Dalwhinnie 30 yo (2019, OB, 54,7%)

Ancora dalle Special Releases di Diageo 2019 a tema “Rare by Nature“, oggi ci mettiamo alla prova con un Dalwhinnie 30 anni – dal vivo, durante la presentazione londinese, era stata la release più apprezzata da Jacopo, vediamo se a bocce ferme l’entusiasmo è confermato. L’etichetta mostra un coniglio che riporta alla mente Alice nel Paese delle Meraviglie (non siamo abbastanza hipster per scrivere Alice in Wonderland), non sapremmo se il riferimento è voluto oppure, come forse è più probabile, la psichedelia è nell’occhio di chi guarda. Ne approfittiamo per fare un plauso a Diageo, che a differenza degli anni scorsi all’ultimo Milano Whisky Festival ha esibito i muscoli e ha portato tutte le SR, tenendone diverse aperte in mescita – correva voce ci fosse anche un Port Ellen in assaggio, purtroppo noi siamo rimasti sempre fissi al banco e non siamo mai riusciti ad andare a bercelo. Rimedieremo.

N: molto aperto, molto aromatico, pressoché analcolico, con un profilo d’antan piuttosto seducente. Spiccano due macro-note su tutte: il cereale da un lato, il miele dall’altro. Barrette di cereali e miele, per chiuderla una volta per tutte? Sì, ma non la chiudiamo: note di favo di miele, di cera d’api… Poi un che di fruttato, con percocche, buccia di mela gialla, anche del mandarino. Un velo di limone. Semi di sesamo (rigorosamente non tostati!, sia chiaro). Delizioso.

P: esplosivo, molto coerente, molto molto buono e pressoché privo di presenza alcolica. Ancora tanto favo di miele e tanta cera, ancora limone, ancora cereale. C’è una frutta cerosa eccellente, davvero elegante; pompelmo, qualcuno lo sente? E il cardamomo? Beh, se non lo sentite, prendetevela con voi stessi. La parte fruttata, di cui ci siamo curiosamente dimenticati due righe fa mentre ne scrivevamo, è al limite del tropicale, si ferma appena prima del mango.

F: avvolgente, piuttosto dolce ma equilibrato, con miele, cereali e qualche sentore agrumato (limone, proprio). Dopo un po’, si rivela mentolato…

A posteriori, non è forse il più complesso dei whisky: ci sono note di miele e di cereali, con venature fruttate, e niente più. E niente più?, ma siamo impazziti? No, perché l’esperienza è francamente straordinaria, la qualità del malto è davvero eccellente, e Jacopo, avesse bevuto da solo, avrebbe dato un voto ancora più alto perché si è proprio innamorato. 90/100 è il giudizio, ma onestamente il sample che abbiamo portato a casa era veramente piccolo: dovremmo riassaggiarlo. Vero, Danilo? 🙂

Sottofondo musicale consigliato: Nick Cave and the Bad Seeds – Watching Alice.

Annunci

Mortlach 26 yo (1992/2019, OB, 53,3%)

Diageo-2019-special-releases-webPezzo forte delle ultime Special Releases di Diageo, orfane per il secondo anno consecutivo di Brora e Port Ellen, è senza dubbio questo Mortlach 26 anni, che esibisce senza timori un prezzo decisamente “premium”. Della parabola di Mortlach, la Bestia di Dufftown, si è parlato spesso: da bestia… da soma per i blended, valorizzata dagli indipendenti, è stata artificialmente trasformata in una bestia rara, cioè un brand di lusso, con bottiglie da 50 cl e prezzi – onestamente – insensati; la trasformazione, non proprio premiata dal mercato, ha portato a un riassestamento, con Diageo che continua a voler puntare su Mortlach ma lo fa attraverso un range molto più umano. D’altro canto – ma chi siamo noi per dirlo a Diageo – un brand si costruisce, non si impone: e quindi se il percorso di Mortlach dev’essere verso il lusso, bene (oddio, bene, mica tanto), ma che sia graduale almeno; sembra che l’abbiano pensata così anche colà dove si puote. Questo Mortlach 26 sembra un passo in questa direzione, anche se per ora la scelta di mettere questo prezzo (1700€) a questo imbottigliamento è stata molto criticata dalla comunità di appassionati – che comunque non è il mercato di riferimento di questa bottiglia, crediamo, e dunque “sticazzi”. Uno di noi è stato a Londra, invitato da Diageo, per la presentazione delle Special Release a tema “Rare by Nature”, e coraggiosamente si è portato a casa un campione del Mortlach: abbiamo atteso anche troppo per berlo. Il colore è ramato scuro, rivelando la maturazione in sherry, sia Oloroso che PX, a primo riempimento.

IMG_1799N: molto scuro anche come aromi, con note immediate di rabarbaro e liquirizia… C’è una grande profondità in questo naso, con legno verniciato e tabacco, davvero molto intensi. C’è poi una componente sticky, appiccicosa, che ci fa venire in mente l’arancia rossa e soprattutto una deliziosa marmellata di mirtilli, di ribes: ci prendete per degli squilibrati se parliamo di Ratafia di more e di maraschino? Fate bene. La ciliegia nera è molto evidente, così come un profumo delizioso di chinotto. Non c’è traccia della nota più ‘meaty’ e più grassa della Bestia di Dufftown

P: beh, che buono… A dispetto delle attese, non allappa, anche se si fa ancora un po’ più scuro e speziato, anche se con una presenza del legno piuttosto marcata, soprattutto verso il finale: quindi note di chiodi di garofano, di genziana, di polvere di caffè. Ma non si comincia dalla fine, giusto? L’impatto è tutto di chinotto, e nel complesso resta molto succoso, con una serie di suggestioni di frutta come more e mirtilli, ciliegia nera. Talvolta un po’ di cioccolato fondente. Buonissimo.

F: molto lungo, dolce e appiccicoso, tutto su liquirizia purissima e more… Il legno è molto evidente, con le sue spezie bene integrate.

IMG_1803Un “Mortlach da russi”, dice sommessamente qualcuno che presenzia alla nostra degustazione: è ovviamente molto buono, è ovviamente molto marcato dallo sherry, se vogliamo l’unico appunto che si può fare è che è poco Mortlachoso – non c’è quella sporcizia ‘carnosa’ che tanto caratterizza la distilleria, c’è tantissimo sherry e il profilo è più tagliente del solito. Non fraintendete: se bevessimo alla cieca mai avremmo indovinato, ma stiamo comunque parlando di un whisky buonissimo, che va in quella direzione da sherry monster molto maturo che non può non piacere a chiunque ami il whisky. Noi l’amiamo, e infatti: 92/100. Grazie davvero a Danilo e a Franco di Diageo per l’invito.

Sottofondo musicale consigliato: Tom Waits – We’re all mad here.

Botti da orbi – Sanremo, serata 1: Cladach (2018, OB, 57,1%)

l’illuminato Marco Zucchetti mentre cura la sua rubrica su whiskyfacile

Puntuale come l’influenza il primo giorno di ferie, la papera del tuo portiere nel derby e l’aneddoto sconcio degli amici al bar, anche quest’anno arriva Sanremo. Ecco, questo coraggioso sito si fa vanto del fatto che non ne farà menzione. Anzi, innalzando una prece al mitico Ferdinando Buscaglione, patrono di tutti i whiskofili italiani, qui ci si propone di fornirvi delle alternative al festival. Cinque malti (scelti a capocchia esattamente come i big in gara) per evitarvi le cinque serate. Oppure, se siete obbligati per ragioni familiari a sorbirvele, cinque malti per sopravvivere al rompimento di Baglioni che vi tocca in sorte.

Non festival dei fiori ma opere di bere.

Cladach (Diageo Special Release 2018, 57,1%)

L’orchestra di Peppe Vessicchio tutta insieme. È un blended malt sulla scia del Collectivum XXVIII, ma più coerente e assai più convincente. Partecipano alla sinfonia Inchgower, Clynelish, Oban, Talisker, Lagavulin e Caol Ila, dunque ci si aspettano potenti gli ottoni della torba e gli archi della marinità. E infatti fin dall’esordio ecco un bel falò in spiaggia, zaffate di iodio e un naso medicinale e mentolato (anice), da cui emerge una golosa frutta dolce, mela cotta, ananas e limone candito. Cera, anche. E una curiosa sensazione di metano, come se aveste deciso di suicidarvi prima di essere costretti a sentire Il Volo.

In bocca è salato, scuro, molto profondo e perfino cremoso. La torba c’è, ma non ce la si cava mica così, non siamo di fronte a una canzonetta. Occorre un patentino per capirlo bene. Noi che invece ci siamo fermati alla scuola primaria del malto riconosciamo alla rinfusa delle more, un pizzico di aceto di lamponi e una bella cremosità saporita, quasi fosse liquirizia salata. Con acqua (anche se va giù bene anche senza) spunta dell’arancia e del kummel. Finale all’altezza dell’esibizione: ancora saporito, tra carne salada e croccante di arachidi.

L’intro del naso ti cattura, ma l’evolversi in bocca ti rapisce proprio. Succulento e robusto, è un concentrato di Islay con il tocco mielato/ceroso di Clynelish. Il classico outsider che parte senza i favori della critica – in effetti queste edizioni sconfinano spesso con il marketing – ma poi si conquista il podio con il voto da casa. 90/100

Sottofondo sanremese consigliato: Enrico Ruggeri – Mistero (Sanremo 1993, primo posto)

‘The Cally’ 40 yo (1974/2015, OB, 53,3%)

Mentre Diageo annuncia le nuove Special Release del 2018 (e attenzione attenzione: nessun Brora, nessun Port Ellen!), noi ci dedichiamo con il piglio dei cronisti d’assalto ad una S.R. di tre anni fa… Il Cally 40 altro non è che un grain whisky prodotto dalla Caledonian Distillery nel 1974, messo in bottiglia appunto nel 2015, non colorato, non filtrato a freddo, alla gradazione naturale di 53,3%. Sulla carta, sembra avere tutte le caratteristiche del fuoriclasse: testiamolo nel bicchiere.

N: da subito rivela una nota di solvente, probabilmente data dalla gradazione, che scherma un poco – e subito dietro, ecco agitarsi alcuni dei più consolidati cliché da grain, ovvero banana matura, crema pasticciera, noce di Pecan… Ma qui in versione relativamente ‘light’, non troppo carichi come spesso accade talvolta. Procediamo per tentativi, vista la nostra poca esperienza coi grain ultraquarantenni – e però ci sembra che il lungo invecchiamento abbia smussato gli aspetti più triviali e più ruffiani di questo whisky, in favore di note speziate e più taglienti: dunque una punta di sedano, sentori di grafite. E poi, man mano che respira, si apre su una nota dominante: burro, burro fresco, burro caldo, burro sciolto, burro, burrissimo, poi panna rappresa, frutta gialla (mela gialla e albicocca).

P: ci saremmo aspettati un’esplosione di sapori clamorosa, e invece anche qui rimane abbastanza sottile, pur con una morbidezza inconfutabile. Crema, frutta gialla, nocciola e noce di Pecan, burro d’arachidi sono contrappuntati da una leggera ma costante nota speziata e legnosa: chiodi di garofano e sentori tostati, financo amaricanti. E per una pura coincidenza verbale, ora diciamo pure ‘amaretto’. Forse un dattero, anche?

F: burro, legno amaro… lungo e persistente.

Naso molto buono, complesso e piacevole, ha però una torsione tostata al palato che mmm, non ci convince fino in fondo. Ce lo ricordavamo molto buono dal nostro assaggio quando era uscito – confermiamo la soddisfazione anche se, ora forse vittime della delusione, ci ‘fermiamo’ a un 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Sleep – Sonic Titan.

Brora 1982 (2002, Gordon&MacPhail for Collecting Whisky, 40%)

Ancora fino a qualche anno fa non era infrequente trovare a festival, degustazioni o nei salotti più intelligenti delle bottiglie aperte di Brora, distilleria chiusa oramai 35 anni fa. Mentre il mito di Port Ellen cresceva a dismisura, si vaticinava che presto Brora l’avrebbe seguita nel Pantheon dei malti in via d’estinzione. Bene, quel momento ormai è arrivato: al whisky festival romano di quest’anno è stata ecccezionalmente aperta l’ultima special release di Diageo (Pino ci assicura che era buona “ma non il migliore di sempre”, mannaggia a lui!) e la cosa ha fatto abbastanza scalpore perché almeno in Italia trovare un Brora aperto è divenuta una vera rarità, complici ovviamente quotazioni in moderata crescita alle aste. E tutto questo mentre, ironia della sorte, Diageo ha annunciato i piani per una prossima ventura riapertura della distilleria, che ancora conserva intatti i muri, gli alambicchi e la magica atmosfera. Nel nostro umile armadietto, ancora qualche sample è rimasto di questo nettare di Highlands e ci siamo detti: “e bevitelo un Brora ogni tanto!”, alla moda del Facebook più trito e ritrito. Per farla breve, trattasi di un single cask imbottigliato nel 2002 dai ragazzacci del Milano Whisky Festival sotto l’etichetta di Collecting Whisky, a sua volta sotto l’etichetta del mostro sacro Gordon & MacPhail. Un’ultima cosa: si diceva della penuria di Brora negli ultimi tempi, ma a sorpresa – numero incredibile! Clamoroso! Proprio lui! – saranno proprio gli organizzatori del Milano Whisky Festival ad aprire un Brora, il 15 maggio al Marriott di Milano, durante una degustazione delle special release di Diageo che si preannuncia quantomeno intensa. Costa 50 euro, un pensierino lo faremmo – o meglio l’abbiamo già fatto, e ci saremo.

brog!m1982v1N: oh bella, questo naso non ce lo aspettavamo. Ci folgora da subito un carattere spiccatamente erbaceo, che ci fa venire in mente la foglia di tè: diremmo proprio tè verde, principalmente, e un che di tè nero leggermente tostato, forse perfino con un filo lieve di fumo. In secondo piano, ecco una nota di mare, un po’ sporca, molto evidente (anima iodata, fune di barca); sul versante dei sentori più morbidi, si affaccia ‘solo’ un cereale molto caldo (proprio campo di grano al sole). Aggiungeremmo anche una suggestione di timo. Una purea di mela gialla, a tratti? Forse sì. La gradazione così bassa forse penalizza un po’ lo spettro aromatico?

P: dobbiamo con sgomento rilevare come abbia sicuramente perso un po’, forse la bottiglia da cui abbiamo pescato il sample era rimasta a lungo aperta, non sapremmo – di certo la sensazione è di un whisky un po’ scarico, purtroppo, un po’ sfarinato, di certo molto poco alcolico. Se rimangono vividi i sentori di tè verde e di una qualche marinità, per il resto registriamo solo una stranissima panna cotta e un sentore di caramella alla violetta, con una dolcezza un po’ fasulla.

F: perdura quel che c’era al palato, cioè panna cotta e tè verde. Non proprio il migliore dei mondi possibili.

Peccato, ma questo sample ha sicuramente perso. Inqualificabile, per una volta ci dobbiamo fermare al senza voto. Pubblichiamo ugualmente perché vogliamo menarcela e dirvi che sì, sarà pure stato rovinato ma ci siamo bevuti un Brora! A parte gli scherzi, dobbiamo dire che il naso rimane interessante, anche se non completamente broresco, mentre al palato una gradazione arrivata sicuramente – e abbondantemente – sotto i 40 gradi ha determinato un cambiamento radicale del profilo di questo whisky… Se volete un parere sicuramente più nitido, Serge ci viene eroicamente in soccorso assegnando un 83/100, che è poi più o meno il voto a cui avevamo pensato mettendolo sotto il naso.

Sottofondo musicale consigliato: Lucio BattistiConfusione

Dalwhinnie 25 yo (1989/2015, OB, 48,8%)

Dalwhinnie è una distilleria tutto sommato poco quotata, nonostante rappresenti fin dall’inizio le Highlands nel range dei Classic Malts di Diageo e nonostante sia una delle più visitate per la posizione ‘strategica’ di passaggio tra Glasgow/Edinburgo e il nord della Scozia. Le ragioni di questa sottovalutazione sono per noi oscure, forse si legano al fatto che pochissimi sono gli imbottigliamenti indipendenti di Dalwhinnie e in fondo pochissimi sono anche gli ufficiali, dato che oltre al 15 anni base ci sono un paio di NAS e poco più. Ogni tanto però Diageo spara sul mercato delle edizioni ‘premium’ come questa Special release del 2015: un 25 anni invecchiato solo in botti ex-bourbon refill, quindi non a primo riempimento, a grado pieno e in tiratura limitata a meno di 6000 bottiglie. Diamoci dentro dunque!

dal_25N: che accoglienza! Il naso è da elegante highlander, con una nota minerale (tra la terra umida, la cera, la cera d’api, perfino una delicata sfumatura di erica) immediatamente seducente e di grande persistenza. Poi c’è una freschezza fruttata molto intensa, tra la torta di mele (si sente tutto: l’impasto, la frutta tagliata, il forno profumato dopo la cottura…) e la marmellata d’arancia; un mero ricordo di fragola, delicatissima. Vaniglia e miele, poi una frutta secca tra la mandorla e la nocciola; legno dolce, se ha un senso per qualcuno. Molto ben cesellato. Tabacco da pipa profumato.

P: alcol inesistente, questo whisky si lascia bere benissimo, senza opporre resistenza, e il profilo resta quello minerale e molto elegante intuito al naso. Di nuovo il primo impatto è di cera, di cera d’api, splendidamente minerale (miele, erica); un citrus mix (chissà perché questo inutile anglismo, proprio qui) ci ricorda una certa acidità, fresca e gradevole, non eccessiva. Ancora poi una dolcezza avvolgente e cremosa da torta di mele un po’ vanigliosa, forse ancora uvetta. Ottimo.

F: lunghissimo e persistente, anche se tutto giocato su note delicate di fiori, cera e un leggero fumo. Ah, e ‘sta torta di mele, non la citiamo?

Davvero molto convincente, con quelle note ‘sporche’, cerose e minerali tipiche delle Highlands abbinate ad un lato ‘dolce’ e fruttato molto maturo e screziato. Non avevamo dubbi sulla qualità di Dalwhinnie, e nei prossimi giorni pubblicheremo la recensione di un vecchio 15 anni altrettanto buono: intanto, per questo ci fermiamo a un pieno 90/100. Ah, a ben vedere, tenendo conto della serie in cui è uscito, costa relativamente poco (in commercio attorno ai 300€, se ne trovano ancora bottiglie in giro).

Sottofondo musicale consigliato: Mastodon – Show yourself.

Pittyvaich 25 yo (1989/2015, OB, 49,9%)

Sedotti dal fascino delle Special release del 2015 grazie al Lagavulin 12 anni, proseguiamo scandagliando il nostro parco-sample alla ricerca degli imbottigliamenti Diageo di fascia ‘premium’ dello scorso autunno. Pittyvaich è una delle tante distillerie chiuse di proprietà del colosso dell’alcol: situata a Dufftown, nella “capitale” del whisky, dopo essere stata chiusa nel 1993 è andata incontro alla tragica demolizione nel 2002. Ne evochiamo lo spirito (letteralmente) con quest’edizione limitata (meno di 6000 bottiglie) di 25 anni: whisky maturato esclusivamente in botti di quercia americana, sia di primo che di secondo riempimento.

ptvob.1989v2N: immediata la suggestione folgorante: strudel, dunque mela e cannella, uvetta. Si nota evidente una ‘dolcezza’ fruttata continua ma delicata, senza eccessi e senza cremosità (anzi, si lascia apprezzare un qualcosa di quasi minerale, a dirla tutta, con un fantasma di cera che emerge dopo un po’), tutta giocata sulla frutta gialla (mele, albicocca – croissant all’albicocca, diciamo). Ci sono note erbacee, tra il fieno caldo, al sole, e qualcosa di delicatamente floreale. Agrumi vari (e foglia di limone) a completare un profilo ‘standard’ ma di qualità.

P: l’alcol non ottunde, e d’altra parte mancano momenti di violenza sensoriale (leggi: intensità) particolarmente notevoli. È infatti abbastanza costante e scivola via con molta freschezza, nonostante i 25 anni di invecchiamento, tra note agrumate in crescendo rispetto al naso (proprio arancia) e una mineralità anch’essa in ascesa. Ancora abbastanza fruttato, con un misto succoso di frutta gialla (diremmo proprio succo di pesca) e con suggestioni floreali.

F: non lunghissimo ma davvero molto pulito, ancora su fiori freschi e una leggera frutta secca (mandorla, marzapane). Cioccolato bianco.

Buono: non spicca per complessità, sia chiaro, ma è un ottimo whisky erbaceo, da aperitivo, riesce ad essere semplice pur non apparendo banale grazie a inattesi guizzi minerali. Complessivamente è conforme al nostro gusto di oggi (ché tutto scorre, tutto cambia, anche le soggettività): costa circa 300€, dunque certo non è regalato, ma in generale apprezziamo e approviamo. 86/100 il verdetto.

Sottofondo musicale consigliato: Vincent Vincent and The Villains – Johnny Two Bands.

Caol Ila Unpeated 15 yo (2014, OB, 60,39%)

Tra le Special Release 2014 di Diageo figuravano ben due Caol Ila, un ingombrante 30 anni e questa espressione quindicenne, il cui malto non torbato è stato distillato nel 1998. Ne esistono 10.668 bottiglie ricavate da un invecchiamento in soli botti di bourbon di prima riempitura. Insomma, complice anche la gradazione monstre, ci aspettiamo qualcosa di davvero potente, ben consapevoli che i puristi della distilleria stanno già scuotendo la testa e borbottano a mezza voce: “Eh no no, non si fa, un Caol Ila senza torba non si fa”. Ma non formalizziamoci e diamogli una possibilità…

caol-ila-15-year-old-1998-unpeated-2014-special-release-whiskyN: bel naso intrigante. Molto burroso (proprio burro fresco) e con note di frutta dolce, per lo più frutta gialla (albicocca) e agrumi (limoni, sì, ma anche cedro/lime). Qualcosa di candito, qui e là, e note di malto giovane. Dopo un po’ d’ossigenazione, l’alcol si attenua ed emerge una nota di torba lievemente fumosa. Pera. Non si direbbe Caol Ila, ovviamente, anche se dopo un po’ quegli spunti di frutta dolce e di vaniglia e un po’ limonosi… ma blind non si riconoscerebbe mai. Non male, soprattutto la frutta è molto gradevole. E dopo evolve ancora, diventando quasi tropicale!

P: un palato sporco e interessante. Tra note minerali e leggermente affumicate a spiccare è un mix molto gentile di note acri e di una dolcezza molto marcata, di frutta matura, quasi tropicale (pere dolci e mango?). Un pelo d’acqua lo rende ancora più interessante, facendo scemare un po’ la dolcezza e aumentando la zona costiera (salato e minerale). Burro. Buono, facile ma buono.

F: vaniglia e burro. Note di frutta e molto poco smocky rispetto al palato.

Questo Unpeated è sicuramente poco caolilesco, ma di certo non ci uniremo al coro dei delusi. L’anima della distilleria è sì snaturata, ma trasmigra in un corpo nuovo di zecca che ha un certo fascino. Sarà la gradazione, ma l’intensità delle suggestioni minerali e burrose è davvero straripante, con anche un lato fruttato niente male. Inoltre, non che questo influisca sul nostro voto finale, è una delle poche Special Release con un rapporto qualità/prezzo decente, lo si trova ancora oggi intorno agli 80 euro. Bene così: 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Heart Barracuda

Cardhu 21 yo (2013, OB, 54,2%)

La distilleria non gode di un apprezzamento universale, si sa; l’imbottigliamento base, il 12 anni, ci ha già fatto abbastanza cadere in depressione, ma la nostra sete (di conoscenza) è tale che di questa ‘special release’ Diageo del 2013 ce ne siamo portati a casa un campione dall’ultimo Milano Whisky Festival. La ragione è semplice: il Cardhu 21 era il terzo dei cinque whisky proposti alla spettacolare masterclass Diageo, che era appunto spettacolare per la presenza contemporanea di Brora 2013 OB e Port Ellen 2013 OB. E poi scusate, non si può sempre assaggiare a colpo sicuro, tocca di percorrerlo tutto l’enorme spettro sensoriale del whisky. Ma basta con tutta questa spocchia, nessuna bocciatura preventiva!

Cardhu-21-Jahre-0-7l-54-2-Vol-.5577aN: punge, sulle prime; un profilo bello aperto e facilmente aromatico. Sembra di entrare in una pasticceria araba: fichi, miele, frutta secca mista (mandorle caramellate). Sicuramente è bello sherry-oriented, anche se di una versione molto ‘fresca’ e succosina; gelée alle more e alla fragola (…tu resistere non puoi…); certo senza note ‘sporche’ o profonde. Il tutto è completato da legna fresca, un pit di lucido da scarpe e un altro pit di mentolato.

P: ancora alcolico, come ovvio; un corpo non molto denso e masticabile: riesce a essere esile se pur saporito. Per saporito intendiamo intense note di brioche all’albicocca, succo di pesca; aranciata e qualche frutto rosso. Poi distinta una nota di malto che ci ricorda il 12 anni base… Purtroppo, nel senso di un distillato anche qui un po’ monocorde e fragilino, e pare prevalente la ‘costruzione’ in botte. Frutta secca, non poca.

F. non malvagio; lungo, su frutta secca e richiamini di frutta succosa.

Un ex-sherry molto ‘moderno’, non tanto profondo; di certo tutto giocato sul legno, con qualcosa di maltosetto, e un po’ troppo alcolico, che vien fuori al palato… La dolcezza almeno c’è, ma – come già detto – non ci entusiasma per la sua facilità. Niente drammi, per carità: 80/100 però sarà la vetta massima che questo Cardhu raggiungerà nelle nostre pagine.

Sottofondo musicale consigliato: GershwinRhapsody in Blue


Brora 25 yo (2008, OB, 56,3%)

Restiamo nell’eccellenza, restiamo sui venticinquenni: dopo il Talisker che tanto ci è piaciuto, mettiamo alla prova il più giovane dei Brora messi sul mercato da Diageo nella serie delle Special Release: vale a dire un 25 anni – appunto – imbottigliato nel 2008. Pare superfluo dire che occasioni come queste, ahinoi, saranno sempre più rare… Chissà quante altre volte ci capiterà di mettere le mani su un Brora ad un prezzo ragionevole? Forse mai più. Piangiamo un po’, e poi annusiamo.

brora-25-year-old-natural-cask-strength-2008-bottling-with-tube-6367-pN: un Brora che sulle prime si mostra un po’ trattenuto, senza quel “calore sporco” (farmy per intenderci) a cui ci hanno abituato altre Special Release. Questo invece ti dà del lei, con note educate di miele, fieno e cera. Che cresce, e cresce, e cresce… Bastano pochi minuti di ossigenazione e cresce pure una ‘dolcezza’ fruttata e cremosa: marmellata d’albicocca e di fragole; uvetta e una spruzzatina d’aranciae di pepe nero. Invece, tanto si sente, forse come mai in altri Brora OB, un nitido legno fresco e speziato, secco. Stupisce la mancanza d’affumicatura evidente. Con acqua diventa più caldo e ‘broresco’, arricchendo il profilo di pera, mandorle, agrumi e anche con note più sporche e ‘stallose’.

P: prosegue coerentemente la via tracciata al naso: l’attacco è d’intensità e compettezza clamorose, pur senza le bombe di sapore cui ci avevano abituato altri Brora. Le suggestioni di cera sono un universo in costante espansione e conferiscono una superba oleosità e masticabilità. Da copione pure decise note mielose e cremose; resiste anchebun che di pepato. Come al naso sono invece deboli l’affumicatura e le note ‘farmy’, richiamate solo da un bel senso di fieno caldo e da una punta di torba acre e vegetale. Con acqua la goduria aumenta: è più cremoso (pera burrosa) e meno tagliente; cresce il fumo in modo eccellente.

F: lungo e persistente, con note di frutta secca e torba acre; forse solo un poco di fumo.

Parole in libertà: pare quasi più un Clynelish che un Brora (?); pur restando nell’eccellenza, è in qualche modo un whisky più ‘normale’ rispetto ad altri capolavori messi in commercio nella stessa serie. Non per questo ci sentirete lamentarci, però, ed ecco dunque un bel 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Dick KatzThere will never be another you.