Springbank 21 yo (1996/2017, Valinch & Mallet, 52,6%)

Sono due anni che abbiamo questo sample in casa (oltre a una bottiglia gelosamente custodita per i giorni di pioggia), abbiamo aspettato fin troppo tempo per recensirlo ma sapete com’è: quando ti trovi davanti uno Springbank 21 anni maturato in un barile ex-sherry Fino vuoi dedicargli la giusta attenzione… Il fatto che sia imbottigliato dalla premiata ditta Fabio Ermoli & Davide Romano, aka Valinch & Mallet, alza ulteriormente le nostre aspettative: speriamo che il sample non si faccia prendere da troppa ansia da prestazione, ma conoscendo il distillato l’eventualità dovrebbe essere remota.

N: aaah, che piacere, questi profumi per noi sono come tornare a casa dopo un lungo e faticoso viaggio. Partiamo dalle note più sporche, più Campbeltownesche: quindi olio d’oliva, spiaggia scozzese, aria di mare, alghe riarse, una torba non fumosa ma minerale, con grafite, terra umida. Zucchetti ci stende dicendo “salicornia”, ma d’altro canto lui è di un’altra pasta. Vi è però anche un lato fruttato, diciamo ‘dolcino’, con un misto di pesche e amaretti, con della frutta candita e una bella uva spina. Molto particolare, come sempre dalle parti di Springbank.

P: il tempo e il barile hanno smussato un po’ gli spigoli, senza però negare l’identità. E dunque liquirizia salata, un lieve sale, una leggera mineralità di terra umida. Il lato dolce e fruttato è ancora piuttosto coerente col naso ma difficile da imbrigliare: pesche cotte col vino, mele renette, una crema fruttata e acidina, forse yogurt al limone? Crosta di torta di mele. C’è poi verso il finale un ritorno di amaro, di vegetale…

P: …che torna deciso al finale, dopo un tappetino minerale e dolce: un po’ come pucciare delle pesche in un mix di zenzero, sale e cenere.

Molto variabile, molto fluttuante, è molto buono anche perché gli manca un vero e proprio centro, continua a cambiare e a colpirti prima con una nota minerale, poi con un’altra dolcina, poi ancora con qualcosa di più acido… Molto affilato, nervoso, per niente ruffiano: in fondo dimostra una personalità da picchiatore di strada, da scumbag scozzese, magro e tirato, sempre pronto alla rissa nelle periferie di Aberdeen. Non c’è verso, a noi lo stile di Campbeltown piace proprio perché è così unico, così introvabile altrove. Il giudizio tradotto in freddo numero non può che essere 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Oi Polloi – Let the boots do the talking.

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Feis Ile 2019 Tasting – cinque su sei

Come l’anno scorso (e come l’anno primaaaaa), un’eroica brigata capitanata da Claudio Riva è andata a Campbeltown e su Islay per festeggiare gli open day delle distillerie in occasione del Campbeltown Malts Festival e del Feis Ile – ma l’eroismo non sta nell’esserci andati, con ogni evidenza… Quella è la parte brutta e da invidiare rosicando, senza concessioni. L’eroismo sta piuttosto nell’aver riportato in Italia una selezione dei sei migliori imbottigliamenti esclusivi per il Festival apposta per aprirli con il pubblico di appassionati di Whisky Club Italia – tra cui noialtri, ovviamente. Dunque, bando alle ciance e diamoci dentro con cinque dei sei malti bevuti – manca Laphroaig, arriverà nei prossimi giorni, purtat’ pacienza.

Springbank 8 yo ‘Open Day 2019’ (2011/2019, OB, 56,8%)

1100 bottiglie, maturazione in “fresh sherry casks”. N: non spigolosissimo anche se in stile springy, rimane abbastanza pulito e molto sherroso. La nota di cera c’è eccome però, assieme a olive nere e sentori vinilici. In realtà col tempo si apre ed esce anche un cerino sulfureo che dona profondità. P: molto grasso ed oleoso con un bel contributo della torba. Anche lo sherry è bello appiccoso e profondo (caramello e marmellate). Cioccolato e un tocco costiero molto piacevole. F: bacon e pepe e ancora tanto sherry dolce e opulento. Con acqua merita, tra cera e marmellata bruciacchiata a gogò. Sicuramente tanto carico ma anche tanto bilanciato tra la grassezza del distillato e la dolcezza di botte. 8 anni e tanta tanta personalità: 89/100

Longrow 15 yo ‘Open Day 2019’ (2004/2019, OB, 52,4%)

911 bottiglie, maturazione in “fresh rum casks”. N: inizialmente è stranamente chiuso, anche se la botte si manifesta sotto forma di frutta gialla zuccherosissima (banana), molto costiero. Note chimiche da rum… La torba è sicuramente meno pronunciata rispetto allo springbank. P: si fa più sporco anche se il fumo è davvero in disparte. Chimico e sulfureo con accanto, comunque ben integrate, note di crema al limone e banana. Agrumi. Un filo di cera. F: medio, di spiccata dolcezza e decisamente sapido. Il rum si sente parecchio, anche perché gli anni si sono portati via gli spigoli della casa, ma non è affatto sgradevole, anzi, resta molto affilato: patisce forse la degustazione dopo lo Springbank, che è una pialla. 85/100

Lagavulin 19 yo ‘Feis Ile 2019’ (2019, OB, 53,8%)

6000 bottiglie, maturazione in “sherry treated american oak casks”. N: paradossalmente fresco e succoso, pur se torba e mare sono ancora lì cazzuti dopo quasi 20 anni. Addirittura ricorda il pout-pourri di fiori secchi, quando si affacciano le note più delicate. Torta di mele appena sfornata. Truciolo bruciato. P: la tendenza alla freschezza si accentua ed è molto beverino, non ha un grosso impatto in bocca. Non dimostra sicuramente l’età. Sentiamo marmellata d’arancia, castagne. F: salmastro, legno e zucchero bruciati. È davvero beverino, non un mostro di complessità, però. Forse si poteva fare di più? E comunque, se questo è un Lagavulin quasi deludente… Chapeau. 87/100

Caol Ila 22 yo ‘Feis Ile 2019’ (2019, OB, 58,4%)

3000 bottiglie, maturazione in “sherry treated american oak casks” (gli piace ‘sta formula, a Diageo, eh). N: un raffinato galantuomo nel fiore degli anni. Tutto molto integrato, con note incantevoli vegetali di foglia e di torba dolce. Torta di mele, pesche sciroppate. P: tripudio di frutta (pesche, fichi freschi), con un kick iniziale molto deciso. Saporito anche se l’alcol si nasconde in maniera incredibile (58,4 dove?). Sentiamo anche il mare a far da sfondo. Esibisce già le note levigate e setose che si possono apprezzare in alcuni caol Ila ultratrentenni. F: si riverbera la dolcezza fruttata ma la torba non molla un colpa e rimane bella smoggosa, viva. 91/100. Aggiungete acqua e godete.

Bowmore 15 yo ‘Feis Ile 2019’ (2019, OB, 51,7%)

3000 bottiglie, maturazione in “first-fill ex-bourbon casks”. N: proseguiamo con l’eleganza, con botte di clorofilla, di cera, di foglia sudata (vabbè, diciamo umida, dai), di olio d’oliva (focaccia!?!?!?!?) ma anche di burro. Poi limonata dolce e poi poi poi… arriva il tropicale! P: delicato ma deciso, frutta tropicale impastata di cera, acidità agrumata (limone e lime) a braccetto con la vaniglia e il miele. Si sente bene anche il cereale. Il fumo è discreto, molto in secondo piano, ma è una coccola. F: si ricompone con grande garbo su note vegetali, di cioccolato amaro. Un whisky dipinto col pennellino che berresti sempre: 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Blues Brothers – Everybody Needs Somebody (To Love).

Botti da orbi – Sanremo, serata 2: Longrow 14 yo sherry cask matured (2003/2018, OB, 57,8%)

[seconda serata di Sanremo, secondo malto con cui consolarsi: ecco la salvifica rubrica di Marco Zucchetti]

Longrow 14 yo sherry cask matured (2003/2018, refill Oloroso sherry, 57,8%)

Può un whisky essere punk? Certo, basta fare tutto il contrario di quel che il gusto imperante vuole. Questo Longrow è esattamente così, come quando i Placebo nel 2001 salirono sul palco dell’Ariston suonando una canzone inneggiante alla ketamina, sfasciando la chitarra su un amplificatore e facendo il dito medio al pubblico. Ecco, qui i gestacci sono olfattivi. Come definire altrimenti note che recitano: radicchio stufato, maiale alla senape di Digione, uvetta, frutti rossi, resina e foglie umide di tabacco? Un mostro di sherry e uno sherry mostruoso, sporco e cattivo come da pedigree degli Springbank torbati. In bocca è torrido, con le stesse tre componenti: sulfureo e carnoso (barbecue e fiammifero), dolcezza (torta al caramello, miele di castagno e marmellata di more) e un che di speziato, tra la buccia di mela rossa e il Pu’er, tè nero cinese fermentato. Finale più secco, con parecchio cioccolato fondente e torba salata.

Divisivo al massimo, o lo si odia come Ruben, o lo si ama come noi, che ancora quando facciamo le pulizie la domenica mattina in pantofole mettiamo i Nofx e gli Ash. Fuor di metafora, è un malto estremo, straziato dalle sue tensioni opposte, lancinante eppure divertente. 87/100.

Sottofondo sanremese consigliato: Afterhours – Il paese è reale.

Springbank 26 yo ‘Sar Obair’ (1990, Kingsbury, 51,2%)

Eccoci con il secondo single cask di Springbank: dopo il glorioso ex-bourbon di Rest & Be Thankful, eccoci alle prese con un decanter di cristallo di Kingsbury, nella serie “Sar Obair“. Si tratta di uno Springbank invecchiato in un single cask (#90) del 1990 ex-sherry decisamente a primo riempimento, a giudicare dal colore, imbottigliato 26 anni dopo a 51,2% per il mercato asiatico. Ora, noi sappiamo che in alcuni mercati piacciono i barili ex-sherry e piacciono i decanter di cristallo: meglio se le due cose vanno insieme, così dentro al decanter puoi vedere un liquido scurissimo, tipo la salsa di soia. Questo è appunto il caso. Grandi aspettative, vediamo.

N: urca, che sherry monster. La prima coltre densissima è di cola e di liquirizia pura, con una colatura zuccherina: roba da appiccicarsi le narici. Frutta rossa e frutta nera, rigorosamente in marmellata: non c’è nulla di fresco qui dentro. Siamo in una monarchia assoluta, anzi in una dittatura del legno, attivissimo, che riesce persino a coprire il distillato di Springbank, se non fosse per una nota di salamoia e olive nere che resiste. Un che di liquore amaro, con una progressiva irruzione di erbe massiccia, che col tempo diventa davvero drammatica. Chiodi di garofano.

P: mmm, acido, amaro e legnoso. Decisamente abbiamo esagerato con la botte, eh, amici di Kingsbury? La frutta rossonera, e dunque intimamente diabolica, è affogata nel tannino, erbaceo legnoso e liquirizioso oltre ogni senso comune, con l’aggravante di tirar fuori note di arancia marcia e aceto di more, a testimoniare un’acidità un po’ sballata in questo contesto. Arriva anche un che di sapido, che però in questo contesto è più una off-note che un valore aggiunto.

F: eccolo confermato, tra erbe amare e tabacco. Paradossalmente non lungo. Conclude con una punta salata.

Siamo un po’ in imbarazzo, ed è tutto un imbarazzo della volontà che si scontra con la fermezza della ragione: avevamo altissime aspettative da questo Springbank, che per inciso costa intorno ai 900€ e ha ottime valutazioni su whiskybase… E però non si può non riconoscere qui un qualcosa di sbagliato: non è piacevole, né da bere né da annusare, e vive il dramma di un invecchiamento trascinato decisamente oltre ogni logica. Ci piace pensare che il signor Kingsbury, girando per la sua warehouse, abbia detto: “ma cazzo!, com’è che ci siamo dimenticati di questo Springbank! Dovevamo imbottigliarlo tre anni fa! Vabbè, dai, mettiamolo in un decanter di cristallo e spediamolo in Asia”. Ha avuto ragione lui, probabilmente, ma noi dobbiamo scrivere 72/100. Le cipolle fanno sì che il latte abbia un cattivo sapore, insegnano i Melvins.

Sottofondo musicale consigliato: The Melvins – Onions Make the Milk Taste Bad.

Springbank 25 yo (1991/2017, Rest & Be Thankful, 46,3%)

Allo scorso Milano Whisky Festival si è avvicinato a noi, con fare losco e circospetto, il buon Riccardo Guadagni, ex barista dello storico Bar Metro – diciamo che si è fatto le ossa in un bell’ambiente, ecco, e con un maestro d’eccezione come Giorgio D’Ambrosio. Nascosto dentro all’impermeabile aveva una bottiglia di Springbank 25 anni, imbottigliato da Rest & Be Thankful per il mercato asiatico (per Liquid Gold, a voler essere precisi). Lo assaggiamo oggi, e nei prossimi giorni lo confronteremo con un altro Springbank indipendente, anch’esso per il mercato asiatico, tutto invecchiato in un single cask ex-sherry – anch’esso spacciatoci da Riccardo, cui siamo particolarmente grati, capirete.

N: il naso è splendido. Ci sono note di carambola, c’è una punta fresca di canfora, poi mela cotta, mela gialla (buccia di mela), qualcuno perfino dice mela verde. Insomma, mela e tanta frutta gialla. La mineralità tipica di Springbank qui si rivela con una patina come ossidata, da whisky di una volta, con quella cerealosità vagamente cerosa… Non c’è marinità, per lo meno al naso. Un ignoto bevitore, che degusta con noi, per racchiudere il senso contraddittorio della commistione di freschezza e di profondità, si lancia nell’immagine evocativa “è una milf diciassettenne”, e un quarto figuro, che non citiamo per non fargli subire legittime accuse di sessismo, aggiunge “con due pere così”.

P: porca miseria! Ha un lato di frutta tropicale stupefacente, intensissima e soprattutto inedita per Springbank, di una varietà ed esplosività francamente devastanti. 50 sfumature di frutta: cocco, maracuja, frutto della passione, pesca, ancora molta mela… Poi ecco tornare una patina di cera. Una convincente nota di liquirizia salata, e con venature mentolate. Ecco finalmente anche la sapidità di Springbank, lieve, con un sentore suggestivo di alga. Che spettacolo, beati gli asiatici!

F: lungo, persistente, con note zuccherine, di mandorla e marzapane, dopo una primissima fiammata tropicale, assolutamente (lo ripetiamo) devastante.

È qualcosa di spettacolare, semplicemente. L’abbiamo già scritto qualche volta nel corso della recensione, ma chi l’ha mai trovata una tropicalità del genere in uno Springbank contemporaneo?! Veramente splendido, fresco e fruttato e al contempo dotato di quella profondità di cereale che solo a Springbank riusciamo a trovare: anche se manca la dimensione più compiutamente costiera che siamo abituati a considerare un hallmark della distilleria di Campbeltown, non ci possiamo proprio lamentare. Incantevole: 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Serge Gainsbourg – Daisy Temple.

Milano Whisky Festival 2018: i terzetti

Finalmente, l’evento più atteso dell’anno whiskofilo è arrivato: sabato e domenica ci sarà il Milano Whisky Festival, come sempre al Marriott, in via Washington a Milano. Per il sesto anno di fila noi parteciperemo attivamente, e non solo passivamente sventolando il bicchiere davanti al povero standista: saremo infatti al banchetto di Beija-Flor, importatore di Cadenhead’s, Springbank, GlenDronach, Arran, Kilkerran, Tullibardine, Kilchoman, Bladnoch, Tomatin e Glenglassaugh, a diffondere la nostra malintesa sapienza e la nostra contagiosa passione a quanti avranno voglia di bersi un dram con noi.

Anche quest’anno abbiamo selezionato, nel portfolio dell’importatore, dei percorsi di degustazione, dei terzetti da proporre con la formula del “bevi 3 paghi 2”: come potete vedere qui sotto, ci saranno imbottigliamenti davvero ghiotti… Insomma, ci sono tutte le premesse per divertirci, no? Vi aspettiamo!

Springbank 1998 (2015, Malts of Scotland, 49,2%)

Malts of Scotland, imbottigliatore indipendente tedesco, da diversi anni seleziona barili e pian piano ha acquisito sempre più credito presso gli appassionati in giro per il mondo. In Italia è importato da Max Righi, che al Milano Whisky Festival dell’anno scorso ci ha fatto omaggio di un sample di questo Springbank di circa 16 anni: distillato nel 1998, è rimasto in un barile ex-sherry fino al 2015. Dopo quasi un anno, è giunto il momento di berlo.

N: sporchino come solo certi Springbank sanno essere. La prima dimensione che incontriamo è quella di un lato lievemente torbato e molto costiero (guscio di mollusco, scoglio), con note di terra umida, pepe, un lieve fumo di cerino. Dopo un po’ si apre su un lato più morbido e succoso, anche se molto sottile e trattenuto: ci viene subito in mente la mela rossa, poi una crostata alle mele… Ha una punta erbacea (se diciamo genziana ci insultate? e se diciamo bustina di valeriana? ma insomma, cosa dobbiamo dire per farci insultare?!); fieno.

P: complessivamente più ‘dolce’, meno spigoloso: il filo di fumo è sempre più sottile, e il lato costiero e minerale è qui una semplice sfumatura di un profilo apparentemente più rotondo. Ancora mela e crostata di mele, vagamente cremoso. La verità è che la dolcezza è soprattutto di cereale (fieno). Un fil di ferro ciucciato (l’avrete appeso un quadro in casa, prima o poi, no?). L’acqua semplifica, spostando la bilancia sul versante dell’austerità, rendendolo molto oleoso, erbaceo e marino.

F: riecco la patina di cera e di fumo, di quella torba spigolosa e trattenuta di Springbank, e tanto fieno caldo.

Complesso nella sua semplicità, ha una sua bella evoluzione: all’inizio il naso sembrava preferibile, ma poi il palato con l’aggiunta di acqua dimostra di sapersi evolvere nella direzione di un’austerità propria dei malti di Campbeltown. Buono, un po’ squilibrato e spigoloso; volendo usare una metafora musicale, non è una sinfonia, è un accordo – ma su uno spartito ben composto. 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Struts – Could Have Been Me.

Springbank 14 yo ‘Bourbon cask’ (2002/2017, OB, 55,8%)

A ottobre del 2017 i ragazzacci di Springbank hanno lasciato gradevolmente sorpresi i fan della distilleria rilasciando questo imbottigliamento in edizione limitata (9000), caratterizzato da una scelta dei legni di invecchiamento abbastanza particolare per gli standard della distilleria. Sono stati infatti utilizzati solo barili ex bourbon, sia di primo riempimento che di successivi riutilizzi. La scelta è inusuale perché anche per la versione entry level, il 10 anni, la ricetta prevede una miscela di barili ex bourbon ed ex sherry, ed è dunque un fatto che per assaggiare un imbottigliamento forgiato dai legni impregnati del solo distillato d’Oltreoceano ci si debba perlopiù affidare a single cask, che però sfortunatamente sono davvero poco inflazionati – e quando escono in commercio, spariscono in mezz’ora. Così la curiosità monta a dismisura, la salivazione aumenta, la pressione sale: siamo determinati ad andare fino in fondo.

sept17-springbank14_1N: la tipologia d’invecchiamento appare subito evidente, con note folgoranti di gelato alla banana (quello sullo stecco della nostra infanzia). Molto ricco, con vaniglia, torta paradiso, crema pasticciera; anche una nota burrosa e zuccherina, diciamo da budino alla vaniglia. A tratti sembra di sentire burro fresco – ma forse è solo il preludio a quelle zaffate che escono qua e là di aria di mare, di iodio, di sentori minerali tanto cari alla distilleria. Non il più complesso degli Springbank, ma che qualità… L’aggiunta dell’acqua apre il lato più duro, restituendo note di humidor di sigari, di tabacco da pipa, di legno speziato.

P: semplice ma concreto. Di nuovo il percorso inizia con la dolcezza gialla e cremosa del bourbon, con crema pasticciera e banana e vaniglia; poi si apre sull’austerità di Campbeltown, con il mare e un principio di torbatura minerale, molto terrosa e sapida, per poi buttare lì delle bellissime note di tabacco da pipa, con spezie.

F: lungo, persistente, la dolcezza rimane ma lascia presto spazio a un senso di sigaro spento, di tabacco da pipa aromatizzato.

Durante la recensione non abbiamo fatto cenno alla gradazione, il che è già di per sé un valore. Non possiamo che ribadire quanto già scritto sopra: buono, buonissimo come quasi sempre accade con Springbank, meno sfumato e screziato di altre espressioni ma comunque con in primo piano le caratteristiche minerali e marine tipiche del distillato di Campbeltown. 87/100 ci pare il giusto compromesso; tuttora si trova in commercio a circa 100€.

Sottofondo musicale consigliato: Bonobo – Kerala.

Hazelburn 10 yo (2007/2018, OB for Beija-Flor, 55,4%)

Torniamo a Campbeltown per una piccola e inattesa sorpresa, presentata in Italia la settimana scorsa a una degustazione presso Le Bon Bock Shop a Roma: l’importatore italiano Beija-Flor ha avuto la possibilità di mettere le mani su un single cask di Hazelburn, la versione non torbata (anche se…) e a tripla distillazione di Springbank. Non è una roba da poco, se consideriamo che sono usciti pochissimi imbottigliamenti del genere – contiamo meno di una ventina di single casks mai messi sul mercato, per intenderci. La scelta è caduta su un malto invecchiato 10 anni in un barile ex-Sauternes a secondo riempimento: non si tratta di un finish ma di una piena maturazione… Tempo fa avevamo assaggiato con piacere una release ‘standard’, anche se limitata, di Hazelburn ex-bourbon poi passato in Sauternes e ci era piaciuto molto: vediamo come si comporta questo, considerando che una maturazione così lunga in un barile ex-vino non è sempre foriera di buone novelle.

N: i sentori vinosi e gli aromi tipici dei Sauternes sono qui incredibilmente vividi – e ci mancherebbe, dopo dieci anni di botte, anche se refill! Qui, piuttosto che parlare di riuscita integrazione tra distillato e botte, si potrebbe quasi parlare di una trasfigurazione, di nascita di una nuova creatura, un “whiskernes” probabilmente. Abbiamo quindi una esuberante e avvolgente nota di miele, assieme ad una composta di albicocca davvero invitante. Pesche cotte, anche un più distante sentore di amaretto. C’è questo senso di frutta zuccherina/zuccherata, molto ricco, anche se non appare eccessivo: questo tripudio è temperato e mitigato da quello che ci sembra di riconoscere come sentore di ‘aria di Campbeltown’: leggera aria salmastra, con un cerino spento che aleggia, a ‘sporcare’ felicemente la rotondità complessiva. Legno di cedro e scorza d’arancia.

P: l’ingresso è delicato, con poca evidenza dell’alcol, e poi procede compatto, diritto per la sua strada. Denso, ti lascia le pareti della bocca avvolte. È veramente buono: hai una nota dolce in avvio, coerente col naso, fatta di marmellata di albicocca, tanto tanto miele, pesche cotte. A sorpresa, mentre il whisky indugia sulla lingua, esplode una nota di frutta tropicale mista (ci viene in mente proprio il succo) che lascia attoniti, incapaci di proferir parola – anche perché si ha la bocca piena, vabbè. E poi subito un altro plot-twist: il marchio di fabbrica di Campbeltown è particolarmente marcato, tra note di salamoia, minerali, ancora il cerino, una torba leggera ma non così tanto (ci sovviene un fil di fumo).

F: …filo di fumo che qui si manifesta definitivamente, impastato con note zuccherine e intensamente fruttate – forse per l’eternità.

Partiamo da un aneddoto: tempo fa abbiamo partecipato ad una degustazione alla cieca organizzata dall’amico Corrado De Rosa, e se da un lato siamo stati bravissimi azzeccando tre delle cinque referenze, dall’altro abbiamo toppato proprio a Campbeltown, confondendo un vecchio Hazelburn 12 anni con uno Springbank 15… Questo la dice lunga sulla nostra credibilità, certo, ma dice anche qualcosa sul rispetto dei comparti stagni a Springbank: Hazelburn, se pure formalmente non dovrebbe avere traccia di torba, in realtà ha sempre una venatura minerale, torbata appunto, che può essere di volta in volta più o meno pronunciata e che spariglia le carte della pulizia. Qui questa componente è più che presente con note minerali, di mare e di fiammiferi, e svolge la funzione fondamentale di equilibrare un whisky che altrimenti sarebbe stato sbilanciato sul versante della dolcezza vinosa, con tutto il corredo di sentori tipici della botte ex-Sauternes. Una nota curiosa: il fatto di essere refill ha ammorbidito il tripudio di albicocca, soprattutto al palato, trasferendo le frutta su terreni tropicali. Confessiamo: partivamo prevenuti, ma siamo stati costretti a ricrederci: 90/100, per un whisky pieno, solido, complesso e di grande bevibilità. Oh se vi capita uno Springbank cattivo, per favore giratecelo, almeno lo recensiamo!

Sottofondo musicale consigliato: Alina Engibaryan – I’ll be around.

Springbank 13 yo (2003/2017, Cadenhead’s, 57%)

Oggi assaggiamo quello che è stato un instant best seller all’ultimo Milano Whisky Festival: era andato sold out poche ore dopo la messa in commercio in estate, le poche bottiglie rimaste all’importatore italiano sono state letteralmente polverizzate due weekend fa. Come sapete, Cadenhead’s, il più antico imbottigliatore indipendente di Scozia, festeggia quest’anno il suo 175esimo anniversario, e lo sta celebrando alla grande, con imbottigliamenti dedicati e alcune serie speciali. Tra queste, ecco la linea di single casks per i punti vendita in Europa: come tributo al fu Cadenhead’s Whisky Shop di Aberdeen, negozio storico visto che proprio ad Aberdeen nacque la compagnia che ora ha sede a Campbeltown, Cadenhead’s ha imbottigliato uno Springbank di 13 anni in sherry Oloroso, naturalmente non colorato, non filtrato a freddo e non diluito (57%). Ora, Springbank e Cadenhead’s hanno la stessa proprietà: confidiamo che abbiano scelto un barile meritevole… Affrontiamolo.

58877-714-1N: massiccio e aggressivo, selvaggio e ‘sporco’ come ci si aspetta da uno Springbank in sherry first fill. Incredibile intensità: nel sezionare partiamo dalle note più sporche, sulfuree, di fiammifero, di cuoio nuovo, di cera di candela… Poi lo sherry porta una bordata di frutta rossa: confettura di ciliegie, poi fragole, more, anche lamponi. Molto fruttato, in effetti: pesca bruciacchiata (?), tarte tatin, mela glassata. Più ci si tiene il naso sopra, più il sulfureo si assorbe: resta poi, in crescita costante, una nota di malto, di frollino o di brioche. Arancia rossa, sempre di più.

P: l’impatto non è adatto ai deboli di cuore, l’alcol picchia abbastanza. Ma che spettacolo! Riesce ad essere ancora più sporco di quanto il naso non lasciasse presagire: tra mille spigoli, alcuni anche torbati, si fanno avanti note di cera, di zolfo, di arancia rossa marc… ehm, troppo matura (veramente notevole), poi un qualcosa che ricorda un soffritto. Cresce una nota salina, nitidamente sapida e marina, inattesa. Non si dimentichi il lato dolce e fruttato, pure presente, tra confetture ai frutti rossi, forse caramello, quelle parti di crostata bruciacchiate in forno, senz’altro del miele scuro. Ancora arancia rossa.

F: all’inizio troviamo cioccolato fondente (anzi: fave di cacao), confettura ai frutti rossi e qualcosa di dolce e bruciato, ma poi all’infinito resistono il fiammifero, il sulfureo, il cuoio. Viene fuori anche un bel fumino acre di torba.

Con Sprinbgank (e con gli Springbank in sherry a maggior ragione), la storia è sempre la stessa: o lo ami o lo odi. Un whisky che racchiude in sé due eccessi: sia il barile di sherry, marcante e sfacciato, sia tutta la spigolosità di un distillato che non ha eguali in Scozia, e non solo lì forse. Effettivamente è un whisky spettacolare, a suo modo, eccessivo e carico, e sicuramente sarà divisivo: un whisky scomodo, cui è difficile tappare la bocca. Dopo attente elucubrazioni, siamo giunti a chiudere su 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: A perfect circle – The Doomed.