: unendo la rotondità e la piacevolezza a degli spigoli minerali e marine il risultato è spesso fantastico, e questo single cask non fa decisamente eccezione. Seducente e affilato, abbiamo scritto al naso, e confermiamo il giudizio: entusiasti incidiamo nella pietra il nostro 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Stoned Jesus – Thessalia.

Glencadam 15 yo (2015, OB, 46%)

Ralfy!

Fino al 2009, questa edizione del 15 anni di Glencadam aveva gradazioni diverse di release in release: in quell’anno la proprietà di Angus Dundee, che aveva comprato la distilleria nel 2003, decide di razionalizzare le cose e passa stabilmente ai 46%. Nominato dal grande Ralfy come whisky dell’anno nel 2017, ora deve passare attraverso le forche caudine del nostro sindacabile e – ricordiamolo – del tutto superfluo giudizio.

N: un whisky apparentemente fresco e gioviale, rivela in realtà un più sotterraneo dialogo tra due anime diverse: da una parte il lato piacione che ci parla soprattutto di creme (creme brulée, budino alla vaniglia, crema pasticciera) e di un po’ di frutta matura (pera über alles); dall’altra invece un lato più austero, sicuramente dominato da un agrume importante e minerale (quasi in essenza, ricorda molto la scorza) e forse perfino qualcosa di vegetale (salvia?, a voler essere olistici: caramelle dure salvia e limone).

P: alzare la gradazione gli ha sicuramente portato un bell’impatto e un buon calore: sprigiona facilmente e con una certa intensità di nuovo tutta la sua convincente cremosità, senza però disdegnare note davvero ben integrate di malto (qualcuno direbbe: sapore di whisky) e frutta secca (mandorle). Ancora molto agrumato, con tanto limone, intenso intenso.

F: con una punta pungente, diciamo di limone (ammorbidiamoci: crema al limone) e quasi di sale. Piuttosto persistente il sapore del cereale, con anche note di frutta secca.

Su alcuni siti tedeschi si trova ancora circa a 50€, altrove sembra esaurito, chissà. Molto educato, resta in equilibrio senza mai sbracare verso la ruffianeria né verso l’austerità fine a se stessa: non sapremmo dire, forse ci siamo invaghiti irrazionalmente della distilleria ma qui e ora assegnamo un 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Goldfrapp – Strict Machine.

Braeval 18 yo (1997/2016, First Editions, 54,8%)

Dall’ennesima serie di qualche membro della famiglia Laing, le cui vicende ricordano pericolosamente la trama di una telenovela sudamericana, peschiamo con curiosità questo single cask di Braeval (aka Braes of Glenlivet). È inusuale trovarlo imbottigliato, dato che serve per lo più come carne da macello per l’industria del blending, e infatti è il primissimo Braeval che compare sul nostro autorevolissimo sito: per questo ringraziamo i Laing ma soprattutto l’Ermoli che ce ne ha donato un campione e ci tuffiamo a bomba nella degustazione.

N: incredibilmente aperto ed espressivo a fronte di una gradazione importante. L’apertura porta essenzialmente ad un aranceto: arancia in ogni forma e immagine, partendo da una bella arancia gialla appena tagliata, poi arancia candita (per un attimo ci eravamo immaginati un panettone), una bella sorsata di Fanta, pasticcino con la fettina di arancia (ci sono anche un po’ di pastafrolla e di crema pasticcera, uniche sopravvissute allo tsunami agrumato). Molto fresco e aromatico, anche se – sia chiaro – se non vi piace l’arancia son cazzi amari. Unica deviazione dal tema: un sentore di ananas, pieno e ‘sudato’. Con acqua, si apre anche su mele e pere cotte.

P: pieno ed esplosivo, con bombette fruttate in deflagrazione. Paro paro al naso, non sapremmo cosa aggiungere oltre a pastafrolla, crema pasticciera, arancia in ogni forma e ananas. Proviamo ad aggiungere acqua per variare, e in effetti funziona – se retrocede la parte più esuberante di ananas, tornano un po’ note diversamente fruttate, poi cioccolato bianco e qualche cereale (volete una suggestione che vi farà commuovere? Sì, la volete: biancorì).

F: sulla falsariga di quanto detto fino ad ora: pulito e non lunghissimo,

Monodimensionale, in fondo, ma quella dimensione è bellissima: talvolta, davanti a single cask del genere, ci troviamo a chiederci “ma quanti ce ne saranno di barili simili, nello Speyside?”. A quel punto, con espressione interrogativa sul volto, non possiamo che invidiare chi nello Speyside ci sta tutto il tempo: beati loro. Buono buono, 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Duran Duran – Ordinary World.

Macallan 12 ‘Sherry Oak’ (2017, OB, 40%)

Nonostante il drammatico rientro post-vacanziero, siamo ancora obnubilati dagli ozii e per tale ragione ci concediamo di iniziare la settimana con una coccola: Macallan 12 anni ‘sherry oak’. Confessiamo di non capirci tanto nel mare magnum del core range di Macallan, il produttore più posh di Scozia (poshness cui contribuisce il nuovo grandioso design della stessa distilleria, una bazzecola da 140 milioni di sterle) – ma ci sembra di aver capito che, dopo anni di assenza, il 12 anni in sherry sia finalmente rientrato in distribuzione in Italia. Armati di bicchiere, eccoci ad analizzarlo solo per la gioja dei nostri ventisei lettori.

N: intenso ed aromatico, molto ricco; davvero apprezzabile l’intensità anche a 40%. Esibisce generose staffilate di gelée alla fragola, di arancia, di un bel chinotto. Legno fresco e vagamente vaniglioso (addio, botti dai sentori di legno umido e profondo!). Ricorda cose iperzuccherate, in generale: sciroppo di ciliegia, o amarene Fabbri. Fichi molto maturi e cristalli di zucchero.

P: molto morbido, decisamente dipanato e zuccheroso. Ha proprio chiaro un senso di zucchero profondo e ‘secco’: quindi pastiglia Leone alla fragola, sciroppo di amarena, confettura di frutti rossi. Succo d’arancia e tocchetti di legno fresco. Cioccolato al latte. Verso il finale tende a una certa astringenza.

F: pulito e zuccherino, di nuovo, di media persistenza. Mele e sciroppo di ciliegia.

Molto zuccherino, al limite della ruffianeria – forse oltre tale limite, a dire la verità. Si sente nettamente il legno ‘fresco’, con un impatto molto forte sul distillato. Tecnicamente gli diamo 83/100: valutiamolo per quel che è, un whisky di 12 anni imbottigliato a 40% che dovrebbe essere un entry-level: non è certo particolarmente complesso ma non ha veri difetti, a parte quello del prezzo (costa più di 80€). A dispetto di quanto scrive F. Paul Pacult, “world renowned whisky writer”, noi non siamo convinti che sia “semplicemente il miglior 12 anni sul mercato”: anche se, di certo, se volete impressionare gli ospiti sul vostro yacht questo Macallan farà la sua porca figura, in una serata d’estate, mentre siete lì ormeggiati davanti ad Anacapri.

Sottofondo musicale consigliato: Queens of the Stone Age – Millionaire.

Lampi di torba

al vecchio Principe Carlo la torba piace un sacco

Che bellezza bere whisky! Si può decidere di bere solo malti torbati, eppure avere nel bicchiere decine di sfumature diverse. Ci sono stili di torbatura solo accennata, dove solo nel finale rimane un che di terroso in bocca, ce ne sono altri dove si viene investiti fin dalla prima snasata da un’intera foresta in fiamme. C’è chi sente il catrame, chi all’opposto una sensazione appena accenata di vegetazione macerata. E anche questa è la grandezza del whisky: essere una e centomila cose differenti. Oggi esploriamo tre tipologie differenti di whisky torbato, passando velocemente di fiore in fiore.

Benromach Wood Finish ‘Hermitage’ (2005/2015, OB, 45%)

benromach-2005-bottled-2015-hermitage-wood-finish-whiskyFin dal naso appare un po’ alcolico. Svela le note torbate, terrose e minerali del distillato di Benromach, che si combinano in un modo un po’ spigoloso e tagliente con la vinosità del barile. Note di inchiostro, di prugne nere secche; il tutto condito da una venatura sulfurea, di stoppino, dura a morire. Intenso ma non particolarmente espressivo, se vogliamo – si salva per le solite suadenti note grasse di Benromach. 82/100.

‘Nice ’N’ Peaty’ 10 yo (2006, Hepburn’s Choice, 46%)

Una distilleria delle Highlands, molto timida evidentemente, che fa whisky torbato nice-n-peaty-10-year-old-2006-hepburns-choice-langside-whiskyinvecchiato 10 anni in barile ex-vino rosso. Ha note ‘formaggiose’ (siamo specifici: fontina) davvero sorprendenti e piacevoli. Si diceva della torba, che in realtà è abbastanza delicata e decisamente continentale (no marinità). L’apporto vinoso (alla cieca diremmo: Porto) è decisamente fruttato, verso la frutta rossa, per nulla astringente, a differenza del Benromach di cui sopra. Una fettina di fontina con marmellata di fragola? Più godibile dell’altro, ma decisamente meno strutturato: 82/100.

Caol Ila 13 yo (2018, Gordon & MacPhail, 43%)

188840-bigVabbè, un Caol Ila, cosa volete che sia? Eppure, c’è sempre un po’ di magia in questo carattere, tutto giocato splendidamente in un equilibrio delicato tra fumo e lime, tra mare e vaniglia, tra limone e borotalco… Liquirizia, anche un filo d’inchiostro e un velo di zucchero a velo. Sembra facile trovare un equilibrio: eppure non lo è, e con la distilleria di Port Askaig si vola via. 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Charles Mingus – Moanin’

Tamdhu 2006 (2015, Van Wees ‘The Ultimate’, 64,3%)

Saremo degli squilibrati, ma in una sera di piena estate, travolti dalla calura e dagli sciami di zanzare inferocite, abbiamo pensato fosse una buona idea quella di aprire un sample di un whisky a più di 64%… Trattasi di un gentile omaggio del sommo Fabio, valente blogger di whisky e cervello in fuga: un Tamdhu maturato nello sherry butt #918 per 9 anni, fino al momento in cui Mr. Van Wees ha deciso di porre fine alle sue sofferenze e imbottigliarlo nella serie The Ultimate.

foto da whisky.de

N: molto aggressivo e aromatico sulle prime: ti piomba in faccia tutto il carrello delle confetture da hotel. Frutta in marmellata (arancia amara, fragola), pasta di mandorle; passando oltre si scorge un tocco di tabacco da pipa. Sentori di foglia umida in autunno, quella coltre marcescente di foglie umide autunnali che tanta poesia decadente da due soldi ispira sui diari degli adolescenti. L’aggiunta di acqua dischiude un lato di carne che in effetti attendevamo sulla porta da po’.

P: alcol ovviamente esuberante e qui le note meaty (proprio di bistecca di porco) si fanno più evidenti, assieme a una gran frutta (pesca, fragola), perfino tropicale. Aranciata amara. L’acqua amplifica suggestioni carnose, quasi metalliche e ruginose. Ancora una marmellata di frutti rossi. A tratti vinoso.

F: molto lungo con agrumi, scorza d’arancia macerata, e melone. Liquirizia pura.

Estremo e saporitissimo, anche se la gradazione-monstre non pregiudica una certa qual beverinità. Una bomba in sherry così come ce la si aspetta, con tutta la luculliana seduzione della frutta succosa e con quegli spigoli carnosi e lievemente metallici così tipici dello stile di Tamdhu. Se poi pensiamo che in uscita questo Tamdhu costava circa 65€, beh… Complimenti. Un whisky giovane, carico ma non privo di personalità, nel senso di individualità: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Grace Jones – I’ve seen that face before.

Aberlour 17 yo ‘Distillery Reserve’ (1999/2017, OB, 52,8%)

In una delle nostre recenti sessioni intensive di degustazione presso l’Harp Pub Guinness di Milano abbiamo affrontato una golosissima edizione di Aberlour: si tratta di un ‘Distillery Reserve’, cioè una serie di imbottigliamenti single o double cask, a grado pieno, delle distillerie del gruppo Chivas / Pernod, disponibili per l’acquisto solo lassù dove il whisky lo si fa. In questo caso, abbiamo davanti due barili (#4868 e #4886) ex-sherry Oloroso distillati nel 1999, imbottigliati dunque a 17 anni nel 2017. Roba forte, direbbe qualcuno: ringraziamo il prode Andrea del Monkey Whisky Club per essersi inerpicato fino ad Aberlour per portare a casa cotanta bottiglia. Siamo coadiuvati nella bevuta dal sommo Angelo Corbetta.

N: uno sherry monster fatto e finito, anche se decisamente più maturo e ‘pieno’ rispetto all’Abunad’h – ha note succosissime di frutta rossa, dalla ciliegia / amarena al lampone, poi cioccolato (cioccolato con ciliegie, diciamolo: mon cheri). C’è una venatura di clorofilla. Brioche (ai frutti rossi, naturalmente); note di malaga, ‘dolci’ e cremose. Legno caldo, e punte speziate.

P: l’impatto è esplosivo, con deflagrazioni di cioccolato fondente e frutta rossa, come ci si attendeva; note di babà al rum, ci suggerisce Angelo – e poi va chiudendosi verso l’amaricante / astringente, con note di fondo di caffè. Spezie (chiodi di garofano, noce moscata).

F: burroso, cioccolatoso, dolce, annega le suggestioni amaricanti e torna su territori più ruffiani. Maestoso.

Eccellente come solo un Aberlour in sherry di circa 18 anni può essere. A suo modo incoerente, con un naso succoso e dolcino e un palato, invece, succoso e amaricante, con presenza netta del legno e delle spezie. Siccome abbiamo paura di non berlo mai più, e la paura fa 90, ecco il voto: 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Lacuna Coil – Reverie.