Glengoyne cask strength (2013, OB, 58,7%)

Alla Glengoyne, non contenti dell’ottimo parterre d’imbottigliamenti ufficiali, hanno di recente deciso di rivoluzionare il core range, nella grafica ma anche nella scelta degli anni d’invecchiamento. Fuori quindi l’ottimo 17 anni, sostituito da un 18 anni, e soprattutto ecco affacciarsi un imbottigliamento no age a gradazione piena, che uscirà secondo la formula dei batch, presumiamo a cadenza annuale. Tra l’altro, finalmente Glengoyne si sta diffondendo sul suolo italico, grazie a un accordo in esclusiva sottoscritto dall’importatore Johnson’s wine e grazie all’ottimo lavoro di divulgazione del brand ambassador, Fabio Ermoli, a cui en passant va il nostro ringraziamento per il sample.

GlengoyneCaskStrength-LARGEN: l’alcol ovviamente si sente, ma il dram è molto aperto da subito e tutto da annusare. L’invecchiamento in sole botti di sherry gli dona uno standing da whisky importante, dalla buona personalità: che standing! Grande protagonista è il malto, molto pulito senza note ‘sporche’. Complessivamente non ci pare molto zuccherino, grazie anche a raffinate note di legno, liquirizia, cioccolato amaro, caffè tostato. Anche molta frutta secca (nocciola). Il lato più ‘dolce’ ha la forma confortante e familiare di un pandoro. Creme brulee? I frutti rossi rimangono in disparte (confettura di fragola). Uvetta alla grande, ma anche chinotto e tamarindo. Che bella complessità, per un malto che si lascia stuzzicare volentieri anche da qualche goccia d’acqua, con cui si risvegliano frutti rossi, tabacco e…che maltosità!

P: l’alcol è qui certo più evidente, e ci mancherebbe, ma niente riesce a coprire l’incantevole gusto del malto Glengoyne, di fronte al quale non ci sono note di degustazione che tengano. Più dolce, più mieloso, con suggestioni nette di caffelatte zuccherato, mandorle, uvetta, marmellata e cioccolato. Sembra di sentire quei mix di frutta disidratata, con anche frutti rossi. Risulta un po’ astringente, ma in maniera non eccessiva. Con acqua, invece, tornano prepotentemente la liquirizia, il cioccolato e il bel malto biscottato, mentre il corpo si fa davvero cremoso…ahhh godurioso.

F: bello pulito, con inserti di cioccolato amaro e liquirizia.

Avevamo il sospetto che questo imbottigliamento rappresentasse la punta di diamante del nuovo core range. Un indizio era stato la recensione assai positiva di Serge, ma dobbiamo ammettere che questo cask strength è riuscito ad andare oltre le nostre aspettative. Il rapporto qualità/prezzo poi è sbalorditivo, costa dai 50 ai 60 euro! Il giudizio è quindi un convinto 90/100. Come già dicevamo, non c’è molto da dire di fronte alla bontà, e abbiamo fatto un po’ di fatica a mettere in parole i sentimenti, perché per dirla con la Catherine di Jules e Jim: “La felicità si racconta male, perché non ha parole, ma si consuma e nessuno se ne accorge”.

Sottofondo musicale consigliato: George DelerueTheme des vacances (Jules et Jim Ost)

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Port Ellen 19 yo (Hart Brothers, 43%)

Dopo il Port Ellen selezionato da Nadi Fiori abbiamo estratto dal cilindro un’altra espressione questa volta più giovane, per provare un confronto, attirati soprattutto dalla comune gradazione ridotta dei due malti in questione. Questo Port Ellen è imbottigliato dalla storica azienda scozzese Hart Brothers e dobbiamo- dovevamo, ahinoi- la fortuna di possederne qualche goccia al mitico Sacile Team, che ne salvò un sample nel corso del secondo Sacile Whisky Contest organizzato dal forum singlemaltwhisky.it. Grazie, grazie ancora.

pdt__port_ellen_19yo_hart_brothers_1384_1N: c’è qui da subito una torba meno ingenua che nel più maturo Nadi Fiori, bella nervosa, intensa, fumosa e più “marina”. Il lato erbaceo rimane leggermente più in disparte rispetto al PE Nadi ma si sente comunque nitida la camomilla. Segue poi un grande show di bourbonesque, con una grande vaniglia e crema pasticcera, pasta frolla e torta paradiso (zucchero a velo). E poi, una nota molto intensa di borotalco. Chiodi di garofano, eucalipto, legna fresca tagliata.

P: l’attacco può apparire un po’ deludente, ma si riscatta in un attimo; trattasi infatti solo di un imbocco gentile, a cui però seguono bombette di vaniglia e cremosità assortite. L’affumicatura è rispettosa, ma ben cenerosa. C’è ancora quella strana sensazione di borotalco, un che di caramella…Nitida la liquirizia, mentre percepiamo una timida escursione nel marzapane. Infine, riemergono le note erbacee, anche lievemente cerose.

F: cenere e marzapane e vaniglia e torba e una lieve acqua di mare. Ancora un senso di caramella talcata (what?!). Erbaceo, cacao amaro. Piacevolmente lungo e persistente.

Dobbiamo ammettere che questa seconda espressione ci ha maggiormente impressionato. Rispetto al suo parente è complessivamente più dolce, più torbato, meno austero e più intenso. A nostro giudizio si merita qualche punticino in più e si ferma a 88/100. Ad ogni modo, via via che assaggiamo questi nettari in via d’estinzione della compianta Port Ellen capiamo sempre meglio il perché del tanto fanatismo riversatosi sugli ultimi barili rimasti. Più difficile da accettare invece è il prezzo, ma parafrasando Humphrey Bogart: “È il mercato, bellezza! Il mercato! E tu non ci puoi far niente! Niente!”.

Sottofondo musicale consigliato: un’artista che con l’alcol ha un certo feeling. Cat Power – Cherokee

Balvenie 12 yo Doublewood (2010, OB, 43%)

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“qui alla Balvenie le nostre botti ce le smazziamo noi!”

La Balvenie, che sorge nel bel mezzo della capitale mondiale del whisky, Dufftown, è una distilleria a noi molto cara, sia per la qualità media decisamente alta che per un’attitudine del ‘far whisky’ che pare restare saldamente fedele alla tradizione. La visita alla distilleria, che si snoda tra malting floor e cooperage – fasi della produzione oramai esternalizzate nella stragrande maggioranza dei casi – è di certo una delle più affascinanti da fare sul suolo scozzese: e noi questo fascino lo subiamo in pieno. Cerchiamo però di recuperare un minimo di compostezza ed equidistanza e bere questo malto lasciando da parte i sentimenti. Il Doublewood, da anni nel core range di Balvenie, trascorre circa 10 anni in botti di bourbon per poi ricevere un ulteriore affinamento in botti di quercia europea first-fill che contenevano sherry. Ha un colore d’oro pallido.

the Balvenie 12N: ecco il bel malto distintivo di Balvenie, di grande personalità già a quest’età. Il passaggio finale in sherry è ultimo in ordine di tempo, ma primo al naso: spiccano una liquorosità in qualche modo ‘fresca’ (ciliegie sotto spirito), con note di uvetta, di frutta secca (tantissima nocciola, ma anche pasta di mandorle). Incantevoli note biscottate e un po’ burrose, tipo brioches (saremo precisi: brioches all’albicocca). Mela e agrumi canditi, mentre sullo sfondo è costante l’apporto di vaniglia e di caramello, di toffee. Magnifico naso, con qualche nota affumicata che s’affaccia qua e là.

P: l’ingresso è molto morbido, con l’alcol addomesticatissimo. Molto coerente rispetto al naso, con tanto, tantissimo malto rotondo, dolce, biscottato e insieme cremoso. L’uvetta e la vaniglia belli presenti offrono una suggestione di zuppa inglese (malaga?); poi frutti rossi molto gradevoli (fragole e amarene) e una nota speziata poco distinguibile.

F: oleoso, lungo e piuttosto persistente, tra note di frutta secca e malto molto molto Balvenie…

Pare che a volte un finish in botti di sherry first fill sia un buon metodo per dare carattere a imbottigliamenti altrimenti senza infamia e senza lode. Se invece prendiamo un whisky che non ha niente da invidiare a invecchiamenti più importanti e gli diamo ulteriore profondità con un finish deciso ma educato, beh, scattano gli applausi (tra l’altro notevole il rapporto qualità-prezzo, circa 35 euro). Un bel 87/100, mentre Serge è meno entusiasta e la pensa così (ma noi note di resina non ne abbiamo proprio trovate).

Sottofondo musicale consigliato: Burt BacharachRaindrops keep falling on my head: