Hazelburn 10 yo (2007/2018, OB for Beija-Flor, 55,4%)

Torniamo a Campbeltown per una piccola e inattesa sorpresa, presentata in Italia la settimana scorsa a una degustazione presso Le Bon Bock Shop a Roma: l’importatore italiano Beija-Flor ha avuto la possibilità di mettere le mani su un single cask di Hazelburn, la versione non torbata (anche se…) e a tripla distillazione di Springbank. Non è una roba da poco, se consideriamo che sono usciti pochissimi imbottigliamenti del genere – contiamo meno di una ventina di single casks mai messi sul mercato, per intenderci. La scelta è caduta su un malto invecchiato 10 anni in un barile ex-Sauternes a secondo riempimento: non si tratta di un finish ma di una piena maturazione… Tempo fa avevamo assaggiato con piacere una release ‘standard’, anche se limitata, di Hazelburn ex-bourbon poi passato in Sauternes e ci era piaciuto molto: vediamo come si comporta questo, considerando che una maturazione così lunga in un barile ex-vino non è sempre foriera di buone novelle.

N: i sentori vinosi e gli aromi tipici dei Sauternes sono qui incredibilmente vividi – e ci mancherebbe, dopo dieci anni di botte, anche se refill! Qui, piuttosto che parlare di riuscita integrazione tra distillato e botte, si potrebbe quasi parlare di una trasfigurazione, di nascita di una nuova creatura, un “whiskernes” probabilmente. Abbiamo quindi una esuberante e avvolgente nota di miele, assieme ad una composta di albicocca davvero invitante. Pesche cotte, anche un più distante sentore di amaretto. C’è questo senso di frutta zuccherina/zuccherata, molto ricco, anche se non appare eccessivo: questo tripudio è temperato e mitigato da quello che ci sembra di riconoscere come sentore di ‘aria di Campbeltown’: leggera aria salmastra, con un cerino spento che aleggia, a ‘sporcare’ felicemente la rotondità complessiva. Legno di cedro e scorza d’arancia.

P: l’ingresso è delicato, con poca evidenza dell’alcol, e poi procede compatto, diritto per la sua strada. Denso, ti lascia le pareti della bocca avvolte. È veramente buono: hai una nota dolce in avvio, coerente col naso, fatta di marmellata di albicocca, tanto tanto miele, pesche cotte. A sorpresa, mentre il whisky indugia sulla lingua, esplode una nota di frutta tropicale mista (ci viene in mente proprio il succo) che lascia attoniti, incapaci di proferir parola – anche perché si ha la bocca piena, vabbè. E poi subito un altro plot-twist: il marchio di fabbrica di Campbeltown è particolarmente marcato, tra note di salamoia, minerali, ancora il cerino, una torba leggera ma non così tanto (ci sovviene un fil di fumo).

F: …filo di fumo che qui si manifesta definitivamente, impastato con note zuccherine e intensamente fruttate – forse per l’eternità.

Partiamo da un aneddoto: tempo fa abbiamo partecipato ad una degustazione alla cieca organizzata dall’amico Corrado De Rosa, e se da un lato siamo stati bravissimi azzeccando tre delle cinque referenze, dall’altro abbiamo toppato proprio a Campbeltown, confondendo un vecchio Hazelburn 12 anni con uno Springbank 15… Questo la dice lunga sulla nostra credibilità, certo, ma dice anche qualcosa sul rispetto dei comparti stagni a Springbank: Hazelburn, se pure formalmente non dovrebbe avere traccia di torba, in realtà ha sempre una venatura minerale, torbata appunto, che può essere di volta in volta più o meno pronunciata e che spariglia le carte della pulizia. Qui questa componente è più che presente con note minerali, di mare e di fiammiferi, e svolge la funzione fondamentale di equilibrare un whisky che altrimenti sarebbe stato sbilanciato sul versante della dolcezza vinosa, con tutto il corredo di sentori tipici della botte ex-Sauternes. Una nota curiosa: il fatto di essere refill ha ammorbidito il tripudio di albicocca, soprattutto al palato, trasferendo le frutta su terreni tropicali. Confessiamo: partivamo prevenuti, ma siamo stati costretti a ricrederci: 90/100, per un whisky pieno, solido, complesso e di grande bevibilità. Oh se vi capita uno Springbank cattivo, per favore giratecelo, almeno lo recensiamo!

Sottofondo musicale consigliato: Alina Engibaryan – I’ll be around.

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Springbank 13 yo (2003/2017, Cadenhead’s, 57%)

Oggi assaggiamo quello che è stato un instant best seller all’ultimo Milano Whisky Festival: era andato sold out poche ore dopo la messa in commercio in estate, le poche bottiglie rimaste all’importatore italiano sono state letteralmente polverizzate due weekend fa. Come sapete, Cadenhead’s, il più antico imbottigliatore indipendente di Scozia, festeggia quest’anno il suo 175esimo anniversario, e lo sta celebrando alla grande, con imbottigliamenti dedicati e alcune serie speciali. Tra queste, ecco la linea di single casks per i punti vendita in Europa: come tributo al fu Cadenhead’s Whisky Shop di Aberdeen, negozio storico visto che proprio ad Aberdeen nacque la compagnia che ora ha sede a Campbeltown, Cadenhead’s ha imbottigliato uno Springbank di 13 anni in sherry Oloroso, naturalmente non colorato, non filtrato a freddo e non diluito (57%). Ora, Springbank e Cadenhead’s hanno la stessa proprietà: confidiamo che abbiano scelto un barile meritevole… Affrontiamolo.

58877-714-1N: massiccio e aggressivo, selvaggio e ‘sporco’ come ci si aspetta da uno Springbank in sherry first fill. Incredibile intensità: nel sezionare partiamo dalle note più sporche, sulfuree, di fiammifero, di cuoio nuovo, di cera di candela… Poi lo sherry porta una bordata di frutta rossa: confettura di ciliegie, poi fragole, more, anche lamponi. Molto fruttato, in effetti: pesca bruciacchiata (?), tarte tatin, mela glassata. Più ci si tiene il naso sopra, più il sulfureo si assorbe: resta poi, in crescita costante, una nota di malto, di frollino o di brioche. Arancia rossa, sempre di più.

P: l’impatto non è adatto ai deboli di cuore, l’alcol picchia abbastanza. Ma che spettacolo! Riesce ad essere ancora più sporco di quanto il naso non lasciasse presagire: tra mille spigoli, alcuni anche torbati, si fanno avanti note di cera, di zolfo, di arancia rossa marc… ehm, troppo matura (veramente notevole), poi un qualcosa che ricorda un soffritto. Cresce una nota salina, nitidamente sapida e marina, inattesa. Non si dimentichi il lato dolce e fruttato, pure presente, tra confetture ai frutti rossi, forse caramello, quelle parti di crostata bruciacchiate in forno, senz’altro del miele scuro. Ancora arancia rossa.

F: all’inizio troviamo cioccolato fondente (anzi: fave di cacao), confettura ai frutti rossi e qualcosa di dolce e bruciato, ma poi all’infinito resistono il fiammifero, il sulfureo, il cuoio. Viene fuori anche un bel fumino acre di torba.

Con Sprinbgank (e con gli Springbank in sherry a maggior ragione), la storia è sempre la stessa: o lo ami o lo odi. Un whisky che racchiude in sé due eccessi: sia il barile di sherry, marcante e sfacciato, sia tutta la spigolosità di un distillato che non ha eguali in Scozia, e non solo lì forse. Effettivamente è un whisky spettacolare, a suo modo, eccessivo e carico, e sicuramente sarà divisivo: un whisky scomodo, cui è difficile tappare la bocca. Dopo attente elucubrazioni, siamo giunti a chiudere su 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: A perfect circle – The Doomed.

Whiskyfacile… al Milano Whisky Festival!

14976636_1242433639149438_2123820976059888283_oCome da tradizione, per la quinta volta quest’anno parteciperemo al Milano Whisky Festival stando dietro al banchetto di Beija-Flor… e come da tradizione, l’importatore ci ha messo a disposizione il suo intero portfolio per farci scegliere 13 percorsi di degustazione, 13 terzetti che saranno proposti in assaggio con la formula del ‘bevi tre, paghi due’. Qui sotto mettiamo i manifestini per 12 percorsi, con qualche indicazione: innanzitutto, quest’anno è il 175° anniversario di Cadenhead’s, il più antico imbottigliatore indipendente di Scozia, e per quanto buona parte degli imbottigliamenti celebrativi non siano più disponibili abbiamo costretto Maurizio a mettere in assaggio qualche chicca, pescando soprattutto tra le release del 2017 (attenzione a due single cask per i punti vendita di Cadenhead’s…). Rispetto agli anni scorsi ci sono poi alcune novità: Bladnoch in primis, con le Lowlands finalmente rappresentate, poi l’irlandese The Whistler e, con grande gioia nostra, il bretone Armorik. Inoltre, spiccano alcuni imbottigliamenti esclusivi per l’importatore, ad esempio (udite udite) un GlenDronach del 1992 in Oloroso, o due Kilchoman, uno in bourbon e l’altro finito per sei mesi in Pedro Ximenez.

Sopra però abbiamo parlato di 13 terzetti, e qui sotto ce ne sono solo 12… Ebbene sì, ce n’è uno fuori lista, fatto di soli imbottigliamenti “almost rare“, ovvero usciti come ‘normali’ qualche anno fa e nel frattempo diventati piccoli oggetti di culto. Eccolo qui:

  • Kilkerran Work in Progress 1st edition (2009, 46%)
  • Longrow 10 yo (anni 2000, 46%)
  • Kilchoman 2007 SC Oloroso per Beija-Flor (2013, 58%)

Insomma, dovreste trovare malto per i vostri denti, o no? Noi vi aspettiamo, anche solo per quattro chiacchiere!

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Kilkerran 8 yo (2017, OB, 56,2%)

37. barili kilkerranEsattamente un anno fa, poco prima del Milano Whisky Festival, ci trovavamo a presentare il Kilkerran 12 anni, prima espressione stabile del core range della sorellina di Springbank – ad oggi, quella recensione è risultata la più vista sul sito nel corso degli ultimi mesi, e quell’imbottigliamento si è affermato a livello globale come una dellemigliori sorprese del 2016, un whisky dalla complessità straordinaria se si considera la fascia di prezzo in cui si posiziona. Per quest’anno Glengyle non offre nuove release autunnali, ma – attenzione attenzione – al nostro consueto banchetto avremo aperta una chicca, una bottiglia ormai oggetto delle mire dei collezionisti, che giunge dai tempi (non così lontani, in effetti) in cui Kilkerran era un marchio come un altro, con tutto da dimostrare. Su questo sveleremo di più domani, ma intanto ‘accontentiamoci’ di recensire l’edizione limitata primaverile, un 8 anni a grado pieno maturato in barili ex-bourbon, abbondantemente esaurita nel giro di poche settimane.

aa4167N: come da copione, troviamo un profilo unico: tanto minerale, tanta cera, tanta marinità. Simile al 12 anni ma più tagliente, più acuto, con una quota di ‘umidità’ in meno, se vogliamo. Note di shortbread (i biscotti al burro scozzesi, bestie ignoranti!) a condensare in un’immagine la parte più ‘dolcina’, e un pelo di burro fresco. Mela verde. Il lato vegetale ed erbaceo è molto raffinato, con anche una punta balsamica, di eucaliptolo o di menta piperita. Ha in evidenza una piacevole nota di lievito, o meglio, diciamo, di impasto per pane. Con acqua, trionfa l’hallmark (?) della mela verde.

P: di corpo agile, c’è una dolcezza semplice e immediata (vaniglia, zucchero a velo), ma certo non pacchiana, anzi contrappuntata da cereale, da una torba in netta crescita (qui diventa non solo terra umida, ma proprio fumo) e un senso sottile di cereali e lieviti. Poi certo ancora mela verde e zesta di limone. Il lato minerale si fa facilmente marino, sapido e fumigoso, con note di alghe. L’acqua spalanca le porte ancora alla mela verde e poi, soprattutto, a un sapore di mare veramente impressionante.

F: lungo e persisitente, incredibilmente pulito pur se pulito, chiaramente, non è: braci spente, cera, semino di limone.

Come sempre davanti a Kilkerran, non si possono non apprezzare l’unicità del profilo, certamente, e la solidità con cui questo profilo aromatico è perseguito: ci siamo innamorati dello scotch whisky per le sue imperfezioni, per i suoi spigoli, e qui ne troviamo in quantità. Apparente incoerenza sulla carta, straordinaria coerenza nel bicchiere… per un whisky di soli 8 anni! Detto ciò, a nostro giudizio il 12 anni a 46% resta imbattibile (o per lo meno imbattuto) per complessità e per la paradossale, sfumata delicatezza delle sue ruvide screziature, qui tutte presenti ma meno elegantemente bilanciate. Resta la qualità, e non si scenda numericamente sotto a 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Tom Waits – How it Gonna End.

Masterclass Springbank @Spazio Versatile – 9.10.2017

Come sapete senz’altro, siamo grandi estimatori delle distillerie di Campbeltown: negli ultimi anni abbiamo collaborato con l’importatore italiano durante i festival italiani approfondendo così la conoscenza del core range e abbiamo visitato la distilleria diverse volte, lasciandoci sempre un pezzo di cuore (e qualche brandello di fegato, ma questo non ditelo al nostro medico). Quando ci è stata offerta la possibilità di presentare Springbank e Glengyle ad un pubblico di professionisti nella cornice dello Spazio Versatile, non abbiamo saputo opporre resistenza…

Lunedì 9 ottobre, dunque, alle 14.30 uno di noi racconterà gli imbottigliamenti base del core range di Springbank e Glengyle: Hazelburn 10, Longrow Peated, Springbank 10 e Kilkerran 12 – dopo le nostre stupidaggini arriverà il buon vecchio Ricky Corbetta dell’Harp Pub Guinness a cimentarsi con quattro drink: se volete partecipare, sappiate che l’evento è gratuito (!) e che per partecipare basta registrarsi online a questo link.

Di seguito, la presentazione ufficiale dell’evento.

Ottobre sarà un mese dove in Spazio Versatile parleremo tanto di Whisky. Lunedì 9 inizieremo questo viaggio andando a scoprire alcune release della distilleria scozzese Springbank e della sua ‘sorellina’ Glengyle. Relatori ancora una volta saranno Maurizio (Beja-Flor) ed i ragazzi di Whiskyfacile, mentre dietro al bancone ci sarà Riccardo Corbetta (Harp Pub Guinness) che proporrà la sua drink list dedicata.

In degustazione ed in miscelazione:
– Springbank 10Y
– Longrow Peated
– Hazelburn 10Y
– Kilkerran12Y

L’evento è GRATUITO ma la REGISTRAZIONE È OBBLIGATORIA.

I posti sono LIMITATI!

CHECK IN ore 14.15, INIZIO evento ore 14.30

SPRINGBANK DISTILLERY:
A Springbank si persegue il massimo rispetto dei metodi di produzione tradizionali: basti pensare che questa è la sola distilleria in tutta la Scozia in cui l’intero processo produttivo avviene in loco, a partire dal maltaggio dell’orzo fino ad arrivare all’imbottigliamento e all’etichettatura delle bottiglie, ed ogni fase ha la sua incidenza sullo stile unico del whisky. Proprio il maltaggio riveste un ruolo centrale: Springbank è l’unica distilleria tra le circa 110 attive oggi a maltare il 100% del proprio orzo coprendo dunque tutto il proprio fabbisogno. L’orzo, rigorosamente scozzese, è ancora girato a mano sui tradizionali pavimenti di maltazione, per essere poi essiccato in forni manuali secondo diversi gradi di torbatura. La fermentazione molto lunga (fino a 110 ore) impone al mosto una gradazione bassa ma un livello di esteri elevato, cosa che permette al distillato di sviluppare note molto fruttate. La distillazione avviene in tre alambicchi di rame, di cui il primo è ancora riscaldato con fiamma diretta (altro fatto assai raro nel panorama scozzese, ormai convertito al più economico ed ecologico riscaldamento a vapore); la produzione è molto limitata, attorno ai 250.000 litri annui. Quel che colpisce ancor di più è che tutte queste operazioni vengono interamente gestite manualmente, senza l’ausilio di computer o di automatizzazioni, affidandosi esclusivamente all’esperienza dei lavoratori.

GLENGYLE DISTILLERY [Kilkerran]:
Glengyle, distilleria nel cuore di Cambpeltown, ha una storia nettamente divisa in due parti. Nel 1872 John Mitchell, figlio dell’allora proprietario di Springbank, abbandona l’azienda che gestiva con il fratello – guarda caso, proprio una distilleria! – per un litigio in merito ad una pecora… e decide dunque di fondare la propria distilleria, Glengyle appunto. Il marchio Glengyle è stato acquistato negli anni ’40 dal gruppo che oggi è Loch Lomond Distillers, e per questo il single malt prodotto da Glengyle non ne può recare il nome. È stato dunque scelto “Kilkerran”, in tributo al nome gaelico dell’insediamento monastico precedente alla fondazione di Campbeltown. Il carattere di spiccata artigianalità della distilleria-madre pervade ogni aspetto della produzione: l’orzo è rigorosamente scozzese, coltivato soprattutto sulla costa est con un clima più mite; l’acqua proviene dal vicino Crosshill Loch; la torbatura è leggera, circa 15 ppm, e viene fatta in casa dopo 6 ore di esposizione al fumo di torba e altre 30 all’aria calda, così da mantenere uno stile non troppo aggressivo.

Roba nuova, roba strana, roba da ricchi

Proseguiamo nel nostro imprescindibile servizio di aggiornamento sulle nuove uscite di questi giorni, o meglio di queste settimane. Partiamo dal nuovo Ardbeg, perché quando esce un nuovo Ardbeg la curiosità dei più si fa spasmodica prima, patologica poi – e pensare che in questi tempi le novità sono addirittura due! Innanzitutto, c’è Ardbeg An Oa, nuovo NAS aggiunto al core range: non filtrato a freddo e imbottigliato a 46,6%, si tratta di una miscela di barili di legno vergine, di ex-Pedro Ximenez ed ex-bourbon – la particolarità è che il vatting è avvenuto nel nuovo “Gathering Vat”, un ‘barilone’ di quercia francese atto appunto ad ospitare il periodo in cui i vari barili vengono messi insieme perché si conoscano, facciano amicizia, diventino una cosa sola. Soprassediamo sull’ennesimo nome gaelico che allude a qualche angolo sperduto di Islay, tanto potete fare il copia-incolla mentale con mille altri. Ci aspettiamo di assaggiarlo al Milano Whisky Festival, sempre che Moet Hennessy ritenga strategico portare qualcosa di diverso, ogni tanto, dai soliti tre imbottigliamenti. In giro online costa intorno ai 50€, chissà quando arriverà in Italia.

Ma si diceva di un altro Ardbeg, questo ancor più buffo: Ardbeg Grooves, quello che presumibilmente sarà l’imbottigliamento per l’Ardbeg Day 2018. D’altro canto, se per trovare un nuovo concept hai finito i promontori di Islay, miti saghe e leggende del luogo, l’eroico e illegale passato dei whisky makers, le astronavi… perché non fare un bel tributo al funk anni ’70? A giudicare dall’etichetta che circola online, si tratta dei loro “grooviest casks”, barili di vino intensamente charred. Tremiamo al solo pensiero, onestamente, ma faranno uno splendido evento in cui bere gratis, quindi bene così. Siamo persone semplici, ci accontentiamo di poco per regalare un sorriso a noi stessi.

Restiamo ancora un istante in casa LVMH: Glenmorangie ha messo sul mercato una bicicletta – ehm – fatta di legno – ehm – di sole doghe di barili di whisky – ehm – per la gioia di tutti gli hipster feticisti della distilleria di Tain. L’anno scorso un’idea simile aveva portato a occhiali da sole di legno di barile di whisky Glenmorangie, e costavano 300 sterle: immaginate quale potrà essere il prezzo di una bicicletta! Ma, fortunatamente, a Glenmorangie fanno anche del whisky, talvolta: appena annunciato è il lancio di un 19 anni, esclusivamente maturato in barili ex-bourbon, esclusivamente disponibile per il travel-retail. Secondo il comunicato stampa, questo imbottigliamento porta a sorprendenti livelli di inedita intensità la morbidezza dello stile Glenmorangie: da questo momento in poi non accettiamo più critiche sul nostro uso sperticato dell’aggettivazione, perché i poveretti che lavorano all’ufficio stampa di Glenmorangie ci battono, ogni giorno. Di questo non conosciamo il prezzo ma senz’altro ci piacerebbe mettere il naso su questo whisky molto più di quanto vorremmo poggiare il culo su quella bici.

Talvolta, il pretesto per un nuovo imbottigliamento arriva dalla caleidoscopica settima arte, il cinema. Così almeno sembrano aver pensato Johnnie Walker, che ha dedicato una tamarrissima edizione Director’s Cut del proprio Black Label all’imminente (e attesissimo, per lo meno da noi) Blade Runner 2046. Edizione limitata a sole (!) 39000 bottiglie, è imbottigliato a 49% e contiene malti di oltre 30 distillerie di proprietà Diageo; costerà circa 70€. Il film lo vedremo senz’altro, speriamo anche di assaggiare questo blended. La forma della bottiglia è ovviamente un riferimento al Black Label che già compariva nel Blade Runner del 1982, per chi si chiedesse “che c’azzecca“.

Ben altra attesa invece è rivolta al secondo episodio di Kingsman, dimenticabile film in uscita in questi giorni: decisamente più interessante sembra essere invece il GlenDronach Kingsman Edition, un 25 anni (vintage 1991, gradi 48,2%) in sherry che solletica la nostra attenzione perché di fatto è la primissima release della nuova proprietà americana interamente curata dalla nuova master distiller Rachel Barrie. Voci di corridoio dicono che l’importatore italiano abbia già esaurito quasi del tutto la sua assegnazione: un’anima pia che se ne compri una boccia per farcene assaggiare un sample? Sappiamo che sei là fuori, contattaci!

Non possiamo non dar conto del nuovo Kilchoman vintage 2009, già protagonista di una piccola (e sterile, con ogni probabilità) polemica sul gruppo facebook dei Malt Maniacs: il comunicato stampa annuncia che si tratta di barili ex-bourbon del 2009 e di tre barili ex-Pedro Ximenez del 2008, “per aggiungere ulteriore complessità”. Eh, ma se ci sono botti del 2008, come fa ad esserci scritto in etichetta “vintage 2009”? Non sappiamo dire, ma conoscendo Anthony Wills dubitiamo che avrebbe messo a rischio la reputazione di un suo imbottigliamento solo per pigrizia o distrazione, e dunque prendiamo atto e aspettiamo di stappare la nostra bottiglia. Ormai Kilchoman inizia ad avere una certa età, eh?, siamo curiosi di mettere alla prova questo whisky di otto anni.

E lì di fronte all’isola, che succede? Succede che Springbank ha messo sul mercato un 14 anni Bourbon Wood, edizione limitata a sole 9000 bottiglie, grado pieno di 55,8%, niente filtraggio a freddo, niente colori – ma siamo a Campbeltown, queste cose son così scontate che manco dovremmo scriverle. Praticamente già sold-out in tutti i negozi online: anche in questo caso attendiamo fiduciosi la magnanimità di qualche appassionato che di bottiglie è riuscito a comprarne due: una da bere, una per la collezione, e quella da bere, per favore, faccela passare davanti.

foto (ovviamente) di scotchtrooper

Quanto agli imbottigliamenti che, a prima vista, mettono un po’ di inquietudine, ecco due parole su Balvenie 14 Peat Week. Dovrebbe costare intorno ai 65€: si tratta di un’edizione limitata (strano, eh?), frutto di una distillazione di orzo intensamente torbato (30 ppm) che avviene a Balvenie ogni anno, per una sola settimana, dal 2001. Anche in questo caso però ci piace deporre i pregiudizi e far prevalere la curiosità: David Stewart, malt master della distilleria (ci lavora dal 1962…!) dichiara che si tratta di un tipo di torba delle Highlands poco fenolica, che dovrebbe dare note decisamente più minerali e terrose che marine. E di David Stewart noi ci fidiamo.

Chiudiamo su una nota di colore: spesso diciamo che quello del whisky è un business strano, prevede investimenti a lungo, lunghissimo termine, perché dal momento in cui inizi a distillare a quello in cui inizi a vendere, beh, può passare tanto tempo – almeno tre anni, diciamo. In questo caso, qualcuno si è davvero superato: fondata nel 1957 e silente dal 1980, North of Scotland è (era) una distilleria di grain whisky, e oggi la figlia del fondatore si è ricomprata uno stock di barili del 1965, gli unici rimasti, e ha deciso di imbottigliarle in un’edizione limitata di 1500 esemplari, il North of Scotland 50 years old. Singolare il fatto che questo sia il primo imbottigliamento ufficiale della distilleria, a soli 37 anni dalla chiusura. Quando si dice prendersela con calma. Collezionisti, comprate!

Alla prossima puntata per qualche altra novità, magari pescando anche dagli imbottigliatori indipendenti…

Hazelburn 13 yo ‘Oloroso cask matured’ (2017, OB, 47,1%)

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Hazelburn, la distilleria che non c’è più

Hazelburn è il nome di una distilleria di Campbeltown rimasta aperta ed attiva per un centinaio d’anni, tra il 1825 e il 1925, quando fu chiusa dalla proprietà e col tempo smantellata e trasformata in un centro amministrativo (qui di fianco, una nostra foto della fu Hazelburn, da veri reporter d’assalto quali siamo). Springbank, nella sua operazione di valorizzazione del territorio, ha scelto proprio Hazelburn come nome per la sua terza ‘versione’, quella a tripla distillazione e senza torba, prodotta a partire dal 1997 e che occupa il 10% della produzione complessiva di Springbank. Oggi assaggiamo l’ultimo Hazelburn messo sul mercato, in primavera, un’edizione limitata di 12000 bottiglie a sola maturazione in barili ex-Oloroso. Non colorato, non filtrato a freddo e ovviamente a grado pieno (anche se piuttosto basso, bisogna dire).

hazelburn-_springbank_-13-year-old-olorosoN: già dal colore dorato antico si capiva che non è uno sherry monster, e il primo approccio olfattivo lo conferma, e però mostra delle caratteristiche inequivocabili: tanta uvetta e mela rossa, zucchero caramellato, torta alla marmellata di fragola, bella burrosa; créme caramel. Assieme a chiare zaffate di malto – sempre discreto, ma riconoscibile negli Hazelburn assaggiati finora – giunge inaspettata una lieve suggestione ‘sporca’, tra il minerale, il legno umido e un po’ di soffrittino invitante.

P: un bel corpo avvolgente, con una discreta pienezza. Prosegue sulla strada maestra tracciata dal naso, tra una dolcezza burrosa e fruttata e ancora una lieve sfumatura minerale/sulfurea. Riconosciamo note di una marmellata di fragole quasi bruciacchiata, ancora una torta burrosa; zucchero di canna e uvetta, ancora mele rosse (cotte, però). Poi di nuovo una sfumatura tostata, sporchina, qui più vicina al cerino. Una spruzzata di caffè.

F: abbastanza lungo e persistente, tutto giocato su burro, sull’uvetta, su una frutta secca nocciolosa.

Un naso facile, ordinato e gradevole, di una certa personalità pure, con un distillato maltoso ben accolto da un legno certo discreto e non sovrastante – certamente buono, per carità, forse un po’ meno Hazelburn rispetto all’idea, leggermente più ‘eterea’ e più succosa, che ne abbiamo noi. Ma questa vicenda, che accade solo nella nostra testa, non ci impedisce di riconoscere la qualità: 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Roots – You Got Me.

Springbank 21 yo ‘The First Editions’ (1995/2016, Edition Spirits, 49,9%)

Sabato scorso c’è stato il Milano Whisky Day, e grazie alla disponibilità di Andrea e Giuseppe abbiamo avuto il piacere di lavorare dietro ai banchetti e di tenere uno zoppicante seminario sulla storia di Campbeltown. Proprio da Campbeltown peschiamo il whisky di oggi: si tratta di un single cask di Springbank, 21 anni, selezionato da Edition Spirits per la serie First Edition – ringraziamo Fabio Ermoli per il campione e ci tuffiamo all’assaggio.

6187-8931springbank1995-201621yearoldthefirsteditionsN: i quasi 50% sono davvero marginali, se non nel suggerire una grande compattezza. In primo piano, tutte le ragioni per cui Springbank è unica: si respira la costa, marina, minerale, con suggestioni di ostriche, di alghe a bordo spiaggia; una leggera cera, a coprire un senso di sale e mare davvero favoloso. C’è la torba, una torba speziata e pepata, con anche un filo di fumo (sembra di passare affianco al kiln, ma senza entrarci). Poi c’è la frutta, molto calda: e anche l’agrume è zuccherino (mandarino succoso, ma pure marmellata d’arancia, e buccia d’agrume); miele; fiocchi di cereale. Tutte le componenti fin qui elencate continuano a mutare i rapporti di forza, talvolta con più enfasi sulla torba, talaltra sul salmastro, poi sulla frutta… Eccellente.

P: splendido; compatto e masticabile, con una grande intensità. L’impatto è sull’austerità, ovvero sulla cera innanzitutto (quanta cera c’è!), poi sul fumo di torba lieve, sul pepe, sull’acqua di mare senza essere ‘salato’; ostriche, e foglia d’ostrica, per gli snob che la conoscono. Poi la dolcezza, fruttata e zuccherina: ancora agrumi succosi, poi miele, un velo di crema pasticciera. Viene in mente il pasticcino alla frutta (quello agli agrumi, a dirla tutta), ma senza la base di pastafrolla. A ogni sorso è diverso, dopo un po’ arriva il cereale, in purezza (o meglio: c’è un senso di pudding, di corn flake…).

F: lungo e persistente, continuamente cangiante: cereali, fumo, mare, frutta (a tratti tropicale, cocco?), cera, agrumi… Splendido, il fumo minerale e costiero dura all’infinito.

92/100, di una bevibilità devastante e di grande complessità. Non è esplosivo, ma si gioca tutte le note tipiche della distilleria tra una sfumatura e l’altra, senza schiaffeggiare ma carezzandoti con dolcezza: ventun anni di barile non hanno levigato però le asperità minerali e costiere, che inseguono la dolcezza come Murray e Smith si inseguono a vicenda nell’assolo di Hallowed be thy name degli Iron Maiden. Similitudine del cazzo, lo sappiamo.

Sottofondo musicale consigliato: Iron Maiden – Hallowed be thy name.

Springbank 12 yo ‘Cask Strength’ #8 (2014, OB, 54,3%)

Questa mattina, mentre leggete le nostre irresistibili parole, noi siamo a Campbeltown e stiamo annusando l’aria costiera della città, i profumi di orzo del malting floor di Springbank, il penetrante odore di fumo di torba che sale dal kiln, e tra poco ci mangeremo il solito, pessimo fish and chips. Dura la vita, eh? Per darvi l’errata illusione di essere con noi, invece che in ufficio, oggi recensiamo l’ottavo batch dello Springbank 12 anni Cask Strength, a grado pieno, a prevalenza di invecchiamento in sherry; è una release del 2014, tenete conto che da quest’anno l’estetica delle etichette è cambiata.

N: molto potente e intenso, parte subito con un forte lato di cuoio, al limite del sulfureo; poi ci sono tutte le note più ‘sporche’ di Springbank, e dunque cantina umida, perfino un poco di muffa; un qualcosa di pirico, che ci ricorda i petardini o i fiammiferi, la polvere da sparo; e come tralasciare la spiccata nota salmastra? Poi, tanto sherry: frutta rossa succosa, ciliegia, more…

P: l’attacco è sulla liquirizia salata, poi cresce in intensità il lato marino, salato, costiero, con note che ricordano proprio le alghe, il pesce. Cioccolato salato, ancora radice di liquirizia. Poi torna la muffa, cresce il legno bagnato (avete mai camminato in montagna sotto la pioggia?). Si chiude ancora con la dolcezza, fatta ancora di frutta rossa, ciliegie, pesche sciroppate.

F: lungo, anzi sterminato; fumo, frutta rossa, sale, spezie…

Eccellente, molto carico e ‘sparato’ a mille in tutto e per tutto: non è un whisky per i deboli di cuore, data l’intensità devastante e la ‘difficoltà’ complessiva del profilo, sporco e rognoso come solo i malti di Campbeltown sanno essere. 88/100, scusate, torniamo in distilleria.

Sottofondo musicale consigliato: Pennywise – Bro Hymn.

Springbank 11 yo ‘Local Barley’ (2017, OB, 53,1%)

Dopo aver assaggiato il Local Barley di Springbank dell’anno scorso, il livello di impazienza per l’attesa dell’edizione 2017 era francamente ben oltre i livelli di guardia. Grazie a Claudio Riva, che ha deciso di aprire e condividere la sua bottiglia, il Clan di Como di Whisky Club Italia ha organizzato una serata a tema Springbank in quel di Cantù, nella serie di degustazioni monografiche “Distillerie Svelate” e ne ha approfittato per mettere sul tavolo proprio il Local Barley 2017 – noi non potevamo mancare, anche perché il resto del parterre era di tutto rispetto (Hazelburn 10, Springbank 18 e 12 Cask Strength, Longrow 18!). Il “Local Barley” è un 11 anni, questa volta prodotto solo con orzo Bere (la varietà d’orzo più antica da noi conosciuta, ed oggi poco usata dall’industria del whisky perché meno efficiente a livello quantitativo) coltivato a pochi chilometri dalla distilleria, nella Amos Farm di Campbeltown – naturalmente l’orzo è maltato in distilleria, dato che come sapete Springbank è l’unica a completare quest’operazione nella sua interezza in casa, ed è maturato in soli barili ex-bourbon.

N: è a grado pieno, ma l’impatto dell’alcol è praticamente inesistente. L’orzo, chiave del concept dietro questo whisky, è ovviamente in primo piano: si sente tanto il cereale, note di pane appena sfornato; ma anche di biscotti ai cereali, di campi di fieno al sole… Ha perfino note di banana verde; limonoso e agrumato (anche cose di arancia). Foglia di limone, e in generale evidenti note erbacee. La torba si sente nel lato costiero e minerale: salamoia e ciottoli, fantastico. Col tempo cresce un lato fruttato e zuccherino che ci ricorda – per farla breve – un delicato sentore di marshmellow.

P: decisamente più ‘dolce’ come primo impatto, mostra un corpo bello pieno e dà rassicuranti sensazioni di calore (?). Di nuovo, la dolcezza non è della botte ma del distillato (e dunque non vaniglia ma pera dolce, di nuovo tanto cereale – fiocchi Kellogs). Frutta secca lieve, nocciole e mandorle. Bello acidino, con ancora limonata zuccherata in evidenza. Pasta di cacao (bella ‘grassa’), perfino delle note di cera. Si sente il fumo, la torba è più carica e più evidente.

F: cioccolato fondente, cera e tanto limone. Ancora labbra salate.

Veramente buono, buonissimo anzi: il cereale è ovviamente il grande protagonista, ma supportato da tutta l’unicità dello stile inconfondibile di Springbank. Quel che affascina è come sempre la complessità del distillato, che regala sfumature e sapori che coprono praticamente l’intero arco parlamentare degli aromi: dal minerale al fruttato al costiero all’erbaceo, dalla frutta secca al ciottolo di fiume, dal cioccolato al pane sfornato al bananoso. Siccome reason is in comparison, rispetto al Local Barley 2016 (più vecchio di cinque anni e con una quota di botti ex-sherry) questo ci pare solo un gradino sotto per una dolcezza più evidente, ma che questo non infici l’eccellenza di quanto abbiamo davanti: 89/100, prendetene pure una bottiglia, se ancora la trovate… Grazie a Claudio e Serenella per l’ospitalità e la bellissima serata, e complimenti ad Andrea per la location Vini e Più: una splendida realtà nel cuore della Brianza, bravo!

Sottofondo musicale consigliato: Ulver – Solitude.