‘The Cally’ 40 yo (1974/2015, OB, 53,3%)

Mentre Diageo annuncia le nuove Special Release del 2018 (e attenzione attenzione: nessun Brora, nessun Port Ellen!), noi ci dedichiamo con il piglio dei cronisti d’assalto ad una S.R. di tre anni fa… Il Cally 40 altro non è che un grain whisky prodotto dalla Caledonian Distillery nel 1974, messo in bottiglia appunto nel 2015, non colorato, non filtrato a freddo, alla gradazione naturale di 53,3%. Sulla carta, sembra avere tutte le caratteristiche del fuoriclasse: testiamolo nel bicchiere.

N: da subito rivela una nota di solvente, probabilmente data dalla gradazione, che scherma un poco – e subito dietro, ecco agitarsi alcuni dei più consolidati cliché da grain, ovvero banana matura, crema pasticciera, noce di Pecan… Ma qui in versione relativamente ‘light’, non troppo carichi come spesso accade talvolta. Procediamo per tentativi, vista la nostra poca esperienza coi grain ultraquarantenni – e però ci sembra che il lungo invecchiamento abbia smussato gli aspetti più triviali e più ruffiani di questo whisky, in favore di note speziate e più taglienti: dunque una punta di sedano, sentori di grafite. E poi, man mano che respira, si apre su una nota dominante: burro, burro fresco, burro caldo, burro sciolto, burro, burrissimo, poi panna rappresa, frutta gialla (mela gialla e albicocca).

P: ci saremmo aspettati un’esplosione di sapori clamorosa, e invece anche qui rimane abbastanza sottile, pur con una morbidezza inconfutabile. Crema, frutta gialla, nocciola e noce di Pecan, burro d’arachidi sono contrappuntati da una leggera ma costante nota speziata e legnosa: chiodi di garofano e sentori tostati, financo amaricanti. E per una pura coincidenza verbale, ora diciamo pure ‘amaretto’. Forse un dattero, anche?

F: burro, legno amaro… lungo e persistente.

Naso molto buono, complesso e piacevole, ha però una torsione tostata al palato che mmm, non ci convince fino in fondo. Ce lo ricordavamo molto buono dal nostro assaggio quando era uscito – confermiamo la soddisfazione anche se, ora forse vittime della delusione, ci ‘fermiamo’ a un 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Sleep – Sonic Titan.

Brora 1982 (2002, Gordon&MacPhail for Collecting Whisky, 40%)

Ancora fino a qualche anno fa non era infrequente trovare a festival, degustazioni o nei salotti più intelligenti delle bottiglie aperte di Brora, distilleria chiusa oramai 35 anni fa. Mentre il mito di Port Ellen cresceva a dismisura, si vaticinava che presto Brora l’avrebbe seguita nel Pantheon dei malti in via d’estinzione. Bene, quel momento ormai è arrivato: al whisky festival romano di quest’anno è stata ecccezionalmente aperta l’ultima special release di Diageo (Pino ci assicura che era buona “ma non il migliore di sempre”, mannaggia a lui!) e la cosa ha fatto abbastanza scalpore perché almeno in Italia trovare un Brora aperto è divenuta una vera rarità, complici ovviamente quotazioni in moderata crescita alle aste. E tutto questo mentre, ironia della sorte, Diageo ha annunciato i piani per una prossima ventura riapertura della distilleria, che ancora conserva intatti i muri, gli alambicchi e la magica atmosfera. Nel nostro umile armadietto, ancora qualche sample è rimasto di questo nettare di Highlands e ci siamo detti: “e bevitelo un Brora ogni tanto!”, alla moda del Facebook più trito e ritrito. Per farla breve, trattasi di un single cask imbottigliato nel 2002 dai ragazzacci del Milano Whisky Festival sotto l’etichetta di Collecting Whisky, a sua volta sotto l’etichetta del mostro sacro Gordon & MacPhail. Un’ultima cosa: si diceva della penuria di Brora negli ultimi tempi, ma a sorpresa – numero incredibile! Clamoroso! Proprio lui! – saranno proprio gli organizzatori del Milano Whisky Festival ad aprire un Brora, il 15 maggio al Marriott di Milano, durante una degustazione delle special release di Diageo che si preannuncia quantomeno intensa. Costa 50 euro, un pensierino lo faremmo – o meglio l’abbiamo già fatto, e ci saremo.

brog!m1982v1N: oh bella, questo naso non ce lo aspettavamo. Ci folgora da subito un carattere spiccatamente erbaceo, che ci fa venire in mente la foglia di tè: diremmo proprio tè verde, principalmente, e un che di tè nero leggermente tostato, forse perfino con un filo lieve di fumo. In secondo piano, ecco una nota di mare, un po’ sporca, molto evidente (anima iodata, fune di barca); sul versante dei sentori più morbidi, si affaccia ‘solo’ un cereale molto caldo (proprio campo di grano al sole). Aggiungeremmo anche una suggestione di timo. Una purea di mela gialla, a tratti? Forse sì. La gradazione così bassa forse penalizza un po’ lo spettro aromatico?

P: dobbiamo con sgomento rilevare come abbia sicuramente perso un po’, forse la bottiglia da cui abbiamo pescato il sample era rimasta a lungo aperta, non sapremmo – di certo la sensazione è di un whisky un po’ scarico, purtroppo, un po’ sfarinato, di certo molto poco alcolico. Se rimangono vividi i sentori di tè verde e di una qualche marinità, per il resto registriamo solo una stranissima panna cotta e un sentore di caramella alla violetta, con una dolcezza un po’ fasulla.

F: perdura quel che c’era al palato, cioè panna cotta e tè verde. Non proprio il migliore dei mondi possibili.

Peccato, ma questo sample ha sicuramente perso. Inqualificabile, per una volta ci dobbiamo fermare al senza voto. Pubblichiamo ugualmente perché vogliamo menarcela e dirvi che sì, sarà pure stato rovinato ma ci siamo bevuti un Brora! A parte gli scherzi, dobbiamo dire che il naso rimane interessante, anche se non completamente broresco, mentre al palato una gradazione arrivata sicuramente – e abbondantemente – sotto i 40 gradi ha determinato un cambiamento radicale del profilo di questo whisky… Se volete un parere sicuramente più nitido, Serge ci viene eroicamente in soccorso assegnando un 83/100, che è poi più o meno il voto a cui avevamo pensato mettendolo sotto il naso.

Sottofondo musicale consigliato: Lucio BattistiConfusione

Dalwhinnie 25 yo (1989/2015, OB, 48,8%)

Dalwhinnie è una distilleria tutto sommato poco quotata, nonostante rappresenti fin dall’inizio le Highlands nel range dei Classic Malts di Diageo e nonostante sia una delle più visitate per la posizione ‘strategica’ di passaggio tra Glasgow/Edinburgo e il nord della Scozia. Le ragioni di questa sottovalutazione sono per noi oscure, forse si legano al fatto che pochissimi sono gli imbottigliamenti indipendenti di Dalwhinnie e in fondo pochissimi sono anche gli ufficiali, dato che oltre al 15 anni base ci sono un paio di NAS e poco più. Ogni tanto però Diageo spara sul mercato delle edizioni ‘premium’ come questa Special release del 2015: un 25 anni invecchiato solo in botti ex-bourbon refill, quindi non a primo riempimento, a grado pieno e in tiratura limitata a meno di 6000 bottiglie. Diamoci dentro dunque!

dal_25N: che accoglienza! Il naso è da elegante highlander, con una nota minerale (tra la terra umida, la cera, la cera d’api, perfino una delicata sfumatura di erica) immediatamente seducente e di grande persistenza. Poi c’è una freschezza fruttata molto intensa, tra la torta di mele (si sente tutto: l’impasto, la frutta tagliata, il forno profumato dopo la cottura…) e la marmellata d’arancia; un mero ricordo di fragola, delicatissima. Vaniglia e miele, poi una frutta secca tra la mandorla e la nocciola; legno dolce, se ha un senso per qualcuno. Molto ben cesellato. Tabacco da pipa profumato.

P: alcol inesistente, questo whisky si lascia bere benissimo, senza opporre resistenza, e il profilo resta quello minerale e molto elegante intuito al naso. Di nuovo il primo impatto è di cera, di cera d’api, splendidamente minerale (miele, erica); un citrus mix (chissà perché questo inutile anglismo, proprio qui) ci ricorda una certa acidità, fresca e gradevole, non eccessiva. Ancora poi una dolcezza avvolgente e cremosa da torta di mele un po’ vanigliosa, forse ancora uvetta. Ottimo.

F: lunghissimo e persistente, anche se tutto giocato su note delicate di fiori, cera e un leggero fumo. Ah, e ‘sta torta di mele, non la citiamo?

Davvero molto convincente, con quelle note ‘sporche’, cerose e minerali tipiche delle Highlands abbinate ad un lato ‘dolce’ e fruttato molto maturo e screziato. Non avevamo dubbi sulla qualità di Dalwhinnie, e nei prossimi giorni pubblicheremo la recensione di un vecchio 15 anni altrettanto buono: intanto, per questo ci fermiamo a un pieno 90/100. Ah, a ben vedere, tenendo conto della serie in cui è uscito, costa relativamente poco (in commercio attorno ai 300€, se ne trovano ancora bottiglie in giro).

Sottofondo musicale consigliato: Mastodon – Show yourself.

Pittyvaich 25 yo (1989/2015, OB, 49,9%)

Sedotti dal fascino delle Special release del 2015 grazie al Lagavulin 12 anni, proseguiamo scandagliando il nostro parco-sample alla ricerca degli imbottigliamenti Diageo di fascia ‘premium’ dello scorso autunno. Pittyvaich è una delle tante distillerie chiuse di proprietà del colosso dell’alcol: situata a Dufftown, nella “capitale” del whisky, dopo essere stata chiusa nel 1993 è andata incontro alla tragica demolizione nel 2002. Ne evochiamo lo spirito (letteralmente) con quest’edizione limitata (meno di 6000 bottiglie) di 25 anni: whisky maturato esclusivamente in botti di quercia americana, sia di primo che di secondo riempimento.

ptvob.1989v2N: immediata la suggestione folgorante: strudel, dunque mela e cannella, uvetta. Si nota evidente una ‘dolcezza’ fruttata continua ma delicata, senza eccessi e senza cremosità (anzi, si lascia apprezzare un qualcosa di quasi minerale, a dirla tutta, con un fantasma di cera che emerge dopo un po’), tutta giocata sulla frutta gialla (mele, albicocca – croissant all’albicocca, diciamo). Ci sono note erbacee, tra il fieno caldo, al sole, e qualcosa di delicatamente floreale. Agrumi vari (e foglia di limone) a completare un profilo ‘standard’ ma di qualità.

P: l’alcol non ottunde, e d’altra parte mancano momenti di violenza sensoriale (leggi: intensità) particolarmente notevoli. È infatti abbastanza costante e scivola via con molta freschezza, nonostante i 25 anni di invecchiamento, tra note agrumate in crescendo rispetto al naso (proprio arancia) e una mineralità anch’essa in ascesa. Ancora abbastanza fruttato, con un misto succoso di frutta gialla (diremmo proprio succo di pesca) e con suggestioni floreali.

F: non lunghissimo ma davvero molto pulito, ancora su fiori freschi e una leggera frutta secca (mandorla, marzapane). Cioccolato bianco.

Buono: non spicca per complessità, sia chiaro, ma è un ottimo whisky erbaceo, da aperitivo, riesce ad essere semplice pur non apparendo banale grazie a inattesi guizzi minerali. Complessivamente è conforme al nostro gusto di oggi (ché tutto scorre, tutto cambia, anche le soggettività): costa circa 300€, dunque certo non è regalato, ma in generale apprezziamo e approviamo. 86/100 il verdetto.

Sottofondo musicale consigliato: Vincent Vincent and The Villains – Johnny Two Bands.

Caol Ila Unpeated 15 yo (2014, OB, 60,39%)

Tra le Special Release 2014 di Diageo figuravano ben due Caol Ila, un ingombrante 30 anni e questa espressione quindicenne, il cui malto non torbato è stato distillato nel 1998. Ne esistono 10.668 bottiglie ricavate da un invecchiamento in soli botti di bourbon di prima riempitura. Insomma, complice anche la gradazione monstre, ci aspettiamo qualcosa di davvero potente, ben consapevoli che i puristi della distilleria stanno già scuotendo la testa e borbottano a mezza voce: “Eh no no, non si fa, un Caol Ila senza torba non si fa”. Ma non formalizziamoci e diamogli una possibilità…

caol-ila-15-year-old-1998-unpeated-2014-special-release-whiskyN: bel naso intrigante. Molto burroso (proprio burro fresco) e con note di frutta dolce, per lo più frutta gialla (albicocca) e agrumi (limoni, sì, ma anche cedro/lime). Qualcosa di candito, qui e là, e note di malto giovane. Dopo un po’ d’ossigenazione, l’alcol si attenua ed emerge una nota di torba lievemente fumosa. Pera. Non si direbbe Caol Ila, ovviamente, anche se dopo un po’ quegli spunti di frutta dolce e di vaniglia e un po’ limonosi… ma blind non si riconoscerebbe mai. Non male, soprattutto la frutta è molto gradevole. E dopo evolve ancora, diventando quasi tropicale!

P: un palato sporco e interessante. Tra note minerali e leggermente affumicate a spiccare è un mix molto gentile di note acri e di una dolcezza molto marcata, di frutta matura, quasi tropicale (pere dolci e mango?). Un pelo d’acqua lo rende ancora più interessante, facendo scemare un po’ la dolcezza e aumentando la zona costiera (salato e minerale). Burro. Buono, facile ma buono.

F: vaniglia e burro. Note di frutta e molto poco smocky rispetto al palato.

Questo Unpeated è sicuramente poco caolilesco, ma di certo non ci uniremo al coro dei delusi. L’anima della distilleria è sì snaturata, ma trasmigra in un corpo nuovo di zecca che ha un certo fascino. Sarà la gradazione, ma l’intensità delle suggestioni minerali e burrose è davvero straripante, con anche un lato fruttato niente male. Inoltre, non che questo influisca sul nostro voto finale, è una delle poche Special Release con un rapporto qualità/prezzo decente, lo si trova ancora oggi intorno agli 80 euro. Bene così: 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Heart Barracuda

Cardhu 21 yo (2013, OB, 54,2%)

La distilleria non gode di un apprezzamento universale, si sa; l’imbottigliamento base, il 12 anni, ci ha già fatto abbastanza cadere in depressione, ma la nostra sete (di conoscenza) è tale che di questa ‘special release’ Diageo del 2013 ce ne siamo portati a casa un campione dall’ultimo Milano Whisky Festival. La ragione è semplice: il Cardhu 21 era il terzo dei cinque whisky proposti alla spettacolare masterclass Diageo, che era appunto spettacolare per la presenza contemporanea di Brora 2013 OB e Port Ellen 2013 OB. E poi scusate, non si può sempre assaggiare a colpo sicuro, tocca di percorrerlo tutto l’enorme spettro sensoriale del whisky. Ma basta con tutta questa spocchia, nessuna bocciatura preventiva!

Cardhu-21-Jahre-0-7l-54-2-Vol-.5577aN: punge, sulle prime; un profilo bello aperto e facilmente aromatico. Sembra di entrare in una pasticceria araba: fichi, miele, frutta secca mista (mandorle caramellate). Sicuramente è bello sherry-oriented, anche se di una versione molto ‘fresca’ e succosina; gelée alle more e alla fragola (…tu resistere non puoi…); certo senza note ‘sporche’ o profonde. Il tutto è completato da legna fresca, un pit di lucido da scarpe e un altro pit di mentolato.

P: ancora alcolico, come ovvio; un corpo non molto denso e masticabile: riesce a essere esile se pur saporito. Per saporito intendiamo intense note di brioche all’albicocca, succo di pesca; aranciata e qualche frutto rosso. Poi distinta una nota di malto che ci ricorda il 12 anni base… Purtroppo, nel senso di un distillato anche qui un po’ monocorde e fragilino, e pare prevalente la ‘costruzione’ in botte. Frutta secca, non poca.

F. non malvagio; lungo, su frutta secca e richiamini di frutta succosa.

Un ex-sherry molto ‘moderno’, non tanto profondo; di certo tutto giocato sul legno, con qualcosa di maltosetto, e un po’ troppo alcolico, che vien fuori al palato… La dolcezza almeno c’è, ma – come già detto – non ci entusiasma per la sua facilità. Niente drammi, per carità: 80/100 però sarà la vetta massima che questo Cardhu raggiungerà nelle nostre pagine.

Sottofondo musicale consigliato: GershwinRhapsody in Blue


Brora 25 yo (2008, OB, 56,3%)

Restiamo nell’eccellenza, restiamo sui venticinquenni: dopo il Talisker che tanto ci è piaciuto, mettiamo alla prova il più giovane dei Brora messi sul mercato da Diageo nella serie delle Special Release: vale a dire un 25 anni – appunto – imbottigliato nel 2008. Pare superfluo dire che occasioni come queste, ahinoi, saranno sempre più rare… Chissà quante altre volte ci capiterà di mettere le mani su un Brora ad un prezzo ragionevole? Forse mai più. Piangiamo un po’, e poi annusiamo.

brora-25-year-old-natural-cask-strength-2008-bottling-with-tube-6367-pN: un Brora che sulle prime si mostra un po’ trattenuto, senza quel “calore sporco” (farmy per intenderci) a cui ci hanno abituato altre Special Release. Questo invece ti dà del lei, con note educate di miele, fieno e cera. Che cresce, e cresce, e cresce… Bastano pochi minuti di ossigenazione e cresce pure una ‘dolcezza’ fruttata e cremosa: marmellata d’albicocca e di fragole; uvetta e una spruzzatina d’aranciae di pepe nero. Invece, tanto si sente, forse come mai in altri Brora OB, un nitido legno fresco e speziato, secco. Stupisce la mancanza d’affumicatura evidente. Con acqua diventa più caldo e ‘broresco’, arricchendo il profilo di pera, mandorle, agrumi e anche con note più sporche e ‘stallose’.

P: prosegue coerentemente la via tracciata al naso: l’attacco è d’intensità e compettezza clamorose, pur senza le bombe di sapore cui ci avevano abituato altri Brora. Le suggestioni di cera sono un universo in costante espansione e conferiscono una superba oleosità e masticabilità. Da copione pure decise note mielose e cremose; resiste anchebun che di pepato. Come al naso sono invece deboli l’affumicatura e le note ‘farmy’, richiamate solo da un bel senso di fieno caldo e da una punta di torba acre e vegetale. Con acqua la goduria aumenta: è più cremoso (pera burrosa) e meno tagliente; cresce il fumo in modo eccellente.

F: lungo e persistente, con note di frutta secca e torba acre; forse solo un poco di fumo.

Parole in libertà: pare quasi più un Clynelish che un Brora (?); pur restando nell’eccellenza, è in qualche modo un whisky più ‘normale’ rispetto ad altri capolavori messi in commercio nella stessa serie. Non per questo ci sentirete lamentarci, però, ed ecco dunque un bel 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Dick KatzThere will never be another you.

Port Ellen 13th release (1978/2013, OB, 55%)

Sì, già, oggi beviamo l’ultimo Port Ellen ufficiale, quello che costa come un mese del tuo stipendio, quello che ce ne sono 2958 bottiglie al mondo, quello che ha scandalizzato il mondo per il prezzo e fatto piangere tutti quelli che non l’hanno potuto comprare, trasformando in pochi minuti legittima insoddisfazione in accorata elegia funebre del whisky di malto commerciale. O tempora o mores, certo, ma pure un poco di volpe ed uva. Noi l’abbiamo bevuto grazie al Milano Whisky Festival, e senza perdere altro tempo ve lo raccontiamo. Colore? Dorato chiaro.

port-ellen-34-year-old-1978-13th-release-2013-special-release-whiskyN: ciao Port Ellen, annusandoti ci siamo ricordati del perché, frigne (legittime anzi che no) sul prezzo escluse, ci siamo innamorati del whisky. Attacca su note molto nervose, tra l’agrumato e il petrolifero: sembra di annusare la buccia di un’arancia, o di un pompelmo; ci sono note di limonata, ma anche di ‘porto industriale’, di officina, di torba acre, vegetale, giovane. A ogni snasata, un’emozione in più: lime; zenzero candito; olive in salamoia. Ossigeno e tempo lasciano emergere anche note più ‘dolci’, tra il marzapane, il cocco, i canditi, e pure con momenti più caldi, tra marmellate e fette biscottate. Anche la marinità pare però aumentare, con note di acqua di mare, perfino di gamberi alla brace (l’affumicatura dapprima non è così evidente).

P: che attacco!, tra i più intensi notati nei PE ufficiali. Si inizia con un triumvirato di cenere limone e acqua di mare (lo scrive anche Serge, all’inizio è quasi frizzante, ricorda le caramelle Fizz al limone, per che ne serba memoria), che però alle spalle lascia intravedere un senato agitato dalle mozioni più varie: intense note erbacee; alghe, se non proprio ostriche/frutti di mare; caramelle al cedro; un che di mentolato, che nei torbati ci fa venire sempre in mente le Valda); una spruzzata di zucchero, appena accennato; un dai e vai tra mela verde e fette biscottate fragranti. Eccellente.

F: l’inizio svela una vaniglia dolce quasi inattesa, ma poi prosegue all’infinito in una costante fuga contrappuntistica di limone, pepe bianco e cenere. Sentori salmastri accesi. Lunghissimo.

Serge scrive che si tratta di un Port Ellen meno ‘portellenoso’ del solito: sarà, ma senz’altro è un malto portentoso, incredibilmente nervoso e tagliente ma non incapace di sedurre con sfumature rotonde ed accoglienti. Colpisce, davvero: non varrà 1200 euro, ma di certo siamo più felici bevendolo che non stando a guardare chi lo fa. Chapeau, Port Ellen: 93/100.

Sottofondo musicale consigliato: Duke Ellington Take the A train

Port Ellen 12th release (1979/2013, OB, 52,5%) – Ospitaletto whisky festival 2014

Come l’anno scorso, ci avviciniamo allo Spirit of Scotland di Roma assaggiando un Port Ellen ufficiale: e come l’anno scorso, questo Port Ellen ci arriva direttamente dall’Ospitaletto Whisky Festival… Questa è la special release dell’anno scorso, quando è uscita costava una barca di quattrini: e a giudicare dai prezzi dell’edizione 2013 pare che la barca non sia affondata, anzi. Il colore è paglierino.

1921892_506925869418793_34043488_nN: pare uno riassunto delle puntate precedenti, e pensiamo alla 10ª e all’11ª: conserva dell’una (la decima) una evidente marinità, con note ‘pesciose’, iodate (aria di mare, alghe riarse in spiaggia), con una torba presente (diesel) ma al contempo non invadente, povera d’affumicatura; dell’altra (l’undicesima) ribadisce la dolcezza vanigliata e fruttata (l’hallmark banana è evidente, ma anche limone e agrume), con note di marzapane. Le due anime sono molto ben bilanciate, con in più un tocco di liquirizia e di zenzero.

P: corpo oleoso. L’incantesimo un po’ si spezza, lasciando prevalere la componente dolce: prende infatti il sopravvento la vaniglia, la meringa, lo zucchero, la pasta di mandorla, mentre la marinità pare deporre le armi. C’è una affumicatura più evidente (braci, pezzettoni di legno nel camino) ed anche una nota formaggiosa, tra l’emmenthal e la scamorza affumicata. Note pepate verso il finale. Ancora tanta liquirizia.

F: il ritorno del profumo e del mare, all’infinito… Ma la vaniglia resiste orgogliosa in tutto questo finale, bello intenso.

In generale, buono; nel particolare del mondo rapporto Ellen, manca un po’ di quella brutale ma raffinatissima intensità soprattutto al palato; ha una dolcezza forse fin troppo monolitica e sfacciata, dunque si sentono meno certe suggestioni setose dei PE ultratrentenni. Sarà che da questa distilleria tendiamo sempre ad aspettarci qualcosa in più? Sarà, forse; comunque, 89/100 è il voto.

Sottofondo musicale consigliato: Daniele PaceVaffanculo, un capolavoro dimenticato.

Brora 30 yo (2010, OB, 54,3%)

Mentre sul web anche gli opinion leaders italiani più avveduti (intendiamo Davide e Andrea) dicono la loro sulle Special Release 2013, noi continuiamo a dedicarci alle cose importanti: bere. Come annunciato, passiamo al Brora 30 anni del 2010; godendo.

brora-30-2010N: siamo di fronte al fascino estremo del whisky: ci sono tante sfumature diverse che però lasciano percepire nitidi tratti distintivi comuni ai due imbottigliamenti vicini. Ci spieghiamo meglio: questo naso condivide col fratellino l’aroma del malto, un po’ farmy un po’ ceroso; ma poi suggerisce una maggiore austerità (molto minerale e vegetale, secco, con note di banana secca, succo di limone ed erba fresca; olio d’oliva?). C’è da rilevare, rispetto ad altri Brora bevuti, una probabile maggiore influenza di botti di quercia americana, con copiose note di vaniglia, marzapane, crema…

P: come al naso, pare austero e pacato e sostanzialmente è molto coerente, su tutta la linea: le note più broresque ci sono, ma più in sordina (farmy/cera) e l’atmosfera è improntata sull’austerità, intensa ma priva di fiammate. Non c’è molto fumo qui, c’è uno spesso muro di piacere: attacco sulle note dolci, vanigliate e bananose (pacchi di cocco) e pian piano evolve verso il minerale (cera, ovvio!) e una cenere salata. Stupisce, qua e là, una lieve nota come di lavanda. Pera!

F: ancora, austero e compatto: vegetale, maltoso. Liquirizia.

Come fossimo giudici veri, prima il verdetto, poi le motivazioni. 90/100: è un ottimo whisky, poche palle. Personalmente non possiamo certo dire d’aver assaggiato moltissimi Brora, ma tutti quelli che abbiamo incrociato ci hanno dato tanta, tanta soddisfazione. Quello del 2006 era più ‘inquinato’, più nervoso, ma al contempo più rotondo: questo è più austero, è anche un po’ più semplice, se non pecchiamo di hybris. Attestata l’eccellenza, indubitabile, di entrambi, questo resta penalizzato in termini numerici perché, come dire, gli manca un tocco di magia… Adesso tornate pure a pensare a tutti i Brora che non berrete mai, bravi.

Sottofondo musicale consigliato: come tributo a chi è appena tornato dalla Turchia, Mustafa CeceliSoyle Canim. Sì, lo sappiamo, non c’è bisogno che lo diciate.