Treacle Chest (2017, Wemyss, 46%)

Wemyss è un imbottigliatore indipendente che da qualche anno – a onor del vero, prima di altri – ha deciso di investire commercialmente su concept whisky, su miscele di barili selezionati in base ad un profilo aromatico preciso e imbottigliati spesso senza età dichiarata e con un nome relativamente esotico, teso a esplicitare il concept di cui sopra. La scorsa settimana abbiamo avuto il piacere di partecipare ad una degustazione su Twitter, organizzata da The Whisky Wire, in cui abbiamo assaggiato assieme a tanti altri squilibrati sparsi per il globo tre espressioni di Wemyss: Treacle Chest, che recensiamo oggi, è un blended malt (quello che una volta si chiamava vatted, ovvero miscela di soli malti, no grano) di whisky delle Highlands maturato in 14 sherry casks. Assaggiamo, non prima di aver notato che hey!, hanno cambiato packaging!

N: uvetta, buccia di arancia e albicocca e papaya disidratata. Poca frutta rosa, piuttosto declinato sulla tarte tatin e caramello – piuttosto sticky. Uno sherry di quelly ‘secchi’, legnosetti e non troppo succosi. Carruba, con quella dolcezza paradossale di fave di cacao. Fonda di caffè. Sporchino, con note lievemente gommose e sulfuree. Un che di tabacco da sigaro. Note di rum, secondo molti partecipanti al tasting.

P: decisamente sviluppa la dolcezza di uvetta e toffee; appiccisoso ancora, con zucchero di canna, ma con quella venatura sporca (ruggine), qui compitamente gommosa; c’è anche una nota di cardamomo inaspettata e intensa. Si fa mentolato con il tempo. Speziato, ma speziato in modo pesante… Più decisamente meaty (prosciutto cotto andato a male) e con note piacevoli di tabacco.

F: lungo e dolce, ancora zucchero di canna, uvetta, rum – grasso e yummy.

Per citare non sapremmo più quale talent show, “all’inizio era un NO”: pian piano, però, si svela e grazie ad un po’ di tempo ed aria appare decisamente più complesso, integrato ed equilibrato, pur con quel lato meaty e di cardamomo mai domo – che deve piacere, è ovviamente divisivo. 85\100, meglio di quel che sembra: considerando che costa circa 55/60€, non possiamo non raccomandarne almeno un assaggio.

Sottofondo musicale consigliato: Mayhem – I Am Thy Labyrinth.

Annunci

Michter’s Us *1 Small Batch Bourbon (OB, 45,7%)

Ci dicono che Michter’s stia facendo sfracelli oltreoceano, guadagnandosi un posto in tutte le bottigliere dei cocktail bar ammerigàni. La sua storia, tra l’altro, è pazzesca: pare sia la distilleria più antica degli States (1753), ma oltre ad aver cambiato nome e proprietà un bel po’ di volte, da una trentina di anni si è addirittura inventata un cambio di Stato, chiudendo dopo un fallimento la sede originaria in Pennsylvania e cominciando una nuova vita nella patria del bourbon, il Kentucky. In un periodo di enorme fortuna per questo distillato, che ha praticamente triplicato la produzione negli ultimi 15 anni e ha visto l’esplosione del fenomeno delle microdistillerie, Michter’s si è imposta da qualche anno potendo contare sull’inflessibilità e sul rigore del Distillery Manager Willie Pratt, una vita in Brown Forman (quelli di Jack Daniel’s), che tra l’altro è andato in pensione non più di un mese fa. Il suo soprannome è Mister No, grazie all’usanza di voler approvare personalmente ogni small batch di questo bourbon, composto da non più di 14 barili per volta, e grazie alla non meno nobile abitudine di lasciare spesso e volentieri i barili a invecchiare fino a otto anni; pur sempre una rarità per la prassi del bourbon whiskey.

michter_s-us1-bourbon-whiskey-1_2N: deciso e molto pieno, invade il naso. C’è un incredibile quantità di toffee, burroso e zuccherino. Una nota di solvente, che è respingente e suadente allo stesso tempo, tipo Crystal Ball. Ovviamente pacchi di vaniglia, ma non è così semplice, perché si aggiungono suggestioni di legno di sandalo e frutta gialla (albicocca). Noce di Pecan e un accenno di carruba. Banana. Ah ovviamente il mais è bello presente.

P: davvero poco alcolico, ma comunque avvolgente. L’impressione è quella di uno scontro tra una grande dolcezza (toffee, vaniglia, miele, banana, pesche gialle: alla lunga sembra più fruttato delle attese, perfino con un cenno tropicale forse) e qualcosa di più sottile e levigato. C’è infatti una spiccata nota legnosa (al limite dell’astringente, piuttosto amara quasi) e speziata, di frutta secca e di scorza di arancia essicata, che riporta il tutto in equilibrio.

F: di media durata. Rimane un senso di mais dolce, pucciato nel miele. Ancora arancia amara. Ancora pesche e frutta matura.

Sui bourbon, voi lo sapete, noi ci muoviamo con qualche cautela: banalmente, è un prodotto che conosciamo meno rispetto allo scotch, e non amiamo sputare sentenze – e però questo è il nostro diario, le nostre valutazioni non sono valori assoluti ma sono l’indice di quanta soddisfazione proviamo in un assaggio. Dunque, si prendano le nostre impressioni con le pinze: ci pare molto ben bilanciato tra il lato dolce, succosissimo, e quello speziato. Noi diamo 84/100, ma da strenui relativisti quali siamo diamo conto di altri giudizi meno lusinghieri.

Sottofondo musicale consigliato: Corrosion of conformity – Vote with a bullet.

Macduff 24 yo (1989/2013, Cadenhead’s ‘Small Batch’, 53,3%)

Basta passare da Milton a Mac, e zàcchete: abbiamo superato il passato e ci siamo tuffati nel presente. No, non abbiamo ancora abbandonato gli studi letterari per darci al Macdonald, semplicemente era un bruttissimo gioco di parole: siamo passati dal Miltonduff di Cadenhead’s di ieri al Macduff di Cadenhead’s di oggi… Superata la vergogna per un’ironia degna di chi non sa cosa dire e rompe l’imbarazzo ma non fa che peggiorar le cose, questo è un single cask invecchiato per 24 anni in una botte di sherry: e si vede, diremmo, dato che il colore è rubino.

macduff-24-year-old-1989-small-batch-wm-cadenhead-whiskyN: un whisky incastonato nel rovere e certo l’alcol è molto discreto. L’apporto dello sherry è bello chiaro: note di legno (di ‘mobile’, di credenza, proprio: no, non di comodino, né di tavolino, abbiamo detto di credenza!), di tabacco da pipa, quasi bruciacchiato; e di rabarbaro, tanto tanto. Al fianco, altrettanto massiccio, si staglia tutto un mondo zuccherino: caramello, frutta rossa in confettura (fragola uber alles), uvetta, sciroppo d’acero. Poi emerge perfino il malto, toh!, chi si vede: in una versione molto briosciosa, se ci è concesso. Suggestioni intense, pure, di frutta tropicale (cocco, mango) molto matura. L’acqua apre un po’ sulla frutta e sul tostato.

P: un’esplosione sensoriale, con fiammate di sapore: in controtendenza rispetto al legnoso del naso, svela qui succose note tropicali e fruttate, tra la fragola e il succo di frutti tropicali misti (ammazza, quanta papaya!). Poi, riemerge il legno con note di aghi di pino, di eucalipto, e anche di cola e rabarbaro. Con acqua, occhio!, perché si perde il fruttato (parte pregevole) e si sfarina in una legnosità dolciastra e tostata (rabarbaro, caramello bruciacchiato).

F: ritorna in scia al naso, con tante suggestioni legnose e tanniche; eucalipto da una parte, rabarbaro e cola dall’altro; leggermente tostato.

Buono, di una bontà eccessiva, come certe battone truccatissime che tanto piacevano a Baudelaire: il legno è protagonista assoluto, nel bene e nel male, e a dirla tutta probabilmente se fosse rimasto un pochetto in meno in legno sarebbe stato più armonioso e avrebbe evitato certa esuberanza del tannino (il rabarbaro così evidente è spia inconfutabile), a dir la verità esuberanza che si manifesta soprattutto con acqua. Ma basta parole, noi ci intorcichiamo in giri di parole e siamo schiavi della retorica perché altrimenti saremmo nudi, di fronte alla scarna essenzialità della miseria della vita umana. Ma a voi mica interessa patire il nostro dramma, o no? Quindi, torniamo al malto: è quel che si dice uno sherry monster, e deve piacere tutto il suo legno eccessivo. A noi piace, ma non si aggiunga acqua!, e quindi: 86/100. PS: ne approfittiamo qui per dire una cosa che vorremmo tutti sapeste, dato che c’è chi ci dice “ma che sia buono o no, voi usate sempre le stesse parole! talvolta date giudizi critici e voti buoni, talaltra date giudizi indulgenti e voti bassi”. Forse in effetti è così, ma lo facciamo sempre in relazione a un whisky ideale, che non esiste: si prenda questo whisky come esempio. È un buon prodotto, è molto ‘tipico’ nel genere degli speysider pesantemente sherried, con una sua bella intensità. Siccome ha dei difetti, a nostro gusto (non c’è oggettività, c’è solo soggettività! eddai ragazzi, lo sapete pure voi che il positivismo ha fatto il suo tempo, se ci credete sbagliate voi), gli diamo un voto alto ma non altissimo. Capito? Bene, ciao, grazie.

Sottofondo musicale consigliato: Metallica – Breadfan.

Miltonduff-Glenlivet 19 yo (1994/2013, Cadenhead’s ‘Small Batch’, 46%)

Entriamo nella settimana del Milano Whisky Festival, che quest’anno concede spazio anche al “sottoprodotto caraibico” (cit.); come l’anno scorso, anche il prossimo weekend noi saremo presenti, ospitati al banchetto di Alcoliche Alchimie e Beija Flor per pescare tra le loro bottiglie e scegliere alcuni percorsi di pura goduria nelle terre dell’acquavite di cereali. Questa settimana, dunque, assaggeremo alcuni whisky che (probabilmente, nulla è ancora deciso!) proporremo in degustazione. Iniziamo con un single cask di Miltonduff maturato in bourbon per quasi vent’anni e imbottigliato a grado ridotto.

miltonduff-glenlivet-19-year-old-1994-small-batch-wm-cadenhead-wiskyN: molto aperto e riccamente maltoso. Note di torta di mele, burrosa, molto in evidenza; così come chiare sono le suggestioni di biscotti, di frollini all’uovo; vaniglia e cornetti all’albicocca caldi; pere caramellate. Una punta di scorzetta d’arancia? Ma certo! C’è una leggera nota di legno ‘tostato’, così come qualche suggestione di frutta secca (nocciola; un pazzo ha anche detto ‘pop corn al caramello’, ma è stato immediatamente defenestrato dal cda di whiskyfacile). Un naso semplice ma onesto, intenso e di qualità. Qualche nota erbacea, in crescendo.

P: buona intensità a 46%. Denso di sapore e intelligentemente maltoso (?). Non molto esplicito il legno d’invecchiamento, con le tipiche note ex-bourbon un po’ in disparte: ci sono forse quasi note di frutta rossa, o piuttosto di pesche sciroppate…? In ogni caso, è bello burroso, con punte di toffee, di torta di mele, ancora di nocciola, un pit di vaniglia, ma proprio solo un pit. Si fa più erbaceo man mano che passa il tempo.

F: malto e toffee, si richiude lentamente sul cereale, con punte vegetali piacevolmente amarognole. Vanillina.

Siamo di fronte a un malto onesto, privo di fuochi d’artificio ma concreto: per intenderci, non abbiamo a che fare con un fantasista, piuttosto con un mediano, di sostanza, senza fronzoli. Il malto è protagonista, grazie all’azione temperata e levigatissima del legno, che per una volta non invade la scena. Easy ma catchy, direbbe quello che è stato defenestrato, ed estremamente beverino. 86/100 è il giudizio.

Sottofondo musicale consigliato: SBTRKT – Trials of the Past.

Aberlour 23 yo (1989/2013, Cadenhead’s ‘Small Batch’, 54,9%)

Cosa? Avete detto “Aberlour in bourbon”? Come, come? Avete detto “imbottigliato da uno dei più affidabili imbottigliatori indipendenti scozzesi”, e intendete Cadenhead’s? Cooooosa, nella prestigiosa serie “Small batch”? Come, “ventitré anni”? Eh, siete sicuri? Avete proprio pronunciato il discutibile sintagma “tanta roba”? Vediamo se avete detto cose a caso o se ci avete azzeccato.

aberlourglenlivet-23-year-old-small-batch-wm-cadenheadN: un pochino d’alcol si sente, al primo impatto; ma l’istante è fulmineo, e come tale scompare in fretta. Grande ricchezza olfattiva, e l’impressione è quella di un malto vario, quasi cangiante. C’è un filone vegetale, che ricorda infusi d’erbe, amari, persino l’olio 31, se siete di vedute abbastanza larghe per concedercelo. Poi, una bella vanigliona emerge massiccia, salvo poi rimettere la sordina, salvo poi riemergere… Note ‘dolci’ di mandorle, albicocche, marmellata d’arancia; banana matura. Strano ma sontuoso, grazie anche al contributo di note ‘sporchine’, di warehouse (un pazzo ci sentirebbe anche un che di soffritto). Con acqua, il minerale acquista intensità, così come l’agrume, l’erbaceo; vengono fuori note burrose e di zenzero.

P: c’era da aspettarselo: badilate di sapore, con vaniglia, frutta gialla e frutta secca in primo piano. Che compattezza! Mele e arance, con potenti innesti maltosi; poi miele e ancora erbe balsamiche; volendo esagerare (e noi vogliamo), ricorda quasi un infuso zuccherato, anzi: addolcito con miele. Caramelloso, ma non per questo dolciastro; anzi, pare proprio ben bilanciato e succoso. Con acqua, esce la qualità del malto Aberlour, con le sue note agrumate e aranciate; rileviamo – d’altro canto – zenzero in aumento.

F: pulito e riccamente maltato; burroso, a tratti. Replica il palato, con lunghi sconfinamenti verso erbe infuse.

Beh, avevate ragione. Niente da dire: Aberlour lavora benissimo, non ci ha praticamente mai delusi; solitamente si associa la distilleria ai malti sherried, ma questo trattatello sulla qualità dimostra che anche quando il distillato incontra botti di quercia americana il risultato può essere soddisfacente. Più che soddisfacente. Diciamo 88/100? Eddai, diciamolo. Ciao.

Sottofondo musicale consigliato: EarthFrom the zodiacal light.

Ardmore 16 yo (1997/2013, Cadenhead’s ‘Small Batch’, 55,2%)

Mentre Cadenhead’s ha appena annunciato i nuovi imbottigliamenti, che in Italia saranno disponibili da settembre, noi giriamo lo sguardo verso il più recente passato e assaggiamo un Ardmore di 16 anni imbottigliato da pochissimo (è stato presentato allo Spirit of Scotland di marzo) nella serie ‘Small Batch’. Ardmore è una distilleria delle Highlands che da sempre ha prodotto un malto esplicitamente torbato, molto amato dai blender per le sue peculiarità… ma pressoché sconosciuto a tutti gli altri. Noi abbiamo un simpatico ricordo di Ardmore legato al nostro ultimo viaggio in Scozia, ma contro ogni regola della comunicazione scritta ce lo teniamo per noi. Il colore è paglierino chiaro chiaro.

62770834_CI39N: un profilo strano, che non ti accoglie a braccia aperte e che bisogna addomesticare. Ha anzitutto un’anima bourbon molto trattenuta, tra una pera gentile e sporadici spunti di vaniglia e zucchero filato; poi, una zuccherinità che richiama malti decisamente più giovani (canditi, lieviti, alcol un po’ ‘grezzo’). La sensazione di asperità è poi accentuata da forti note minerali (grafite), erbacee e vegetali (il nostro amato nocciolo di limone). Qualche senso di legno umido…

P: il primo impatto è di un bel corpo, con una dolcezza certo ancora semplice, acerba (ancora pere e canditi), veicolata con potenti botte di legno. E quindi molta liquirizia, che annuncia nuovamente un lato earthy, minerale, terroso: una bella torbatura, decisamente (anche con un pit di fumo).

F: liquirizia e torba acre, con afflati vegetal-limonosi. Piuttosto lungo e persistente.

Davide da tempo sostiene che Ardmore sia una distilleria speciale ancora misconosciuta: questo malto è senza dubbio da premiare per la sua particolarità, anche se in tutta onestà a noi questa foggia un po’ cruda, non così elegante e soprattutto non sostenuta da un’adeguata complessità, non ci fa perdere la testa. Comunque davvero un buon dram, intendiamoci, e istruttivo, e inusuale, e 85/100 insomma.

Sottofondo musicale consigliato: Adamo – La notte.

Caperdonich 35 yo (1977/2013, Cadenhead’s Small Batch, 50,2%)

Rieccoci tra le accoglienti pareti di casa Cadenhead’s: dopo le soddisfazioni infinite che ci ha dato il Tomatin della scorsa settimana, assaggiamo un altro trentacinquenne, questa volta creato in una distilleria che non c’è più… Caperdonich era la dirimpettaia di Glen Grant, e ha sempre vissuto di luce riflessa: fate conto che era conosciuta come ‘Glen Grant 2’; Pernod l’ha acquistata nel 2001 e l’ha chiusa dopo pochi mesi, regalando così ai collezionisti un nuovo feticcio da inseguire… Vediamolo alla prova del bicchiere: intanto, il color rame intenso, scuro, ci rivela immediatamente che si tratta di botti ex-sherry (la serie Small Batch prevede infatti vatting di più botti, anche se in quote minime – qui siamo a solo 340 bottiglie prodotte).

dzkkmhfvzr4xh6j77s62_480_2000-b38f6317N: aperto, alcol zero. Compatto e intenso. Siamo nel campo degli sherry monster grevi, che profumano di legno vecchio e umido e di cantina abbandonata (da chi? e perché? il mistero si infittisce). Questo dark side è completato da lucido per legno, caffè, tabacco, cioccolato amaro, liquirizia, e un accenno di erbe amare… Una suggestione: pineta mattutina. Sembra proprio imbottigliato al limite, coi tannini ancora in disparte ma pronti a invadere la Polonia. C’è poi un bel lato zuccherino molto strutturato: frutta rossa e nera (crostata di mirtilli, lamponi, more), una nitida nota di tamarindo. Ossigenandosi, esce anche una bella cremosità. Un che di fichi/datteri.

P: la sensazione di ‘imbottigliamento al limite’ si conferma, e anzi forse qui è stato fatto un piccolo passo oltre: inizia su note amare davvero persistenti (caffè cioccolato nocciola legno umido), si apre a una dominante più dolce molto coerente col naso (frutta rossa/nera, fichi e datteri in crescita); insiste anche la cola, ma tutta questa esplosione, questa intensa struttura dolce è subito affiancata da un legno robusto, amaro ancorché gradevolmente una punta di rabarbaro? Allappacchiante (ciao, siamo whiskyfacile e creiamo lingua italiana).

F: prosegue l’allappamento strisciante, tra legni infusi e frutta rossa davvero persistente.

Tra naso e palato, è emersa una nota amara/legnosa che, se piace, può far perdere la testa: noi restiamo fermi (si fa per dire) a 89/100, ma solo perché queste note ci seducono di più in profilo più ‘setosi’, più levigati dal tempo – e anche Serge scrive che tenendo lì la bottiglia probabilmente andrà ad arrotondarsi un po’… Avrete pazienza di preservare la boccia chiusa? Non so se ne noi ne avremmo la forza, nel dubbio versiamo un altro dram.

Sottofondo musicale consigliato: Iron and wineSingers and the endless song.

Tomatin 35 yo (1978/2013, Cadenhead’s small batch, 44,1%)

Nel 2013 Cadenhead’s, imbottigliatore indipendente tra i più blasonati in Scozia, ha lanciato una nuova linea di imbottigliamenti d’età e distillerie varie. Le uniche caratteristiche fisse di questa linea sono la splendida bottiglia schiacciata dal sapore retrò, il vatting di pochissime botti (di qui il nome ‘small batch’) e, a quanto pare, l’elevata qualità media dei malti messi in circolazione con questa etichetta. Noi andiamo nelle Highlands e assaggiamo un Tomatin con un invecchiamento “importante”, come si dice in questi casi.

ob_24f195_tomatinsmallbatch1-copyN: ha un ego smisurato: i concetti generali che evoca sono la compattezza, l’intensità, la saturazione. Un whisky ‘grasso’ e questa immagine diventa suggestione di pastelli a cera, mai così nitida e reale. Sotto scalpita il distillato di Tomatin, che ci ha abituato a una certa tropicalità: qui c’è un mango totalizzante, accanto ad ananas (che in verità perde intensità nel tempo) e banana matura; poi frutta rossa marmellatosa (fragoline) e un che di pesca sciroppata. Stupisce l’assenza d’aromi legnosi e speziati, in un ultratrentenne. Burro caldo.

P: il profilo si ‘sgrassa’ un po’ e si avvicina di più al 30yo ufficiale, con una frutta tropicale sempre maestosa: ancora mango e ananas, goyaba ma anche una bella acidità (maracuja strepitosa). Una robusta nota di malto e un po’ di fragola completano un profilo certo non complessissimo ma di sicura intensità. Dimenticavamo la peculiarità del pastello a cera, di nuovo presente a mo’ di collante, davvero accattivante e particolare.

F: un bell’assolo di malto, con la band di frutta acidina e tropicale che diligentemente fa da sottofondo. Un pizzico di frutta secca (noce).

Siamo rimasti a bocca aperta quando, dopo la degustazione, abbiamo letto che le botti da cui è stato ricavato questo ‘small batch’ erano ex bourbon. Purtroppo il sample era finito e non abbiamo più potuto soppesare questo nuovo dato, rimanendo così tragicamente anche a bocca asciutta. Ad ogni modo questo Tomatin dal naso esplosivo, tentatore e succoso al palato, meriterebbe davvero un assaggio, se vi capitasse sotto mano. Se poi aveste anche il portafoglio troppo gonfio per farlo entrare in tasca, beh l’acquisto di una bottiglia potrebbe aiutarvi a ridurne lo spessore; costa attorno ai 300 euro, cifra impegnativa ma in qualche modo equilibrata per la qualità del prodotto. Noi tutto ciò lo traduciamo in un 93/100.

Sottofondo musicale consigliato: Luigi TencoLa ballata della moda