Bunnahabhain 26 yo (1989/2016, First Editions, 49,8%)

“La prima sbronza che ho preso è stata di sottaceti”. Questa frase campeggiava, come unica introduzione, all’inizio della bozza di questa recensione: scritta ormai tre settimane fa (sì, cerchiamo di tenere da parte qualche rece per i giorni di pioggia, per quando siamo malati e non possiamo bere, in ogni caso fatevi i fatti vostri!), non sapremmo dire a cosa quella frase facesse riferimento, né da chi fosse stata pronunciata. Ma è bello così, non potevamo non condividerla con voi, attenti e affezionati lettori. Con questa impareggiabile introduzione, ecco un single cask di Bunnahabhain selezionato dalla famiglia Laing per First Editions: speriamo non sappia di sottaceti, o per lo meno non solo, ecco.

N: espressivo ma non ruffiano, non squadernato, molto elegantemente trattenuto. I primi sentori che troviamo riportano verso un refill sherry (anche se non ne siamo sicuri), con note di pasticceria secca, tipo le pastafrolle e paste di mandorla con la ciliegia candita… Ha qualcosa dei dolcetti mediorientali, forse, con della marmellata bruciacchiata, della frutta secca e un poco di miele. Marmellata d’arancia. Pane imburrato e zucchero.

P: particolare e buono, con una decisa presenza (anche lievemente amaricante) del legno. Molto affilato, per nulla cremoso (immaginiamo un refill sherry, anche qui), molto coerente con il profilo definito al naso: ancora ‘arancione’, ancora con arancia e pasticceria con marmellata. Slightly coastal, con un che di burro salato.

F: lungo, persistente, legnosetto e aranciato. Un ricordo di marinità.

Buono, pieno anche se ‘esile’, affilato al palato, non cremoso o piacione, impreziosito dalle tipiche note marine che anche qui compaiono, al palato per lo più. La conferma, se ancora qualcuno ne sentiva il bisogno, che Bunnahabhain è una distilleria di gran pregio, da seguire, da amare, perfino da importunare, se necessario. Non sarà come i fantastici sottaceti della prima sbronza d’un ignoto amico, ma anche questo si fa apprezzare: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: FKJ & Masego – Tadow.

Milano Whisky Festival 2018: i terzetti

Finalmente, l’evento più atteso dell’anno whiskofilo è arrivato: sabato e domenica ci sarà il Milano Whisky Festival, come sempre al Marriott, in via Washington a Milano. Per il sesto anno di fila noi parteciperemo attivamente, e non solo passivamente sventolando il bicchiere davanti al povero standista: saremo infatti al banchetto di Beija-Flor, importatore di Cadenhead’s, Springbank, GlenDronach, Arran, Kilkerran, Tullibardine, Kilchoman, Bladnoch, Tomatin e Glenglassaugh, a diffondere la nostra malintesa sapienza e la nostra contagiosa passione a quanti avranno voglia di bersi un dram con noi.

Anche quest’anno abbiamo selezionato, nel portfolio dell’importatore, dei percorsi di degustazione, dei terzetti da proporre con la formula del “bevi 3 paghi 2”: come potete vedere qui sotto, ci saranno imbottigliamenti davvero ghiotti… Insomma, ci sono tutte le premesse per divertirci, no? Vi aspettiamo!

Glenrothes 19 yo (1997/2016, Clanxton’s, 53,7%)

In passato abbiamo assaggiato alcune espressioni di Clanxton’s, imbottigliatore indipendente inglese importato in Italia dai ragazzi di Whisky Italy (punto it, per i distratti), ed eravamo rimasti piacevolmente sorpresi. Oggi torniamo a esplorare l’offerta di single casks, e affrontiamo un Glenrothes in sherry del 1997, a grado pieno e non colorato – ovviamente, tsk.

N: mamma mia che intensità! Un single cask veramente carichissimo, il barile certo non si è nascosto… partiamo dalle note fruttate e zuccherine, certo preponderanti: vaniglia, cioccolato, frutta rossa succosissima (ciliegia senz’altro, poi lampone), pandoro, pasta di mandorle. Al fianco si muove inquieta una dimensione piuttosto acida e più sporchina: si va dal panforte alla salsa Worchestershire, da un Tabasco Chipotle a una salsa di soia. Una deliziosa nota di chinotto.

P: il corpo è esplosivo come c’era da aspettarsi, con il legno che non molla di un millimetro e strizza il palato coi tannini – intendiamoci, si spinge fino al punto di non ritorno dell’astringenza, ma fermandosi proprio sulla linea – ci vorrebbe la Var per decidere. Abbiamo ancora una frutta rossa spettacolare ed esplosiva, in stile gragnuolata di bombe di ciliegia e fragola. Il lato sporchino del naso è tutto sul tabacco da sigaro, arrivando quasi ad avere note di cenere, di posacenere.

F: frutta rossa a profusione, ancora tabacco e questo strano senso di fumo.

89/100, molto carico, l’astringenza da sherry monster forse a tratti è quasi eccessiva, ma si ferma appena prima di diventare un errore imperdonabile – e come spesso accade in questi casi, a un gol quasi subìto segue gol fatto, e noi siamo in curva, col fiaschetto pieno, a festeggiare. Evviva!

Sottofondo musicale consigliato: Lucio Dalla – Telefonami tra vent’anni.

 

Laphroaig 12 yo (ceramica, anni ’70, OB, 43%)

Giorgio D’Ambrosio e Franco DiLillo hanno da sempre il banchetto più speciale al Milano Whisky Festival: farcito di bottiglie storiche, offre l’occasione per assaggiare prodotti del passato, da collezione, altrimenti inavvicinabili dalla maggior parte dei comuni mortali. Oggi assaggiamo un Laphroaig 12 anni imbottigliato – anzi, inceramicato – negli anni ’70 per il mercato italiano grazie all’intervento di Bonfanti (in etichetta curiosamente – e chissà quanto avvertitamente – anglicizzato in Bonfant, per i più attenti). La distillazione è presumibilmente di inizio anni ’60 e anni ’50, dunque sappiamo di avvicinarci a un pezzo di storia.

N: non abbiamo mai – mai! – annusato un Laphroaig del genere. Molto aperto e avvolgente, delicatissimo e di grandissima personalità; c’è qualcosa che ci lascia subito di stucco, noi che negli anni ’70 eravamo a mala pena un’ipotesi scherzosa da parte dei nostri genitori. C’è una nota balsamica, di eucalipto, anzi: di canfora!, unita indissolubilmente a frutti neri (more, mirtilli e confettura di mirtilli e succo di mirtilli!, ma pure un’escrescenza di fragola…) – per questa incredibile fusione di mondi lontani, ricorda anche certe caramelle balsamiche alle erbe (tipo certe Ricola…). Anche una nota medicinale molto forte: garze, poi mercurocromo, pasta del dentista, sembra a tratti di sentire l’odore delle medicazioni, in ospedale. Un pit di liquirizia, ma quella gommosa – pare di aprire un pacco di Haribo; una suggestione di carruba. La torba, come la intendiamo noialtri oggidì, si lascia appena intuire, molto setosa e velata. Un po’ di iodio, una leggera brezza marina fa capolino di tanto in tanto. Spettacolare.

P: alcuni aspetti del naso tornano in maniera altrettanto sorprendente, e di nuovo riescono a stupire: ancora molto balsamico (sempre eucalipto), ci fa tornare in mente la suggestione di quelle caramelle Elah a menta e liquirizia, ma è una nota intensa e delicata al contempo; il tutto risulta legato da una frutta rossa, anzi nera, davvero profonda, continuamente cangiante (more e mirtilli, talora più acidi, talora più dolci e succosi). C’è un che di latte, anche, anzi piuttosto: panna. Ancora molto legno e liquirizia, con suggestioni di castagne bollite; forse un po’ meno medicinale che al naso, ma di certo la torba s’avanza con potenti note di cenere, legna arsa e grasso di maiale carbonizzato. Al di là dei descrittori, comunque, quel che davvero ci piacerebbe comunicarvi è l’estrema e compatta setosità del tutto, la morbidezza, la delicatezza quasi.

F: lunghissimo e intenso, si parte con quella nota di Elah a menta e liquirizia, dolce e zuccherina, e poi si prosegue a lungo con quel nitido senso di grasso di maiale bruciato e fumo, di braci ancora accese.

Ah, una volta erano così i Laphroaig? Non potevate dircelo prima? Cosa abbiamo fatto di male per meritarci il 10 anni di oggi? Ancora una volta, siamo schiacciati dall’esperienza: pensare che un whisky del genere, così diverso da quanto siamo abituati ad assaggiare, fosse la norma – beh, è stupefacente. Vengono in mente le parole di Marco Malvestio, giovane poeta, studioso di letteratura, con cui tempo fa chiudeva un articolo dedicato al vino (a noi basta sostituire “whisky” a “vino”): “il whisky cambia attraverso il tempo, sia in termini di processi produttivi (che spesso, come tutte le cose, subiscono l’influenza della moda), sia in termini di singole bottiglie. Anche per questo non esistono due whisky uguali, e ogni bottiglia ha la propria storia personale: ogni bottiglia, dunque, è irripetibile. Stando così le cose, mi sembra chiaro che portare la nostra attenzione al whisky significa davvero, più di ogni altra cosa, riflettere sulla fragilità della vita e del nostro essere nel mondo, sull’irripetibilità e dunque sulla preziosità di ogni momento della nostra esistenza, e sulla varietà imprevedibile e inestimabile delle combinazioni casuali che generano le nostre esistenze individuali”. 94/100.

Sottofondo musicale consigliato: Tom Waits – Warm beer, cold women.

THE FREAK SHOW @Harp Pub Guinness, 16.12.2017

Il Natale si avvicina e, con lui, ecco appropinquarsi una tremendissima sete, uno spleen alcolico, uno tsunami di inadeguatezza e pulsioni volitive affogate nel bicchiere. Senza alcun criterio – e soprattutto senza alcuna ragione apparente – decidiamo, forti dell’arbitrio dei forti, di aprire alcune bottiglie che immoralmente stanziano sul nostro scaffale tappate, sigillate e dunque dolorosamente inaccessibili, per celebrare in un rito collettivo la vaporosa vanità del tutto.

THE FREAK SHOW è una degustazione basata essenzialmente sul desiderio di assaggiare dei distillati particolari: ci saranno due rum (uno giamaicano, uno di Barbados) e quattro whisky (tre scozzesi, uno irlandese), e si tratterà di cose distillate dopo il 2000. Rispetto al consueto Tasting facile di settembre, in cui cerchiamo di mettere in assaggio solo bottiglie almeno un po’ vecchiotte, qui il focus vuole essere sulla contemporaneità: non è vero che tutto quanto era prodotto in passato era magnifico, e non è vero che tutto quanto è prodotto adesso è mediocre, inferiore, e immeritevole d’assaggio – anzi, è vero il contrario. Un po’ di fiducia nel futuro, ragazzi!

Schermata 2017-12-11 alle 16.42.00
quattro su sei – a dividere le bottiglie in due case è un tale macello…

Saranno sei assaggi stimolanti, saranno sei bottiglie rare, alcune neppure distribuite in Italia. Saranno tutti imbottigliamenti recenti, al massimo messi in vetro nel 2015. I due rum sono edizioni limitate di Velier, ed entrambe sono bottiglie già assurte al rango di oggetti da collezione: entrambe si guadagnano 90 punti o più su whiskyfun.com, e dunque speriamo possano non dispiacere a chi, come noi, alla canna da zucchero preferisce il malto. I quattro whisky, invece, sono tutti maturati in barili ex-sherry. Qui sotto la lista; il sesto assaggio lo sveleremo solo all’inizio della degustazione.

(Rum)
– Foursquare ‘Tryptich‘, 2016, 56%
– Hampden ‘HLCF‘ Habitation Velier, 2010/2016, 68,5%

(Whisky)
Cooley 13yo 2003/2017, Creative Whisky Co. for The Whisky Barrel, 52,7%
Glenrothes 11 yo 2004/2015, Hepburn’s Choice, 46%
Ledaig 2005/2017, Signatory Vintage, 57%

La degustazione, riservata a 30 persone, costerà 35€, si terrà sabato 16 dicembre all’Harp Pub Guinness in Piazza Leonardo, a Milano. Per prenotarsi, come al solito vi preghiamo di mandare una mail all’indirizzo info.whiskyfacile@gmail.com.

GlenDronach 8 yo ‘The Hielan’ (2017, OB, 46%)

Ormai da tempo la comunità whiskofila è tristemente orfana del GlenDronach 8 ‘Octarine’, uno dei migliori imbottigliamenti degli ultimi dieci anni per rapporto qualità/prezzo – all’epoca costava 35€, talora perfino meno. Dopo un paio di anni, quell’espressione è stata sostituita dal coetaneo ‘The Hielan’, anch’esso frutto di una miscela di barili ex-bourbon ed ex-sherry (voi sapete, combo inusuale per la distilleria che fa della sherry maturation uno dei proprio capisaldi) ma, dicunt, con quota ancor maggiore di ex-bourbon. Pressoché ignorato all’ultimo Milano Whisky Festival, assaggiamolo almeno noi.

N: effettivamente, appare da subito diverso rispetto al vecchio Octarine: non tanto perché si senta di più l’apporto del bourbon, quanto perché è inusualmente nudo: i sentori più evidenti sono infatti quelli della fermentazione, dei lieviti, di malto in macerazione, yogurt o latte rappreso, canditi, una lieve acidità agrumata (limone, scorzetta d’arancia). Purea di pere, mela verde, sentori erbacei (prato bagnato dopo la pioggia: sapete, siamo dei romantici). Solo con un po’ di tempo emergono note più rotonde, tra uvetta, un che di caramello, suggestioni di frutta secca (nocciola, mandorle pelate). Biscotti al burro. Giovane, nudo, e però per nulla esile come talora accade, bensì molto pieno. Un poco di zenzero, pure?

P: lo scenario è simile al naso, anche se in tutta onestà qui va facendosi un po’ più ‘scuro’. Confermiamo comunque come il corpo sia molto pieno, molto grasso, avvolgente ma beverino. Un tripudio cerealizio in prima battuta, con biscotti integrali di malto, corn flakes non zuccherati, ancora lieviti (aò, se capissimo qualcosa pure di birra lo diremmo meglio, ma: sa di birra cruda – ok, adesso biasimateci, maledetti integralisti); semini del limone. Lievemente più dolce di quanto il naso non dicesse, con un mero cenno di vaniglia, di latte condensato e di caramello e poi pera, nocciola, mandorla.

F: lungo e persistente, scisso tra il prolungarsi di una certa acidità e una dolcezza qui calda, con note di legna, di nocciola, di uvetta.

Un whisky didattico, e per questo prezioso: a Serge piace molto perché lo trova nudo, onesto e pieno, e queste sono tutte doti che non possiamo non riconoscergli – detto ciò, non ci sembra un whisky semplicissimo, né particolarmente accattivante per un profano data la sua integralistica nudità. Piuttosto, forse, un piacevole divertissement per whiskofili già un po’ esperti. Avvertiti i naviganti, a noi è piaciuto e assegneremo un 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Edwinn Starr – War.

Macduff 20 yo (1997/2017, Valinch & Mallet, 51,3%)

Macduff è una distilleria poco quotata, il cui single malt è commercializzato con marchio Glen Deveron; come spesso accade con case produttrici poco note, le pagine meglio illuminate sono quelle scritte dagli imbottigliatori indipendenti – e a proposito di Macduff, ne abbiamo già avuto esperienza… Oggi assaggiamo uno degli ultimi imbottigliamenti di Valinch & Mallet, uno dei banchetti meritatamente più affollati durante il Milano Whisky Festival: bourbon hogshead, vent’anni di maturazione, pieno grado. Daje.

Schermata 2017-11-14 alle 11.18.08N: uno splendido impatto, di grande intensità: si qualifica da subito come una potenziale bomba fruttata. Gli ordigni, nella nostra mente contorta, sarebbero dei cestini di pastafrolla, crema e appunto frutta… C’è un’ottima cremosità, da vaniglia, da crema pasticciera, da budino alla vaniglia! Poi, proseguendo la suggestione del pasticcino, ci viene in mente il pezzetto di ananas coperto dalla gelatina zuccherata… Succo d’arancia zuccherata – e poi una venatura erbacea, sottilmente balsamica, quasi. Una nota di zabaione, anzi: proprio tuorlo d’uovo. Zenzero candito. Molto buono.

P: molto coerente, e meno male! Risaltano ancora leccornie cremose, fruttate e zuccherine. Epifania: gelato alla banana. Cronaca spicciola: vaniglia, pastafrolla, crema pasticciera, pasticcino alla frutta… La bomba potenziale non esplode del tutto, parte pittosto una sassaiola di banana, confettura d’albicocche, moltissima mela gialla, bella dolce…

F: lungo e perisitente, tutto composto tra il maltoso e il brioscioso. Ancora mela gialla.

Non grasso, non oleoso, magnificamente fruttato e ‘dolcino’, l’epitome del single cask in bourbon dal cuore delle Highlands con deliziose venature erbacee, senza picchi, senza deviazioni, senza squilibri – che qualità signori! Complimenti a Fabio e Davide: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Anthony Joseph & The Spasm Band – She is the Sea.

Scapa 16 yo (1993/2010, OB, 60,9%)

Tra le gemme sottovalutate del mercato sono senz’altro da annoverare gli imbottigliamenti che Pernod riserva alla sola vendita nelle distillerie di proprietà: la “cask strength edition” con cui ci confrontiamo oggi è uno Scapa del 1993, imbottigliato a grado pieno nel 2010. Il senso di questi imbottigliamenti è proprio il rendere disponibili come single malt, cask strength, espressioni di distillerie magari meno conosciute ma di sicura qualità: Scapa ad esempio, la seconda distilleria delle Orcadi, non ha nel suo core range una versione a grado pieno, e dunque ci avviciniamo all’assaggio con curiosità. Grazie a Claudio Riva per il sample.

N: a pieno grado è un’esplosione monodimensionale del legno: una vaniglia, burrosa, monolitica, e pure in mille declinazioni – torta paradiso, ciambellone, pastafrolla, oppure pan di Spagna e pure pandoro; tantissimo marzapane; una quantità di mela gialla inestimabile. Una buccia di limone fa capolino, e con lei un più intenso zenzero fresco. Semplice ma di una intensità travolgente. L’acqua apre un poco su un legno più caldo, e aumenta le sfumature – sempre rimanendo in pasticceria, chiariamoci.

P: la gradazione così elevata si sente tutta, ti infiamma il palato. Giunti i pompieri, in estrema coerenza col naso esplode il forno del pasticcere: torta di mele, torta paradiso, pastafrolla, zucchero a velo, pan di Spagna. Rispetto al naso, si affaccia più convinta una frutta gialla matura (mela soprattutto) e pure del cocco esuberante. Ancora è il legno a dare la linea.

F: la gradazione elevata favorisce un finale molto persistente, anche se senza grosse sorprese rispetto al copione già visto sopra.

Partendo dal finale, proprio in questa piena prevedibilità stanno croce e delizia di questo whisky: tanta personalità da mettere in mostra, certo, ma poi, alla fine, è proprio necessario essere qualcuno, come diceva il conte Mascetti? Non sapendo rispondere all’esistenzial quesito, affibbiamo il nostro arbitrio fatto numero: 86/100 – in fondo ci è piaciuto molto.

Sottofondo musicale consigliato: Jesse Harris – Slow Down.

Caol Ila 30 yo (1983/2013, Whiskyforyou, 46%)

Ci siamo già imbattuti in passato in imbottigliamenti a marchio whiskyforyou.it, e sappiamo bene che dietro a questo volitivo nome ci sono due illustri personalità del whisky italiano, e milanese in particolare: facciamo riferimento a Giorgio D’Ambrosio e Franco Dilillo, soci e tra i più importanti collezionisti del nostro amato nettare. I due si dilettano a imbottigliare anche qualche barile, di quando in quando, e storicamente spiccano alcune selezioni con un cavaliere in etichetta – curioso come questi disegni sarebbero stati perfettamente appropriati su una copertina di un disco di power metal una di band tedesca degli anni ’80, ma tant’è. Oggi, dopo il Caol Ila di venerdi scorso, assaggiamo un altro Caol Ila, stavolta di trent’anni, imbottigliato nel 2013 a 46% per celebrare i 40 anni della Pasticceria Dilillo e rimasto da allora nei cuori di molti…

N: avete mai assaggiato un Caol Ila molto vegetale (proprio foglie verdi), minerale (proprio sassi grigi), marino (proprio acqua azzurra) e con solo un filo di fumo appena percettibile (proprio fumo grigio)? Noi no, ma solo perché lo stiamo ancora annusando. Veramente di una nudità incredibile: foglia d’ostrica, olive nere, con note salmastre e di salamoia; quella nota di inchiostro che se non c’è, non è Caol Ila (cit.). Mandorle amare. Sotto, una ‘dolcezza’ molto trattenuta, figlia del tempo e non di un legno aggressivo: un po’ di legnetti di liquirizia, poi una granita al limone, un ricordo di crema.

P: davvero elegantissimo, di grande personalità e pienezza di sapore. Rispetto al naso, appare più dolce e meno ‘ostricoso’, per quanto non diventi mai ruffiano o piacione: tutto giocato su contrappunti dolci-salati, senza strepitare o strillare. Ci sono crema al limone e cera, c’è la foglia d’ostrica e il succo di limone, c’è del tè affumicato (e qui ci confrontiamo con Serge e il suo Lapsang Souchong) e c’è lo zucchero liquido, ci sono erbe infuse e un ricordo di vaniglia.

F: più fumo che nelle fasi precedenti, piuttosto lungo e di media intensità.

C’è veramente poco da dire: un perfetto Caol Ila, elegante, equilibrato e pure non privo di quegli spigoli marini e costieri che tanto andiamo cercando nei whisky di Islay. Ci son voluti trent’anni per mettere in vetro questo whisky, ma ne è proprio valsa la pena: esattamente un Caol Ila da 90/100, secondo i nostri criteri. Bravi tutti.

Sottofondo musicale consigliato: Helloween – Windmill.

Masterclass Springbank @Spazio Versatile – 9.10.2017

Come sapete senz’altro, siamo grandi estimatori delle distillerie di Campbeltown: negli ultimi anni abbiamo collaborato con l’importatore italiano durante i festival italiani approfondendo così la conoscenza del core range e abbiamo visitato la distilleria diverse volte, lasciandoci sempre un pezzo di cuore (e qualche brandello di fegato, ma questo non ditelo al nostro medico). Quando ci è stata offerta la possibilità di presentare Springbank e Glengyle ad un pubblico di professionisti nella cornice dello Spazio Versatile, non abbiamo saputo opporre resistenza…

Lunedì 9 ottobre, dunque, alle 14.30 uno di noi racconterà gli imbottigliamenti base del core range di Springbank e Glengyle: Hazelburn 10, Longrow Peated, Springbank 10 e Kilkerran 12 – dopo le nostre stupidaggini arriverà il buon vecchio Ricky Corbetta dell’Harp Pub Guinness a cimentarsi con quattro drink: se volete partecipare, sappiate che l’evento è gratuito (!) e che per partecipare basta registrarsi online a questo link.

Di seguito, la presentazione ufficiale dell’evento.

Ottobre sarà un mese dove in Spazio Versatile parleremo tanto di Whisky. Lunedì 9 inizieremo questo viaggio andando a scoprire alcune release della distilleria scozzese Springbank e della sua ‘sorellina’ Glengyle. Relatori ancora una volta saranno Maurizio (Beja-Flor) ed i ragazzi di Whiskyfacile, mentre dietro al bancone ci sarà Riccardo Corbetta (Harp Pub Guinness) che proporrà la sua drink list dedicata.

In degustazione ed in miscelazione:
– Springbank 10Y
– Longrow Peated
– Hazelburn 10Y
– Kilkerran12Y

L’evento è GRATUITO ma la REGISTRAZIONE È OBBLIGATORIA.

I posti sono LIMITATI!

CHECK IN ore 14.15, INIZIO evento ore 14.30

SPRINGBANK DISTILLERY:
A Springbank si persegue il massimo rispetto dei metodi di produzione tradizionali: basti pensare che questa è la sola distilleria in tutta la Scozia in cui l’intero processo produttivo avviene in loco, a partire dal maltaggio dell’orzo fino ad arrivare all’imbottigliamento e all’etichettatura delle bottiglie, ed ogni fase ha la sua incidenza sullo stile unico del whisky. Proprio il maltaggio riveste un ruolo centrale: Springbank è l’unica distilleria tra le circa 110 attive oggi a maltare il 100% del proprio orzo coprendo dunque tutto il proprio fabbisogno. L’orzo, rigorosamente scozzese, è ancora girato a mano sui tradizionali pavimenti di maltazione, per essere poi essiccato in forni manuali secondo diversi gradi di torbatura. La fermentazione molto lunga (fino a 110 ore) impone al mosto una gradazione bassa ma un livello di esteri elevato, cosa che permette al distillato di sviluppare note molto fruttate. La distillazione avviene in tre alambicchi di rame, di cui il primo è ancora riscaldato con fiamma diretta (altro fatto assai raro nel panorama scozzese, ormai convertito al più economico ed ecologico riscaldamento a vapore); la produzione è molto limitata, attorno ai 250.000 litri annui. Quel che colpisce ancor di più è che tutte queste operazioni vengono interamente gestite manualmente, senza l’ausilio di computer o di automatizzazioni, affidandosi esclusivamente all’esperienza dei lavoratori.

GLENGYLE DISTILLERY [Kilkerran]:
Glengyle, distilleria nel cuore di Cambpeltown, ha una storia nettamente divisa in due parti. Nel 1872 John Mitchell, figlio dell’allora proprietario di Springbank, abbandona l’azienda che gestiva con il fratello – guarda caso, proprio una distilleria! – per un litigio in merito ad una pecora… e decide dunque di fondare la propria distilleria, Glengyle appunto. Il marchio Glengyle è stato acquistato negli anni ’40 dal gruppo che oggi è Loch Lomond Distillers, e per questo il single malt prodotto da Glengyle non ne può recare il nome. È stato dunque scelto “Kilkerran”, in tributo al nome gaelico dell’insediamento monastico precedente alla fondazione di Campbeltown. Il carattere di spiccata artigianalità della distilleria-madre pervade ogni aspetto della produzione: l’orzo è rigorosamente scozzese, coltivato soprattutto sulla costa est con un clima più mite; l’acqua proviene dal vicino Crosshill Loch; la torbatura è leggera, circa 15 ppm, e viene fatta in casa dopo 6 ore di esposizione al fumo di torba e altre 30 all’aria calda, così da mantenere uno stile non troppo aggressivo.