‘The Cally’ 40 yo (1974/2015, OB, 53,3%)

Mentre Diageo annuncia le nuove Special Release del 2018 (e attenzione attenzione: nessun Brora, nessun Port Ellen!), noi ci dedichiamo con il piglio dei cronisti d’assalto ad una S.R. di tre anni fa… Il Cally 40 altro non è che un grain whisky prodotto dalla Caledonian Distillery nel 1974, messo in bottiglia appunto nel 2015, non colorato, non filtrato a freddo, alla gradazione naturale di 53,3%. Sulla carta, sembra avere tutte le caratteristiche del fuoriclasse: testiamolo nel bicchiere.

N: da subito rivela una nota di solvente, probabilmente data dalla gradazione, che scherma un poco – e subito dietro, ecco agitarsi alcuni dei più consolidati cliché da grain, ovvero banana matura, crema pasticciera, noce di Pecan… Ma qui in versione relativamente ‘light’, non troppo carichi come spesso accade talvolta. Procediamo per tentativi, vista la nostra poca esperienza coi grain ultraquarantenni – e però ci sembra che il lungo invecchiamento abbia smussato gli aspetti più triviali e più ruffiani di questo whisky, in favore di note speziate e più taglienti: dunque una punta di sedano, sentori di grafite. E poi, man mano che respira, si apre su una nota dominante: burro, burro fresco, burro caldo, burro sciolto, burro, burrissimo, poi panna rappresa, frutta gialla (mela gialla e albicocca).

P: ci saremmo aspettati un’esplosione di sapori clamorosa, e invece anche qui rimane abbastanza sottile, pur con una morbidezza inconfutabile. Crema, frutta gialla, nocciola e noce di Pecan, burro d’arachidi sono contrappuntati da una leggera ma costante nota speziata e legnosa: chiodi di garofano e sentori tostati, financo amaricanti. E per una pura coincidenza verbale, ora diciamo pure ‘amaretto’. Forse un dattero, anche?

F: burro, legno amaro… lungo e persistente.

Naso molto buono, complesso e piacevole, ha però una torsione tostata al palato che mmm, non ci convince fino in fondo. Ce lo ricordavamo molto buono dal nostro assaggio quando era uscito – confermiamo la soddisfazione anche se, ora forse vittime della delusione, ci ‘fermiamo’ a un 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Sleep – Sonic Titan.

Annunci

Port Ellen 6th release (1978/2006, OB, 54,2%)

Ed eccoci qui, il giorno prima del Milano Whisky Festival, ad affrontare il più atteso tra gli imbottigliamenti assaggiati la scorsa settimana: la sesta edizione dei Port Ellen ufficiali, una Special Release che costa quanto una macchina usata ma che di sicuro ha un sapore migliore. 27 anni, imbottigliato nel 2006; il colore è giallo paglierino.

N: ci sorprende: rispetto a quel che ci saremmo attesi, il lato minerale e quello vegetale (la zona più austera dei PE) restano inespressi, a discapito di note vanigliate e torbate invece ben presenti in primo piano. Si percepisce una buona marinità (ostriche, alche, aria di mare), corredata di un fumo ancora ben percepibile; a lasciare di stucco è però la ‘dolcezza’, davvero di grande intensità (vaniglia, pasta di mandorle… tipico profilo bourbon). Un po’ di frutta (banana matura, pera). Buono così com’è, nella sua semplicità.

P: solo in parte coerente col naso, soprattutto per quel che riguarda il lato dolce: c’è meno frutta (comunque ben presente: pera e forti suggestioni tropicali, banana, ananas a fette) e molto più malto, con insistenti note di cera e di fieno ad accompagnare la vaniglia. La marinità si fa da parte, lasciando spazio a una bella torbatura, minerale e discreta. Tanta liquirizia, suggestioni di succo di limone zuccherato. L’acqua, che al naso non aveva spostato granché, qui rende tutto più rotondo. Foglie di tè.

F: cenere, malto; ancora, molto legno e paglia. Lungo, persistente. Ancora frutta gialla.

Dobbiamo ammettere che leggendo i commenti di Serge ci troviamo perfettamente d’accordo, con tutta l’umiltà del caso: questa sesta release è ottima, come praticamente tutti i Port Ellen ufficiali, ma in modo più “accessibile” (volendo, più ruffiano, ma senza che sia considerato un difetto, in questo caso) e tenendo da parte gli aspetti più austeri che ci hanno fatto innamorare dei malti di questa distilleria . Un 90/100 di puro piacere, quindi…

Sottofondo musicale consigliato: Dave Matthews BandAll along the watchtower, cover molto bella di una canzone molto bella di Bob Dylan.

Cragganmore 21 yo (1989/2010) OB – 56%, refill american oak casks

Il Milano Whisky Festival si è ormai concluso, dopo due splendidi pomeriggi trascorsi letteralmente immersi nello ‘spirito del whisky’: una infinità di ottimi malti, la passione e la curiosità dei tanti che hanno affollato la sala della manifestazione, la disponibilità e la cortesia delle molte persone incontrate dietro agli stand. Mentre cerchiamo il tempo per mettere a punto un breve resoconto della nostra esperienza e per degustare i moltissimi samples raccolti, pubblichiamo la recensione di un whisky che abbiamo assaggiato per la prima volta l’anno scorso proprio al MWF. Si tratta del Cragganmore 21 yo, una delle Diageo Special Releases del 2010; la versione base, il 12 anni, è nota per eleganza e delicatezza: vediamo se queste caratteristiche si trovano confermate dopo altri 9 anni di invecchiamento (in botti ex-bourbon). Il colore, innanzitutto, è di un bel giallo paglierino.

N: senz’acqua, l’alcol si fa sentire; il primo odore è fresco, fruttato ma un po’ acre, ricorda le susine ancora acerbe; poi spunta la solita uvetta, ma si sente il bisogno di un po’ d’acqua. Questa decisamente aiuta ad aprire gli aromi, tutti delicati e sulla frutta: ancora fresco e dolce, di nuovo uvetta, poi mandorla, ananas maturo. L’acqua porta fuori anche il legno della botte, e quindi vaniglia.

P: senz’acqua, è assai pungente, ma molto erboso, fresco. Quando la bottiglia era appena aperta, la primissima nota che spiccava era la menta, ma col tempo è venuta meno. Con acqua, restano predominanti l’erba fresca e il fieno, ma pian piano la botte di bourbon butta fuori vaniglia, liquirizia (in legnetti); sullo sfondo, infusi di erbe, agrumi; una nota di zenzero, molto delicata.

F: più persistente di quanto non ci aspettassimo; ancora menta nell’immediato, ma che scompare presto per lasciare spazio a un sobrio fruttato e, soprattutto, alla liquirizia, che resta dominante.

Nel compesso, è un malto molto delicato e fresco, più di quanto non ci saremmo aspettati dopo 21 anni in botte; certamente ci pare piuttosto complesso, soprattutto è notevole il fatto che i diversi aromi riscontrati siano tutti molto leggeri e armoniosamente bilanciati. Detto ciò, e riconosciuto a questo Cragganmore l’onore delle armi, da un 21 anni (che costava 170 euro) ci aspettiamo qualcosa di più di un raffinato damerino. Per questa ragione, la nostra – come sempre personalissima – valutazione è di 83/100. Serge Valentin la pensa così, mentre Gavin D Smith e Tom Cannavan così.

Sottofondo musicale consigliato: a proposito di damerini, MetronomyThe look, dall’album The english riviera.