Abomination ‘The Sayers of the Law’ (2017, Lost Spirits, 54%)

Oggi assaggiamo un whisky che rappresenta un caso nel mondo dei distillati, avendo scatenato aspre contese tra fautori della tradizione e arditi sostenitori delle tecniche di produzione pionieristiche. L’Abomination è prodotto a Los Angeles dalla Lost Spirits Distillery, una sorta di surrele parco divertimenti che cela una distilleria di whisky e rum perfettamente funzionante. Tra le tante stramberie, quella sicuramente più scandalosa è l’assenza di botti per l’invecchiamento, compito che viene invece assolto (o quantomeno replicato) grazie a un “reattore” inventato e brevettato (e ora anche venduto ad altre distillerie) dallo scienziato Bryan Davis. Per farla breve si sottopone dapprima il new make a un’infusione con pezzetti di doghe, per poi bombardare il liquido con la luce di lampade alogene ad alta intensità (???), che hanno il compito di armonizzare il super brodo di distillato e legno. E voilà!, nel giro di qualche giorno abbiamo un whisky tranquillamente scambiabile con uno scotch di 10-15 anni, ma che in realtà in etichetta è dichiarato solo come ‘malto’ per commercializzarlo anche in aree che impongono i 3 anni minimi di maturazione. Nello specifico l’Abomination ha come base un whisky di Islay di 18 mesi con torbatura elevata (45-55 ppm), che viene poi attenzionato dal solerte reattore. Il colore è mostruoso.

lost-spirits-abomination-embed-1N: la gradazione resta tutto sommato in disparte, e pare molto aperto e aromatico. Intenso ovviamente, e tanto ‘scuro’, pastoso. Fa un po’ impressione che, a elencarli, i descrittori sono relativamente ‘normali’: zucchero bruciato, frutta rossonera molto intensa (marmellata di frutti di bosco industriale, in quantità industriale; ma anche quella che rimane bruciacchiata ai bordi della crostata); tanto tamarindo; un sacco di arancia rossa dolce molto carica, molto scura. Poi, dopo questo muro, eccone un altro, fatto di torba: salsa bbq, bacon, fumo acre di torba, aggressivo – c’è perfino un che di ‘salato’, forse non proprio mare ma sale in grani. Strano.

P: strano anche qui, ed estremo di certo. Parte con una botta dolce, tutta di un legno ipercarico, e ti aggredisce con sentori solo apparentemente dolci: marmellata di more e lampone, zucchero di canna, ma poi soprattutto salsa barbecue ancora, bacon, grasso di maiale, tanto sale… E subito dopo, però, allappa molto e poi quasi svanisce, curiosamente, e svanisce proprio la struttura del whisky, se ci intendete: a livello di sentori, resta ancora un fumo acre, intenso e salino, con una puntina balsamica.

F: sembra di masticare del sale, e restano il diesel e la carbonella; al contempo, proprio qui riaffiora decisamente la gioventù, il sapore canditoso e lievitoso del new-make, salino e torbato, di una bella distilleria della costa meridionale di Islay.

Per una volta ci sentiamo di citare integralmente, in inglese, le parole di Angus su whiskyfun.com, perché davvero non sapremmo dire meglio la sensazione che si prova: “I feel these products only serve to highlight the importance of proper maturation. Remember, maturation is not only extractive and additive. It is also, and most importantly for longer aged whiskies, interactive. Technology may well replicated the addition of wood sugars, lignins, compounds and the like in a matter of days. But it cannot currently be a substitute for the slow enmeshment of distillate character and cask properties with the enigmatic nourishment of the dawdling – sometimes decades long – oxidative process with the air in the cask“. Intendiamoci, non è sgradevole, non è una bevuta orrenda: ci è capitato di bere tanto peggio; e però è impressionante come quel poster di sentori legnosi appiccicato sul muro del distillato si stacchi e scompaia a metà del palato, lasciando vedere tutti i buchi che ci sono nel muro. Ora, affrontiamo i nostri demoni numerici: il voto. Dobbiamo essere onesti: non lo compreremmo, ha degli evidenti difetti, ma se l’avessimo bevuto alla cieca probabilmente non l’avremmo stroncato, pur riconoscendone i limiti – non vogliamo cadere nella trappola del giudizio morale, e dunque incidiamo nella pietra un sincero 80/100. Costa attorno ai 60 euro.

ps: grazie per l’assaggio a Claudio Riva, che alla Lost Spirtis Distillery ha avuto il coraggio di andarci per davvero, per poi definirla “l’esperienza più follemente simile al tour di Willi Wonka che si possa fare nel nostro mondo reale”. Qui il suo resoconto dettagliato della visita.

Sottofondo musicale consigliato: Grotesque Disfigurement – Human abomination.

Glendronach 25 yo (1993/2018, Beija Flor & Silver Seal, 58,5%)

Glendronach è una distilleria che gli amanti del whisky invecchiato in barili che hanno contenuto sherry non possono non portare nel cuore. Dopo qualche peripezia e un periodo di chiusura, questa storica realtà basata nell’Aberdeenshire è stata portata nel giro di un decennio nell’Olimpo dei whisky scozzesi dal leggendario Billy Walker, e per questa ragione è stata di recente oggetto di un megadeal, grazie al quale Brown Forman (i proprietari di Jack Daniel’s giusto per capire la grandezza del gruppo) ha messo le manine sul gioiello delle Highlands. Ma sganciamoci per un attimo dai massimi sistemi e concentriamoci sull’hic et nunc, che possiende le rassicuranti forme di una sherry butt- precisamente la numero 657-, da cui dopo un quarto di secolo sono state ricavate ben 581 bottiglie (angel share bassino, eh?). Questa botte è stata selezionata dall’imbottigliatore italiano Silver Seal e da Beija Flor, l’importatore in esclusiva per il mercato italiano di Glendronach.

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N: inizia su note di salamoia e un qualcosa di aceto, o di sugo di carne. Poi si apre e vira su confettura ai frutti rossi e uva molto matura; ananas, rum, melassa; lucido per legno e spezie. Dopo un po’, esce la carta vecchia, codici, biblioteca. Perfino il porcino essiccato!

P: alcolico al primo impatto, ma sotto si agita di tutto – prugne, frutta rossa, marmellata di fragole, cioccolato, perfino del caffè amaro, ma è solo un attimo. Allappante a tratti, perchè il legno è molto presente e tende a contrastare la dolcezza.

F: amaricante e lungo, riassumiamo con la suggestione del caffè turco, intenso e saporito.

Buono, ma impegnativo, è una sfida continua, diremmo una lotta impari tra distillato e bevitore. Diciamo che gli amanti degli sherry monster resi ancora più estremi da una gradazione elevata, troveranno di che innamorarsi con questo barile, che ben illustra lo stato dell’arte in casa Glendronach: una distilleria in grado di sfornare con grande naturalezza barili di assoluta qualità. Finchè questo periodo di grazia dura, godiamone gente: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Alan Parsons Project – The Voice

Kilchoman 100% Islay (2017, OB, 50%)

Non è difficile capire che dietro a questo imbottigliamento in edizione limitata si celino ambizioni da prodotto artigianale. Molto meno semplice è passare dall’idea di marketing ai fatti, e a Kilchoman lo si fa così: si utilizza solo orzo cresciuto su Islay, coltivato direttamente da loro nei campi antistanti la distilleria, lo si lavora sui pavimenti di maltazione interni (dedicati interamente alla torbatura leggera, da 20 ppm, dell’orzo che serve a questo imbottigliamento), distillazione, invecchiamento (solo barili ex bourbon di primo riempimento) e imbottigliamento tutto in loco. Diciamo che almeno il consumo, per fortuna, non viene limitato alla sola Islay: hanno il buon cuore di mandare le poche bottiglie prodotte ogni anno con l’etichetta 100% Islay a spasso per il mondo. Questa è la settima release, tra poco uscirà l’ottava e grazie all’intercessione dell’importatore avremo la fortuna di presentarla in anteprima al prossimo Whisky Revolution a Castelfranco, all’interno di una degustazione memorabile: una verticale con tutte le otto release, una dopo l’altra…

187404-bigN: molto puntuto e rarefatto, delicato e al contempo di assertiva personalità. Si snoda tra un’aria di mare sferzante, intensa (sembra proprio di stare sul ferry, ad annusare gli spruzzi a pieni polmoni) e fiori di camomilla, zafferano, limone verde, lime… La pasticceria non si sente poi così tanto, ma in fondo son pur sempre botti first fill, e dunque ecco arrivare una vaniglia da pasticcino. Paiono esserci poi anche aghi di pino, eucalipto, a testimoniare un lato balsamico molto piacevole. Alghe riarse.

P: l’ingresso è potente, pieno, ancora con una sapidità marina conclamata e irrefutabile. Dietro a questa prima nota chiarissima, ecco che entra in gioco il barile, con dei sentori vanigliati, di crema pasticciera, di liquirizia perfino. Ha poi note erbacee, lievemente amaricanti, e poi zafferano e ancora un che di camomilla zuccherata. Evidente è il sapore di cereale, dolce e delizioso. Non abbiamo nominato la torba: si sente il fumo, ma poco tutto sommato.

F: delicato eppure lungo e persistente, tutto giocato sulla dicotomia mare e crema.

Anni addietro avevamo avuto modo di storcere i nostri ingombranti nasoni di fronte all’inaugural release della serie 100% Islay. A distanza di 7 anni ci vien da dire “ne è passata di acqua sotto ai ponti…”. Quello che all’epoca ci era sembrato un distillato tanto giovane, sui 3 anni, sballottato da botti impazienti di dar personalità, oggi è diventato un imbottigliamento di grandi profondità ed equilibrio, pur rimanendo un whisky relativamente giovane (questo del 2017 è un vintage 2010). Come i più accorti avevano previsto, Kilchoman ha impiegato poco per affermarsi come eccellente distilleria su Islay, e i lavori di espansione, con tanto di nuovo malting floor, sono forse il coronamento del percorso iniziato nel 2005. Intanto a questo 100% Islay diamo un bel 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Robyn Adele Anderson – Lullaby of Birdland (Ella Fitzgeral cover)

Lampi di torba

al vecchio Principe Carlo la torba piace un sacco

Che bellezza bere whisky! Si può decidere di bere solo malti torbati, eppure avere nel bicchiere decine di sfumature diverse. Ci sono stili di torbatura solo accennata, dove solo nel finale rimane un che di terroso in bocca, ce ne sono altri dove si viene investiti fin dalla prima snasata da un’intera foresta in fiamme. C’è chi sente il catrame, chi all’opposto una sensazione appena accenata di vegetazione macerata. E anche questa è la grandezza del whisky: essere una e centomila cose differenti. Oggi esploriamo tre tipologie differenti di whisky torbato, passando velocemente di fiore in fiore.

Benromach Wood Finish ‘Hermitage’ (2005/2015, OB, 45%)

benromach-2005-bottled-2015-hermitage-wood-finish-whiskyFin dal naso appare un po’ alcolico. Svela le note torbate, terrose e minerali del distillato di Benromach, che si combinano in un modo un po’ spigoloso e tagliente con la vinosità del barile. Note di inchiostro, di prugne nere secche; il tutto condito da una venatura sulfurea, di stoppino, dura a morire. Intenso ma non particolarmente espressivo, se vogliamo – si salva per le solite suadenti note grasse di Benromach. 82/100.

‘Nice ’N’ Peaty’ 10 yo (2006, Hepburn’s Choice, 46%)

Una distilleria delle Highlands, molto timida evidentemente, che fa whisky torbato nice-n-peaty-10-year-old-2006-hepburns-choice-langside-whiskyinvecchiato 10 anni in barile ex-vino rosso. Ha note ‘formaggiose’ (siamo specifici: fontina) davvero sorprendenti e piacevoli. Si diceva della torba, che in realtà è abbastanza delicata e decisamente continentale (no marinità). L’apporto vinoso (alla cieca diremmo: Porto) è decisamente fruttato, verso la frutta rossa, per nulla astringente, a differenza del Benromach di cui sopra. Una fettina di fontina con marmellata di fragola? Più godibile dell’altro, ma decisamente meno strutturato: 82/100.

Caol Ila 13 yo (2018, Gordon & MacPhail, 43%)

188840-bigVabbè, un Caol Ila, cosa volete che sia? Eppure, c’è sempre un po’ di magia in questo carattere, tutto giocato splendidamente in un equilibrio delicato tra fumo e lime, tra mare e vaniglia, tra limone e borotalco… Liquirizia, anche un filo d’inchiostro e un velo di zucchero a velo. Sembra facile trovare un equilibrio: eppure non lo è, e con la distilleria di Port Askaig si vola via. 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Charles Mingus – Moanin’

Springbank 14 yo ‘Bourbon cask’ (2002/2017, OB, 55,8%)

A ottobre del 2017 i ragazzacci di Springbank hanno lasciato gradevolmente sorpresi i fan della distilleria rilasciando questo imbottigliamento in edizione limitata (9000), caratterizzato da una scelta dei legni di invecchiamento abbastanza particolare per gli standard della distilleria. Sono stati infatti utilizzati solo barili ex bourbon, sia di primo riempimento che di successivi riutilizzi. La scelta è inusuale perché anche per la versione entry level, il 10 anni, la ricetta prevede una miscela di barili ex bourbon ed ex sherry, ed è dunque un fatto che per assaggiare un imbottigliamento forgiato dai legni impregnati del solo distillato d’Oltreoceano ci si debba perlopiù affidare a single cask, che però sfortunatamente sono davvero poco inflazionati – e quando escono in commercio, spariscono in mezz’ora. Così la curiosità monta a dismisura, la salivazione aumenta, la pressione sale: siamo determinati ad andare fino in fondo.

sept17-springbank14_1N: la tipologia d’invecchiamento appare subito evidente, con note folgoranti di gelato alla banana (quello sullo stecco della nostra infanzia). Molto ricco, con vaniglia, torta paradiso, crema pasticciera; anche una nota burrosa e zuccherina, diciamo da budino alla vaniglia. A tratti sembra di sentire burro fresco – ma forse è solo il preludio a quelle zaffate che escono qua e là di aria di mare, di iodio, di sentori minerali tanto cari alla distilleria. Non il più complesso degli Springbank, ma che qualità… L’aggiunta dell’acqua apre il lato più duro, restituendo note di humidor di sigari, di tabacco da pipa, di legno speziato.

P: semplice ma concreto. Di nuovo il percorso inizia con la dolcezza gialla e cremosa del bourbon, con crema pasticciera e banana e vaniglia; poi si apre sull’austerità di Campbeltown, con il mare e un principio di torbatura minerale, molto terrosa e sapida, per poi buttare lì delle bellissime note di tabacco da pipa, con spezie.

F: lungo, persistente, la dolcezza rimane ma lascia presto spazio a un senso di sigaro spento, di tabacco da pipa aromatizzato.

Durante la recensione non abbiamo fatto cenno alla gradazione, il che è già di per sé un valore. Non possiamo che ribadire quanto già scritto sopra: buono, buonissimo come quasi sempre accade con Springbank, meno sfumato e screziato di altre espressioni ma comunque con in primo piano le caratteristiche minerali e marine tipiche del distillato di Campbeltown. 87/100 ci pare il giusto compromesso; tuttora si trova in commercio a circa 100€.

Sottofondo musicale consigliato: Bonobo – Kerala.

Blair Athol 22 yo (1995/2017, Old Malt Cask, 50%)

Ci accostiamo oggi a un single cask (per la precisione il numero HL 14455) di una distilleria che ci ha abituato a prodotti spesso non banali, che tra l’altro invecchia il suo distillato soprattutto in barili che hanno contenuto sherry (questo ad esempio è un refill butt). L’imbottigliatore è Hunter Laing, che ha pazientato 22 lunghi anni prima di rendere questo whisky parte della serie Old Malt Cask, che si distingue per il non filtraggio a freddo e per la gradazione fissa a 50%, una scelta quest’ultima fatta “per mantenere una certa bevibilità”, si legge sul sito della compagnia. E allora andiamo di bevuta!

blair-athol-22-year-old-1995-old-malt-cask_1N: si apre subito con note da sherry moderno, con frutti rossi carnosi, gelée alla mora; poi frollini (magari proprio frollini coi frutti rossi), tuorlo d’uovo. Pane all’uvetta e arancia bionda, bella succosa, di quelle da spremere. Il malto riesce ad emergere, pulito ma non troppo: ci sembra di sentire una nota di sugo d’arrosto, di carota cotta, che rende il tutto molto vario e appagante.

P: molto scattante, rispetto al naso perde la quota di frutta rossa, per concedere ancora più spazio ad un profilo più fresco e ‘arancione’ – ha richiami ancora di arancia bionda, brioche all’albicocca, ancora biscotti e uvetta di Corinto. Biscotti all’arancia.

F: lungo e intenso, ancora tutto giocato tra il rosso dell’uovo e l’arancia, in ogni sua forma.

Buono, bello, e bravo. Sicuramente è un whisky di cui sarebbe appropriato possedere una bottiglia, per berlo a piacimento e senza lesinare il sorso. Forse per avere più di 20 anni esibisce una freschezza a tratti perfino ingenua e semplice, ma che bella semplicità, signori. Noi lo promuoviamo con un 87/100, anche considerando un prezzo d’uscita ragionevole, attorno ai 100 euro.

Sottofondo musicale consigliato: JINJER – Pisces (Live Session)

Piove Whisky (anche d’estate…)

Per la serie “ma chi ci ferma a noi!?”, ecco una bella carrellata estiva di whisky più o meno irrinunciabili.

Hopkins Navy Supreme 12 yo (OB, 75 cl, 43%)

177932-bigUn blended degli anni ’70 per il mercato italiano e prodotto a Oban. Al naso l’alcol è molto rarefatto, con note antiche di tabacco da narghilè alla frutta rossa. Fruit joy, propoli e rabarbaro, a render conto del lato balsamico. In bocca troviamo una grande masticabilità e un bel corpo. Un whisky scuro, con note di miele di castagno, caramello, more e ancora rabarbaro e propoli. Termina lungo, profondo. Frutta rossa/nera. Leggera nota minerale, ferrosa. Un bell’87/100 per questo nettare del passato.

 

Royal Lochnagar 23 yo Rare Malts (1973, OB, 59,7%)

La cosa pazzesca è che è a 60%, e sembra a 40!, è apertissimo e aromatico. La prima royal-lochnagar-23-year-old-1973-rare-malts-whiskysensazione è come di una lievissima schermatura di cera d’api, di favo di miele. Tutto l’arco parlamentare della frutta gialla (dall’arancia alla mela alla pesca), poi una leggera nota di legno. Al palato ancora favo di miele, frutta. Pizzica un po’ l’alcol, qui, per fortuna. Molto giallo, e poi pure una ciliegia sotto spirito. Finale non lunghissimo ma intenso, pieno, ancora su miele soprattutto e frutta gialla. 87/100

Glen Elgin 20 yo (1995/2016, Clanxton’s, 51,5%)

glen-elgin-1995-20yo-claxtonsNon appena si supera una coltre alcolica inaspettata, si dispiega un caldo tripudio fruttato ed estivo: pesche sciroppate e marmellata di albicocca, miele in crescita, cera d’api e cereale. Il palato accentua una nota oleosa di cioccolato bianco, ancora con cera (tantissima) e delle belle note floreali. Fetta biscottata. Non è complessissimo forse, ma ha una semplicità assertiva e delicata davvero gradevole. 87/100

Benromach Wood Finish ‘Hermitage’ (2005/2015, OB, 45%)benromach-2005-bottled-2015-hermitage-wood-finish-whisky

Fin dal naso appare un po’ alcolico. Svela le note torbate, terrose e minerali del distillato di Benromach, che si combinano in un modo un po’ spigoloso e tagliente con la vinosità del barile. Note di inchiostro, di prugne nere secche; il tutto condito da una venatura sulfurea, di stoppino, dura a morire. Intenso ma non particolarmente espressivo, se vogliamo – si salva per le solite suadenti note grasse di Benromach. 83/100

 

Sottofondo musicale consigliato: Lacuna Coil – Heaven’s a lie

 

Rosebank 8 yo (1990/1999, Dun Eideann, 40%)

Nel 2016 allo Spirit of Scotland, che oggi ha mutato il nome in un più universale Roma Whisky Festival, ebbero un’ottima idea. Affidarono cioè l’allestimento e la gestione di un Collector’s Corner ai ragazzi di Whisky Roma, un collettivo di maltofili che da qualche anno svuota senza pietà bottiglie di scotch (e non solo) per poi diffonderne le impressioni nel mare magnum di internet. Iniziativa sicuramente meritoria, anche perché la costanza nel bere è una cosa, la costanza nello scrivere di bevute tutto un altro paio di maniche (tenete duro, ragazzi!!!). Ma si diceva dell’angolo del collezionismo: beh tra le tante bottiglie ‘d’epoca’ aveva attirato la nostra attenzione un Rosebank, distilleria per ora defunta che più volte ci ha regalato emozioni. In particolare ci affascinava la possibilità di assaggiarne un’espressione così giovane, concepita non per rendere omaggio a una distilleria chiusa con un imbottigliamento costoso e in edizione limitata, ma per essere un’uscita ‘regolare’ tra quelle di Signatory. La serie Dun Eideann, in particolare, è caratterizzata da imbottigliamenti a 40 gradi per il mercato europeo.

12695852_1145139268844565_393371837_nN: sicuramente un Rosebank tra i più nudi mai incontrati; non per niente il malto è davvero in primo piano, fin da subito. Abbiamo note di porridge, di mandorla e di olio di mandorla; anche solvente per lo smalto da unghie. In generale ha un profilo ultra – erbaceo, di fili d’erba fresca, forse perfino con un ricordo di prezzemolo, perfino di sedano. Solo a tratti, emersioni fruttate, un po’ vaghe, come ad odorare un cesto di frutta nella stanza. E beh, mela. Alla cieca apprezzeremmo questo profilo ultra-naked o lo soppesiamo col mito nostalgico di Rosebank? Chissà, però ci piace.

P: se possibile si fa ancora più estremo, in termini di presenza scenica del distillato. C’è la mandorla, c’è ancora l’olio di mandorla; poi cereale, porridge ed erba fresca. Un vago senso di succo di limone molto allungato, e proseguendo l’immagine ricorda perfino un succo di mela, anch’esso abbondantemente annacquato. Note ferrose.

F: la pace dei sensi: gesso e cereale. Non lunghissimo né particolarmente intenso, per la verità.

Talmente nudo da sembrare un distillato bianco di cereali. Il mito di Rosebank all’epoca ancora non c’era, e forse imbottigliamenti come questo spiegano il perché: il naso è ostico e spigoloso ma si presta a una certa malizia ed ecciterà gli amanti della nudità maltata; il palato però pare sbilanciato verso un ritorno forsennato alle origini del distillato, al suo passato ancestrale di cereale. La media tra questi due due aspetti fa sorprendentemente 80/100.

Sottofondo musicale consigliato: Ella Fitzgerald & Louis Armstrong – Summertime

Tomintoul 1967 (2000, Gordon & MacPhail, 40%)

Direttamente dal Tasting Facile del 2017, eccoci alle prese con un Tomintoul del 1967: c’è un che di archeologico in una bevuta del genere, se si pensa che la distilleria dello Speyside ha iniziato a scaldare gli alambicchi solo nel 1965. Si tratta di una prestigiosa selezione di Gordon&MacPhail, dalla serie Rare Old, ed è stato imbottigliato ben diciotto anni fa, all’alba del nuovo millennio, proprio quando la proprietà passo da White &Mackey agli attuali proprietari di Angus Dundee. Trattasi di un barile sherry first-fill, curiosamente ridotto a 40%. Andiamo, e che Dio ce la mandi buona.

5466-7727tomintoul1967-2000rareoldN: la presenza dello sherry è inconfondibile, ma si tratta di uno sherry non succoso, piuttosto tagliente e leggermente metallico, con note ruginose che si protraggono per l’intera degustazione. Si inizia con aromi di castagne, anzi di buccia di caldarrosta; poi uvetta sotto spirito, della marmellata bruciacchiata ai bordi della crostata… Noci e prugne; uno di quei dolci alla carruba. Particolare, ad un assaggio alla cieca potrebbe quasi sembrare un altro distillato (un Cognac, forse – lo dice pure Serge, che è un po’ più affidabile di noialtri). Dopo un po’, sviluppa come una nota vinilica, quasi di scotch (disambigua: nel senso del nastro adesivo), che ci ricorda un sentore erbaceo fasullo, come fosse chimico. Difficile immaginare cosa intendiamo, vero?

P: compie uno strano percorso: attacca sulla dolcezza, quasi succosa qui, tra il tamarindo, la marmellata di prugne, l’uvetta, ancora la castagna; sulle prime pare molto zuccherino, con caramello e ancora carruba. Dopo queste premesse, i 40% lo lasciano sfumare e cade nel baratro dell’anonimato. Poi il legno tende a prendersi la scena: si sente una sorta di astringenza legnosa che ci fa venire in mente il tè Pu-er, lasciato un po’ troppo in infusione.

F: tè e legno, legno e tè; ancora un che di metallico e un ricordo di prugna secca. Cacao amaro in polvere.

Se dobbiamo cercare un pregio in questo Tomintoul (distilleria che francamente ci ha abituato ai tiepidi entusiasmi), in fondo ne troviamo due, ancorché piccini. Innanzitutto, come dicevamo in apertura, rappresenta un’occasione più unica che rara per tornare alle origini di Tomintoul, quando ancora si distillava con due soli alambicchi; e poi il profilo complessivo, dalla ferrosità contundente e dalla dolcezza un po’ appassita, è certo non così frequente ai giorni nostri. Detto questo, francamente questo single cask finisce per deludere sia perché poco gradevole sia perché poco intenso. Serge non lo ama particolarmente, e noi meno: 80/100.

Sottofondo musicale consigliato: The André canta Habibi (Ghali cover)

Clynelish 20 yo (1996/2016, Signatory Vintage, 46%)

Signatory Vintage, imbottigliatore indipendente scozzese nato nel 1988, ha un serio problema di mancanza di morigeratezza. Se metti caso, vien voglia di imbottigliare un Clinelish di 20 anni a grado ridotto (a 46 gradi come di norma per la Un-chillfiltered collection), non si accontentano di un rilascio ma ne fanno quattro. Noi stessi, che pure non passiamo la vita a bere Clynelish pur amando particolarmente la distilleria, avevamo già bevuto un loro Clynelish 20 anni del 1996, ma trattavasi di altre due sister cask (6408 e 6409) unite apposta per l’occasione. A distanza di un anno assaggiamo invece il cask 6407, un hogshead che ha contenuto bourbon.

Clynelish_SignatoryN: aperto e piacevole, si parte con note molto ‘gialle’: frutta bianca e gialla (pesca bianca e mela gialla, per i pignoli), piuttosto cremoso con crema pasticciera, vaniglia e tanta pastafrolla cruda – ha un carattere profondamente burroso (burro fresco) e molto minerale, tendente alla cera e alla frutta cerata di marzapane. Ha anche una bella nota di limone, anche un po’ di scorza.

P: molto pieno ed esplosivo, il corpo e l’intensità sono molto decisi a dispetto del grado ridotto. Ripropone alcuni felice adagio del naso, tra cui una dolcezza vanigliosa robusta e strutturata, e una frutta gialla matura e piena, al limite del tropicale: pesche, sicuramente. Sorprende però una trama oleosa e compatta, che rimanda alle classiche suggestioni di cera e minerale, tipiche di Clynelish, che il naso non sembrava promettere. C’è anche una punta agrumata, anzi: del bianco degli agrumi (albedo, per i pignoli di cui sopra).

F: lungo e cerealoso, molto pulito, appena screziato da una venatura minerale ed erbacea acre, quasi torbata. Un ricordo d’olio d’oliva.

Rileggendo la recensione compilata un anno fa, non possiamo che rimanere compiaciuti per la sostanziale costanza sia della distilleria che delle nostre impressioni, in un tripudio di convergenze tra soggetto e oggetto, tra realtà e percetto. Tornando sulla terra, diciamo che questo Clynelish forse non entrerà nella mitologia, magari complice anche il grado ridotto, e nemmeno ci lascerà esplorare abissi di complessità, ma pare aver trovato un perfetto equilibrio tra dolcezza, acidità e mineralità. Piacione e austero, esiste un whisky del genere? Sì, è Clynelish. 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Paolo Nutini – New Shoes