BenRiach 10 yo (2019, OB, 43%)

Da qualche tempo BenRiach, distilleria storica dello Speyside da un paio d’anni passata al gruppo Brown Forman dopo il rilancio per mano di Billy Walker, ha aggiunto sul suo sito l’autodefinizione di “progressive Speyside distillery“, che riprende chiaramente quella di Bruichladdich (progressive hebridean distillery…). Sembra infatti che Robert Fripp sia stato invitato a dirigere la distilleria, e che abbia deciso di sottoporre i barili in maturazione a ore e ore di scale atonali e poliritmie deliranti. Così ci pare di aver capito, eh, magari sbagliamo…

bnrob.10yov4N: che piacevolezza. Torta Paradiso, mela golden e pera. Perfino un po’ di gelato all’ananas. Il bourbon cask prende l’iniziativa e come un nonno buono ci porta in pasticceria a sollazzarci con pasticcini alla banana, crema pasticcera e vaniglia. Non complicato ma gradevole.

P: ricco, fruttato e cremosino. Di certo coerente con il naso, perché ancora l’immagine è quella del pasticcino alla frutta. Torta di mele, ananas, vaniglia e pasta frolla, a indicare una certa burrosità accennata. C’è anche un tocco di liquirizia dolce Haribo.

F: crema, limone, vaniglia.

Un Bignami di un entry level dello Speyside in bourbon. Ha tutti i descrittori da manuale, dalla frutta gialla alla vaniglia alla pasticceria, e senz’altro si propone come un buon daily dram. Il limite se si vuole è che non stupisce proprio mai, non c’è una nota fuori dallo spartito, non c’è improvvisazione. Il che lo rende ottimo per una bevuta sicura e confortevole, ma forse un po’ limitato per chi cerca novità ed emozioni. Ad ogni modo, per il whisky che è, good job: 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Robert Fripp String Quintet – Hope.

A Pittyvaich Night – 30.01.2020

La scorsa settimana una nutrita delegazione di whiskyfacile si è goduta una degustazione davvero speciale al Mulligan’s, organizzata da Diageo e dal Milano Whisky Festival, dedicata a una piccola gemma nascosta del panorama del Whisky Scozzese… Pittyvaich!, una delle distillerie dalla vita più breve che la storia conosca: aperta solo tra il 1974 e il 1993 a Dufftown, il cuore pulsante dello Speyside, Pittyvaich ha visto solo pochissimi imbottigliamenti sul mercato, tra cui spiccano ovviamente alcune Special Releases degli ultimi anni. Si poteva dunque mancare?

IMG_2126Pittyvaich 20 yo (1989/2009, OB, 57,5%)
N: subito elegante e con una dimensione erbacea deliziosa: fieno ed erbe aromatiche. Inizialmente timo, pian piano canfora. Il legno è quasi profumato, (legno di rosa?). L’alcol è molto ben integrato, splendida pulizia. C’è una nota di scorza d’arancia lasciata ad essiccare sulla stufa e una sensazione “arancione”: crostata di pesche. Rimanendo in pasticceria, anche torta paradiso. Con acqua aumenta sia la vaniglia sia la freschezza e finalmente eccola: la cera!
P: tagliente e citrico (limone). Anche piuttosto sapido. L’attacco è molto intenso, piacevolmente nervoso. Rimane la vaniglia, stavolta affiancata da menta piperita. Pungente e pepatino, pian piano si stempera in un legno leggermente amaro. Con acqua si scioglie un po’, si fa più morbido ma meno particolare.
F: nocciolino di limone, salatino e parecchio zenzero che prolunga il finale.

Pulitissimo, erbaceo e guizzante. Non è complesso, anzi a vedere i descrittori è piuttosto semplice, ma ha un carattere molto ben definito e una splendida intensità. 89/100

IMG_2125Pittyvaich 25 yo (1989/2015, OB, 49,9%)
N: più etereo rispetto al primo. Il primo naso è quasi vinilico, ma è un attimo. Poi si squaderna una serie di sentori dolci e fruttati, dalle mele cotte alla marmellata di arance. Qualcuno azzarda sia lo zampino di fantomatiche botti di sherry, ma essendo un refill bourbon hogshead, la notizia viene smentita. Di certo il malto (con delle mandorle) si sente. Con acqua cambia parecchio e spunta del lime, forse delle foglie di limone. Il bicchiere vuoto profuma di vaniglia.
P: qui il legno è più marcante, nonostante il corpo deliziosamente oleoso. Cacao amaro e chiodi di garofano, leggera astringenza. Pere cotte, succo di pesca a definire l’aspetto fruttato e dolce. Un che di crema pasticcera, ma di nuovo poi quel che resta è il malto, solido e rotondo.
F: leggermente amaro e secco, pepato e floreale (fiori di pesco). Con acqua un che di mandarino.

Quello che ci ha convinto meno della serata, perché il meno definito e definibile. Anche qui non c’è una infinita gamma di suggestioni, ma quel che c’è è piacevole. Ben fatto, ma il rischio è di confonderlo fra molti altri simili. 86/100 – ci conforta sapere che il giudizio coincide con quello formulato anni fa, bravi.

IMG_2124Pittyvaich 28 yo (1989/2018, OB, 52,9%)
N: fruttato! Mele Stark, melone e soprattutto pasticcino alla frutta. C’è anche ananas maturo e un tocco di eucalipto, a sottolineare quella freschezza che in varie forme tutti i whisky di stasera mostrano. Crema pasticcera, mandorle: una dolcezza quasi da bourbon? Col tempo si alza una sensazione di cassetti chiusi, segno del tempo. Con acqua ecco il limone (candito).
P: caldo e frizzantino, l’alcol si sente. I pasticcini del naso? Sono ancora qui, soprattutto quelli al mandarino e all’ananas. Voluttuosamente burroso e confortevole (note di burro di cacao). L’erbaceo qui è sotto traccia e balena soltanto in un secondo momento. Sedano? Tocco di cocco essiccato. Con acqua si sfarina, don’t do this at home!
F: noci brasiliane e agrumi.

Di tutti, è il più bourbonoso e fruttato, sembra un distillato di pasticceria. Il finale è un po’ semplice e – come già detto – pecca un po’ di crisi di identità, nel senso che in generale è ben equilibrato ma nulla spicca in maniera netta. 87/100.

IMG_2123Pittyvaich 29 yo (1989/2019, OB, 51,4%)
N: si cambia sport, e subito la sensazione è di un naso meno espressivo, più difficile e chiuso. Si apre con un che di sulfureo, un ricordo di zolfanello. Aria di cantina, profumo di foglie autunnali lasciate lì. Suggestioni scure, dal cioccolato al miele di castagno: è denso, lavorato, non c’è la freschezza della frutta fresca, al massimo pere disidratate o strudel (la cannella gioca una buona parte). Lo sherry qui non si nasconde, senza però esagerare.
P: la dolcezza e il lato deliziosamente sulfureo vanno a braccetto. Arancia quasi ammuffita e un senso di marsala, a sottolineare l’apporto dei barili ex PX. Rimane scuro e umido: carruba, foglie di té infuso, miele (di castagno, di tiglio, ad ogni modo un miele non dolcissimo). Caffelatte zuccherato e caramello, noci che testimoniano la sua età ormai veneranda.
F: liquirizia! Arancia dolce e sticky. Fa salivare.

Il più complicato dei quattro, unisce il tocco sulfureo dello sherry alla tavolozza dei colori. Il che dà un’extra profondità ma toglie un po’ la freschezza erbacea a cui ci eravamo abituati con gli altri tre whisky. Non è mai stucchevole, ma la dolcezza rimane onnipresente in ogni fase. 88/100.

Glenfiddich 18 yo (2019, OB, 40%)

Glenfiddich è distilleria cui abbiamo un piccolo debito di riconoscenza, dato che anni fa fu proprio un ‘fiddich 12 a farci scoprire la grande arte della degustazione – un po’ alticci, sbevazzando il più giovane della gamma, trovammo corrispondenza tra i nostri sensi e quel che c’era scritto in etichetta (“vaniglia e pera, incredibile!“), e lì, proprio lì, vedemmo la luce. Oggi assaggiamo il 18 anni ufficiale, memori della bontà del Glenfiddich indipendente di Valinch & Mallet bevuto di recente.

N: molto aperto, molto dolcino. Il naso è da banchetto delle caramelle al mercato: iperzuccherino e seducente. Vaniglia e pasta di mandorle; cioccolato al latte e pere maturissime. Da molto tempo non diciamo “confetti”, e qui non si può tacere: dunque “confetti”. Piattino, nel complesso, ma non sgradevole.

P: qui l’età forse si fa sentire un po’ di più, con delle note legnose (proprio di legno) abbastanza nette, per lo meno all’inizio, e a dirla tutta si sente un po’ troppo l’alcol. Poi si apre molto e ricorda un budino di vaniglia, ancora confetti, ancora pera. Nocciola e crema di nocciola.

F: avete presente le Big Babol panna e cacao? Se sì, avete avuto un’infanzia non semplicissima, come noi, e va bene così. Ancora vaniglia e cocco.

Onestamente, ci sembra un po’ deludente, soprattutto al palato: il naso ancora ancora, è semplice e ruffiano ma pieno, mentre le altre due fasi crollano sotto la scure dell’alcol e di una personalità assai dimessa. Avevamo assaggiato il 18 anni sei anni fa, e all’epoca ci era piaciuto molto proprio perché negava quel paradigma di Glenfiddich (naso ok, palato gnè): questo è decisamente un passo indietro. 81/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Savatage – Blackjac guillotine.

Wardhead 21 yo (1997/2019, Valinch & Mallet, 54,8%)

Il mondo della burocrazia e degli Azzeccagarbugli è molto piccolo. E anche in Scozia, terra proverbialmente attenta al denaro dai sesterzi di Adriano in poi, spuntano ovunque leggine e cavilli per tutelare i grandi marchi. Per esempio, da qualche anno è sempre più comune la pratica del “teaspooned” whisky. Letteralmente, significa “whisky con un cucchiaio da tè” e indica generalmente un singolo barile imbottigliato da un marchio indipendente, ma che la distilleria non vuole riporti in etichetta il nome originale. Per evitarlo, come immaginificamente ipotizza Serge, delle vecchiette di Dufftown alle cinque del pomeriggio – invece del loro caro Earl Grey – versano un cucchiaino di un malto di una distilleria gemella nel barile: il single malt diventa tecnicamente blended malt e tocca inventare un nome di fantasia e aggiungere la dicitura “undisclosed distillery”.

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Le signore di Dufftown si rilassano prima di assaltare a colpi di cucchiaino il barile di Glenfiddich

La pratica è utilizzata spesso dal gruppo WM Grant, proprietario di Glenfiddich, Balvenie e Kininvie. Nella fattispecie, “Wardhead” indica i barili di Glenfiddich con una piccola aggiunta di Balvenie, mentre il contrario si chiama “Burnside” (anche se recentemente anche questo nome è stato registrato e concesso in utilizzo alla sola Cadenhead’s, per rendere le cose più semplici…).
Noi da bravi anarchici alziamo le spalle davanti a questi vincoli che avrebbero tanto fatto arrabbiare Bakunin e ci limitiamo ad assaggiare questo 21enne bourbon hogshead selezionato da Ermoli e Romano, alias Valinch & Mallet, che ne hanno tirate 339 bottiglie.

 

vatted_war1N: molto elegante e vellutato, in pieno stile Speyside. Esibisce un naso fruttato e fragrante. C’è subito un senso di miele e limone, tanta frutta gialla e bianca: mela golden, arancia, ananas appena acerbo. Vaniglia e burro sciolto. Perfino un qualcosa di fieno caldo, o addirittura più fresco, come di erba falciata? Non sarà un mostro di complessità, ma di certo è una bevuta (pardon, una snasata) gradevolissima. Dopo un po’, sviluppa una nota minerale inattesa e accattivante che ci sorprende, ed è una bella sorpresa.

P: l’impatto qui è esplosivo, con una frutta fresca incredibile, che ci fa venire in mente subito la macedonia d’antan, con qualcosa – quasi – di tropicale. Se dicessimo ‘carambola’?, a dimostrare un frutto tropicale bianco e non troppo dolce, con un sentore acidulo… Comunque delizioso. C’è poi un bell’abito di cereale (torta di mele, biscotti alla crema), sotto il quale guizza una punta d’agrume (arancia), che poi va verso una frizzantezza minerale e polverosa, tipo Citrosodina. Prima di chiamare la neuro, almeno assaggiatelo, no?

F: lungo, si chiude molto pulito e delicato, con una vellutata zuccherina di pera. Una puntina di zenzero?

Quel vecchio Highlander di Giorgio Armani ama dire che “l’eleganza non è farsi notare, ma farsi ricordare”. Glenfiddich (dai, il re è nudo, si può dire) è per dna un malto delicato, ma ahinoi la scelta di diluire l’intero core range a 40% non li rende indimenticabili. Qui invece la gradazione più sostenuta regala incisività. La vivacità dell’anima fruttata è impressionante e stavolta è supportata da un’intensità tale da prolungare il finale. E la sensazione vellutata e pulita che rimane in bocca è francamente un piacere vero. Brave quelle vecchine con il loro cucchiaino da tè: 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Steve’n’Seagulls – Thunderstruck, cover degli AC/DC realizzata suonando incudini e – ça va sans dire – cucchiai…

Glenrothes 13 yo ‘Halloween Edition 2019’ (OB, 46,6%)

Persino momenti bucolici al Whisky Revolution Festival

Chiariamo subito una cosa: questa recensione e il suo incredibile tempismo sono il frutto del colpo di genio di un uomo e di una donna che, pur stremati al termine di due giorni di Whisky Revolution Festival in quel di Castelfranco, hanno gettato il cuore, il fegato e ogni altro organo vitale oltre l’ostacolo. La sala era ormai vuota, gli stand irrimediabilmente deserti, le bottiglie di whisky già tutte malinconicamente impilate a formare bancali, ma i prodi – il nostro Marco Zucchetti e Nadia Bastianon, che fino all’ultimo e oltre ha animato il banco di Velier – hanno realizzato all’unisono che Halloween era ormai alle porte e che proprio una distilleria in portfolio dell’importatore genovese aveva appena sfornato un’edizione limitata di 5000 bottiglie dedicata guarda caso a questa festa ammerigana. In un attimo il bancale era sbancalato, i due come furie ad aprire scatoloni, il sample riempito per la lieta ricorrenza.

9712_the_glenrothes_13_year_old_halloween_edition_2019N: riconosciamo subito una nota che ricorre nei whisky della distilleria, vale a dire un bel carico di frutta secca, soprattutto noci ma anche mandorle. Il profilo generale è di quelli umidi, tra la scatola di legno chiusa da tempo, il cartone bagnato e un filo di cera. Si sente anche la torba, ma abbastanza timida e dal fumo accennato. C’è poi tutto un lato che ricorda cose dolci molto cariche, tra il caramello, i fichi secchi, tanta scorza d’arancia candita e la mela rossa caramellata. Vaniglia, certamente, mentre la parte speziata la riassumiamo con una suggestione di pan dei morti.

P: attacca deciso, forte anche di una gradazione dignitosa. Le note agrumate dominano in lungo e in largo, con ancora arancia candita; dolce e ricco, avvolge il palato con note di vaniglia, creme caramel, uvetta sotto spirito, pesche succose e mele gialle. In effetti sembra fatto per riscaldare il cuore e accontentare i golosi che, con la scusa dei primi freddi novembrini, iniziano a divorare zuccheri a ogni ora del giorno. La torba è ancora un di più ed esce più che altro sulla distanza, regalando una suggestione di caldarroste e un filo di sapidità.

F: abbastanza lungo, su note di zucchero rappreso, cera e frutta secca. Vive la torba, ben integrata.

Chi segue questo spazio sa che su Glenrothes abbiamo spesso speso parole amare. Immaginatevi quanto potevamo partire prevenuti su un’edizione speciale di Halloween con un’extra maturazione in botti che hanno contenuto whisky torbato. E invece il magico mondo del whisky di malto è magnificente proprio perché sa stupirti a ogni assaggio, trasformare una sicura beffa in un whisky gradevole. In generale questo Glenrothes è ben congegnato, un malto moderno creato con uso spregiudicato dei legni per spingere forte su note zuccherine, sontuose, al limite dell’eccesso. Per chiuderla con un discutibilissimo gioco di parole, da cui d’altronde davvero non sappiamo esimerci, noi avremmo giurato fosse scherzetto, e invece era dolcetto: 86/100.

Sottofondo musicale consigliato:  Tones And I – Dance Monkey (acoustic cover)

 

 

Cragganmore 15 yo (1993/2008, Murray McDavid, 46%)

“Jim McEwan e le sue botti tutte matte” potrebbe essere un nuovo, esilarante film per famiglie. Trama: un pittoresco genio del whisky si diverte a cercare barili che contenevano liquidi al limite del surreale dove invecchiare single malt. Vini fortificati rarissimi, rossi elitari, nafta agricola, i fusti di Wile Coyote con scritto ACME… Va beh, forse questi ultimi no. Comunque, nonostante le leggi della chimica e del gusto dicano che le probabilità di schifezza fotonica siano altissime, incredibilmente le sue creazioni ardite per l’imbottigliatore Murray McDavid erano generalmente piuttosto buone. Speriamo lo sia anche questo Cragganmore di 15 anni, invecchiato in botti di bourbon e affinato in barili di syrah Côte-Rôtie Guigal.

csm_0_406695_cragg93md_fd5be5ea07N: il film è subito avvincente, il profilo è particolare… Inizia piuttosto vinoso, poi pian piano tende ad aprirsi su note fruttate più ‘urbane’ – senza che voglia dire alcunché, chiariamoci. Frutta rossa matura, con una venatura fresca, balsamica, che ci fa gridare alla Ricola al mirtillo o al ribes nero. Composta alla ciliegia, prugne rosse, cotognata, datteri. Brioche alla ciliegia e un po’ di pepe nero.

P: il vino si palesa in una paradossale dolcezza molto acida. Gelée ai frutti rossi ricoperte di cioccolato – e ci teniamo a dire che è Zucchetti a proporre quest’immagine, che riassume bene il cioccolato fondente, quasi astringente, e una mora o amarena in caramella. Pepe nero.

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Le gelee di frutta ricoperte di cui vaneggia Zucchetti sono realtà

F: frutti rossi enormi, infiniti, fragole amarene more lamponi mirtilli. Resta un che di bustina di tè dimenticata lì. Crema di marroni.

Molto carico, forse stucchevole alla lunga: è una strada di montagna, sale e scende e ti tiene sempre sul pezzo. Divisivo: a uno piace, all’altro no, per fortuna c’è Zucchetti che fa pendere la bilancia verso il sì, e la media dei tre voti è 84/100. Assaggiatelo, se lo trovate (ma non lo troverete, peccato). Grazie a Daniele per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Limp Bizkit feat Snoop Dogg – Red light, green light.

Knockando 1979 (1994, OB, 43%)

Pare brutto dirlo così, ma ce ne eravamo dimenticati, tipo quando vai in vacanza

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Quel maschio alfa di Charlie

e riparti dall’Autogrill lasciando la moglie alla toilette ebbro della tua Rustichella. Ecco, noi ci eravamo dimenticati del “Poggio scuro”. Questo significa Knockando in gaelico e indica una collinetta su cui quel virile sex symbol di Bonnie Prince Charlie fece tappa nel 1745 prima della battaglia di Culloden che segnò la fine della rivoluzione giacobita. Ad ogni modo, sul poggio dal 1898 si erge fiera l’omonima distilleria, che dopo un vortice di passaggi di proprietà oggi è nel portafoglio Diageo. La produzione è contenuta (1,4 milioni di litri l’anno) e per il 90% finisce nel blended J&B Rare. Curiosità: è una delle rare distillerie dello Speyside (e di Scozia) a imbottigliare per annata. Noi, nel tentativo di recuperare gli anni persi senza assaggiarne, oggi ci dedichiamo a un vintage 1979, che dopo 15 anni di invecchiamento la Justerini & Brooks allora proprietaria del marchio ha imbottigliato nel 1994 a 43 gradi. Bonnie Prince Charlie, facci compagnia!

N: che solidità. Un naso monolitico, abbastanza aromatico, con note fruttate evidenti (è tutta frutta gialla, soprattutto mela) e una torta di mele appena sfornata dalla nonna. Segue una ricca teoria di frutta secca, che ci ricorda i biscotti di noci e le castagne: ci folgora l’immagine dei cookies, con mandorle e gocce di cioccolato al latte. Una certa maltosità whiskosa netta e franca chiude il cerchio.

P: molto accogliente e coerente rispetto all’olfatto, con note di cioccolato bianco, di toffee, di biscotti alla frutta secca. È molto più cremoso di quanto il naso lasciasse presagire, ma mantiene la struttura inscalfibile del classico d’altri tempi. Liquirizia dolce a dare un piccolo twist. Poi torna la nostra amica mela, a forma di mela – inaspettatamente, eh?

F: non lunghissimo, molto maltoso, ancora biscotti alle noci e cioccolato al latte.

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Talvolta nevica in Scozia, sapete?

Un whisky che sa di whisky, ben fatto: e per fortuna! Tutta una generazione si è “formata” su bottiglie così, dove il cereale era l’unica divinità accettata. Qui si prende tutta la scena come in un one man show, lasciando le briciole alle comparse. 85/100, tutto al posto giusto ma senza quei guizzi che regalerebbero una complessità extra.

sottofondo musicale consigliato: Deftones – Change (in the house of flies)

Macallan ‘Rare Cask’ N.3 (2018, OB, 43%)

In vacanza a Dubai e non sai come spendere quei fastidiosi ultimi 5k di spiccioli? Passa da noi!

È oggettivamente buffo sapere che tanti appassionati di soldi (non di whisky: di soldi, avete letto bene) si gettano a capofitto su ogni nuovo Macallan che Iddio getta in terra, ed è particolarmente buffo che lo facciano per la serie Rare Cask. Senza voler essere sgarbati, sia chiaro, ma quanto può essere scorretto e disonesto intellettualmente mettere sul mercato ad almeno 260€ un imbottigliamento senza età dichiarata, con una tiratura da decine di migliaia di bottiglie, chiamandolo “Rare Cask“, facendo una serie il cui numero di batch riparte da 1 ogni anno? Dai, sembra una roba tipo “mandato zero“, quelle supercazzole francamente offensive per l’intelligenza umana, ma tant’è: queste versioni sono sold out dovunque, quindi chi ha ragione, chi le produce e le vende o chi semplicemente ne scrive? Insomma, pieni del torto che ci confà andiamo a recensire il batch #3 della serie Rare Cask di Macallan, composto da barili sia di quercia americana che europea. Buono a sapersi, eh.

N: molto profumato, molto aperto e aromatico, piuttosto ruffianone. C’è uno sherry molto succoso, molto fruttato, tra note di arancia rossa, di pesca (di tè alla pesca), di buccia di mela rossa. Uvetta. C’è pure la quota di ex-bourbon, con vaniglia evidente ma integrata: panettone? Caramella mou.

P: buono, l’ingresso è un po’ in punta di piedi, inizia beverino ed evolve verso la profondità. Crosta di panettone, arancia rossa, gelato Malaga. Crostata bruciacchiata. Non si può non menzionare il legno, con qualche punta speziata, forse chiodi di garofano. Tanto cioccolato al latte.

F: cacao, tè troppo infuso, uvetta; rivela una quota di artificiosità, virando sul secco e sul legnoso.

Facile, godereccio, piacione, il finale svela che qui c’è stata una bella operazione di ingegneria dei legni. Tutto bene, tutto legittimo, il whisky è obiettivamente piacevole, diciamo da 86/100. Tenendo conto di ciò, ne compreremmo mai una bottiglia? No.

Sottofondo musicale consigliato: Nick Cave – Leviathan.

Balvenie 15 yo ‘Single Barrel’ (2017, OB, 47,8%)

Ciao, sono Balvenie. E voi chi c**** siete?

Balvenie è una delle nostre distillerie del cuore: uno dei sette pilastri di Dufftown, uno dei whisky più rappresentativi dello stile ‘tradizionale’ (meglio: dello stereotipo dello stile tradizionale) dello Speyside, un whisky che difficilmente riuscirete a trovare deludente. L’enorme offerta ufficiale di Balvenie è nobilitata da diverse release di single cask: edizione standard, ma sempre diversa, spicca questo 15 anni ‘Single Barrel’ in sherry Oloroso. Oggi assaggiamo un barile imbottigliato nel 2017, ovvero il cask #11272, imbottigliato a 47,8%. Il colore, che colpevolmente citiamo di rado, è un rubino rubizzo rubacuori.

N: un barile ex-sherry molto scuro, schiacciante, polveroso… La prima patina è quasi di bacon, di certo di cuoio, cioccolato molto fondente, un po’ di polvere da sparo, tanto tabacco, spezie come cannella. Succo ai frutti rossi (quello artificiale, da supermercato), molto tamarindo. Come sempre espressivo, anche se scuro. More intense, frutta nera.

P: molto buono. Parte su note di liquirizia, alkermes, zuppa inglese, poi esplode una grande rotondità succosa, bilanciata da note di tannini molto equilibrate. La rotondità succosa è di more, succo di mirtilli, uva americana (l’acido dell’acino), ancora fave di cacao. Scompare il lato più sporco del naso, e va bene così.

F: molto lungo, godibilissimo, cioccolato fondente, amarene.

Molto buono, semplicemente, tutto quello che si può desiderare da un barile ex-sherry, il tutto supportato da un distillato sempre grasso e pieno, che non cede troppo spazio al legno. Equilibrio eccellente. Uno dei due però un po’ frigna, e dice che non è abbastanza Balvenie – ma solo perché era distratto da una fanciulla nel tavolo a fianco, cretedeci. 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: FKA Twigs – Cellophane.

Macduff 32 yo (1980/2012, Laida Weg, 48,3%)

Torniamo a parlare di Laida Weg, un albergo/resort visionario in fondo alla Val Sesia, ormai purtroppo chiuso da qualche anno… O meglio, torniamo a parlare del suo ex-proprietario, Flavio Tognon: grande appassionato di whisky e collezionista, all’epoca decise di dotare il nuovo hotel di un whisky bar che potesse fare invidia ai migliori alberghi d’Europa. Per raggiungere l’obiettivo, Tognon fece anche qualche imbottigliamento, in passato ne abbiamo già assaggiato qualcuno: oggi mettiamo il naso su un Macduff di 32 anni, distillato nel 1980 e imbottigliato nel 2012 a grado pieno. Grazie ad Alessandro che ci ha portato il sample, ormai tanto tempo fa…

N: volevate l’eleganza di un buon distillato lasciato per decenni in un buon barile? Eccola. È compattissimo, tutti gli aromi sono fusi assieme alla perfezione e sezionarli per una degustazione pare quasi un delitto. Subito c’è una tropicalità intensa e delicata al contempo, affinata: note di papaya (di succo di papaya), poi frutta molto matura. Una patina lieve di cera. Caramelle Rossana: il ripieno, però, tiene a sottolineare Corrado. Un sentore di limone. Punte erbacee, quasi mentolate, ci viene in mente il tè earl grey. Biscotti burrosi, latte e miele. Bouquet di fiori secchi. Fantastico.

P: al tavolo si sono sprecate le peggiori imprecazioni, tipiche del giubilo più sfrenato. Esplode una centrale nucleare di frutta tropicale, dimensione che si prende tutta la scena. È succosissimo, poco cremoso, con una devastazione di papaya, maracuja, goyaba, ananas… Biscotti al burro, tè freddo zuccherato, agrumi (bergamotto e un velo di albedo). Ancora floreale, diciamo convinti “gelsomino”. Ancora, fantastico.

F: lungo, persistente, ecco ancora frutta tropicale, ancora agrumi, shortbread…

È vellutato, lievissimo, succoso, con l’intensità del grado pieno e la bevibilità di un succhino da bere all’intervallo alle scuole medie. Straordinario, eccellente, vale ogni centesimo possibile (online si trova a un prezzo altino, a dir la verità, ma tant’è). 94/100. Delizioso, di whisky del genere ne berremmo a tazze, a colazione, a pranzo, a merenda. Magnifico.

Sottofondo musicale consigliato: Drake – Passionfruit.