Glen Moray 18 yo (2018, OB, 47,2%)

“per me si va nella warehouse dolente”

Il nostro giretto per lo Spirit of Speyside dell’anno scorso ci aveva lasciato sensazioni contrastanti sulle sorte magnifiche e progressive dello scotch, ma di sicuro avevamo molto apprezzato l’atteggiamento di Glen Moray, distilleria (francamente bruttarella, ma non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace, lo sapete) di Elgin: ospitalità, piacere di accogliere i turisti, bacon a profusione ad ogni ora del giorno, whisky flights e single cask hand-filled a prezzi ragionevoli… Insomma, tanto cuore. Oggi assaggiamo il 18 anni ufficiale, maturato esclusivamente in American Oak First fill.

N: mela rossa glassata, brioche alla marmellata (marmellata di fragole, se dovessimo sbilanciarci – e in fondo è il nostro sito, se non ci sbilanciamo qui), zucchero bruciato, un po’ di frutta cotta (mela soprattutto) poi timidi sentori di frutta rossa (in crescita per la verità, fragoline di bosco, diremmo). Pastafrolla, biscotti al burro. Note di lucido per legno, con sentori forti ma molto moderni.

P: molto coerente, si sente forse un po’ più la vaniglia rispetto al naso, ma come profilo resta molto fruttato. Mela in ogni sua forma, ancora frutta cotta, uvetta. Resta un senso di ‘molto semplice e costruito’. Non sgradevole, intendiamoci, ma un po’ pesantino alla lunga.

F: si raccoglie un po’ a sorpresa su una nota leggermente amarognola e speziata, di legno tostato e cannella. Per il resto ancora tanta tanta mela.

È ben fatto, nulla si può dire di male: rotondo, morbido, piacione e senza dubbio molto carico. Resta la sensazione di monodimensionalità, non ha evoluzione, e a dirla tutta alla lunga probabilmente finisce per stufare un poco… Ma sia chiaro, a 80€ è un diciottenne più che competitivo, piacerà alla gente cui piacerà: con questa criptica e insensata chiusa, ci avviamo al voto che sarà 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Wu-Tang Clan – Bells of War.

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Glentauchers 20 yo (2018, Chorlton Whisky, 50,9%)

Glentauchers è una delle realtà meglio nascoste di tutta la Scozia. La distilleria avrebbe anche un secolo di storia alle spalle, con un solo buco produttivo dal 1985 al 1992, ma il suo ruolo è sempre stato quello di umile gregario per la produzione di whisky di malto (circa 4 milioni di litri di new make spirit l’anno, mica bruscolini) da destinare ai blenders, prima Black & White e Buchanan’s, oggi Ballantine’s. E così gli imbottigliamenti ufficiali si contano sulle dita di una mano, fatto che ha portato Glentauchers a esercitare un certo fascino presso i feticisti del whisky dello Speyside. Inoltre pare che Glentauchers oggi venga utlizzata da Chivas per fare training ai nuovi distillatori e che per questa ragione molti processi siano stati poco o nulla intaccati dall’automazione informatica che negli ultimi anni ha cambiato il modo di fare whisky. Ora non c’è bisogno di spiegare quanto un whisky nerd possa eccitarsi di fronte a una manopolina girata a mano invece che con un pulsante, no? A dire la verità negli ultimi tempi questo prurito incessante di scoprire Glentauchers può essere placato con sempre maggiore facilità grazie al lavoro degli imbottigliatori indipendenti, che hanno iniziato a proporre la distilleria con buona frequenza sotto forma di single cask. Tra questi, sicuramente c’è anche l’imbottigliatore di Manchester, Chorlton Whisky. La prova? Abbiamo un 20 anni invecchiato in refill bourbon barrel nel bicchiere. E ora ce lo beviamo pure.

196519-bigN: semplicemente ottimo, con la frutta grandissima protagonista di una maturazione “ragionata”, non accelerata. La frutta sugli scudi, si diceva: albicocca, macedonia di frutta estiva, mele, pere… Tutto molto maturo, tutto molto squadernato; e se dicessimo addirittura kiwi e cedro, saremmo matti? Tende alla buccia di frutta, forse buccia di mela rossa. Poi, un’anima burrosa: proprio burro fresco, e una zuccherinità quasi astratta, da zucchero a velo, pan di Spagna. Ci sono anche note erbacee, lievemente balsamiche, davvero al top. Oh, poi vi garantiamo che non siamo ubriachi: c’è pure un cenno di salamoia, olive nere.

P: che buono, che golosità! Il corpo è pieno, grasso, oleoso e masticabile, ma il whisky è agile e fresco al contempo. La prima immagine che ci travolge è quella di un ciambellone con la frutta candita dentro; poi frutta, tanta frutta matura, ancora macedonia, ancora mela. Pasta di mandorle. Quanto all’agilità e alla freschezza, eccoci: una grande agrumatura, limone zuccherato?, o forse meglio lime. C’è poi una mineralità erbacea molto particolare, rinfrescante. Delizioso.

F: lungo, persistente, tutto su burro, crema e frutta gialla, con venature ancora erbacee.

Ora noi non sappiamo quanti barili di whisky con queste caratteristiche stiano in questo momento riposando nelle warehouse di tutto lo Speyside. Di sicuro però sono tanti, migliaia, decine di migliaia, e la cosa ci conforta molto perché immediatamente capiamo che per quanto il mondo del whisky possa andare nella direzione di una sempre maggiore standardizzazione della qualità, finchè ci sarannno single cask come questo acquistabili a prezzi decenti dall’indipendent bottler di turno, noi berremo sempre alla grande, col sorriso beato che si allarga sul bicchiere, continuando a scoprire gemme nascoste e nuove storie di distillerie fino a ieri rimaste nell’ombra. Applausi e 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Astrud GilbertoTake it easy my brother Charlie

Macallan Edition No.4 (2018, OB, 48,4%)

Ormai è francamente difficile star dietro alla gran messe di imbottigliamenti senza età dichiarata messi sul mercato da Macallan: non ci sarebbe niente di male, se non fosse che generalmente, dato che The Macallan è “brand di lusso” e non più (o non più solo) “grande distilleria di whisky”, queste bottiglie escono a prezzi obiettivamente insensati e restano ostaggio dei flippers, che le rivendono ad altri flippers, eccetera eccetera. Niente di male, niente di illegittimo, per carità: la tendenza delle aste recenti però mostra bene come il mercato si stia iniziando a stufare di questi atteggiamenti, e insomma, staremo a vedere. Oggi assaggiamo una versione tra le più ‘accessibili’, l’Edition n.4: si tratta di un’edizione limitata, limitatissima anzi, a sole 300.000 bottiglie (…), ed è maturata in… tenetevi forte, sedetevi, fate un respirone… European/American Oak refill butts, European/American Oak refill hogsheads, American Oak first fill Vasyma hogsheads, European Oak first fill Diego Martin Rosado butts, European Oak first fill Jose Y Miguel Martin butts, European Oak first fill Tevasa butts/puncheons e infine European Oak first fill Tevasa hogsheads. Ok, grazie per la trasparenza, Macallan. L’intera linea delle Editions verte proprio sull’importanza del legno per Macallan: avevamo assaggiato l’Edition n.2 e ci era piaciuta molto, nonostante tutto, quindi stiamo a vedere. Come quell’altra volta, ringraziamo Marco Callegari e Velier per il campione.

N: è un profilo molto ‘marrone’, e con questo non siate maliziosi nel trarre conclusioni affrettate. C’è qualcosa di molto appiccicoso, bruciato: caramello, crosta di torta di mele bruciacchiata, melassa. Si spinge poi ancora più un profondità con carruba e foglia di tabacco, fichi secchi, e a tratti si fa torrido (oh, l’avevamo scritto così in bozza, abbiate pietà, qualsiasi cosa voglia dire). Banoffie pie, se conoscete questa aberrazione britannica. Noce di Pecan, a restituire come una densità da bourbon. Arancia rossa un poco rancida: un’arancida?

P: il corpo è buono, la gradazione sostenuta si svela inavvertita, e l’attacco è dominato da sapori molto intensi: ancora caramello, carruba, marmellata di arancia amara (un’arancida amarcia, forse, a questo punto?), crostata bruciacchiata, banana caramellata, ancora forse qualcosa di tabaccoso. Si sente il legno, con spezie varie e foglie di tabacco. C’è però un qualcosa di strano, con un’acidità quasi da salsa agrodolce.

F: non lunghissimo, intenso però, con legno, carruba e arancia.

Il discorso, purtroppo, è il solito: se mi scrivi 7 anni e me lo fai pagare 40€, lo apprezzo; se me lo fai pagare 130, non mi dici l’età e te la meni, mi trovo costretto a penalizzarlo. Il rapporto qualità/prezzo non è certo dei migliori, ma comunque, intendiamoci, si lascia bere piacevolmente: e in fondo se sei miliardario, una bottiglia da 130€ è fascia da entry-level, con i whisky da 40€ ci fai lavare i cessi alla servitù, probabilmente. Fossimo in Macallan staremmo a meditare un po’ sul futuro: come insegna quel tale “la reputazione di oggi sono le vendite di domani”, e come insegna quell’altro “la reputazione di un brand è quel che la gente dice quando non sei nella stanza”. Comunque, 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Sfera Ebbasta – Ricchi x sempre.

Glen Grant 22 yo (1995/2017, Signatory Vintage, 49,9%)

Tempo fa abbiamo fatto visita al Velier Inventorum, uno spazio nel pieno centro di Milano che Velier, storico importatore genovese, ha destinato agli incontri ‘istituzionali’ per presentare i propri prodotti a stampa e professionisti. Noi abbiamo approfittato dell’invito di Marco Callegari e abbiamo trascorso un ottimo pomeriggio ad alta gradazione, tra whisky di tutto il mondo, Chartreuse, mezcal, rum… I ricordi sono confusi: per fortuna abbiamo la sana abitudine di portare con noi dei sample per poter riassaggiare a casa qualcosa, e oggi questo qualcosa è un single cask di Glen Grant imbottigliato da Signatory Vintage dopo 22 anni di invecchiamento.

N: molto aperto, intenso e invitante: osiamo dire sontuoso nel suo profilo fruttato da Speysider maturo in bourbon. Tantissima frutta: in particolare esplode la mela, gialla e verde, anche albicocca (anzi: proprio marmellata di albicocca, pardon, confettura). Poi pasticceria: ciambellone, crema pasticciera. Cereali caldi e biscotti secchi (oro saiwa, anzi: gli Zalet!, i biscotti di malto e miele millefiori). Non troppo complesso, intendiamoci, ma piacevolissimo e godurioso.

P: la gradazione non passa inavvertita, ma porta esplosività. Partono fiammate di frutta: albicocca e mela gialla, pera: tutta frutta matura, intensa, una macedonia estiva. Ci sono poi venature più ‘scure’, con frutta secca (nocciola), miele. Rispetto al naso, cede in cremosità: ma la vaniglia si sente fin dall’inizio.

F: tende a chiudersi un poco, tra frutta secca (forse noce?, o mandorla?), spezie del legno… Tende all’amaricante – rispetto alla lussuriosa dolcezza del palato. Pepe bianco.

Un “whisky troione” (cit. Angelo) al naso, ai limiti dell’eccessivo, che però si raffina al palato, guadagnando un’inattesa sobrietà, e finisce per tirar fuori il legno perdendo un po’ quella dimensione sontuosamente fruttata che andava promettendo. Ottimo, ragazzi non snobbate Glen Grant solo perché Michele ve l’ha rovinato in gioventù: fanno un whisky delizioso. 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Drugdealer feat. Weyes Blood – The end of comedy.

Benromach 2008 (2016, OB for Meregalli, 61%)

stiamo ancora aspettando il World Press Photo per questo scatto

Non sono molto comuni i single cask di Benromach, la distilleria di proprietà di Gordon & MacPhail cui vogliamo tanto, tanto bene: il distributore italiano, Meregalli, è riuscito nell’impresa di portarsene a casa uno alla fine del 2016, noi abbiamo avuto bisogno di due anni e mezzo per riprenderci dalla notizia ed ora, finalmente, lo assaggiamo. Non è vero, siamo solo molto lenti. Si tratta di un barile ex-bourbon a primo riempimento, invecchiato 8 anni e imbottigliato alla gradazione contundente di 61%.

N: decisamente molto alcol. Eccolo che esordisce su dei sentori di polvere da sparo/ardesia e di pancetta, molto sporco. Si sentono note di frutta bianca, di zucchero a velo e vaniglia, ma questa patina dolce è come schiacciata da sentori vegetali, come di clorofilla, o di cartone, carta. Nudo, distillatoso, molto alcolico, e con emersioni di vaniglia qui e là. Mah.

P: alcolicissimo, tanto aggressivo. Poi molto torbato, di una torba chimica; ancora poi quella sensazione vegetale, di cartone o di erba un po’ secca, poi una zuccherinità estrema e però pura – appunto, zucchero bianco intensissimo. L’acqua è necessaria: la torba resta intensissima e chimica, e la dolcezza esplode sulla vaniglia – ma niente di più, come sentore.

F: torba, smog, fumo e pane, con una spruzzata di vaniglia.

Il distillato di Benromach, spigoloso e pieno di personalità, si conferma essere una brutta bestia, difficile da addomesticare. Non possiamo dire che questa bevuta sia compiutamente ‘piacevole’, anzi è piuttosto ostica, soprattutto per una gradazione che si fa sentire fin troppo. Con acqua – ribadiamo, necessaria come il lieto fine in una commedia hollywoodiana – diventa piacevole, ma un po’ semplice e immaturo, se dobbiamo dirla tutta. Non sarà un mezzo passo falso a scalfire il nostro amore per Benromach, comunque: si sappia. 81/100.

Sottofondo musicale consigliato: Bluvertigo – Cieli neri.

Longmorn 28 yo (1989/2017, Valinch & Mallet, 45,4%)

belli come il sole

Se ricordate, qualche anno fa erano molto comuni i Longmorn indipendenti: se ne trovavano di frequente, e i broker erano pieni di barili da vendere. Di recente la tendenza ha visto una frenata, e ora sono molto più comuni nomi meno noti, di distillerie meno conosciute – che così diventeranno più familiari agli appassionati, e così via. Di fronte a questa grande metafora del ciclo della vita (eh?), noi tiriamo fuori dal cappello proprio un Longmorn del 1989, selezionato e imbottigliato dai prodi Valinch & Mallet nell’ormai preistorico 2017.

N: ha due lati, che si alternano in maniera equa ed equamente schizofrenica: uno, più educato e quasi austero, tra il panino al latte e il limone candito; l’altro, invece, che mostra un’esuberanza di frutta tropicale essiccata dall’alto contenuto zuccherino (papaya e ananas). Una nota di uvetta burrosa e di gelato ci fa pensare al gusto Malaga – pian piano evolve, mostrandosi sempre più pieno.

P: anche qui molto educato, diviso tra la vaniglia, ancora il panino al latte e una frutta gialla che guarda alla tropicalità (qui sul cocco). Certo, nessuna di queste anime prevale, e complessivamente il profilo è abbastanza timido, e sconta forse il fatto di non avere una dimensione cremosa. Molto tagliente, molto thin: va facendosi erbaceo pian piano, con una netta menta verso il finale.

F: frutta secca e cocco, di medie lunghezza e intensità.

Diciamo che mostra i segni di un whisky quasi trentenne, con note tropicali così evolute e, nella nostra esperienza, così tipiche dei Longmorn appena un poco agée. Resta però a metà strada, un po’ troppo magro per le nostre aspettative e un po’ troppo erbaceo per risultare pienamente fruttatone, nonostante un naso assai promettente: siamo incontentabili, l’avremmo preferito più ruffiano, soprattutto al palato – e comunque ce ne berremmo a litrate. 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Prodigy – Serial thrilla.

Craigellachie 17 yo (2018, OB, 46%)

Non da molto è arrivato in Italia Craigellachie 17, la versione di età intermedia del core range della distilleria di… Craigellachie. E Craigellachie, voi lo sapete, è una delle cittadine più gustose dello Speyside, non foss’altro per il fatto che ospita due tra i migliori whisky bar di Scozia, l’Highlander Inn e il mitico Quaich Bar! Il 17 anni, versione intermedia nel range di distilleria, è maturato in una miscela di botti ex-bourbon ed ex-sherry, in proporzioni a noi ignote. Ma tante sono le cose che non sappiamo, giusto?, questa è solo una in più.

N: molto aperto e piacevole, cereale caldo e croccante, con una mineralità cerealosa; mele in mille forme (mela caramellata su stecco durante le rievocazioni medievali, dice Giacomo, prendetevela con lui; tarte tatin, mele candite, ma anche e soprattutto mela fresca, appena tagliata). “Sa di colazione”, suggestiona Zucchetti. Caramello, Ciocorì bianco, marzapane. Molto piacevole, da prima mattina, in effetti.

P: corposo, avvolgente, molto convincente. Cioccolato bianco, shortbread al burro, ancora una mela infinita e multiforme come l’ingegno di Odisseo. Una venatura agrumata (olii essenziali di arancia), con speziette zenzerose; anche chiodi di garofano, dice Angelo.

F: lungo e persistente, ancora burro, uvetta, punte speziate e minerali. Un che di zenzero.

A livello di descrittori potrebbe sembrare un dolcione, e invece ha un suo bilanciamento, una sua ‘secchezza’ da scotch che lo tiene in ottimo equilibrio, pur senza permettere di gridare al capolavoro assoluto. Una bevuta adulta, piacevole, che non ti farà volare via ma che ci volete fare: di questi tempi anche stare coi piedi ben piantati in terra appare un’opzione non così malvagia. 86/100, consigliato: un whisky che sa di whisky.

Sottofondo musicale consigliato: C’mon Tigre – Behold the man.

Spey ‘Trutina’ Cask Strength (2018, OB, 59,8%)

è una persona seria, a dispetto delle apparenze (scusaci Fabio)

Una sera qualsiasi di fine dicembre, vacanze di Natale, freddo, locali quasi tutti chiusi, cene e pranzi abbondanti da smaltire. Torna un amico dalla Germania, lo invitiamo a bere una cosa assieme al Mulligans, storico covo milanese di whiskofili: e mentre siamo lì a sbevazzare, ecco l’epifania di Fabio Ermoli, importatore e imbottigliatore coi baffi. Si ferma al tavolo, si beve insieme, si chiacchiera di polimerizzazione e di gossip scozzese: e prima di andarsene, ci lascia sul tavolo una nuova uscita di SPEY, il single malt della Speyside distillery (indovinate la zona di provenienza?) – Trutina Cask Strength, edizione limitata esclusivamente invecchiata in botti ex-bourbon first fill e imbottigliata a grado pieno, da non confondersi con Trutina a 46%, lanciata nel 2016. Noi, che siamo affetti da pigrizia cronica, abbiamo atteso qualche settimana: ora però è giunto il momento di bere.

N: al primo impatto Angelo dice “un whisky agricole”, e ha ragione. Molto ‘nudo’, selvaggio: presumibilmente giovane, anche se è una gioventù vissuta con sprezzatura e coscienza di sé. Note fruttate molto verdi, piacevoli: kiwi, pera kaiser, mele gialle. Un sentore di lime. Nette appaiono le note di zenzero. Man mano che prende un po’ d’aria si apre, con note più calde come biscotti al burro, butterscotch. Qualche sentore di solvente a grado pieno, con acqua svanisce tutto.

P: intenso, ovviamente un po’ aggressivo a livello alcolico vista la gradazione. Mele cotte e zenzero, molto fruttato (curiosamente, ci vien da pensare alle prugne), vaniglia, torta al limone… Anzi, l’inconscio di Corrado, che beve con noi, dice: torta al lime. Mele e pere a go go, poi tanta crema di pere (purea di). Molto coerente con il naso, tutto sommato, ottimo bilanciamento tra acidità e dolcezza, tra barile e distillato.

F: agrumi e zucchero, succo di pompelmo zuccherato. Semplice, se vogliamo, ma davvero molto piacevole.

Eravamo abituati a pensare a SPEY come a un single malt un po’ anonimo, se dobbiamo essere sinceri, e i vari imbottigliamenti ufficiali in sherry che avevamo assaggiato non ci avevamo fatto gridare al miracolo, diciamo. In questo caso lo stile è piuttosto diverso, Trutina è molto nudo e per la prima volta ci troviamo pienamente convinti: un whisky onesto, pulito, molto intenso e senza fronzoli, senza pesante maquillage, come piace a noi. E infatti ci piace, 85/100. Tra le altre cose, costa il giusto (visto intorno alle 60€ online). Grazie infinite a Fabio per l’abbondante omaggio.

Sottofondo musicale consigliato: Diane Tell – Souvent longtemps énormément.

GlenAllachie 25 yo (2018, OB, 48%)

Dopo aver assaggiato il 12 anni ufficiale di GlenAllachie, eccoci alle prese con la versione più invecchiata del core range da poco rilanciato da quel vecchio volpone di Billy Walker, leggenda ambulante del mondo del whisky scozzese. Si tratta di un 25 anni, mix di barili ex-bourbon ed ex-sherry Oloroso e Pedro Ximenez, messi in vetro a 48%. Sarà un whisky massiccio e convincente come un destro di Piatek o deboluccio e molliccio come gli addominali di Higuain? Vediamo.

N: tutti questi Glenallachie hanno come primissima nota un che di lievito, lievito di birra, impasto del pane… cosa che decisamente stupisce, su un 25 anni! Cacao amaro. Arriva poi ananas disidratato, ancora frutta essiccata (diremmo soprattutto scorza d’arancia); forse un pit di tropicalità, a sorpresa? Torta all’uvetta, anzi: plumcake all’uvetta, ciambellone. Aceto di sherry?

P: ricco di sapore, colpisce con un’acuminata dolcezza acida, ancora con molta arancia in varia natura (forse perfino del limone?, anzi: yogurt al limone). Le botti portano uvetta e una certa dolcezza appunto, ma persiste un’acidità molto particolare da distillato, da lieviti, da birra, da pane (pane nero?). Cioccolato amaro, ancora, e nocciole (gheriglio di nocciola).

F: non lunghissimo, procede verso l’amaro (di cereale, chicco d’orzo) e con qualche sentore di legno caldo, e ancora frutta e gherigli multiformi.

Interessante, soprattutto colpisce la coerenza dello stile: a più del doppio dell’età del dodicenne assaggiato ieri resta evidente una certa acidità da lievito che fa da fil rouge nell’intero core range di GlenAllachie. Che poi la cosa possa essere divisiva, questo è tutt’altro discorso; certo è che si tratta di un buon whisky, magari non di devastante complessità e forse non sempre del tutto appagante, ma di certo non si può non applaudire all’operazione e sperare in magnifiche sorti e progressive: intanto, 85/100. Grazie a Fabio e Matteo per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Fela Kuti – Water no get enemy.

GlenAllachie 12 yo (2018, OB, 46%)

Vi abbiamo già raccontato qui, con gran copia di fiorellini retorici (e citazioni para-sanremesi importanti, e un sottofondo musicale di rara memorabilità, ma come fareste se non ci fossimo, mah), la storia di GlenAllachie, distilleria da poco acquistata e rilanciata da Billy Walker; finora avevamo assaggiato solo il 10 anni Cask Strength, in questi giorni proviamo le due versioni agli estremi del core range, ovvero il 12 e il 25 anni. Iniziamo, come si conviene, dal giovincello, che sembra essere miscela di barili ex-Sherry Oloroso e Pedro Ximenez e con una quota di Virgin Oak (ahia).

N: le primissime note, ancorché curiose (ma prendetevela con noi e con la nostra malsana memoria aromatica) sono di dentifricio per bambini, a testimoniare una dolcezza molto pronunciata e un qualcosa di lievemente balsamico, erbaceo. Frutta cotta: prugne e mele gialle. Banana verde anche, che ci fa pensare a un’acidità da fermentato, poi lievitosa, come se fosse più giovane di quel che è. Pasta di mandorle.

P: l’ingresso è quasi timido, ma rivela poi un whisky molto fruttato, tutto giocato su frutta cotta (mele e uvetta), ancora pasta di mandorle. Perfino un qualcosa di nocciolato, anzi: si tratta proprio di olio di mandorle. Essenza d’arancia. Dolce e semplice, beverino assai.

F: inaspettatamente lungo, anche se riemerge quel senso di lievito un po’ così. Mandorle, zenzero e un touch amaricante (…) di legno.

Billy Billy, quante ne sai, quante ne combini! Così, a caso. L’impatto con questo 12 anni è coerente con le sensazioni avute assaggiando il 10 Cask Strength, notiamo sempre quell’acidità da distillato non del tutto ‘coperta’ dai barili, pure qui piuttosto attivi – e non sapremmo se nelle intenzioni si voleva coprirla o meno, ad ogni modo. 81/100 è il numero, per un entry level che piacerà sia agli amanti della frutta molto pronunciata che a quelli della nudità del whisky, ma che a nostro irrimediabile giudizio (eh?) difetta forse un poco in eleganza.

Sottofondo musicale consigliato: Kokoro – Abusey Junction.