mortlach 16 yo

Mortlach 16 yo (2019, OB, 43,4%)

Un cerchio che si chiude dopo una lunghissima curva: la nostra prima recensione fu proprio un Mortlach 16 yo Flora & Fauna, a quel tempo l’unico imbottigliamento ufficiale di una distilleria della scuderia Diageo che infatti aveva sempre operato nell’ombra, fornendo col suo distillato ricco di personalità una corposa base per i blended whisky. Poi, dopo l’uscita dal porto nebbioso dei blended grazie a tanti ottimi imbottigliamenti indie che avevano svelato il carattere davvero particolare della distilleria di Dufftown, all’improvviso la follia: nel 2014 Diageo decide d’emblée di premiurizzare il marchio e lancia quattro imbottigliamenti da mezzo litro dai 60 euro del NAS ai 600 euro del 25 yo. Li mortè!, direbbero i più accorti, e infatti la serie pare non sia andata benissimo, visto che già a metà 2018 arriva la marcia indietro, con l’uscita di un nuovo core range, dal volto sicuramente “più umano, più vero”: un 12, un 16 e un 20 anni generosamente immessi in vetri da 70 cl e prezzati da 50 a 200 euro circa. Sul 16 yo di oggi abbiamo assistito tra l’altro a una curiosa diatriba sull’altalenante qualità dei vari batch, per cui rimandiamo alla recensione di whiskynotes. Chi si appassionasse alla vicenda, sappia che quello nel nostro bicchiere è il batch L8283DM002.

mortlach 16 yoN: molto aperto, piacevole, ricco e di una paradossale freschezza ‘pesante’. Molti agrumi in evidenza, soprattutto arancia, scorza di arancia rossa, perfino un po’ di marmellata. Fichi, molto intensi e dolci, profumati (anche qui, c’è pure marmellata di fichi); anche pesche (siamo monotoni se diciamo confettura di pesche?). Ananas sciroppato. Un poco di cuoio, di pelle. Tabacco fruttato da narghilè. Sotto tutto, ecco una robusta nota di malto, di cereale.

P: l’ingresso sembra debole, ma è solo un’impressione perché diventa avvolgente e molto intenso. Ancora caldo e fruttato, fruttatissimo, tutto sul giallo/arancione: la principale nota è ancora di fichi, in ogni forma, poi c’è un bell’agrume (arancia, scorza lievemente amara), mango molto maturo. E poi… dimenticate le note sulfuree e carnose di Mortlach, fate spazio a una robusta nota di malto cerealoso, dolce, caldo ma leggermente ‘polveroso’. Legno, magari un pochino di aghi di pino.

F: lungo, intenso, molto coerente, ancora con fichi e malto e arancia. Miele. Eccellente, con mille riverberi di sapore.

Il collo delle bottiglie di questa serie Distiller’s Dram titola “anche simpaticamente” (doveroso tributo al grande Maurizio Mosca) “The beast of Duffotwn”, un vezzoso nomignolo che Mortlach si è guadagnata grazie a un new make spirit molto robusto, con una peculiare nota carnosa e sulfurea e potremmo dire unica nel panorama degli scotch whisky. Ecco per questo 16 anni invece dimenticatevi brodi di carne, soffritti, ragù e immaginate un whisky molto elegante, che pur essendo fruttato e zuccherino, resta incredibilmente equilibrato, educato per essere appunto un Mortlach. E tra i suoi pregi sicuramente ci sono anche una pienezza e una ricchezza nella bevuta che di rado si incontrano a gradazioni così basse. Tutto ciò non può che farci gioire e assegnare un 88/100, che a dire il vero sorprende un poco anche noi medesimi. Se vi ha incuriosito, il prezzo è intorno agli 80 euro.

Sottofondo musicale: Milt BucknerThe Beast

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Una parata di Michter’s

Qualche settimana fa abbiamo partecipato a una serata dedicata a Michter’s, distilleria di Louisville, Kentucky, che in patria si sta affermando come uno dei whiskey premium più à la page nei cocktail bar di un certo livello. Possiamo dire che in Italia il concetto stesso di bourbon (o american whiskey o rye) premium non si è ancora completamente formato, se è vero che in pochi sono disposti ad aggiungere qualche euro in più per IMG_20190711_202829personalizzare un Old Fashioned o Manhattan, per non parlare della bevuta in purezza. Sarà anche per aiutarci ad ampliare gli orizzonti che Velier, importatore italiano di Michter’s, ha organizzato una serata conviviale alla Filetteria Italiana, a Milano, presentando l’intera gamma della distilleria, proponendola sia in miscelazione che in purezza e abbinata a una cena di carne, a tratti davvero esotica (i filetti di zebra, bisonte e canguro erano non meno che ottimi, ci hanno lasciato a bocca aperta). Dietro all’organizzazione della serata si celava anche Shane Eaton di Questa Mia Milano, una vecchia (si fa per scherzare, Shane…) volpe, amante sia del buon cibo che del buon bere. Ci ha fatto compagnia un agguerrito manipolo di giornalisti, blogger e microinfluencer, tra cui ci piace citare Italia a Tavola (qui il loro racconto della serata) e la coppia che anima la pagina instagram di Love Bites.

Prima di iniziare con le consuete nostre sgangherate impressioni, ci sia permesso di ringraziare Marco Callegari e Chiara Barbieri di Velier, che si ricordano sempre di noi quando ci sono da aprire bottiglie in maniera smodata…

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Photo Credit: Italiaatavola.net

Michter’s Sour Mash (2019, OB, 43%)

Il sour mash è una particolare tipologia di whiskey, in cui una parte dei residui della precedente fermentazione viene reimmessa nel washback in un nuovo batch. Per questo whiskey vengono utilizzate non più di 24 botti per lotto.

michters-us1-sour-mash-whiskey-1014748-s110N: un profilo molto particolare, con note floreali (poutpurri, lavanda) davvero inconsuete. Saremo condizionati dal Sour in etichetta ma sentiamo una nota acetica, che in qualche modo gli dà agilità e rende meno urlate le note tipiche da american whiskey (toffee, vaniglia, noce di macadamia). Tante spezie e tanto legno.

P: molto beverino, molto coerente e violentemente floreale. Inoltre si aggiungono note erbacee tipo rabarbaro e buccia d’arancia essiccata. La parte dolce c’è ma non offende, con mandorle, nocciole e toffee.

F: medio lungo, tornano caramello e spezie come cannella.

Un whiskey in tutù, non certo da harleyisti. Forse il suo limite sta proprio nelle mollezze floreali che esibisce, poco caratteristiche del distillato a stelle e strisce. È sfaccettato, gentile, però intendiamoci è anche saporito come un bourbon proprio non può fare a meno di essere: 83/100. Costa sui 60 euro.

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e noi che pensavamo di essere blogger con un certo fascino, non avevamo visto nulla… (Photo Credit: Questa Mia Milano)

Michter’s Straight Rye Single Barrel (2019, OB, 42,4%)

Abbiamo qui ovviamente almeno il 51% di segale, mentre ci dicono che l’invecchiamento sia di tutto rispetto per un Rye Nas, ovvero sia tra i 6 e i 9 anni.

michters-us1-single-barrel-straight-rye-1296695-s245N: che bontà!, e che complessità, inusuale per un Rye nella nostra esperienza. È un po’ ruffiano, molto fruttato, non così spigoloso come spesso sono i whiskey di segale. Stupisce la quantità di frutta, che si spinge fino al tropicale: ananas disidratato, pesche sciroppate, mela caramellata. Molto cremoso, con crema di vaniglia. Note speziate, con zenzero candito. Fudge, toffee; anche note floreali, forse soprattutto lavanda.

P: molto aperto, molto ‘facile’. Tanta caramella mou, tanto toffee, ancora le note di lavanda, floreali, piuttosto evidenti e marcate. Guava a sparigliare sul tropicale, ma anche tanta arancia macerata (se vi capita di mordicchiare l’arancia che rimane nell’Old Fashioned…), maraschino e pesche con amaretti sbriciolati. Cannella.

F: lungo, speziato, agrumato e piacevolmente astringente. La frutta si riverbera a lungo, ipermatura e penetrante, a ricordare una macedonia.

Un rye che si allontana dai rigidi dettami della segale, regalando spunti fruttati e floreali sorprendenti. Aiuta a liberarci dei preconcetti e a urlare: “c’è tanta delizia fuori dalla Scozia!”. Il voto è 86/100, il prezzo per chi ama queste volgari quisquilie è circa 60 euro.

Michter’s Kentucky Straight Bourbon 10 yo (2019, OB, 47,2%)

Per varie ragioni, tra cui il clima e l’uso di botti vergini di rovere, raramente il bourbon supera i 5 anni di invecchiamento. Questo single barrel ha invece aspettato un decennio prima di essere svuotato e ci aspettiamo una concentrazione di odori e sapori devastante.

IMG_20190728_123126N: al primo impatto è un po’ chiuso rispetto al Rye, sembra un pelo alcolico. Molto aromatico comunque, arriva subito una nota di Fiesta, con cioccolato, pan di spagna e liquore all’arancia. Banana, molto toffee, fudge, caramello, crema di vaniglia.

P: anche qui è bello carico, ma resta piacione e beverino. Ancora vaniglia, cioccolato al latte, caramello, toffee e crema di banana. Cocco. Un poco di arancia. Non diventa mai stucchevole, anche perché arriva una nota speziata e legnosa che riequilibra abbastanza.

F: cocco innanzitutto, crema, poi un po’ di spezie del legno (forse chiodi di garofano?).

Certo, costa 170€ e beh, come dire: non è poco. Si paga qui anche la scarsità di bottiglie, che sono 120 per tutta l’Italia. Ma noi non ci curiamo del prezzo quando diamo il voto, e dunque registriamo che anche se il Rye resta più di nostro gusto, questo 10 yo è un ottimo bourbon, bello dolce e ruffiano, con venature speziate: 85/100.

E per concludere, il menù completo della serata:

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Photo Credit: Questa Mia Milano

 

 

 

“Scotch Missed”: a tasting in Croatia

Cask End di un Brora 1972: serve altro?

Sabato scorso una nutrita delegazione di Whiskyfacile (cioè: Jacopo) ha attraversato ben due confini pur di partecipare alla degustazione SCOTCH MISSED a Motovun, in Croazia, organizzata dal grandissimo Tomislav Ruszkowski. Non è un blog di turismo, quindi vi saranno risparmiate le avventure del viaggio, tra maiali arrosto e spiagge di nudisti (a dispetto delle apparenze: le due cose non coincidono). La degustazione ha avuto luogo nella bellissima cornice del Roxanich Wine & Heritage Hotel, piccolo santuario di alcune passioni di Mladen Rozanić, imprenditore croato che da una decina d’anni ha deciso di trasformarsi anche in winemaker: i suoi vini, rigorosamente naturali e biodinamici, hanno diviso i partecipanti, ma chi scrive – pur nella sua conclamata ignoranza in materia – si è innamorato dei macerati. Ad ogni modo, il tema della degustazione era appunto “lo scotch che non c’è più“, e dunque bottiglie di distillerie chiuse, o di distillerie aperte ma con un passato problematico. Abbiamo preso appunti solo su 5 dei 7 assaggi: i due mancanti sono tornati in sample a Milano, e in questi giorni pubblicheremo delle recensioni più esaustive.

Glen Flagler ‘Rare All-Scotch Malt’ (anni ’70, 40%): Glen Flagler era il single malt prodotto dai pot still dentro a Garnheath, distilleria di grano del gruppo Inver House, nel periodo tra il 1965 e il 1985. Roba molto rara, se cercate su whiskybase ve ne renderete conto. Un sacco di pera al naso (mousse di pera), mela verde, scorza d’agrume, cereale; come spesso accade con whisky così vecchi, cambia molto, muove verso le scorze di frutti tropicali, diventa sempre più fruttato e lievemente ceroso (la solita, splendida storia della patinina minerale). Piuttosto floreale. Il palato è dolce, di una dolcezza fruttata intensa, ancora mela verde e pere. Finale breve e easy. 83/100.

Littlemill 16 yo (1991/2008, Douglas Laing, 50%): non c’è bisogno di introdurre una delle nostre distillerie preferite di sempre, vero? Questo è un refill Hogshead della serie Old Malt Cask di Douglas Laing. Inizia con una nota di colla vinilica, inaspettata, ma pian piano sale una dimensione fruttata spettacolare (mela verde, tropical acidi maracuja mango), foglie di foglie, legno nuovo. Unsexy ma sexy, se si capisce cosa intendiamo. Cera. Il palato è totale, tropicale ed erbaceo, esplosivo, ancora cera, finisce sulla clorofilla e con sentori amari, spettacolare. Pasta di mandorle. Peccato per un naso un pelo troppo poco espressivo, altrimenti avremmo volato ancora più in alto. 89/100.

Rosebank 14 yo (1990/2005, Chieftain’s, 46%): anche in questo caso, presentare Rosebank appare quasi imbarazzante. Fin dalle prima note del naso, sembra molto particolare, con un profilo inusuale per un Rosebank, almeno per come l’abbiamo sempre conosciuto. Nel panorama delicato e fruttato, con le consuete note erbace pronunciate, c’è infatti una lieve nota sulfurea, che al palato diventa ancora più evidente. Nel complesso, oltre a ciò, è dolce, con vaniglia, frutta fresca (mele fragole pesche) e una venatura minerale. Una punta di caramella all’anice. Non ci persuade fino in fondo, ma resta una testimonianza per noi ‘nuova’ di una distilleria di culto. 84/100.

Imperial 19 yo (1995/2015, Signatory, 46%): ultimamente ci capita sempre più spesso di assaggiare degli ottimi Imperial, non sappiamo se dipenda dal fatto che sta raggiungendo età sempre maggiori, e magari questo giova al distillato, oppure dal fatto che semplicemente ce ne siamo accorti solo ora. Ad ogni modo, questa è stata la vera sorpresa della serata: veramente ‘cccezzionale, fruttato (abbiamo frutta gialla, mela, pesche) e con uno strato ceroso/maltoso davvero incantevole. Il malto è molto presente, brioche appena sfornate, pastafrolla calda, burro caldo, miele. Venature minerali. Una menzione al corpo del palato, di alto livello anche se a grado ridotto. Lo vogliamo premiare: 90/100.

Ardmore 21 yo (1979/2001, Douglas Laing, 50%): il distillato di Ardmore è molto spigoloso, “rognosetto” lo definirebbe qualcuno, e se si lascia in un barile poco attivo i risultati sanno essere sorprendenti. Questo è appunto il caso: 21 anni in barile hanno portato a un’evoluzione che non può non lasciare sedotti. Il naso offre un profilo torbato leggero, piuttosto sporchino e minerale (olio, perfino del gesso), per noi buonissimo. Intensa anche la frutta, tutta su pere e pesche: lato che torna vivo anche al palato, subordinato però a una torba delicata e al cerino, allo stoppino di candela. Finale lungo e affilato. Davvero buono: 90/100.

Vorremmo ringraziare ancora una volta Tomislav per l’invito a questa degustazione davvero unica, e Mladen per la grande ospitalità in un luogo così bello: e ne approfittiamo per ringraziare gli amici croati e gli italiani, Gpp e Dameris, Luca e Maura, Claudio, Anna, Davide e Daniela, Michele, con cui abbiamo condiviso passeggiate, consigli sloveni sbagliati, calamari pigri e cotenne di maiale fumanti. Prossimamente le recensioni di Millburn (!) e Ardbeg.

Sottofondo musicale consigliato: Brad Mehldau – O Ephraim.

Teeling Trois Rivieres (OB, 46%, 2018)

L’Irlanda si contende con la Scozia il primato dell’invenzione del whisky e vive assieme a questa un periodo di grande ascesa nell’800. Ma è un fatto che oggi in Scozia abbiamo più di 100 distillerie attive, mentre in Irlanda arriviamo a una decina; insomma qualcosa deve essere andato storto a partire dall’inizio del 1900, no? Ora non saremo certo noi ad annoiare voi con un estenuante racconto su quali furono le cause di questa decadenza, sia esterne al mondo del whiskey (leggasi la Storia) che interne (leggasi la prevalenza del modo scozzese di fare blended whisky); vi basti sapere che nel secondo dopoguerra, proprio mentre la Scozia attraversava una seconda età dell’oro (ripresa dei consumi, magazzini pieni dopo le Guerre, sostanziale nascita del fenomeno dei single malt), in Irlanda si viveva il momento più difficile: le ultime distillerie rimaste unirono le forze e si fusero creando Irish Distillers, e nel 1975 si arrivò praticamente a un monopolio. Da questo momento però, toccato il fondo in quanto a numero di realtà attive, le cose lentamente sono cambiate fino al momento attuale: ogni anno nascono nuove distillerie, anche artigianali, e le vendite cresono a doppia cifra. Avvicinandoci al dram di oggi, ad esempio, la Teeling distillery è stata (ri)fondata a Dublino nel 2015, dopo 125 anni che nessuno apriva più distillerie nella città che un tempo era una delle capitali mondiali del nostro caro distillato. Quel che assaggiamo oggi è un single malt invecchiato per 6 anni (dunque un whiskey acquistato da un’altra distilleria, visto che Teeling distilla solo da 4 anni) in botti ex bourbon e per 6 mesi in barili che hanno contenuto rhum Trois Rivieres, storica distilleria della Martinica. I finish in rum oggi non sono più così esotici come un tempo, ma davvero particolare è il fatto che in etichetta campeggi ben visibile il nome di Trois Rivieres, in quella che sembra essere a tutti gli effetti un’operazione di comarketing, se ci permettete il tecnicismo.

teeling-trois-rivieres-rhum-agricole-finish-whiskyN: il naso è a sopresa abbastanza educato, con una certa freschezza, note erbacee e qualche fiore di campo. Poi arrivano suggestioni ben più attese di pera e pasticceria (crema e vaniglia). Brioches.

P: l’alcol si sente un po’ troppo e in più il finish tende a passare all’incasso, appesantendo il tutto con tanto tanto zucchero. Ancora pera e poi yogurt alla banana. Non è legatissimo e qualcuno si butta e sentenzia: sughero.

F: e questo poco prima che il retrogusto si riveli come la parte meno riuscita di questo ardito esperimento. Slegato, dolce e succo di canna.

Se avete un amico con tante bottiglie di whisky e dovete fargli un regalo questo sicuramente non ce l’avrà. Lo stupore è garantito. Inoltre rimane un’esperienza particolare e gli amanti di Trois Rivieres non mancheranno di diventare paonazzi per l’eccitazione. Noi ci fermiamo a un corposo assaggio, reso possibile dall’estro dell’esimio Zucchetti, che una sera si è presentato come se nulla fosse addirittura con una bottiglia intera al seguito: 77/100.

Sottofondo musicale consigliato: Billie EilishIlomilo

Wolfburn Northland (2017, OB, 46%)

Dopo tanto, troppo tempo torniamo a posare lo sguardo sulla microdistilleria di Thurso, indomitamente collocata nelle Highlands del Nord, a qualche manciata di metri dalla fine del Regno Unito (isole escluse). Come molte nuove distillerie, Wolfburn ha iniziato presto a imbottigliare il proprio single malt, praticamente non appena ne ha avuto la possibilità, seguendo il disciplinare della SWA. E così nel 2016, a tre anni esatti dalla prima distillazione, le bottiglie col lupacchiotto in etichetta si sono affacciate timidamente sul mercato. Timidamente perchè la distilleria ha una capacità davvero esigua, sui 100 mila litri, ma la cosa non ci aveva intenerito più di tanto allora ed  eravamo riusciti a mettere le mani su una bottiglia di Wolfburn Hand Crafted. Oggi assaggiamo un rilascio dell’anno successivo, anch’esso lasciato a invecchiare in botti che hanno contenuto whisky torbato distillato su Islay.

3156447_600x600N: è un copia incolla dall’Hand Crafted già pubblicato, eccezion fatta per la nota di pasta del dentista, che non ritroviamo. Meno salmastro dell’altro, ha un che di salamoia. Gomma, un’acidità da fermentato, da vinaccia, da aceto di mele. Giovane, ma privo di quelle note sbagliate che certi giovani hanno, rivela invece una gran bella personalità, con note di limone, foglie, zucchero liquido, leggera torba.

P: quanta intensità! Quanto corpo! Qui viene fuori l’equilibrio dato dal barile, con una dolcezza vanigliata e una torba più evidente, più fumosa e acre. Ancora un po’ di sale e pepe nero, ancora mare. Mousse di pera, yogurt alla pera.

F: torba vegetale, insalata iceberg, vaniglia e crema di pera. Lungo e persistente.

Finito il secondo Wolfburn della nostra vita, già ne vorremmo assaggiare un terzo, anche perché in questi anni è andato formandosi un core range di tre diversi imbottigliamenti. Anche questo Northland è godibilissimo ma non banale, e il metodo poco convenzionale della torba proveniente dai barili è utilizzato con intelligenza e non fa danni, anzi. Fa il suo con onestà, rimane ultrabeverino ma non cafone, e costa il giusto, sui 50 euro. Bravi! 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Billie Eilish – Bellyache

Omar ‘Bourbon Type’ (2017, OB, 46%)

Oggi abbiamo voglia di volare via, lontano lontano, ai confini del vasto mondo del whisky. Da anni oramai la produzione di questo nettare non è più appannaggio dei soli “big five” (Scozia, Irlanda, Giappone, Usa, Canada), ma si è mondializzata e ha determinato la nascita di alcune realtà di assoluto livello, soprattutto nel Nord Europa e in Estremo Oriente. La taiwanese Kavalan è un fulgido esempio di questa (a volte) trionfale corsa al whisky, ma noi oggi vogliamo proprio esagerare e beviamo un malto prodotto da una distilleria molto meno quotata, sempre dell’ex isola di Formosa. Incredibilmente la Omar TTL è un’azienda di Stato, che provvede a produrre e distribuire qualsiasi tipo di vizio, visto che  “TTL” sta per Taiwan Tobacco & Liquor, per la gioia dei sovranisti di tutto il mondo. Alla Omar sfornano da tempo sigarette, birra, liquori e vari distillati. Dal 2009, all’urlo di “più whisky per tutti!”, hanno iniziato a produrre anche single malt presso la distilleria Nantou Omar. Questo imbottigliamento, per la cronaca, è un full bourbon maturation e noi con spropositata curiosità accostiamo il naso al bicchiere.

39017N: piacevole! Le prime sensazioni rimandano a un whisky giovincello ma non troppo: troviamo canditi (pere candite soprattutto), purea di pere, foglie di tè, punte floreali. Qui e là, lieviti, ma solo a sprazzi. Sentori ‘dolci’ un po’ tabaccosi, diciamo, che ci fanno pensare a un narghilè con tabacco alla mela. Si sente legno di sandalo, poi profumi di legno caldo. Un po’ di fieno. Biscotti, diremo: Plasmon.

P: corpo avvolgente, piacevole e senza emersioni alcoliche contundenti (cosa che coi giovincelli, sapete, talvolta accade). Abbiate pazienza: i sentori che riconosciamo sono liquirizia (artificiale: Morositas), poi curry giallo, a testimoniare una speziatura in costante crescita. Poco fruttato (una prugna gialla, al massimo), vegetale e caramelloso però.

F: medio-lungo, una bella persistenza, note di curry, noce moscata, un poco di agrume (arancia, secca forse). Un cenno di sapidità.

L’invecchiamento di questo whisky deve essersi consumato in legni molto attivi su un distillato che, fatalmente, ancora maturo non è. Il risultato è però assai piacevole, sfaccettato e piuttosto complesso. Insomma non urliamo al miracolo ma la sorpresa è tanta con questo Omar, al punto che assegniamo un convinto: 85/100! Tra l’altro il rapporto qualità/prezzo è ancora sensato, visto che una bottiglia costa attorno ai intorno ai 70€.

Sottofondo musicale consigliato: Billie EilishBad Guy

 

The Quiet Man 8 yo (2018, OB, 40%)

Il mondo del whiskey irlandese vive oggi un momento di grande ripresa e non sono pochi gli investimenti in nuove distillerie e nuovi marchi messi in campo sia dalle multinazionali che da piccoli produttori o aspiranti tali. E così in questi ultimi anni sono state tante le novità e molti sono stati anche i marchi resuscitati dal glorioso passato del mondo Irish. Il copione è ormai consolidato: si annuncia la nascita di una nuova distilleria e si mettono sul mercato fin da subito ‘sourced whiskey’, ovverosia miscele di barili acquistati da altre distillerie già operanti. The Quiet Man, di proprietà di Niche Drinks, non fa eccezione, riscuotendo un discreto successo coi “suoi” primi whiskey (vinsero tra gli altri un premio col 12 yo al Festival di Roma!) e annunciando nel frattempo l’apertura nel 2020 di una distilleria a Londonderry, nell’Irlanda del Nord. C’è chi dice (la Bbc per essere precisi) che alla fine del 1800 questa cittadina detenesse il record mondiale di whiskey prodotto; e chi siamo noi per smentire anche un tale sproposito? Purtroppo però pare che i fasti del passato non torneranno tanto facilmente, visto che pochi mesi è stato annunciato il passo indietro sulla costruzione della distilleria, poco dopo che la statunitense Luxco ha acquistato la maggioranza delle azioni di Niche Drinks. Verrà mantenuto almeno il marchio The Quiet Man oppure calerà il sipario? Per ora è mistero insonsabile ma noi, gente semplice e facile alla bevuta, non ci angosciamo più di tanto e assaggiamo questo 8 anni distillato in pot still, invecchiato in soli barili ex-bourbon a primo riempimento.

the-quiet-man-8-years-old_1N: un naso verde come i prati d’Irlanda, e al contempo timido come le giovani contadine d’Irlanda (che poi però sarebbe Irlanda del Nord, e vai a sapere quanto e se sono timide quelle altre, di contadine). Basico, tutto su frutta mista e (soprattutto) caramelle miste alla frutta. Molto ingenuo, diciamo. Ci sono lime, cedro, mela verde, una pera piena e aromatica. C’è poi, pian piano, un che di lievito, di birra cruda. Semplice, piacevole, con un cenno minerale che promette bene (uno di noi dice ‘riesling’, non temete, è stato già ricoperto di insulti).

P: scalda un po’ l’alcol, cosa che non convince appieno. C’è su questo versante un che di cartone bagnato, misto a una dolcezza dozzinale e floreale, da caramella alla violetta. Davvero non sentiamo nient’altro.

F: breve, poco espressivo, vagamente erbaceo.

Un whiskey a due teste questo ottenne. Da una parte, un naso più che decente, franco e molto identitariamente Irish. D’altra, il palato si fa invece disastroso, ben lontano da quella piacevolezza spensierata e beverina che spesso cerchiamo in questo tipo di whiskey. Per noi la media fa 75/100, ma assaggiatelo anche voi, non fidatevi delle nostre menti malferme, anche perché si trova abbastanza facilmente nel Belpaese, qui ad esempio.

Sottofondo musicale consigliato: CLAVDIOCuore

 

 

Glen Grant 22 yo (1995/2017, Signatory Vintage, 49,9%)

Tempo fa abbiamo fatto visita al Velier Inventorum, uno spazio nel pieno centro di Milano che Velier, storico importatore genovese, ha destinato agli incontri ‘istituzionali’ per presentare i propri prodotti a stampa e professionisti. Noi abbiamo approfittato dell’invito di Marco Callegari e abbiamo trascorso un ottimo pomeriggio ad alta gradazione, tra whisky di tutto il mondo, Chartreuse, mezcal, rum… I ricordi sono confusi: per fortuna abbiamo la sana abitudine di portare con noi dei sample per poter riassaggiare a casa qualcosa, e oggi questo qualcosa è un single cask di Glen Grant imbottigliato da Signatory Vintage dopo 22 anni di invecchiamento.

N: molto aperto, intenso e invitante: osiamo dire sontuoso nel suo profilo fruttato da Speysider maturo in bourbon. Tantissima frutta: in particolare esplode la mela, gialla e verde, anche albicocca (anzi: proprio marmellata di albicocca, pardon, confettura). Poi pasticceria: ciambellone, crema pasticciera. Cereali caldi e biscotti secchi (oro saiwa, anzi: gli Zalet!, i biscotti di malto e miele millefiori). Non troppo complesso, intendiamoci, ma piacevolissimo e godurioso.

P: la gradazione non passa inavvertita, ma porta esplosività. Partono fiammate di frutta: albicocca e mela gialla, pera: tutta frutta matura, intensa, una macedonia estiva. Ci sono poi venature più ‘scure’, con frutta secca (nocciola), miele. Rispetto al naso, cede in cremosità: ma la vaniglia si sente fin dall’inizio.

F: tende a chiudersi un poco, tra frutta secca (forse noce?, o mandorla?), spezie del legno… Tende all’amaricante – rispetto alla lussuriosa dolcezza del palato. Pepe bianco.

Un “whisky troione” (cit. Angelo) al naso, ai limiti dell’eccessivo, che però si raffina al palato, guadagnando un’inattesa sobrietà, e finisce per tirar fuori il legno perdendo un po’ quella dimensione sontuosamente fruttata che andava promettendo. Ottimo, ragazzi non snobbate Glen Grant solo perché Michele ve l’ha rovinato in gioventù: fanno un whisky delizioso. 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Drugdealer feat. Weyes Blood – The end of comedy.

Tullibardine 24 yo (1993/2017, Claxton’s, 52%)

Tullibardine, Tullibardine, quante volte ti abbiamo visto far capolino dal ciclio dell’autostrada A9, a metà strada tra Perth e Sterling, e ti abbiamo sottovalutato. Non capivamo, noi francamente non pensavamo, non ci passava nemmeno per l’anticamera del cervello che una distilleria potesse trovarsi in uno dei posti meno ameni dell’amenissima Scozia. E invece, già dal 1949, Tullibardine è sorta dalle ceneri dello storico birrificio Gleaneagles, affermandosi ben presto come una distilleria consacrata alla produzione di whisky per il blending. Dopo un lungo periodo di inattività, dal 1994 al 2003, un consorzio di investitori ha impresso una prima svolta, sottoponendo buona parte delle warehouse a una massiccia operazione di recasking, prima che Tullibardine passasse nel 2011 al gruppo francese di vini e spiriti Picard. Il resto è storia quotidiana, con un core range ancora oggi basato su un uso disinvolto dei legni, anche non convenzionali (Burgundy e Sauternes), nell’attesa di avere stock sufficienti. Noi invece assaggiamo un single cask di Claxton’s, invecchiato per 24 anni in un ben più convenzionale hogshead ex bourbon.

tullibardine-24yo-claxtonsN: molto pungente e secco, curiosamente poco aromatico.  Si presenta nudo senz’altro, mostrando note di alcol, di punte viniliche e vegetali (erba fresca), perfino un che di resinoso. Cartone bagnato. Una punta di polvere. Poco altro, qui e là vengono fuori note di legno, con brioscina e un che di astrattamente fruttato. Strano profilo, sicuramente, ma non ci convince.

P: pera al sapore di whisky, whisky al sapore di pera. Poi un’infinità di frutta secca (nocciola) e un po’ di spezie (pepe bianco). Molto, molto secco. E molto, molto poco d’altro.

F: tanto legno e frutta secca. Felpa la bocca di una drastica nota whiskosa semplice semplice, che non lascia troppo spazio all’immaginazione.

Ci sembra un whisky messo in bottiglia non per cercare il consenso delle masse, non per piacere a tutti, grandi e piccini. Piuttosto esibisce toni ruvidi, soprattutto al naso, dove i 24 anni di botte non sembrano aver più di tanto ingentilito le asperità del distillato. Il palato è invece decisamente più gradevole del naso, anche se tutto sommato abbastanza banale. Per noi bisogna registrare un 78/100.

Sottofondo musicale consigliato: DezolentGone ft. Mona Moua

Botti da orbi – Sanremo, le polemiche: Redbreast 21 yo Single pot still (2015, OB, 46°)

[Il festival è finito, ma la sorpresa è che adesso ci aspetta pure una polemica infinita capace di ridurre all’alcolismo anche un salmone selvaggio. Zucchetti ha l’antidoto per voi.]

 

redbreast-21yoÈ inevitabile per ragioni statistiche. Si chiama teorema della scimmia instancabile: una scimmia che picchiettasse a caso all’infinito sulla tastiera prima o poi comporrebbe la Divina Commedia. Ecco, vale anche per il festival: fai salire sul palco cantanti a caso e prima o poi salterà fuori qualche canzone piacevole. Un Rino Gaetano, un Elio e le Storie tese, un Max Gazzè. Quando accade (e ovviamente non vincono mai…), gioia e tripudio. Come quelli che accompagnano questo single pot still irlandese, così atipico da far gridare al miracolo più di Pippo Baudo senza parrucchino. Il naso è paradisiaco. Sul serio, c’è un’intensità così vivida di profumi da sbalordire. Succo multifrutta, tanto tropicale (guava, cocco essiccato, mango) e marmellata di pesca. Ma non si ferma qui. Ci sono olio essenziale di arancia e olio di lino, una patina elegante di rame, eucalipto e anche un che di grasso dolce di prosciutto. Noce moscata e strudel con frutti rossi a indicare una benedetta influenza delle botti di sherry. Più lo si ascolta più lo si ascolterebbe, è un tormentone.

In bocca ha una freschezza vibrante. Qui il cocco emerge alla grande, noci brasiliane e banana bread fanno da contorno. Si fa cremosissimo, la mou e la vaniglia sono un velluto caldo. L’oleosità non manca, ma non pregiudica una facilità di beva disarmante. Il finale è coerente: cocco, tamarindo e uno zenzero pimpante che chiude la sarabanda.

Niente da fare, si possono avere tutti i pregiudizi possibili su Sanremo e sugli Irish whiskey, ma quando c’è il colpo di genio allora giù il cappello. Per avere 21 anni ha un fisico atletico ed eccezionalmente scattante, il legno cesella e arrotonda ma non mette la sua firma ingombrante se non con quella spezia che prolunga il finale. Applausometro impazzito, bene, bravi e bis: 90/100.

 

Sottofondo musicale consigliato: StatutoAbbiamo vinto il festival di Sanremo