Balmenach 14 yo 48.85 (2002/2016, SMWS, 58,3%)

Il secondo whisky della SMWS assaggiato con Andrea e Davide è stato questo Balmenach di 14 anni, anch’esso uscito da un barile ex-bourbon a primo riempimento – con grande gioia delle nostre velleità enciclopediche, è il primo Balmenach che recensiamo sul sito. Gaudeamus.

N: decisamente più chiuso e più austero dell’Aberlour, è però piuttosto complesso e composito. Note curiose, leggermente balsamiche, di menta, di latte e menta, forse (ci viene in mente l’after eight). Anche un che di agrumato, tra la scorza di limone e – forse – un mandarino… Dietro si agita un lato più normalmente ‘dolce’, tra pastafrolla, vaniglia… L’acqua “normalizza”.

P: prosegue quel profilo di cui sopra, con qualche nota anche vagamente floreale; poi i grandi classici di uno speysider in bourbon, con vaniglia, cereale, agrumi, frutta gialla… e poi degli spigoli di timidezza. Ancora qualcosa di latte e mentolato. Pepe bianco. L’acqua in questa fase amplia un po’ questo lato di panna e menta (o caramelle Elah a menta e liquirizia), strano.

F: come la fine del palato (panna e menta), con tanto fruttato in crescita.

Un barile ex-bourbon first fill piuttosto peculiare, con note floreali, erbacee e balsamiche più spiccate – e più caratterizzanti – di quanto non ci attendessimo, seppure forse non perfettamente integrate e coerenti con il profilo generale. Nel complesso è senz’altro un buon whisky, anche se per il nostro gusto rimane fin troppo timido e trattenuto. 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Lucio Dalla – Malinconia d’ottobre.

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Aberlour 9 yo 54.44 (2007/2016, SMWS, 59,2%)

Andrea, mastermind del The Monkey Whisky Club milanese, ci ha coinvolto nell’assaggio di tre imbottigliamenti della storica Scotch Malt Whisky Society: naturalmente noi non ci siamo tirati indietro, e forti del nostro proverbiale spirito di sacrificio abbiamo affrontato la sfida, portandoci dietro il grandissimo Davide Ansalone, approfittando della sua presenza sul suolo italico. Il primo assaggio è della distilleria 54 – che nella tabella di conversione della Society corrisponde ad Aberlour, celebre distilleria dello Speyside caratterizzata generalmente da invecchiamenti in sherry. Questo però è un single cask ex-bourbon first fill, quindi con gioia procediamo alla bevuta.

foto dal profilo instagram @mokeywhiskyclub

N: oh, finalmente un Aberlour in bourbon! Un bel profilo rotondo, con in partenza una nota fruttata molto piacevole (ananas, frutta gialla) tra un cereale caldo e “croccante”, miele, un bel croissant alla marmellata o un bel biscottone di pasticceria; a proposito, pasticceria marocchina/mediorientale (baklava, come insegna il sommo Ansalone forte dei suoi trascorsi nei peggiori bordelli di Costantinopoli), poi vaniglia e crema pasticcera. Fiori d’arancio, come sfumatura; e qualcosa di agrumato.

P: che spettacolo, che impatto a meno di dieci anni… Tantissima frutta gialla (una pera mostruosa, mela e ancora ananas, aprendo a una dimensione più compiutamente tropicale), ancora miele e vaniglia e crema pasticcera; impasto per torte (pastafrolla). L’acqua paradossalmente svela un po’ la gioventù, con note di lieviti e di canditi che emergono qui e là.

F: ancora tanto miele e tanta pera; rimane pulito e dolce, tra la mandorla, il cocco, un senso di tostato…

Capolavoro di pulizia maltata ed esplosione fruttata, questo single cask ex-bourbon conferma la qualità del distillato prodotto ad Aberlour, anche se con ogni evidenza l’apporto del barile a primo riempimento è decisivo nel limare la gioventù e nel donare al profilo complessivo un’intensità ruffiana: 86/100 è il verdetto per un whisky proprio, proprio buono.

Sottofondo musicale consigliato: El Pasador – Amada mio amore mio.

Glen Keith 25 yo (1991/2016, Valinch & Mallet, 55,9%)

Davide Romano ci aveva pregato di aspettare, prima di recensire questo Glen Keith, perché quando ne abbiamo recuperato un sample era stato appena messo in vetro, e aveva bisogno di qualche tempo per stabilizzarsi. Sono passati più di nove mesi e adesso, come dire, è giunta l’ora fatale per questo campione. Distilleria chiusa nel 1999 e riaperta nel 2013, Glen Keith è famosa soprattutto perché teatro di esperimenti sulla produzione di single malt da parte della proprietà, Pernod, e del suo dipartimento “ricerca e sviluppo”.

valinch&mallet-geln-keith-25yoN: descrivendolo per sommi capi, ci stordisce subito un cestone di frutta: pesche gialle, mele cotte; poi dolciumi, quindi brioche con la marmellata (cioè confettura d’albicocca, per i secchioncelli), certe croste di torta quasi bruciacchiate… Strudel, e quindi cannella e mela cotta. C’è poi una particolare sensazione, come quando si mette lo zucchero a velo sulla torta calda, appena sfornata; poi, un sottofondo altrettanto ‘pesante’ da crema di marroni. Forse c’è una venatura minerale, ma compare solo a tratti. Marmellata d’arancia, in cottura.

P: se il naso era tutto giocato su suggestioni ‘cotte’, da dolciumi, da pasticceria, il palato è invece molto più fruttato – e certo non ce lo aspettavamo così… Esplode questo lato, si diceva, del tutto dominato dalla tropicalità: maracuja senz’altro, poi ananas maturo; pesche gialle. Ci vengono in mente i lokum (dolcetti turchi), e se dovessimo spingerci ad un’intollerabile divinazione, diremmo: lokum alla rosa. Poi, certo, resta una dolcezza bruciacchiata in sottofondo, ancora da torta dimenticata in forno quel minutino di troppo.

F: molto lungo e persistente, ancora molto fruttato e con note di torta.

È uno di quei barili in bourbon ‘eccessivi’, molto scuri, pesanti – almeno al naso, perché al palato svela una felice incoerenza e aggiunge un’ondata di frutta, soprattutto tropicale, molto piacevole e convincente. Non ci pare un mostro di complessità, ma punta tutto sull’intensità e questa, beh, è una fase che gli riesce molto bene: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Ani DiFranco – Emancipated Minor.

Benromach lancia ‘Triple Distilled’

Da quest’anno cercheremo di ampliare un poco i contenuti del sito, compatibilmente con la nostra pigrizia, con l’obiettivo di dare maggiore spazio alle news, soprattutto su eventi e nuovi imbottigliamenti (per ora generalmente affidate solo a sporadici interventi sulla nostra pagina Facebook), ma anche ad incursioni in mondi alcolici diversi, a interviste ed editoriali d’opinione – purtroppo, generalmente, la nostra.

Non è certo una novità, per chi ci legge, il fatto che Benromach sia una delle nostre distillerie preferite per il suo carattere indipendente e controcorrente: acquistata da Gordon&MacPhail nel 1993, rivoltata in cinque anni e inaugurata nuovamente da quella faccia intelligente del principe Carlo nel 1998, Benromach è stata rimessa in moto con l’esplicito obiettivo di proporre whisky ispirati ai malti dello Speyside di prima degli anni ’60.  Il 10 e il 15 anni, ad esempio, sono effettivamente dei whisky eccellenti, molto diversi dall’immagine dello Speysider rotondo che generalmente si ha.

Oggi annunciamo il lancio di un nuovo imbottigliamento, il Triple Distilled: si tratta di un vintage del 2009 composto da whisky – appunto – a tripla distillazione maturato esclusivamente in botti ex-bourbon a primo riempimento, e arriva in bottiglia alla gradazione di 50%. Riportiamo le dichiarazioni del distillery mangager Keith Cruickshanck: “this new whisky is distilled in a wash still once and twice in a spirit still, before it is matured in first fill bourbon barrels, resulting in its light, fruity character with a fantastic delicate smokiness. The Benromach Triple Distilled is an exceptional addition to our Benromach family and we think that whisky lovers and Benromach fans will be eager to experience it for themselves […] We handcraft all our whiskies, giving us flexibility to experiment with different distilling and maturation techniques and our new Benromach Triple Distilled is testament to this”. Ci sarà quella torba ‘sporca’ che tanto ci seduce nei Benromach, o la tripla distillazione si porterà via tutto? Una possibile pietra di paragone potrebbe essere Hazelburn, versione triple distilled di Springbank, ma quello è un marchio stabile, questo solo un progetto: chissà.

Ovviamente siamo molto curiosi di assaggiare quest’imbottigliamento, perché sì, certo, i comunicati stampa vanno bene – ma solo il bicchiere conta. E quindi, ehm, chi è che ce ne manda una bottiglia “a scopo recensivo” (cit.)?

Blair Athol 21 yo (1995/2016, Valinch & Mallet, 56,8%)

Ancora indipendenti, questa volta dall’Italia: Fabio Ermoli & Davide Romano sono Valinch & Mallet, e stanno in questi giorni annunciando le nuove release autunnali. Noi oggi ci soffermiamo su quelle ‘vecchie’, per così dire, e partiamo da un Blair Athol di ventun anni maturato in un barile ex-sherry. Single cask, a grado pieno, non filtrato e freddo e non colorato, ovviamente: ma non è anche per questo che amiamo gli indipendenti? Le premesse per un grande spettacolo ci sono tutte…

N: molto intenso, compatto e, se ha un senso, ‘cupo’. C’è una sensazione di frutta scaldata, appena uscita da un forno, come una crostata alle arance; oppure, proprio la marmellata (di arancia, ca va sans dire) in via di preparazione che ribolle nella pentola. Mela rossa, anche un che di pesca, sempre in versione ‘calda’. C’è poi un graffio minerale, sottile, come di legno umido (sa un po’ di warehouse) o forse di tabacco da sigaro; c’è la frutta secca (noce, nocciola), forse una polvere di caffè. Col tempo si scurisce, con anche cioccolato e una cola in crescita costante. Pane dolce all’uvetta.

P: anche qui si conferma compatto, difficile da sezionare; e però c’è una grande sovrastruttura che si coglie immediatamente, ed è un agrume pervasivo: arancia in marmellata, buccia di arancia, ma anche un liquore all’arancia. Abbiamo già scritto “arancia”, per caso? Ci sovviene, quindi, un’epifania di Fiesta: appunto agrumata, con pan di Spagna saporito e cioccolato. Poi c’è un sostrato di caramello, infinito, impastato con la frutta secca. C’è un senso di legno infuso, umido; carruba, e un velo di caffè, con uno sherry torbido, appena al qua del limite del sulfureo...

F: lungo e persistente, c’è una sensazione di pan di Spagna, frutta secca, ancora un sacco di arancia variamente declinata.

87/100: molto buono, intensissimo, piuttosto composito e impreziosito da quelle sfumature minerali che tanto ci piacciono. È uno stile di sherry cask ‘greve’, denso, aggressivo, pur senza essere il classico sherry monster – e il colore ce lo dimostra già alla perfezione. Ci piace rilevare come il nostro voto sia lo stesso di Serge e Sebastiano e Davide, e soprattutto – molto più importante – l’interpretazione complessiva e la descrizione siano assai simili.

Sottofondo musicale consigliato: Parcels – Overnight.

Ben Nevis 18 yo (1996/2015, Adelphi, 54,3%)

Eravamo da Adelphi per assaggiare un Bunnahabhain, perché non fermarsi ancora un po’ da quelle parti, questa volta per un Ben Nevis? Non ce lo ripetiamo una seconda volta e aggrediamo il bicchiere: si tratta di un single cask ex-bourbon di diciotto anni, whisky distillato nell’anno in cui la pecora-clone Dolly vedeva la luce, Clinton si guadagnava accesso alla stanza ovale e ai suoi piaceri per altri quattro anni, Tupac Shakur veniva freddato da ignoti malfattori.

Schermata 2017-08-28 alle 09.48.12N: siamo arrivati nel bel mezzo del festival della frutta, sembra. Per prima dobbiamo menzionare una intensissima maracuja, con quella sua tropicalità peculiare, divisa tra dolcezza e acidità; poi mango maturo, fragoline di bosco – anzi, confettura di fragoline. Forse sopraggiunge anche una mela? Poi, sullo sfondo, una zuccherinità fatta di pastiera napoletana (quella bbbuòna!), pasta di mandorle. Una lieve mineralità, che abbinata al tropicale e noi fa impazzire.

P: l’alcol pizzica abbastanza, mentre qua e là si detonano bombe di frutta: ancora molto tropicale (mango e maracuja) con l’aggiunta di pesche e mele rosse. C’è poi una dolcezza più scura, tutta zuccherina: zucchero bruciato, caramello, ciambellone appena sfornato, al limite del bruciacchiato… Molto piacevole. Verso la fine, ecco la noce…

F: qui arriva un erbaceo cerealoso e mineralino, e poi ancora dolcezza fruttata (tappetone di frutta gialla, ancora mango).

Molto buono, un tripudio di frutta tropicale come piace a noi; il naso resta un capolavoro, forse questo Ben Nevis diventa un po’ alcolico al palato, fase in cui qualche spigolo abbassa una valutazione altrimenti entusiastica. “Solo” 86/100, dunque, ma adesso ascoltiamoci un po’ di musica del 1996.

Sottofondo musicale consigliato: Oasis – Don’t Look Back In Anger.

Caperdonich 23 yo (1980/2004, Cadenhead’s, 58%)

Grazie ad Angus ci siamo impossessati di un sample di questo Caperdonich di Cadenhead’s, imbottigliato nella serie Authentic Collection ormai 13 anni fa. Caperdonich, distilleria silente dal 2002, era soprannominata “Glen Grant II”, dato che era la dirimpettaia di GG ed era stata costruita dalla medesima proprietà pochissimi anni prima che il Novecento aprisse le sue porte alla Storia. Si tratta di un barile ex-bourbon, messo in vetro alla gradazione di 58%.

Schermata 2017-06-26 alle 11.45.31N: pure a 58% si squaderna in maniera quasi placida, con ricche note di pandoro caldo ricoperto di zucchero a velo; dal barile ex-bourbon arrivano anche vaniglia, crema pasticciera… E poi un bel croccante di sesamo e miele: diciamo sesamo perché c’è un lato vegetale molto oleoso, un po’ sticky, che ci pare spingersi fino all’olio di sesamo. C’è anche un erbaceo più ‘acuto’, che potrebbe essere foglia di menta. Un po’ di mandorla (e olio di mandorla); e pare colpevole non citare la noce! Una leggera mineralità, a impreziosire un profilo molto particolare e vegetale.

P: che sorpresa! Il primissimo attacco è forse più sul dolce, sulla crema pasticciera e la vaniglia, ancora prepotentemente bourbonoso; e però stupisce con ancora maggiore presenza quel secondo lato riscontrato al naso, minerale e incredibilmente vegetale, che qui al palato si prende ancora più spazio: spicca la frutta secca oleosa, e l’olio di frutta secca – noce, mandorla, ancora sesamo. Sembra molto dolce, ma al contempo anche molto setoso ed erbaceo, in un ossimoro che non si pacifica mai pienamente.

F: lungo e persistente, coerente con la dicotomia olio e frutta secca / dolcezza cremosa: e però vincono comunque l’oleosità e l’erbaceo.

Molto particolare, con un lato erbaceo e vegetale veramente massiccio, di altissima qualità perché ottimamente integrato con il lato più morbido e dolce. Il profilo è davvero seducente, nel complesso: 90/100, molte grazie ad Angus per l’omaggio.

Sottofondo musicale consigliato: Ghali – Happy Days.

Glenlossie 17 yo (1997/2014, Signatory Vintage, 46%)

Ancora un esordio su whiskyfacile! Assaggiamo oggi il primo Glenlossie della nostra carriera di blogger recensori, e dobbiamo ammettere che un po’ ce ne vergognamo. Si tratta di un marriage tra due barili (817 e 818) selezionati e imbottigliati da Signatory Vintage, celebre e stimato imbottigliatore indipendente distribuito in Italia dall’indefessa Velier. Glenlossie non ha un suo core range, e l’unico imbottigliamento ufficiale disponibile è il Flora e Fauna 10 anni. Una caratteristica che fa spiccare la distilleria è la presenza dei purifiers negli spirit stills, ovvero aggeggini con l’esplicita funzione di aumentare il riflusso nell’alambicco – e dunque, ridurre le impurità. Che ce ne facciamo di questa informazione? Beh, la teniamo buona per l’aperitivo di stasera, tutte le ragazze (si sa) non sanno resistere al fascino di chi discetta con disinvoltura di queste amenità.

N: un manuale dell’invecchiamento in bourbon, con generose ondate di vaniglia, cocco (quanto cocco!), una noce di Pecan molto intensa, cremosa… parzialmente mitigate da un distillato pulito, senza articolari increspature (sarà il purifier? o sarà la suggestione?). Banana molto matura, in linea col profilo ci cui sopra; forse anche un che di pandoro? Vagamente vegetale e con una minima quota agrumata (lemongrass), soprattutto dopo un po’. Affascinante perché oscilla tra un profilo sfacciatamente bourbonoso e uno più intrigante made in Scotland. Dopo un po’, qualche nota speziata, tra la noce moscata e la matita appena temperata (ok, legno).

P: ripropone quella stessa dualità di cui sopra, giocata tra vegetale e cremoso. Emerge infatti una dolcezza intensa, da latte condensato, ma anche un erbaceo da tè, o da infuso d’erbe; e poi c’è ancora vaniglia e cocco, ma anche erba limoncina. Frutta gialla fresca e matura, in un contesto certo non di brutale complessità ma non privo di una sua personalità seducente.

F: come ci si poteva attendere, il finale non è lunghissimo, anzi, scema rapidamente in una delicata base per torte (pastafrolla, crema, malto).

85/100. Buono, piacevole, beverino come un succo di frutta. Un esempio efficacissimo dei piaceri della ricerca tra marchi poco conosciuti: anche le distillerie dello Speyside che fanno solo whisky per i blended possono regalare gioie!, a 50€ ancor di più.

Sottofondo musicale consigliato: Drake – Worst behaviour.

AnCnoc 22 yo (2016, OB, 46%)

Miscela di barili ex-bourbon ed ex-sherry, questo AnCnoc di 22 anni è stato lanciato nel 2013. La distilleria si chiama Knockdhu, ma negli anni ’90 ha deciso il cambio di nome del whisky per evitare confusioni con Knockando, e ne ha approfittato per rifarsi il look: pur essendo nello Speyside (è la distilleria più a est della regione, per gli appassionati degli inevitabili primati vantabili da ciascuna distilleria) ama considerarsi delle Highlands, e in etichetta infatti si dichiara Highland Malt – cosa coerente con lo stile della distilleria, generalmente. Bando alle chiacchiere, diamoci dentro.

N: molto fresco e ricco, ma con sobrietà. Note di biscotti burrosi al miele e vaniglia si confondono con accenti floreali davvero suadenti. Buccia di mele rosse, prugne fresche e un po’ di arancia candita lo rendono fruttato e, di nuovo, per nulla pesante. E dopo qualche minuto si leva una sensazione di legno caldo e frutta secca (nocciole su tutto) che arrotonda e dona profondità. Facile ma non monodimensionale, anzi ama oscillare tra un lato minerale e qualcosa di molto meno impalpabile, tipo un bel panettone natalizio. Anche una nota di cioccolato al latte.

P: l’attacco non è un mostro di potenza senza controllo, anzi forse un filo watery. Ripaga però il bevitore, raffinato o ignorante che sia, con note cremose di vaniglia e ancora un bel cestone di frutta giallorossa (?), per esempio mele, susine e uvetta. Tanta arancia e cioccolato. Anche un bel pacchetto di frutta secca tostata, deciso ma non invasivo. Si dimenticavano le spezie, che invece ci sono, con nette suggestioni di chiodi di garofano e pepe.

F: frutta secca uber alles assieme a toffee, spezie da cucina e una certa sensazione minerale che definiremmo come ‘ok’.

Proprio buono, rotondo ma complicato da noticine speziate che – immaginiamo – non a tutti piaceranno. Molto gradevole la sensazione generale sia al naso che al palato, una sensazione di freschezza ma anche di discreta complessità, che col tempo va ‘scurendosi’. Peccato solo per un palato un filo timido, che però gli permette di conservare quel binomio dolcezza-eleganza che in definitiva vale pur sempre un convinto 87/100, stesso voto che abbiamo dato al 18 anni. Dovessimo scegliere, non sapremmo. Nota di colore: dovrebbe costare attorno ai 110 euri, che per un 22 anni ci pare prezzo onesto.

Sottofondo musicale consigliato: Blur – Charmless man.

Tormore 16 yo (2017, OB, 48%)

Non abbiamo tempo per scrivere un cappello introduttivo, questa mattina; ci perdonerete, vero?, tanto per scoprire qualcosa di più su Tormore c’è Google, quindi insomma, usatelo. Uscito nel 2014, questo 16 anni è la versione base del core range di Tormore: è invecchiato solo in bourbon barrels e si dice sia molto buono. Vediamo.

N: che colpo! Inizialmente stupisce con una nota ad alto contenuto zuccherino molto pronunciata, al limite del rum, con note di canna da zucchero, vaniglia, miele e caramello, perfino di arancia matura e di un sacco di melone e di frutta gialla generica; poi, dopo aver stupito, stupisce ancora di più con una tropicalità esplosiva, muscolare e seducente allo stesso tempo, fatta di mango maturo e maracuja. Molto piacevole! Dopo un po’, escono sentori di legno un po’ sparati.

P: la botta iniziale, sostenuta da una gradazione osata, ha le sembianze di ricchi meloni maturi, vaniglia e miele. Poi c’è una frutta gialla matura e molto carica, con qui timide escursioni tropicali (mix tropicale, il succo). E poi, purtroppo, vien fuori una nota tra l’alcolico e il legnoso un po’ amara e slegata, con note di frutta secca e poi speziate (avete presente un caffè turco?), che conduce a un finale…

F: …ugualmente ambiguo, tra una bombetta zuccherina, dolce e tropicale, ed un’altra decisamente troppo legnosa e amarina (senza essere astringente).

La sensazione è che al palato soprattutto ci sia decisamente troppo legno, e il risultato è un whisky piacevolissimo ma un po’ stucchevole; peccato perché è tutto molto buono! Naso da top, palato da flop, o per lo meno deludente rispetto alle promesse della prima fase; facendo una media daremmo 82/100.

Sottofondo musicale consigliato: Norah Jones – Black Hole Sun.