Spey ‘Trutina’ Cask Strength (2018, OB, 59,8%)

è una persona seria, a dispetto delle apparenze (scusaci Fabio)

Una sera qualsiasi di fine dicembre, vacanze di Natale, freddo, locali quasi tutti chiusi, cene e pranzi abbondanti da smaltire. Torna un amico dalla Germania, lo invitiamo a bere una cosa assieme al Mulligans, storico covo milanese di whiskofili: e mentre siamo lì a sbevazzare, ecco l’epifania di Fabio Ermoli, importatore e imbottigliatore coi baffi. Si ferma al tavolo, si beve insieme, si chiacchiera di polimerizzazione e di gossip scozzese: e prima di andarsene, ci lascia sul tavolo una nuova uscita di SPEY, il single malt della Speyside distillery (indovinate la zona di provenienza?) – Trutina Cask Strength, edizione limitata esclusivamente invecchiata in botti ex-bourbon first fill e imbottigliata a grado pieno, da non confondersi con Trutina a 46%, lanciata nel 2016. Noi, che siamo affetti da pigrizia cronica, abbiamo atteso qualche settimana: ora però è giunto il momento di bere.

N: al primo impatto Angelo dice “un whisky agricole”, e ha ragione. Molto ‘nudo’, selvaggio: presumibilmente giovane, anche se è una gioventù vissuta con sprezzatura e coscienza di sé. Note fruttate molto verdi, piacevoli: kiwi, pera kaiser, mele gialle. Un sentore di lime. Nette appaiono le note di zenzero. Man mano che prende un po’ d’aria si apre, con note più calde come biscotti al burro, butterscotch. Qualche sentore di solvente a grado pieno, con acqua svanisce tutto.

P: intenso, ovviamente un po’ aggressivo a livello alcolico vista la gradazione. Mele cotte e zenzero, molto fruttato (curiosamente, ci vien da pensare alle prugne), vaniglia, torta al limone… Anzi, l’inconscio di Corrado, che beve con noi, dice: torta al lime. Mele e pere a go go, poi tanta crema di pere (purea di). Molto coerente con il naso, tutto sommato, ottimo bilanciamento tra acidità e dolcezza, tra barile e distillato.

F: agrumi e zucchero, succo di pompelmo zuccherato. Semplice, se vogliamo, ma davvero molto piacevole.

Eravamo abituati a pensare a SPEY come a un single malt un po’ anonimo, se dobbiamo essere sinceri, e i vari imbottigliamenti ufficiali in sherry che avevamo assaggiato non ci avevamo fatto gridare al miracolo, diciamo. In questo caso lo stile è piuttosto diverso, Trutina è molto nudo e per la prima volta ci troviamo pienamente convinti: un whisky onesto, pulito, molto intenso e senza fronzoli, senza pesante maquillage, come piace a noi. E infatti ci piace, 85/100. Tra le altre cose, costa il giusto (visto intorno alle 60€ online). Grazie infinite a Fabio per l’abbondante omaggio.

Sottofondo musicale consigliato: Diane Tell – Souvent longtemps énormément.

GlenAllachie 25 yo (2018, OB, 48%)

Dopo aver assaggiato il 12 anni ufficiale di GlenAllachie, eccoci alle prese con la versione più invecchiata del core range da poco rilanciato da quel vecchio volpone di Billy Walker, leggenda ambulante del mondo del whisky scozzese. Si tratta di un 25 anni, mix di barili ex-bourbon ed ex-sherry Oloroso e Pedro Ximenez, messi in vetro a 48%. Sarà un whisky massiccio e convincente come un destro di Piatek o deboluccio e molliccio come gli addominali di Higuain? Vediamo.

N: tutti questi Glenallachie hanno come primissima nota un che di lievito, lievito di birra, impasto del pane… cosa che decisamente stupisce, su un 25 anni! Cacao amaro. Arriva poi ananas disidratato, ancora frutta essiccata (diremmo soprattutto scorza d’arancia); forse un pit di tropicalità, a sorpresa? Torta all’uvetta, anzi: plumcake all’uvetta, ciambellone. Aceto di sherry?

P: ricco di sapore, colpisce con un’acuminata dolcezza acida, ancora con molta arancia in varia natura (forse perfino del limone?, anzi: yogurt al limone). Le botti portano uvetta e una certa dolcezza appunto, ma persiste un’acidità molto particolare da distillato, da lieviti, da birra, da pane (pane nero?). Cioccolato amaro, ancora, e nocciole (gheriglio di nocciola).

F: non lunghissimo, procede verso l’amaro (di cereale, chicco d’orzo) e con qualche sentore di legno caldo, e ancora frutta e gherigli multiformi.

Interessante, soprattutto colpisce la coerenza dello stile: a più del doppio dell’età del dodicenne assaggiato ieri resta evidente una certa acidità da lievito che fa da fil rouge nell’intero core range di GlenAllachie. Che poi la cosa possa essere divisiva, questo è tutt’altro discorso; certo è che si tratta di un buon whisky, magari non di devastante complessità e forse non sempre del tutto appagante, ma di certo non si può non applaudire all’operazione e sperare in magnifiche sorti e progressive: intanto, 85/100. Grazie a Fabio e Matteo per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Fela Kuti – Water no get enemy.

GlenAllachie 12 yo (2018, OB, 46%)

Vi abbiamo già raccontato qui, con gran copia di fiorellini retorici (e citazioni para-sanremesi importanti, e un sottofondo musicale di rara memorabilità, ma come fareste se non ci fossimo, mah), la storia di GlenAllachie, distilleria da poco acquistata e rilanciata da Billy Walker; finora avevamo assaggiato solo il 10 anni Cask Strength, in questi giorni proviamo le due versioni agli estremi del core range, ovvero il 12 e il 25 anni. Iniziamo, come si conviene, dal giovincello, che sembra essere miscela di barili ex-Sherry Oloroso e Pedro Ximenez e con una quota di Virgin Oak (ahia).

N: le primissime note, ancorché curiose (ma prendetevela con noi e con la nostra malsana memoria aromatica) sono di dentifricio per bambini, a testimoniare una dolcezza molto pronunciata e un qualcosa di lievemente balsamico, erbaceo. Frutta cotta: prugne e mele gialle. Banana verde anche, che ci fa pensare a un’acidità da fermentato, poi lievitosa, come se fosse più giovane di quel che è. Pasta di mandorle.

P: l’ingresso è quasi timido, ma rivela poi un whisky molto fruttato, tutto giocato su frutta cotta (mele e uvetta), ancora pasta di mandorle. Perfino un qualcosa di nocciolato, anzi: si tratta proprio di olio di mandorle. Essenza d’arancia. Dolce e semplice, beverino assai.

F: inaspettatamente lungo, anche se riemerge quel senso di lievito un po’ così. Mandorle, zenzero e un touch amaricante (…) di legno.

Billy Billy, quante ne sai, quante ne combini! Così, a caso. L’impatto con questo 12 anni è coerente con le sensazioni avute assaggiando il 10 Cask Strength, notiamo sempre quell’acidità da distillato non del tutto ‘coperta’ dai barili, pure qui piuttosto attivi – e non sapremmo se nelle intenzioni si voleva coprirla o meno, ad ogni modo. 81/100 è il numero, per un entry level che piacerà sia agli amanti della frutta molto pronunciata che a quelli della nudità del whisky, ma che a nostro irrimediabile giudizio (eh?) difetta forse un poco in eleganza.

Sottofondo musicale consigliato: Kokoro – Abusey Junction.

Whisky Revolution “calendario avventato” – Day 7

Il “Calendario Avventato” al giorno n.7 ci regala un pezzo di storia dello Scotch, il Glenmorangie 10 yo. Un imbottigliamento molto longevo, che abbiamo già recensito nel 2013. Tenete conto che l’abbiamo assaggiato blind, alla cieca, e la sua identità ci è stata rivelata solo stamattina, pochi istanti prima di pubblicare questo post. Abbiate pietà di noi.

Whisky #7

47446792_1991443291153746_4346690105382010880_nChe raffinatezza, è un whisky che si muove con grande eleganza: tocca le sponde di una schermatura minerale, tra cera d’api e sentori costieri, per poi approdare a lidi rassicuranti fatti di miele e un cereale evidentissimo (a voler essere ridondanti, potremmo citare una barretta di cereali e miele). Resta da citare una dimensione fruttata davvero stupefacente, tesa diritta verso il tropicale. Il palato ha un impatto ahinoi deludente: sorpresa delle sorprese, corpo di mille balene!, in bocca cambia la sua natura, e invece di un’esplosione mielosa e fruttata si presenta con una texture setosa, quasi farinosa (?), tra la foglia di tè da English Breakfast e un ricordo di frutta tropicale. Va verso miele e mela gialla, con orzata molto diluita e – forse – un confetto (di mandorla). Nel complesso, ha un profilo molto esile al palato, forse poco espressivo. Il finale ha un guizzo di ripresa, uno scatto in piedi sui pedali, ancora replicando le composite note del naso e la mandorla.

Ha un naso spettacolare e un palato assolutamente smorto: abbiamo assaggiato whisky molto invecchiati con questo profilo, ma potrebbe essere tranquillamente qualcosa di molto più anonimo… Questa è la vita, niente è sicuro, tutto è e niente è nulla. Noi per vincere l’angoscia ci aggrappiamo alla matematica e tra un naso da 90, 91 punti e un palato da 82, 83 la ruota che gira si ferma sugli 87/100.

The GlenAllachie 10 yo (2018, OB, 57,1%)

Billy Walker è un maledetto genio, come senz’altro tutti voi illustri lettori sapete bene: è l’uomo dietro alla rinascita di BenRiach e GlenDronach, per intenderci, un uomo con una grandissima competenza in materia di whisky fantastici e di dove invecchiarli (magister assoluto in reimbottamento di stock dimenticabili) e con una perniciosa e inspiegabile passione per le maiuscole “collocate alla cazzo di cane nel mezzo del nome” (cit. – un sample gratis di un whisky a nostra scelta per il genio che la coglie, non vale gugolare). Dopo aver venduto il gruppo BenRiach a Brown Forman, colosso dell’alcol a stelle e strisce, il vecchio Billy ha deciso che stare a casa a nuotare nei dollari non faceva per lui, e ha dunque comprato da Pernod la distilleria Glenallachie – che in men che non si dica è diventata GlenAllachie. Sembra abbia anche convocato dei camuni per farsi disegnare il logo, con un vago gusto preistorico-flinstoniano. Oggi assaggiamo il primo batch del 10 anni a gradazione piena, con non poca curiosità e accompagnati dal magico trio Corbetta – De Rosa – Zucchetti, ché le nostre spalle da sole non reggono il peso di cotanta responsabilità.

N: a grado pieno, l’alcol è molto volatile e tende a castigare il naso del degustatore. Poco espressivo, tende a mostrare un lato agrumato (mandarino) e un ricordo di torta di mele – anzi, Zucchetti suggerisce ‘crumble di mele’ e noi ci crediamo perché, it is known, Zucchetti ne sa un sacco. La quota di virgin oak porta quel tipico profumo legnoso, tipo mobili dell’Ikea. Con acqua, si apre una punta speziata e si spalanca la porta della vaniglia, lo zucchero a velo.

P: anche qui l’impatto è alcolico, pare piuttosto aggressivo ma pieno e ricco. La parte fruttata è dolce/acido/fermentato, con qualcosa di tropicale ma soprattutto – lo gridiamo a gran voce – caco! Cioccolato bianco. Tutto il resto è allappo. Castagne crude. L’acqua rende più accessibile, ma la parte dolce tende ad appiattirsi sulla zuccherinità facile (uva bianca dolce) e si fa più legnoso, più astringente.

F: lungo, con ancora cachi e miele e caramello. Budino di vaniglia.

Senza diluizione appare un po’ troppo aggressivo, soprattutto al palato: l’acqua trasforma il naso rendendolo decisamente più affrontabile, anche se ancora al palato ciò che guadagna in godibilità lo perde in complessità. Alla fine ci è parso buono, forse un po’ semplice ma decisamente non ruffiano, e la cosa ci piace: secondo noi è una buona bottiglia da avere a scaffale e sicuramente potrà colpire con il suo vigore contundente. Il costo, attorno alle 60€, lo rende appetibile: comunque condensando in numero diciamo 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Özgür Baba – Dertli Dolap. Questo è situazionismo puro, apprezzate – vi preghiamo – il contributo delle galline.

whisky benriach 21 yo

Benriach 21 yo (1994/2016, OB for Pellegrini, 54,2%)

Dovete scusarci, perché ogni tanto ci distraiamo davvero tanto e ci capita allora di perdere certe chicche, addirittura in esclusiva per il mercato italiano. Ad esempio due anni or sono Pellegrini, l’importatore italiano di Benriach, ha portato a casa l’imbottigliamento di due single cask: uno era questo 10 anni invecchiato in Porto, che ci era parso eccellente, l’altro il whisky di cui leggerete tra poco. Benriach, che appartiene a Brown Forman assieme a Glendronach e Glenglassaugh, è una distilleria molto prolifica in quanto a imbottigliamenti, ma poco si sa di come vanno le cose tra le sue mura, non avendo un visitor center e non essendo dunque visitabile facilmente. Ci sono insomma tutti i presupposti per qualche leggenda spaventosa sul mostro che nottetempo si aggira tra gli alambicchi di Benriach; intanto noi, più modestamente, assaggiamo questo 21 anni invecchiato in un refill hogshead.

whisky benriach 21 yoN: si presenta torbatino, ma di una torba sottile, pungente. Un che di pasta del dentista e di chiodi di garofano… Tanta gomma, anche gomma bruciata. La tela cerata (e perché non un Barbour?). Dopo di che arriva una bella frutta, variegata (quasi tropicale): mela rossa, albicocca, forse perfino melone.

P: urca, pieno e aggressivo, molto intenso – la botta iniziale è massiccia. Resta molto torbato, ancora con pasta del dentista e fumo. La dolcezza è nuovamente di frutta arancione (melone, di brutto). Una spruzzatina di peperoncino. L’agrume emerge nitido, soprattutto con acqua, e lo definiremmo d’imperio come lime: anzi, ci folgora il buon Zucchetti, oscuro manovratore di questa recensione, con la sua immagine di caramella al limone frizzante. Poi, anice e liquirizia, anzi: finocchietto.

F: lungo, un po’ monodimensionale, tutto spinto sulla torba: resta molto chimico e torbato, gomma bruciata.

Dovendo mettere in parole le emozioni forti che questo single cask sa dare, lo divideremmo sicuramente in due parti: il naso è molto piacevole, oltre che ricco di sfumature certo insolite, come il melone e la pasta del dentista. Il palato, pur mantenendo le stesse curiose sorprese, ha un “problema” di aggressività, con tutti i sapori sparati a mille a sbaragliare l’incolpevole cavo orale. Intendiamoci, complessivamente resta un ottimo dram, di cui consigliamo vivamente l’assaggio, ma se è un daily dram che cercate… state sbagliando tutto: 86/100. Grazie mille a Samuel per il sample!

Sottofondo musicale consigliato: Glenn Miller & His Orchestra – Moonlight Serenade

 

 

 

Live Tasting @WRF Miltonduff 10 yo (2018, G&M, 43%)

Quando avete acquistato il biglietto per partecipare alle tasting notes live, probabilmente il brivido dell’ignoto ha solcato per un istante le vostre schiene, immaginando chissà quale swow pirotecnico. E invece oggi siete le vittime sacrificali di un sadico esperimento di metablogging, dove voi aprite il vostro cuore e ci confidate quello che provate (col whisky in mano) e noi lo sfruttiamo avidamente per i nostri bassissimi fini.

N: il naso è come Load dei Metallica, gradevole ma ti aspetteresti tutt’altro. Alla fine è strano incontrare un single sherry cask all’improvviso. Frutta secca, note di pasticceria industriale (brioscina confezionata zuccherina e un po’ artificiale). Cioccolato al latte, alla grandissima. Poi ha anche un lato acidino-agrumato (cedro e chinotto). Insomma se ci pensate è esattamente una Fiesta. Ha anche una marmellata di frutta rossa. All’improvviso parla un visionario: i mirtilli rossi dell’Ikea.

P: a 43% non ha un corpo devastante, ma lo definiamo “soave”, che va giù bene bene, insomma. Estremamente coerente col naso, secco anche se è in aumento un senso zuccheroso e pastoso di caramella mou, di mon cheri. C’è sicuramente scorza di agrume. E comunque è una stramaledettissima e godibilissima Fiesta. Una nota resinosa, lievemente balsamica.

F: non lunghissimo ma soddisfacente. Un poco minerale.

Il popolo del web si espone sul voto: 84/100. “Che buono, ma stanca”, dice qualcuno, qualcun altro “non sarebbe la prima che farei come un regalo”; molto beverino e facile, piacione e istruttivo – rappresenta bene la tipologia di invecchiamento in sherry. Per un neofita, ha un ottimo rapporto qualità/prezzo (costa circa 50€). Per essere un 10 anni, però, è molto piacevole, pieno e mostra un bel carattere.

Sottofondo musicale consigliato: Metallica – Ain’t my Bitch.

Tamdhu 29 yo ‘Cars’ (Moon Import, 43%)

Ancora una volta dobbiamo ringraziare un amico, Luca Bellia, per averci donato un campione di un imbottigliamento che rappresenta degnamente la storia del single malt italiano: si tratta infatti di un Tamdhu di 29 anni selezionato e imbottigliato negli anni ’90 da Moon Import, azienda dietro cui si cela il grande Pepi Mongiardino, nella celebre serie “Cars”. Moon Import, lo diciamo per inciso, è entrato nella storia anche per la qualità di etichette davvero incantevoli. Non perdiamo altro tempo, gettiamoci a capofitto sul bicchiere!

N: poggi il naso ed è subito gran cestone di mele gialle, belle mature e profumate. Basterebbe già solo questa suggestione di rara intensità a decretare il successo di questo single cask. E invece aggiungiamoci anche pasta frolla bella burrosa, crostata alle fragole. È soprattutto un whisky dall’incredibile esuberanza fruttata, ma non disdegna nemmeno qualche fuga immaginifica nei territori del miele, della cera d’api e del favo di miele. Nocciole e mandorle. Solo dopo un po’ si distinguono bene note di malto caldo, che virano talora su una venatura metallica, tipo rame, che riconosciamo come un classico di casa Tamdhu.

P: bello godibile, intenso a dispetto della gradazione. Inizia proseguendo il sentore del miele, della cera e della frutta secca, per poi sfoderare un lato erbaceo che, al naso, restava curiosamente inavvertito – ecco dunque il cereale, con anche note erbacee evolute, tipo erbe aromatiche. Anche un che di vagamente metallico. Si chiude di nuovo sulla crostata, sulla mela gialla, sul burro caldo.

F: lungo e persistente, perdura a lungo la frutta secca, cui pare poggiarsi un’impalcatura esile di frutta e cereale caldo.

Anche se in assoluto non è forse il più complesso dei whisky, bisogna dire che è veramente, veramente buono: elegante, raffinato, squaderna tutta la qualità unica dei barili cui vien lasciato il tempo di dialogare con calma con il distillato. Incredibile l’intensità, vista la gradazione bassa, che ha comunque retto alla perfezione a distanza di anni dall’imbottigliamento. Qualche anno fa capitava di trovare qualche bottiglia della serie Cars in giro per le enoteche a prezzi bassi: purtroppo non crediamo accadano più certi miracoli, ma in caso la vediate, accaparratevela. 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Thom Yorke – Suspirium.

Benrinnes 21 yo ‘Rare Malts’ (1974/1996, OB, 60,4%)

Angelo Corbetta, sovrano assoluto del Gran Regno dell’Harp Pub, ci concede sempre il privilegio di scegliere con lui, dalla sua ricca cantina, le bottiglie per le degustazioni che insieme organizziamo, generalmente pezzi storici che è raro vedere aperte in assaggio. “Privilegio” anche perché, oltre al piacere di assaggiare i whisky durante gli eventi, ci portiamo a casa un sample da recensire con calma nei mesi successivi. Un paio di mesi fa abbiamo aperto quattro dei suoi Rare Malts (e occhio: tra non molto annunceremo i prossimi due appuntamenti sempre a tema Rare Malts – e se dicessimo Brora e St. Magdalene?), e il primo era questo Benrinnes da oltre 60%. Diamoci dentro.

benrinnes-1974-21-year-old-rare-malts-with-box-965-pN: devastante come la gradazione passi inosservata, anzi, inodorata. Spicca in avvio una fascinosa patina minerale, di cera d’api e di cereale caldo ed essenze oleose di arancia. Sprigiona una gran ricchezza d’aromi, tra brioche integrale al miele, zucchero caldo – siamo travolti dall’immagine delle nastrine appena uscite dal forno – e una frutta gialla matura e aromatica (pesche e mele soprattutto). Un naso all’apparenza ordinato e ordinario, e invece c’è tanta libidine…

P: di grande intensità, gli oltre sessanta gradi qui si fanno sentire un po’ di più. Vive di fiammate: l’attacco è austero, ancora sulla cera, su una mineralità oleosa, poi sterza verso una frutta vivace (qui proprio pesca, forse sciroppata), poi scatta sulla pastafrolla, ancora zucchero caldo, brioche al miele… E che cereale, che cereale! Pieno e molto soddisfacente.

F: lungo e persistente, prima resta il calore e poi la cera si conquista il palcoscenico.

Poco da dire: semplicemente ottimo, con un profilo che oggidì è davvero raro da trovare. Questa patina di cera, a schermare il lato più fruttato e cerealoso, a noi fa letteralmente impazzire! Una sorpresa, tra i meno quotati della collezione Rare Malts, ma per noi è un pezzo da non perdere. 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: Aphex Twin – T69 Collapse.

Braeval 18 yo (1997/2016, First Editions, 54,8%)

Dall’ennesima serie di qualche membro della famiglia Laing, le cui vicende ricordano pericolosamente la trama di una telenovela sudamericana, peschiamo con curiosità questo single cask di Braeval (aka Braes of Glenlivet). È inusuale trovarlo imbottigliato, dato che serve per lo più come carne da macello per l’industria del blending, e infatti è il primissimo Braeval che compare sul nostro autorevolissimo sito: per questo ringraziamo i Laing ma soprattutto l’Ermoli che ce ne ha donato un campione e ci tuffiamo a bomba nella degustazione.

N: incredibilmente aperto ed espressivo a fronte di una gradazione importante. L’apertura porta essenzialmente ad un aranceto: arancia in ogni forma e immagine, partendo da una bella arancia gialla appena tagliata, poi arancia candita (per un attimo ci eravamo immaginati un panettone), una bella sorsata di Fanta, pasticcino con la fettina di arancia (ci sono anche un po’ di pastafrolla e di crema pasticcera, uniche sopravvissute allo tsunami agrumato). Molto fresco e aromatico, anche se – sia chiaro – se non vi piace l’arancia son cazzi amari. Unica deviazione dal tema: un sentore di ananas, pieno e ‘sudato’. Con acqua, si apre anche su mele e pere cotte.

P: pieno ed esplosivo, con bombette fruttate in deflagrazione. Paro paro al naso, non sapremmo cosa aggiungere oltre a pastafrolla, crema pasticciera, arancia in ogni forma e ananas. Proviamo ad aggiungere acqua per variare, e in effetti funziona – se retrocede la parte più esuberante di ananas, tornano un po’ note diversamente fruttate, poi cioccolato bianco e qualche cereale (volete una suggestione che vi farà commuovere? Sì, la volete: biancorì).

F: sulla falsariga di quanto detto fino ad ora: pulito e non lunghissimo,

Monodimensionale, in fondo, ma quella dimensione è bellissima: talvolta, davanti a single cask del genere, ci troviamo a chiederci “ma quanti ce ne saranno di barili simili, nello Speyside?”. A quel punto, con espressione interrogativa sul volto, non possiamo che invidiare chi nello Speyside ci sta tutto il tempo: beati loro. Buono buono, 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Duran Duran – Ordinary World.