Botti da orbi – Il mio nome è Nessuno

[Riparte la sapida e sapiente rubrica di Marco Zucchetti: con cosa si confronterà questa volta? Non lo sappiamo noi, non lo sa lui e a ben vedere non lo sanno neanche gli imbottigliatori. Più o meno…]

“Undisclosed” è una categoria del malt-porn sempre più in voga. È l’equivalente della categoria “masked”, dove i protagonisti sono sotto copertura o perché si vergognano, o perché l’anonimo attizza sempre. Abbandonando l’ardita metafora coi siti zozzi, perché questo florilegio di nom de plume (o nom de malt) fra gli Scotch e gli Irish whiskey?

Di sicuro perché tante distillerie – quelle che ancora vendono barili agli imbottigliatori indipendenti – impongono di mantenere il segreto sulla provenienza del malto, sia per calcolo economico sia per non venire accostati a barili che vengono ceduti perché non all’altezza del livello qualitativo. Ma anche perché inventare pseudonimi curiosi ed evocativi funziona a livello di marketing. Perché il whiskofilo è curioso come una scimmia e appena intravede un prodotto ignoto ci si tuffa col fegato assetato di conoscenza. Di solito la proverbiale fantasia scozzese non va oltre la geografia, con cui si può anche ammiccare alla distilleria assente (bel titolo per un racconto di Edgar Allan Poe: “La distilleria assente”, suona bene). Si prende la regione, oppure il porto, la pozzanghera o la montagnetta più vicina, si sbatte il toponimo in etichetta e il gioco è fatto. Altri invece pescano dal gaelico o perfino dai fumetti, il che aumenta il senso di esotico. A questo punto il whiskofilo ha già fatto guizzare la carta di credito e con la bava alla bocca ha già comprato tutto.

Noi – che in quanto a bava non temiamo confronti e che riguardiamo “Per un pugno di dollari” almeno una volta al mese anche se Sergio Leone lo diresse col nome di Bob Robertson – non cadiamo nel tranello dei pregiudizi. E con lo spirito del fact-checking ci dedichiamo oggi a vivisezionare qualche Elena Ferrante del whisky, tre da Islay e due dall’Irlanda.

Lochan Sholum (2003/2018, Maltbarn, 50,3%)

Il nome sembra una mossa di un videogioco picchiaduro anni ’90. In etichetta ci hanno piazzato uno scoglio funestato dal mare in tempesta, ma il Lochan Sholum è uno dei placidi e oscuri laghetti che se ne stanno su un altipiano di Islay, a 280 metri di altitudine. Il fatto che siano anche la sorgente da cui sgorga l’acqua di Lagavulin è sicuramente un caso. Il whisky è un 14 enne invecchiato in sherry e realizzato in 147 esemplari. Al naso è un bel circo di suggestioni. C’è la torba, tra il falò e le costine di maiale affumicate di certi barbecue americani (il caro e vecchio distillato obeso dei Laga); non manca la frutta matura, soprattutto arancia e lime, e una marinità accentuata (alghe). Lo sherry non è per nulla dolce, ma si fa sentire con note di frutta secca e un che di organico, come di funghi porcini essiccati. L’aspetto più curioso e intrigante, però, è un’aria fresca di borotalco che fa capolino qui e là, punteggiata da altre suggestioni vegetali di rabarbaro. Al palato l’erbaceo aumenta di spessore: timo bruciato, ricorda certi amari alle erbe. L’affumicatura è potente, sembra di avere tizzoni appena spenti in bocca. Salamoia evidente, limone e una spolverata di spezie (zenzero e cannella). Liquirizia salata, anche, a sottolineare una dolcezza crescente. Finale fra sale e braci. Anzi, caldarroste!

Molto variegato, ha un sacco di cose da dire e da dare e tanta energia espressiva. L’eccentrico lato erbaceo è il quid che regala ulteriore complessità. L’unico neo è che non viene proprio una gran voglia di berne subito un altro. È come un piatto assai elaborato, gioia per tutti i sensi ma da godere col freno a mano tirato. 87/100.

Finlaggan cask strength (The Vintage Malt Whisky Co., 58%)

Restiamo su Islay e restiamo lacustri. Loch Finlaggan è più o meno a metà strada fra Port Askaig e Bridgend ed è famoso per essere una delle poche attrazioni turistiche dell’isola, distillerie escluse ovviamente. A dire il vero si vedono solo un paio di ruderi e della schiumaccia beige sull’acqua nera, ma qui sorgeva il castello degli antichi Lord of the Isles, mica haggis e fichi. Si dice che anche dietro questo brand ci sia del Lagavulin più che giovane, quasi neonato. Ad ogni modo, qui si assaggia la versione a grado pieno, rigorosamente NAS. L’olfatto è una schitarrata punk: gracchi distorti di alcol, un riff di fumo acre e catrame. Sembra un adolescente che sta seduto scomposto e mastica a bocca aperta. La torba è sporca, ricorda a tratti un peschereccio dalla carburazione guasta e a tratti un portacenere. Accanto a questa botta emerge nettissima una nota di cuoio, oppure di pelle bruciata, marchiata a fuoco. C’è anche una crema di frutta (banana e limone) e qualcosa di minerale, forse ardesia. In bocca è ancora aggressivo, non ti dà tregua. La gioventù è urlata, l’alcol si sente tutto e non è confortevole. Il corpo è leggero, la cenere acre è un’armatura che rende inutili i muscoli del distillato. Resta spazio solo per un po’ di fruttina dolce, tra miele, limone e mele golden. A cui nel fumo finale si aggiunge del pepe.

L’obiettivo di questi NAS isolani di solito è quello di épater les bourgeois, ovvero martellare di torba devastante gli amanti dei “marmittoni” giovani e feroci. Obiettivo di sicuro centrato, ecco perché ad alcuni recensori non dispiace. Però chi nel whisky cerca qualcosa in più qui fa fatica a trovarlo. E per di più fa fatica anche a berlo, perché l’alcol è davvero proibitivo. C’è di buono che se non vi piace potete metterlo nella Vespa: a occhio rende più della miscela. 76/100.

Port Askaig 19 yo (Speciality Drinks, 50,4%)

A Port Askaig ci sono: un porto dove attraccano i traghetti dalla Mainland, un distributore di benzina, un hotel e una bellissima vista sullo stretto del Sound of Islay e sulla vicina isola di Jura. Ah, c’è anche la più grande distilleria di Islay, Caol Ila. Se siete esperti di indovinelli, un’idea di quale malto risieda in questo imbottigliamento della società gemella di The Whisky Exchange ve lo sarete fatto. In Italia lo importa Velier e al neo-milanese Marco Callegari si deve questo gentile sample di 19 yo. Al naso si respira la pioggia sugli scogli: è un arazzo molto ben intarsiato di sensazioni che vanno dalla salamoia alle cozze, dalla torba salmastra all’inchiostro. È decisamente marittimo, con del pesce affumicato (halibut o merluzzo, comunque quei pesci che in Scozia ti servono anche a colazione). L’alcol e il legno non si sentono per nulla, in compenso fanno capolino note “sporche” come di pollaio e gomma e un lato fresco e quasi medicinale, tra il sedano e il mentolo. Frutta gialla a chiudere il cerchio (mele renette, limone e banana). Con due gocce d’acqua si fa più grasso ed emerge del cuoio. Olfatto godurioso e maturazione profonda, non di quelle accelerate da botti troppo cariche. Al palato se possibile è anche meglio, perché riesce a sembrare puro e cremoso allo stesso tempo. L’attacco è morbido, con limone candito e cereali al miele, e oleoso (olio di mandorle). Poi emerge tutta la parte isolana: la marinità delle ostriche e una torbatura “verde” di erbe bruciate e canfora. La frutta sta in disparte e ricalca quella del naso. Con acqua si fa un po’ più astringente: meglio senza. Il finale è lungo e piacevole; limonata calda con miele, medicinale e – ora sì – un tocco di legno.

Fragrante nel suo senso migliore, ogni sentore squilla ed emerge nitido e tutti insieme si fondono alla grande. Non è semplice unire una profonda marinità quasi ittica e una morbidezza da crema di frutta: la crostata di merluzzo non è esattamente un piatto comune. Capolavoro di equilibrismo naturale. 89/100.

Irish malt very old (2016, Liquid treasures, 49,6%)

Restiamo nel Commonwealth ma le cose si fanno complicate per i detective. Cosa sappiamo, direbbero i giornaloni? Poco. Non solo socraticamente, che tutti noi sappiamo di non sapere. Anche concretamente perché l’etichetta è trasparente come un discorso di Aldo Moro. C’è una foca con la tuba che balla in spiaggia; c’è scritto che stiamo bevendo una delle 123 bottiglie di un Irish whiskey; il malto è “molto vecchio”. Il che – considerando che il colore è quasi trasparente – è un bel mistero. Via col naso, direbbe Lapo. Se ci fossero i whisky-gazzosa questo sarebbe il re della categoria, perché sfoggia tutta una teoria di note fresche e frizzanti: sorbetto all’ananas, mela Granny, kiwi, bacche (ribes bianco e soprattutto uva spina). A dispetto del nome, risulta piacevolmente acerbo, con un’acidità che ben si amalgama ad una certa dolcezza vanigliata e zuccherina molto Irish. Pian piano si fa anche un po’ più pungente, con cardamomo e lemon grass. A un certo punto balena una nota di minestra, ma forse è di nuovo la vicina che esagera con la pastina in brodo, eh. Il limone domina anche il palato, ma è limonata zuccherata più che succo. Poltigliette di frutta gialla (pera, banana e ananas) e miele di acacia. Il sostrato dolce e ammiccante rimane, ma rispetto all’olfatto viene sostenuto anche da una solida stampella di spezie, pepe in primis. L’aggiunta di acqua aumenta la dolcezza e fa da catalizzatore a un lato erbaceo che somiglia tanto allo sciroppo alla menta. Finale non lungo e senza ulteriori sorprese: pera dolce e zenzero candito.

I rabdomanti della complessità indirizzino il loro bastoncino altrove, perché questo è un whisky semplice e chiaro. Il che non toglie che sia estremamente ben fatto, con una frutta scintillante sugli scudi e una freschezza davvero piacevole. È una bella bevuta estiva, per stare senza pensieri (cit. Gomorra). Ecco, magari l’unico pensiero è il prezzo: 180 euro per non sapere cosa si beve non sono pochi. 86/100.

County Louth (2003/2017, Valinch & Mallet, 51.5%)

Si resta nella verde Irlanda e si perlustra la mappa. Dove dannazione è la contea di Louth? Eccola là, al confine con l’Ulster, sopra Drogheda, la città favorita da Pablo Escobar (battuta imbarazzante, ok). La contea – guarda caso – ospita una sola distilleria, quella di Cooley. Ma chi può dire se è davvero il suo distillato? Ad ogni modo, quello imbottigliato da Fabio e Davide è un single malt invecchiato in uno sherry hogshead per 14 anni. Ne sono saltate fuori 329 bottiglie (e a occhio sono anche già esaurite). Il fatto che sia un single malt e l’apporto dello sherry travestono l’irlandese da scozzese, ma una certa delicatezza di sentori è come l’accento: inconfondibile. L’abbinata pera-banana c’è, ma rimane seduta sul sedile posteriore. Guidano le note sherried: in primis cioccolato al latte e nocciola. Ma anche un tè alla pesca fresco e noce moscata. Il legno regala suggestioni di lucido da scarpe. Interessante, anche se non intensissimo. Al palato – nonostante un alcol un po’ esuberante – è molto compatto. C’è ancora il cioccolato al latte, forse pralina al caffè. È senz’altro dolce e spesso, miele di castagno e datteri. La frutta si fa matura e tropicale e balenano mela e mango. Pian piano si fa più asciutto e il lussureggiante burro sciolto lascia spazio al legno verso un finale bello lungo, dove mandorla e pepe bianco arricchiscono la sensazione di generale dolcezza.

C’è della fierezza, nella diversità di questo bicchiere. Una specie di ribellione alle regole della casa, come i figli dei ministri che diventano no global. La cremosità generale è senz’altro una qualità, così come le piacevoli sensazioni tostate tra cacao, caffè e frutta secca. Una inaspettata virata sul secco lascia spiazzati, ma abbiamo conosciuto figli di ministri decisamente più insopportabili. Ribelle con una causa. 85/100.

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Port Askaig 100 Proof (2018, Speciality Drinks, 57,1%)

la metropoli tentacolare di Port Askaig

Port Askaig è il nome del villaggio portuale sul versante nord di Islay, celebre soprattutto perché molti dei ferry dalla terraferma attraccano proprio lì. C’è un Pub molto fornito di whisky isolani, se la cosa vi può interessare: e non farete fatica a trovarlo, saranno in tutto otto case… Ma stiamo andando fuori tema: Port Askaig è anche il nome di uno dei più fortunati brand di whisky torbato dell’isola commercializzato da Speciality Drinks, dietro cui si cela un single malt non dichiarato. Se la geografia ancora significa qualcosa, dovrebbe essere Caol Ila o, in alternativa, Bunnahabhain. Oggi assaggiamo la versione a grado pieno, il 100° Proof.

Port Askaig 100° Proof

N: mmm, che bontà…! La torba è abbastanza gentile ma ‘frizzante’, con falò sulla spiaggia, legna che brucia, camino. Note minerali, da terra umida, che riescono a emergere. Poi c’è un lato più seducente e ruffiano, dolcino dolcetto, che riassumeremmo con una immagine folle, visionaria: un ciocorì bianco con una spruzzata di limone sopra. Vaniglia. Pera dolce, un pit di lime magari. Un sentore di pepe bianco.

P: molto buono, pieno, avvolgente e intenso, bilanciatissimo: non abbisogna d’acqua aggiunta. Coerente: carico, vaniglioso e dolce, zucchero liquido e cioccolato bianco, ma senza diventare sgradevole grazie alla presenza di lime e limone a stemperare la dolcezza. Bello torbato e fumoso, ancora bruciato. C’è un qualcosa di balsamico, eucalipto forse?

F: qui emerge un pizzico di sale, a testimoniare la portualità di Askaig, che appunto (non si dimentichi!) è pur sempre un Port. Per il resto, molto dolce, con un retropensiero (perché non retrogusto? Perché se no non saremmo su whiskyfacile!) di borotalco. Sale e pepe.

Ruffiano, fatto per piacere quindi, beh, piace. Ah, come sono belli i nostri pleonasmi, come ne siamo orgogliosi! Giovane certo, e certo non di straordinaria complessità, ma svolge il suo compito alla perfezione, e dobbiamo lodare l’assenza dell’alcol a dispetto dei 57 gradi. Raccomandiamo. 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Fulci – Apocalypse Zombie.

Ardbeg Ar10 (2001/2018, Elements of Islay, 52,4%)

Sabato scorso, puntuale come la scadenza del bollo e come i titoloni sul calciomercato dell’Inter, c’è stato l’Ardbeg Day: una grande festa tropicale (?) per festeggiare il più furioso torbato di Islay. Nei prossimi giorni cercheremo di toglierci le fette di ananas rimaste incastrate nei capelli e i semi di papaya infilatisi nelle tasche, e vi proporremo i nostri due centesimi sull’ultima release ufficiale, Ardbeg Drum, finito in botti ex-rum appunto. Intanto, però, eccoci a celebrare la distilleria a modo nostro: e dunque ecco Ardbeg Ar10, imbottigliato da Speciality Drinks nella bellissima serie Elements of Islay, di cui già in passato abbiamo assaggiato perle vere. Questa è una miscela di due barili ex-bourbon first fill, distillati nel 2001 e imbottigliati l’anno scorso, nel 2018. Grazie a Marco Callegari per il sample.

N: un vero Ardbeg, che puzza di Ardbeg. Certo, le prime note che ci vengono a mente sono un po’ così: borotalco, lime… La torba è poco fumosa, ma molto… torbata, molto acre. C’è una persistente vena vegetale, chi dice mezcal, chi dice insalata; sentori balsamici, conifere, eucalipto. I barili giocano la loro partita, con vaniglia, una componente cremosa. Marinità trattenuta ma presente: ostriche. Eccellente.

P: molto buono, molto dolce ma altrettanto equilibrato. Zucchetti dice “arachide salata” con una convinzione tale che pare brutto contraddirlo. Cremoso, con vaniglia, burro… burro salato. Torba qui più compiutamente fumosa. Ancora molto agrumato: lime, decisamente. Un balsamico zuccherato, con liquirizia.

F: lungo, persistente, diventa qui estremamente marino: ostrica.

91/100. Ardbeg pulito, tagliente e perfetto come Ardbeg sa essere (SPOILER: quando non lo si infila in barili a caso per smarmellarlo di dolcezze bislacche). Bello, buono, bravi: davvero delizioso. Non serve dire di più.

Sottofondo musicale consigliato: The Chats – Smoko.

Bruichladdich ‘Masterpieces’ 2002 (2015, Speciality Drinks, 60,2%)

Andando allo Spirit of Scotland, lo scorso marzo, in treno abbiamo sbevazzato qualche dram – come riscaldamento, noi professionisti ci teniamo – insieme ad alcuni amici: Federico, il prode scribacchino di whiskysucks, ci ha fatto assaggiare un Bruichladdich ex-bourbon selezionato da Sukhinder Singh, cioè Mr Whisky Exchange, e imbottigliato nella sua serie ‘personale’ sobriamente chiamata Masterpieces. A 300 all’ora su Italo ci era parso molto buono, vediamo se adesso, fermi, ci piace altrettanto.

brusdl2002N: a dispetto della gradazione monstre, non è certo inavvicinabile, anzi: domina la scena una spaventosa vaniglia dalla botte, con mostruose note di crema pasticciera. Ci spingiamo a dire che forse, sul proverbiale pasticcino alla frutta, sieda un pezzetto di ananas. Marshmellow. Un naso burrosissimo, e una bella mela gialla matura (e qui le strade tra noi e Federico si divaricano inconciliabilmente, dato che lui la mela gialla la sente acerba). La botte non fa prigionieri, e quelle note leggermente minerali di distilleria sono qui pressoché assenti. Con acqua, non muta moltissimo: aumenta il marzapane.

P: l’alcol qui si sente di più, ovviamente. Coerente con il naso, ma sorprendentemente più vario e più composito. La vaniglia dominante riesce qui temperata da una bellissima acidità, che sfocia ampiamente nel tropicale: maracuja, ancora ananas, cocco, pesche sciroppate… Anche un bel po’ di mandarino, se vogliamo, e sì, vogliamo. Forse anche un velo di sale, a complicare il profilo. Ancora burro. L’acqua non ne intacca la struttura ma gli giova, rendendolo più bevibile, amplificando un po’ il lato fruttato e svelando note un poco erbacee.

F: strano ma vero, ma è un finale lungo e tropicalissimo… Quando invece, di solito, queste suggestioni restano vive soprattutto al palato.

Ci è piaciuto tanto, tantissimo anzi: intenso, tropicale, molto particolare con quell’acidità e quel burro che, soprattutto al palato, rendono l’esperienza davvero meritevole. Forse è relativamente ‘semplice’ rispetto ad altri imbottigliamenti, ma a noi che ce ne importa: ci è piaciuto tanto, quindi 90/100 (nonostante le insanabili differenze di veduta sulla mela, è lo stesso voto di Federico, che quasi ci dimenticavamo di ringraziare per il sample).

Sottofondo musicale consigliato: Arctic Monkeys – Red right hand, cover di un pezzone di Nick Cave.

Ardbeg Ar1(2008, ‘Elements of Islay, 58,7%)

Quando ci siamo presi la gravosa briga di affrontare l’Auriverdes, abbiamo pensato di affiancargli un altro NAS (no age statement, vale a dire che l’invecchiamento non è dichiarato) di Ardbeg; e abbiamo optato per un sample di Ar1, ovvero un whisky della serie Elements of Islay di Speciality Drinks (bottiglie da 50 cl, i torbati di Islay come elementi di una tavola periodica)… Ringraziamo Andrea per l’omaggio, la nostra bottiglina era lì ad aspettare i nostri nasi dallo Spirit of Scotland del 2013.

elem_ar1N: volendo prendere l’Auriverdes appena recensito come pietra di paragone, questo Ar1 è immediatamente più naked, più agrumato (qui c’è proprio limone); s’impone una piacevolissima torba vegetale e marina, che quasi ricorda alghe e pesce. La dolcezza si sente, è molto standard con un invecchiamento in botti ex-bourbon; e quindi vaniglia e pastafrolla calda. L’affumicatura poi è veramente intensa. Ardbeg, semplice e nervoso. Perfetto così. Con acqua si dischiude un po’, ma la musica non cambia.

P: che corpo, che intensità, che veemenza! Grande coerenza col naso e prosegue allora col giusto piglio lo schema di robusta sobrietà isolana. Limone, cenere, acqua di mare; poi, la torba, acre e vegetale, nervosamente giovane. C’è sì ancora un lato dolce, ma rimane un poco sotto al resto (limonata zuccherata, vaniglia semplice semplice ma che invita magistralmente alla bevuta). E con acqua l’effetto ‘bevimi’ si potenzia.

F: una secca arsura nutrita di braci esauste. Ancora una torba vegetale protagonista. Liquirizia.

A proposito dell’Auriverdes avevamo osservato come il palato rivelasse tutta la volontà di costruzione che sta dietro al progetto; e a dir la verità, pur apprezzando l’effetto complessivo, un po’ ce ne siamo lamentati… Il motivo sta in quest’altro bicchiere: un Ardbeg purissimo, onesto, cattivo al punto giusto e privo di orpelli (leggasi “privo di legni aggressivi in fase di maturazione”), anche se con una sua strutturata ‘dolcezza’. Come direbbero gli anglofoni, Ardbeg, simple as that: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Elton John – Belfast.

Degustazione ‘Elements of Islay’ – Lagavulin LG2 (2010, Elements of Islay, 58%)

Gli imbottigliamenti non ufficiali di Lagavulin sono di una certa rarità ed è sempre un piacere apprezzare le caratteristische della distilleria attraverso le scelte degli imbottigliatori indipendenti di single cask. Lagavulin ha infatti una politica molto ferrea a riguardo, basti pensare che il buon Serge ad oggi ne ha recensiti “solo” una trentina, a fronte di circa 8 mila schede amorevolmente compilate durante la vita di whiskyfun.  Questa seconda edizione di Speciality Drinks non ha età dichiarata, siamo molto curiosi…

elem_lg2N: l’alcol c’è ed è abbastanza pungente. Sembra ancora acerbo: vegetale, maltoso e ben torbato. Poi anche minerale (sassi di torrente) e iodato. Da quel che si è detto alla degustazione del Milano Whisky Festival abbiamo appreso che si tratta di una botte ex-bourbon first fill, ma francamente non l’avremmo intuito facilmente: dolcezza e zuccherinità stanno infatti molto sotto a un distillato che, forse anche per l’elevata gradazione, si presenta abbastanza “nudo”. Volendo fare un paragone si avvicina al 12 anni. Buone note di liquirizia e di vaniglia in stecchette. Rispetto ai caratteri soliti della distilleria, stupisce un’affumicatura così decisa, prepotente (gomma fusa). Una spruzzatina di fiori freschi e un po’ di scorzetta di limone “amara”. Aggiungendo acqua, il naso si fa ancora più isolano, marino. Per dirla con Serge, “wild”.

P: alcol ammorbidito, ben integrato. In realtà al palato, affianco a un’isolanità che si riconferma alla grande (tanto fumo di torba, marino), emerge il portato della botte first fill, con una cremosità molto, molto intensa. A colpire ancora è il legno bruciato, ancora la gomma fusa. Davvero poco convenzionali. Ci ritroviamo ancora una liquirizia legnosa e sentori di mandorle, oltre a suggestioni di radici amare.

F: tutto su legno bruciato e malto giovane; lungo e gradevole.

Riconfermiamo quanto detto in introduzione, vale davvero la pena di assaggiare barili singoli di una delle distillerie più talentuose di Scozia. Anche nel caso in questione, dove le variabili “distillato giovane” e “barile first fill” portano nel bicchiere un distillato abbastanza spiazzante. Buono, buono: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Soerba, I am happy

Degustazione ‘Elements of Islay’ – Bn4 e Cl4

Tempo fa abbiamo assaggiato un Port Ellen molto, molto buono, imbottigliato da Speciality Drinks (vale a dire da Sukinder Singh, collezionista e proprietario del negozio Whisky Exchange) nella serie Elements of Islay. Ieri sera, grazie al prode lavoro di Andrea Giannone e Giuseppe Gervasio Dolci, il Milano Whisky Festival ha organizzato un tasting di altre cinque espressioni della medesima serie: tutti malti di Islay, ovviamente, tutti senza età dichiarata, tutti non colorati e non filtrati a freddo, tutti in bottiglie (bellissime) da mezzo litro. Iniziamo dal quarto batch di Bunnahabhain e Caol Ila; nei prossimi giorni completeremo il quadro con il primo Bowmore, il quarto Bruichladdich e il secondo Lagavulin, e sveleremo una piccola chicca gentilmente offertaci da Andrea e Giuseppe… Un caloroso abbraccio, nel frattempo, agli amici che ogni volta ritroviamo alle degustazioni del MWF.

elem_bn4Bunnahabhain Bn4 (2012, Elements of Islay, 54,5%)

N: note torbate belle insistite; le note ex-bourbon sono evidenti (vaniglia, banana, qualche nota limonosa); suggestioni salmastre, iodate. Note di gomma fusa, poi erba fresca, terra (quella dei vasi di fiori, per capirci). Molto zuccherino (frutta candita un po’ astratta), dev’essere bello giovane. P: come al naso, pari pari, si fa apprezzare soprattutto quella nota torbata che evolve verso note pepate e speziate verso il finale. Resta molto erbaceo e quasi ‘balsamico’. F: medio lungo, tutto su cenere, un dolce zuccherino e note erbose.

Un Bunnahabhain inusuale, anche se ormai da tempo la distilleria insegue il senso del pubblico per la torba. Giovane e semplice, anche se piuttosto “massiccio” con quelle note erbacee e minerali: 83/100, diciamo.

elem_cl4Caol Ila Cl4 (2012, Elements of Islay, 58,7%)

N: molto torbato, con una bella affumicatura da ‘camino acceso’. Inchiostro; molto marino, con una dolcezza vanigliata e un po’ fruttata (cocco) che tende ad aumentare con tempo e acqua; note erbose, quasi floreali, mentre dopo un po’ cresce la classica nota agrumata, di limone. Gradevole. P: buono, affumicatura torbata intensa ma che va scemando e si trasforma in spezie, erbe aromatiche. Limonata zuccherata intensa, poi vaniglia, ancora, forse una nota di liquirizia con acqua. F: lungo, dolciastro (vaniglia pesante) e molto fumoso.

Un Caol Ila perfettamente ‘standard’: come dire, “Caol Ila, e sai cosa bevi”. Senza fiammate in positivo né in negativo, si guadagna un 84/100 di tutto rispetto. Anche questo dev’essere giovane, di età media (se dovessimo scommettere) intorno ai dieci anni.

Sottofondo musicale consigliato: Antonio MaggioMi piacerebbe sapere.