Wardhead 21 yo (1997/2019, Valinch & Mallet, 54,8%)

Il mondo della burocrazia e degli Azzeccagarbugli è molto piccolo. E anche in Scozia, terra proverbialmente attenta al denaro dai sesterzi di Adriano in poi, spuntano ovunque leggine e cavilli per tutelare i grandi marchi. Per esempio, da qualche anno è sempre più comune la pratica del “teaspooned” whisky. Letteralmente, significa “whisky con un cucchiaio da tè” e indica generalmente un singolo barile imbottigliato da un marchio indipendente, ma che la distilleria non vuole riporti in etichetta il nome originale. Per evitarlo, come immaginificamente ipotizza Serge, delle vecchiette di Dufftown alle cinque del pomeriggio – invece del loro caro Earl Grey – versano un cucchiaino di un malto di una distilleria gemella nel barile: il single malt diventa tecnicamente blended malt e tocca inventare un nome di fantasia e aggiungere la dicitura “undisclosed distillery”.

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Le signore di Dufftown si rilassano prima di assaltare a colpi di cucchiaino il barile di Glenfiddich

La pratica è utilizzata spesso dal gruppo WM Grant, proprietario di Glenfiddich, Balvenie e Kininvie. Nella fattispecie, “Wardhead” indica i barili di Glenfiddich con una piccola aggiunta di Balvenie, mentre il contrario si chiama “Burnside” (anche se recentemente anche questo nome è stato registrato e concesso in utilizzo alla sola Cadenhead’s, per rendere le cose più semplici…).
Noi da bravi anarchici alziamo le spalle davanti a questi vincoli che avrebbero tanto fatto arrabbiare Bakunin e ci limitiamo ad assaggiare questo 21enne bourbon hogshead selezionato da Ermoli e Romano, alias Valinch & Mallet, che ne hanno tirate 339 bottiglie.

 

vatted_war1N: molto elegante e vellutato, in pieno stile Speyside. Esibisce un naso fruttato e fragrante. C’è subito un senso di miele e limone, tanta frutta gialla e bianca: mela golden, arancia, ananas appena acerbo. Vaniglia e burro sciolto. Perfino un qualcosa di fieno caldo, o addirittura più fresco, come di erba falciata? Non sarà un mostro di complessità, ma di certo è una bevuta (pardon, una snasata) gradevolissima. Dopo un po’, sviluppa una nota minerale inattesa e accattivante che ci sorprende, ed è una bella sorpresa.

P: l’impatto qui è esplosivo, con una frutta fresca incredibile, che ci fa venire in mente subito la macedonia d’antan, con qualcosa – quasi – di tropicale. Se dicessimo ‘carambola’?, a dimostrare un frutto tropicale bianco e non troppo dolce, con un sentore acidulo… Comunque delizioso. C’è poi un bell’abito di cereale (torta di mele, biscotti alla crema), sotto il quale guizza una punta d’agrume (arancia), che poi va verso una frizzantezza minerale e polverosa, tipo Citrosodina. Prima di chiamare la neuro, almeno assaggiatelo, no?

F: lungo, si chiude molto pulito e delicato, con una vellutata zuccherina di pera. Una puntina di zenzero?

Quel vecchio Highlander di Giorgio Armani ama dire che “l’eleganza non è farsi notare, ma farsi ricordare”. Glenfiddich (dai, il re è nudo, si può dire) è per dna un malto delicato, ma ahinoi la scelta di diluire l’intero core range a 40% non li rende indimenticabili. Qui invece la gradazione più sostenuta regala incisività. La vivacità dell’anima fruttata è impressionante e stavolta è supportata da un’intensità tale da prolungare il finale. E la sensazione vellutata e pulita che rimane in bocca è francamente un piacere vero. Brave quelle vecchine con il loro cucchiaino da tè: 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Steve’n’Seagulls – Thunderstruck, cover degli AC/DC realizzata suonando incudini e – ça va sans dire – cucchiai…

Glenrothes 13 yo ‘Halloween Edition 2019’ (OB, 46,6%)

Persino momenti bucolici al Whisky Revolution Festival

Chiariamo subito una cosa: questa recensione e il suo incredibile tempismo sono il frutto del colpo di genio di un uomo e di una donna che, pur stremati al termine di due giorni di Whisky Revolution Festival in quel di Castelfranco, hanno gettato il cuore, il fegato e ogni altro organo vitale oltre l’ostacolo. La sala era ormai vuota, gli stand irrimediabilmente deserti, le bottiglie di whisky già tutte malinconicamente impilate a formare bancali, ma i prodi – il nostro Marco Zucchetti e Nadia Bastianon, che fino all’ultimo e oltre ha animato il banco di Velier – hanno realizzato all’unisono che Halloween era ormai alle porte e che proprio una distilleria in portfolio dell’importatore genovese aveva appena sfornato un’edizione limitata di 5000 bottiglie dedicata guarda caso a questa festa ammerigana. In un attimo il bancale era sbancalato, i due come furie ad aprire scatoloni, il sample riempito per la lieta ricorrenza.

9712_the_glenrothes_13_year_old_halloween_edition_2019N: riconosciamo subito una nota che ricorre nei whisky della distilleria, vale a dire un bel carico di frutta secca, soprattutto noci ma anche mandorle. Il profilo generale è di quelli umidi, tra la scatola di legno chiusa da tempo, il cartone bagnato e un filo di cera. Si sente anche la torba, ma abbastanza timida e dal fumo accennato. C’è poi tutto un lato che ricorda cose dolci molto cariche, tra il caramello, i fichi secchi, tanta scorza d’arancia candita e la mela rossa caramellata. Vaniglia, certamente, mentre la parte speziata la riassumiamo con una suggestione di pan dei morti.

P: attacca deciso, forte anche di una gradazione dignitosa. Le note agrumate dominano in lungo e in largo, con ancora arancia candita; dolce e ricco, avvolge il palato con note di vaniglia, creme caramel, uvetta sotto spirito, pesche succose e mele gialle. In effetti sembra fatto per riscaldare il cuore e accontentare i golosi che, con la scusa dei primi freddi novembrini, iniziano a divorare zuccheri a ogni ora del giorno. La torba è ancora un di più ed esce più che altro sulla distanza, regalando una suggestione di caldarroste e un filo di sapidità.

F: abbastanza lungo, su note di zucchero rappreso, cera e frutta secca. Vive la torba, ben integrata.

Chi segue questo spazio sa che su Glenrothes abbiamo spesso speso parole amare. Immaginatevi quanto potevamo partire prevenuti su un’edizione speciale di Halloween con un’extra maturazione in botti che hanno contenuto whisky torbato. E invece il magico mondo del whisky di malto è magnificente proprio perché sa stupirti a ogni assaggio, trasformare una sicura beffa in un whisky gradevole. In generale questo Glenrothes è ben congegnato, un malto moderno creato con uso spregiudicato dei legni per spingere forte su note zuccherine, sontuose, al limite dell’eccesso. Per chiuderla con un discutibilissimo gioco di parole, da cui d’altronde davvero non sappiamo esimerci, noi avremmo giurato fosse scherzetto, e invece era dolcetto: 86/100.

Sottofondo musicale consigliato:  Tones And I – Dance Monkey (acoustic cover)

 

 

Cragganmore 15 yo (1993/2008, Murray McDavid, 46%)

“Jim McEwan e le sue botti tutte matte” potrebbe essere un nuovo, esilarante film per famiglie. Trama: un pittoresco genio del whisky si diverte a cercare barili che contenevano liquidi al limite del surreale dove invecchiare single malt. Vini fortificati rarissimi, rossi elitari, nafta agricola, i fusti di Wile Coyote con scritto ACME… Va beh, forse questi ultimi no. Comunque, nonostante le leggi della chimica e del gusto dicano che le probabilità di schifezza fotonica siano altissime, incredibilmente le sue creazioni ardite per l’imbottigliatore Murray McDavid erano generalmente piuttosto buone. Speriamo lo sia anche questo Cragganmore di 15 anni, invecchiato in botti di bourbon e affinato in barili di syrah Côte-Rôtie Guigal.

csm_0_406695_cragg93md_fd5be5ea07N: il film è subito avvincente, il profilo è particolare… Inizia piuttosto vinoso, poi pian piano tende ad aprirsi su note fruttate più ‘urbane’ – senza che voglia dire alcunché, chiariamoci. Frutta rossa matura, con una venatura fresca, balsamica, che ci fa gridare alla Ricola al mirtillo o al ribes nero. Composta alla ciliegia, prugne rosse, cotognata, datteri. Brioche alla ciliegia e un po’ di pepe nero.

P: il vino si palesa in una paradossale dolcezza molto acida. Gelée ai frutti rossi ricoperte di cioccolato – e ci teniamo a dire che è Zucchetti a proporre quest’immagine, che riassume bene il cioccolato fondente, quasi astringente, e una mora o amarena in caramella. Pepe nero.

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Le gelee di frutta ricoperte di cui vaneggia Zucchetti sono realtà

F: frutti rossi enormi, infiniti, fragole amarene more lamponi mirtilli. Resta un che di bustina di tè dimenticata lì. Crema di marroni.

Molto carico, forse stucchevole alla lunga: è una strada di montagna, sale e scende e ti tiene sempre sul pezzo. Divisivo: a uno piace, all’altro no, per fortuna c’è Zucchetti che fa pendere la bilancia verso il sì, e la media dei tre voti è 84/100. Assaggiatelo, se lo trovate (ma non lo troverete, peccato). Grazie a Daniele per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Limp Bizkit feat Snoop Dogg – Red light, green light.

Knockando 1979 (1994, OB, 43%)

Pare brutto dirlo così, ma ce ne eravamo dimenticati, tipo quando vai in vacanza

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Quel maschio alfa di Charlie

e riparti dall’Autogrill lasciando la moglie alla toilette ebbro della tua Rustichella. Ecco, noi ci eravamo dimenticati del “Poggio scuro”. Questo significa Knockando in gaelico e indica una collinetta su cui quel virile sex symbol di Bonnie Prince Charlie fece tappa nel 1745 prima della battaglia di Culloden che segnò la fine della rivoluzione giacobita. Ad ogni modo, sul poggio dal 1898 si erge fiera l’omonima distilleria, che dopo un vortice di passaggi di proprietà oggi è nel portafoglio Diageo. La produzione è contenuta (1,4 milioni di litri l’anno) e per il 90% finisce nel blended J&B Rare. Curiosità: è una delle rare distillerie dello Speyside (e di Scozia) a imbottigliare per annata. Noi, nel tentativo di recuperare gli anni persi senza assaggiarne, oggi ci dedichiamo a un vintage 1979, che dopo 15 anni di invecchiamento la Justerini & Brooks allora proprietaria del marchio ha imbottigliato nel 1994 a 43 gradi. Bonnie Prince Charlie, facci compagnia!

N: che solidità. Un naso monolitico, abbastanza aromatico, con note fruttate evidenti (è tutta frutta gialla, soprattutto mela) e una torta di mele appena sfornata dalla nonna. Segue una ricca teoria di frutta secca, che ci ricorda i biscotti di noci e le castagne: ci folgora l’immagine dei cookies, con mandorle e gocce di cioccolato al latte. Una certa maltosità whiskosa netta e franca chiude il cerchio.

P: molto accogliente e coerente rispetto all’olfatto, con note di cioccolato bianco, di toffee, di biscotti alla frutta secca. È molto più cremoso di quanto il naso lasciasse presagire, ma mantiene la struttura inscalfibile del classico d’altri tempi. Liquirizia dolce a dare un piccolo twist. Poi torna la nostra amica mela, a forma di mela – inaspettatamente, eh?

F: non lunghissimo, molto maltoso, ancora biscotti alle noci e cioccolato al latte.

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Talvolta nevica in Scozia, sapete?

Un whisky che sa di whisky, ben fatto: e per fortuna! Tutta una generazione si è “formata” su bottiglie così, dove il cereale era l’unica divinità accettata. Qui si prende tutta la scena come in un one man show, lasciando le briciole alle comparse. 85/100, tutto al posto giusto ma senza quei guizzi che regalerebbero una complessità extra.

sottofondo musicale consigliato: Deftones – Change (in the house of flies)

Macallan ‘Rare Cask’ N.3 (2018, OB, 43%)

In vacanza a Dubai e non sai come spendere quei fastidiosi ultimi 5k di spiccioli? Passa da noi!

È oggettivamente buffo sapere che tanti appassionati di soldi (non di whisky: di soldi, avete letto bene) si gettano a capofitto su ogni nuovo Macallan che Iddio getta in terra, ed è particolarmente buffo che lo facciano per la serie Rare Cask. Senza voler essere sgarbati, sia chiaro, ma quanto può essere scorretto e disonesto intellettualmente mettere sul mercato ad almeno 260€ un imbottigliamento senza età dichiarata, con una tiratura da decine di migliaia di bottiglie, chiamandolo “Rare Cask“, facendo una serie il cui numero di batch riparte da 1 ogni anno? Dai, sembra una roba tipo “mandato zero“, quelle supercazzole francamente offensive per l’intelligenza umana, ma tant’è: queste versioni sono sold out dovunque, quindi chi ha ragione, chi le produce e le vende o chi semplicemente ne scrive? Insomma, pieni del torto che ci confà andiamo a recensire il batch #3 della serie Rare Cask di Macallan, composto da barili sia di quercia americana che europea. Buono a sapersi, eh.

N: molto profumato, molto aperto e aromatico, piuttosto ruffianone. C’è uno sherry molto succoso, molto fruttato, tra note di arancia rossa, di pesca (di tè alla pesca), di buccia di mela rossa. Uvetta. C’è pure la quota di ex-bourbon, con vaniglia evidente ma integrata: panettone? Caramella mou.

P: buono, l’ingresso è un po’ in punta di piedi, inizia beverino ed evolve verso la profondità. Crosta di panettone, arancia rossa, gelato Malaga. Crostata bruciacchiata. Non si può non menzionare il legno, con qualche punta speziata, forse chiodi di garofano. Tanto cioccolato al latte.

F: cacao, tè troppo infuso, uvetta; rivela una quota di artificiosità, virando sul secco e sul legnoso.

Facile, godereccio, piacione, il finale svela che qui c’è stata una bella operazione di ingegneria dei legni. Tutto bene, tutto legittimo, il whisky è obiettivamente piacevole, diciamo da 86/100. Tenendo conto di ciò, ne compreremmo mai una bottiglia? No.

Sottofondo musicale consigliato: Nick Cave – Leviathan.

Balvenie 15 yo ‘Single Barrel’ (2017, OB, 47,8%)

Ciao, sono Balvenie. E voi chi c**** siete?

Balvenie è una delle nostre distillerie del cuore: uno dei sette pilastri di Dufftown, uno dei whisky più rappresentativi dello stile ‘tradizionale’ (meglio: dello stereotipo dello stile tradizionale) dello Speyside, un whisky che difficilmente riuscirete a trovare deludente. L’enorme offerta ufficiale di Balvenie è nobilitata da diverse release di single cask: edizione standard, ma sempre diversa, spicca questo 15 anni ‘Single Barrel’ in sherry Oloroso. Oggi assaggiamo un barile imbottigliato nel 2017, ovvero il cask #11272, imbottigliato a 47,8%. Il colore, che colpevolmente citiamo di rado, è un rubino rubizzo rubacuori.

N: un barile ex-sherry molto scuro, schiacciante, polveroso… La prima patina è quasi di bacon, di certo di cuoio, cioccolato molto fondente, un po’ di polvere da sparo, tanto tabacco, spezie come cannella. Succo ai frutti rossi (quello artificiale, da supermercato), molto tamarindo. Come sempre espressivo, anche se scuro. More intense, frutta nera.

P: molto buono. Parte su note di liquirizia, alkermes, zuppa inglese, poi esplode una grande rotondità succosa, bilanciata da note di tannini molto equilibrate. La rotondità succosa è di more, succo di mirtilli, uva americana (l’acido dell’acino), ancora fave di cacao. Scompare il lato più sporco del naso, e va bene così.

F: molto lungo, godibilissimo, cioccolato fondente, amarene.

Molto buono, semplicemente, tutto quello che si può desiderare da un barile ex-sherry, il tutto supportato da un distillato sempre grasso e pieno, che non cede troppo spazio al legno. Equilibrio eccellente. Uno dei due però un po’ frigna, e dice che non è abbastanza Balvenie – ma solo perché era distratto da una fanciulla nel tavolo a fianco, cretedeci. 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: FKA Twigs – Cellophane.

Macduff 32 yo (1980/2012, Laida Weg, 48,3%)

Torniamo a parlare di Laida Weg, un albergo/resort visionario in fondo alla Val Sesia, ormai purtroppo chiuso da qualche anno… O meglio, torniamo a parlare del suo ex-proprietario, Flavio Tognon: grande appassionato di whisky e collezionista, all’epoca decise di dotare il nuovo hotel di un whisky bar che potesse fare invidia ai migliori alberghi d’Europa. Per raggiungere l’obiettivo, Tognon fece anche qualche imbottigliamento, in passato ne abbiamo già assaggiato qualcuno: oggi mettiamo il naso su un Macduff di 32 anni, distillato nel 1980 e imbottigliato nel 2012 a grado pieno. Grazie ad Alessandro che ci ha portato il sample, ormai tanto tempo fa…

N: volevate l’eleganza di un buon distillato lasciato per decenni in un buon barile? Eccola. È compattissimo, tutti gli aromi sono fusi assieme alla perfezione e sezionarli per una degustazione pare quasi un delitto. Subito c’è una tropicalità intensa e delicata al contempo, affinata: note di papaya (di succo di papaya), poi frutta molto matura. Una patina lieve di cera. Caramelle Rossana: il ripieno, però, tiene a sottolineare Corrado. Un sentore di limone. Punte erbacee, quasi mentolate, ci viene in mente il tè earl grey. Biscotti burrosi, latte e miele. Bouquet di fiori secchi. Fantastico.

P: al tavolo si sono sprecate le peggiori imprecazioni, tipiche del giubilo più sfrenato. Esplode una centrale nucleare di frutta tropicale, dimensione che si prende tutta la scena. È succosissimo, poco cremoso, con una devastazione di papaya, maracuja, goyaba, ananas… Biscotti al burro, tè freddo zuccherato, agrumi (bergamotto e un velo di albedo). Ancora floreale, diciamo convinti “gelsomino”. Ancora, fantastico.

F: lungo, persistente, ecco ancora frutta tropicale, ancora agrumi, shortbread…

È vellutato, lievissimo, succoso, con l’intensità del grado pieno e la bevibilità di un succhino da bere all’intervallo alle scuole medie. Straordinario, eccellente, vale ogni centesimo possibile (online si trova a un prezzo altino, a dir la verità, ma tant’è). 94/100. Delizioso, di whisky del genere ne berremmo a tazze, a colazione, a pranzo, a merenda. Magnifico.

Sottofondo musicale consigliato: Drake – Passionfruit.

Benrinnes 19 yo (1997/2017, Claxton’s, 51,5%)

Speriamo che questo signore sia andato in pensione

Dobbiamo ammettere che, per quanto qui e là ci piaccia atteggiarci da grammar nazi, stigmatizzando ogni errore, soprattutto quando riguarda agenzie di comunicazione pasticcione che lavorano per multinazionali amanti delle borsette (ehm), anche noi abbiamo i nostri problemi: e quello principale, non c’è verso, riguarda un imbottigliatore indipendente che apprezziamo molto oltretutto, cioè Claxton’s. Una volta su due lo scriviamo sbagliato, “Clanxton’s”, forse perché siamo schiavi dello stereotipo e quando pensiamo alla Scozia ci dobbiamo infilare dentro un Clan, chissà… Sta di fatto che stavolta siamo stati attenti: e dunque eccoci di fronte a un Benrinnes di Claxton’s (scritto giusto) invecchiato per 19 anni in un singolo barile ex-bourbon. In un altro momento vi parleremo della tripla distillazione parziale di Benrinnes – perché oh, fa caldo, dateci pace.

N: da subito si mostra molto Benrinnes, e dunque – nella nostra esperienza limitata – molto fruttato: quindi ecco una teoria di frutta fresca, con ananas, delle gustose prugne fresche, anche una lieve acidità da agrumi (arancia soprattutto). Miele, di quelli freschi e floreali; forse anche un che di menta selvatica. E scriviamo “selvatica” perché siamo degli amabili cialtroni. Marzapane. Non sapremmo trovare molto di più, ma quel che troviamo ci basta.

P: davvero esplosivo, molto coerente con il naso e molto compatto. Che piacevolezza! Pare un concentrato di frutta, esibendo ancora note di ananas, albicocche mature, mela e arancia. C’è anche qualcosa di goduriosamente cerealoso, forse fette biscottate? Un pit di pepe bianco. Cioccolato bianco, a testimoniare una dolce grassezza.

F: molto fresco, con eruzioni balsamiche. Sarà la suggestione dataci da Angelo, ma ci pare di trovare una lievissima salinità.

Mentiremmo se dicessimo di aver trovato il Sacro Graal della complessità: ma mentiremmo anche se sminuisismo la grandezza di questo whisky, che è – semplicemente – piacevolissimo da bere. Fruttato, dolcino, con note erbacee e lievemente balsamiche a rinfrescare il tutto. Perfetto per l’estate, e siccome è estate, beh: bevetelo. 88/100. In vendita su Whiskyitaly, che peraltro lo importa in Italia.

Sottofondo musicale consigliato: Anderson .Paak – Parking Lot.

Glen Moray 18 yo (2018, OB, 47,2%)

“per me si va nella warehouse dolente”

Il nostro giretto per lo Spirit of Speyside dell’anno scorso ci aveva lasciato sensazioni contrastanti sulle sorte magnifiche e progressive dello scotch, ma di sicuro avevamo molto apprezzato l’atteggiamento di Glen Moray, distilleria (francamente bruttarella, ma non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace, lo sapete) di Elgin: ospitalità, piacere di accogliere i turisti, bacon a profusione ad ogni ora del giorno, whisky flights e single cask hand-filled a prezzi ragionevoli… Insomma, tanto cuore. Oggi assaggiamo il 18 anni ufficiale, maturato esclusivamente in American Oak First fill.

N: mela rossa glassata, brioche alla marmellata (marmellata di fragole, se dovessimo sbilanciarci – e in fondo è il nostro sito, se non ci sbilanciamo qui), zucchero bruciato, un po’ di frutta cotta (mela soprattutto) poi timidi sentori di frutta rossa (in crescita per la verità, fragoline di bosco, diremmo). Pastafrolla, biscotti al burro. Note di lucido per legno, con sentori forti ma molto moderni.

P: molto coerente, si sente forse un po’ più la vaniglia rispetto al naso, ma come profilo resta molto fruttato. Mela in ogni sua forma, ancora frutta cotta, uvetta. Resta un senso di ‘molto semplice e costruito’. Non sgradevole, intendiamoci, ma un po’ pesantino alla lunga.

F: si raccoglie un po’ a sorpresa su una nota leggermente amarognola e speziata, di legno tostato e cannella. Per il resto ancora tanta tanta mela.

È ben fatto, nulla si può dire di male: rotondo, morbido, piacione e senza dubbio molto carico. Resta la sensazione di monodimensionalità, non ha evoluzione, e a dirla tutta alla lunga probabilmente finisce per stufare un poco… Ma sia chiaro, a 80€ è un diciottenne più che competitivo, piacerà alla gente cui piacerà: con questa criptica e insensata chiusa, ci avviamo al voto che sarà 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Wu-Tang Clan – Bells of War.

Glentauchers 20 yo (2018, Chorlton Whisky, 50,9%)

Glentauchers è una delle realtà meglio nascoste di tutta la Scozia. La distilleria avrebbe anche un secolo di storia alle spalle, con un solo buco produttivo dal 1985 al 1992, ma il suo ruolo è sempre stato quello di umile gregario per la produzione di whisky di malto (circa 4 milioni di litri di new make spirit l’anno, mica bruscolini) da destinare ai blenders, prima Black & White e Buchanan’s, oggi Ballantine’s. E così gli imbottigliamenti ufficiali si contano sulle dita di una mano, fatto che ha portato Glentauchers a esercitare un certo fascino presso i feticisti del whisky dello Speyside. Inoltre pare che Glentauchers oggi venga utlizzata da Chivas per fare training ai nuovi distillatori e che per questa ragione molti processi siano stati poco o nulla intaccati dall’automazione informatica che negli ultimi anni ha cambiato il modo di fare whisky. Ora non c’è bisogno di spiegare quanto un whisky nerd possa eccitarsi di fronte a una manopolina girata a mano invece che con un pulsante, no? A dire la verità negli ultimi tempi questo prurito incessante di scoprire Glentauchers può essere placato con sempre maggiore facilità grazie al lavoro degli imbottigliatori indipendenti, che hanno iniziato a proporre la distilleria con buona frequenza sotto forma di single cask. Tra questi, sicuramente c’è anche l’imbottigliatore di Manchester, Chorlton Whisky. La prova? Abbiamo un 20 anni invecchiato in refill bourbon barrel nel bicchiere. E ora ce lo beviamo pure.

196519-bigN: semplicemente ottimo, con la frutta grandissima protagonista di una maturazione “ragionata”, non accelerata. La frutta sugli scudi, si diceva: albicocca, macedonia di frutta estiva, mele, pere… Tutto molto maturo, tutto molto squadernato; e se dicessimo addirittura kiwi e cedro, saremmo matti? Tende alla buccia di frutta, forse buccia di mela rossa. Poi, un’anima burrosa: proprio burro fresco, e una zuccherinità quasi astratta, da zucchero a velo, pan di Spagna. Ci sono anche note erbacee, lievemente balsamiche, davvero al top. Oh, poi vi garantiamo che non siamo ubriachi: c’è pure un cenno di salamoia, olive nere.

P: che buono, che golosità! Il corpo è pieno, grasso, oleoso e masticabile, ma il whisky è agile e fresco al contempo. La prima immagine che ci travolge è quella di un ciambellone con la frutta candita dentro; poi frutta, tanta frutta matura, ancora macedonia, ancora mela. Pasta di mandorle. Quanto all’agilità e alla freschezza, eccoci: una grande agrumatura, limone zuccherato?, o forse meglio lime. C’è poi una mineralità erbacea molto particolare, rinfrescante. Delizioso.

F: lungo, persistente, tutto su burro, crema e frutta gialla, con venature ancora erbacee.

Ora noi non sappiamo quanti barili di whisky con queste caratteristiche stiano in questo momento riposando nelle warehouse di tutto lo Speyside. Di sicuro però sono tanti, migliaia, decine di migliaia, e la cosa ci conforta molto perché immediatamente capiamo che per quanto il mondo del whisky possa andare nella direzione di una sempre maggiore standardizzazione della qualità, finchè ci sarannno single cask come questo acquistabili a prezzi decenti dall’indipendent bottler di turno, noi berremo sempre alla grande, col sorriso beato che si allarga sul bicchiere, continuando a scoprire gemme nascoste e nuove storie di distillerie fino a ieri rimaste nell’ombra. Applausi e 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Astrud GilbertoTake it easy my brother Charlie