Piove Whisky (anche d’estate…)

Per la serie “ma chi ci ferma a noi!?”, ecco una bella carrellata estiva di whisky più o meno irrinunciabili.

Hopkins Navy Supreme 12 yo (OB, 75 cl, 43%)

177932-bigUn blended degli anni ’70 per il mercato italiano e prodotto a Oban. Al naso l’alcol è molto rarefatto, con note antiche di tabacco da narghilè alla frutta rossa. Fruit joy, propoli e rabarbaro, a render conto del lato balsamico. In bocca troviamo una grande masticabilità e un bel corpo. Un whisky scuro, con note di miele di castagno, caramello, more e ancora rabarbaro e propoli. Termina lungo, profondo. Frutta rossa/nera. Leggera nota minerale, ferrosa. Un bell’87/100 per questo nettare del passato.

 

Royal Lochnagar 23 yo Rare Malts (1973, OB, 59,7%)

La cosa pazzesca è che è a 60%, e sembra a 40!, è apertissimo e aromatico. La prima royal-lochnagar-23-year-old-1973-rare-malts-whiskysensazione è come di una lievissima schermatura di cera d’api, di favo di miele. Tutto l’arco parlamentare della frutta gialla (dall’arancia alla mela alla pesca), poi una leggera nota di legno. Al palato ancora favo di miele, frutta. Pizzica un po’ l’alcol, qui, per fortuna. Molto giallo, e poi pure una ciliegia sotto spirito. Finale non lunghissimo ma intenso, pieno, ancora su miele soprattutto e frutta gialla. 87/100

Glen Elgin 20 yo (1995/2016, Clanxton’s, 51,5%)

glen-elgin-1995-20yo-claxtonsNon appena si supera una coltre alcolica inaspettata, si dispiega un caldo tripudio fruttato ed estivo: pesche sciroppate e marmellata di albicocca, miele in crescita, cera d’api e cereale. Il palato accentua una nota oleosa di cioccolato bianco, ancora con cera (tantissima) e delle belle note floreali. Fetta biscottata. Non è complessissimo forse, ma ha una semplicità assertiva e delicata davvero gradevole. 87/100

Benromach Wood Finish ‘Hermitage’ (2005/2015, OB, 45%)benromach-2005-bottled-2015-hermitage-wood-finish-whisky

Fin dal naso appare un po’ alcolico. Svela le note torbate, terrose e minerali del distillato di Benromach, che si combinano in un modo un po’ spigoloso e tagliente con la vinosità del barile. Note di inchiostro, di prugne nere secche; il tutto condito da una venatura sulfurea, di stoppino, dura a morire. Intenso ma non particolarmente espressivo, se vogliamo – si salva per le solite suadenti note grasse di Benromach. 83/100

 

Sottofondo musicale consigliato: Lacuna Coil – Heaven’s a lie

 

Caol Ila 18 yo OB vs Caol Ila 15 V&M

Dal momento in cui abbiamo aperto il blog, sei anni fa (quasi sette, si invecchia anche da queste parti!), abbiamo sempre avuto almeno un Caol Ila a disposizione – ora con un gesto di arbitrio ineguagliabile, beviamo gli ultimi due superstiti e li beviamo insieme, a sfregio. Si inizia da un grande classico della distilleria di Islay, il 18 anni che abbiamo già avuto modo di assaggiare qualche anno fa, per poi passare a un recente single cask già esauritissimo di Valinch & Mallet: mondi lontanissimi, come nell’album di Battiato, che diventano vicini di casa… basta avere un po’ di fantasia (e di sete)!

Caol Ila 18 yo (2017, OB, 43%)

whisky-caol-ila-18-year-43-Al naso, è un Caol Ila fatto e finito, così come ce lo immaginiamo, compatto e solido: quindi una torba gentile, fumosa, poi un lato balsamico, con mentolo e aghi di pino. Tanta parte agrumata, con arancia fresca e pure marmellata d’arancia. C’è una morbida quota di vaniglia. Al palato si conferma di una bella cremosità compatta, davvero beverina e suadente – corroborante, oseremmo dire, se solo avesse un senso. Tanta dolcezza, sì, ma mitigata dagli spigoli di Islay, con marinità in netto aumento, così come il fumo. Liquirizia. Ottimo nella sua banalità. 87/100. Buono, tanto buono, al punto che forse al quinto bicchiere può pure stancare… Viene via con una novantina di euro.

Caol Ila 15 yo (2002/2017, Valinch & Mallet, 52,8%)

Caol_ila_15_Valinch_&_Mallet_Single_Malt_Scotch_WhiskyAl naso, il lato torbato è molto simile al diciottenne, intenso ma non troppo aggressivo né particolarmente orientato al mare, salvo un sentore di pesce secco. Spicca una nota di risotto allo zafferano, e perfino un che di aceto balsamico. Il lato ‘dolce’ è vicino all’OB, anche se più scuro, decisamente più sbilanciato verso il bruciacchiato.  Al palato conferma questo spostamento, molto carico, con cuoio e liquirizia e miele evidentissimi. L’apporto dello sherry non è tanto sulla frutta rossa, quanto su una screziatura speziata (o una speziatura screziata, se preferite). Barbecue, pancetta sulla brace. 86/100. Buono, molto rustico, molto carico, ti deve piacere questo profilo, a tratti un po’ eccessivo forse. Pur nell’eccellenza complessiva, Serge lo definisce ‘impreciso’, e a dirla tutta siamo d’accordo: procede un po’ a strattoni, non ci sembra profondamente armonico; e tuttavia pare svolgere a pieno il compito di mostrarci ancora una volta come i single cask sappiano avere personalità da vendere e siano in molti casi degli abiti sartoriali, ad uno calzano a pennello, altri nemmeno ci entrano… ah lo si trova ancora sull’internet a 120 euro.

Sottofondo musicale consigliato: Led ZeppelinThe Battle of Evermore

‘Six Isles’ blended malt (2017, Ian McLeod, 43%)

Questo blended malt messo in commercio a partire dal 2008 da Ian MacLeod Distillers, tra le altre cose proprietari delle ottime Glengoyne e Tamdhu, ci ha sempre incuriosito per il concept molto accattivante su cui è basato. Il blend contiene infatti whisky proveniente da sei distillerie situate su sei differenti isole scozzesi. Considerando che su Arran, Talisker, Tobermory e Jura esistono solo le distillerie produttrici degli omonimi whisky, un piccolo alone di mistero rimane sulle isole di Islay (quale delle 8 distillerie?) e di Orkney (Highland Park o Scapa?). Chiarendo che, no, nessuno sarà mai in grado di ricavare la ricetta esatta usando i sensi, ci addentriamo con passi felpati nella recensione.

the-six-isles-whisky

N: fresco e piacevole, si mostra fin dall’inizio molto onesto, molto ‘trasparente’, improntato sui distillati senza apparenti ingerenze di legni. Il lato acidino e agrumato è quello fin da subito più evidente, con note di agrumi (limone, anche yogurt al limone) e di impasto per pane. Poi, merita una menzione speciale il carattere isolano, di qualsiasi isola si tratti: c’è una bella torbatura convinta, con un’affumicatura più da Islayer che da Talisker, per intenderci (a noi, senza che ci venga chiesto, viene in mente Caol Ila), e poi una notevole marinità, con note di olive nere in salamoia e aria di mare. Una ‘dolcezza’ astratta, da zucchero liquido, compare qui e là.

P: non propriamente esplosivo, un po’ ‘acquoso’ e per questo anche molto beverino, conferma per sommi capi le suggestioni del naso, forse qui ricordando descrittori più vicini al mondo della dolcezza (vaniglia e zucchero bianco, una dolcezza neutra ma più intensa; diciamo pure banana verde) e con minore acidità agrumata. Resta invece sugli scudi il lato più selvaggio, con un fumo smoggoso ma delicato e, soprattutto, una composta e sapida marinità.

F: non lunghissimo, piacevole però e molto pulito: ancora sul distillato, leggermente maltoso e con una torba marina persistente ma – di nuovo – molto delicata.

Tutto molto delicato, in sordina, leggero: e però buono, piacevole, beverino. Se poi aggiungiamo la simpatia di farsi un ideale tour delle principali isole scozzesi dove si produce whisky, stando magari comodi comodi in un parcheggio a Cologno Monzese, e ci aggiungiamo pure che si trova sugli scaffali a circa 35 euro, beh non è davvero possibile storcere il naso. Per questo e per altre insondabili ragioni, gli diamo 82/100. Ci sia concesso anche di ringraziare i ragazzi della milanese Corte dei Miracoli, che ci hanno omaggiato di un abbondante sample in coda a una delle loro matte serate di degustazione.

Sottofondo musicale consigliato: Iron Maiden – The number of the beast

Old Pulteney 17 yo (2017, OB, 46%)

Miscela di botti ex-bourbon, Oloroso and Pedro Ximenez, questo diciassettenne di Old Pulteney è il fratellino minore del 21, che ha vinto nel 2012 il premio come miglior whisky del mondo secondo una guida ai whisky dalla sedicente autorevolezza, il cui redattore è uomo dall’infinita modestia: la Whisky Bible di Jim Murray. Non poche ombre su quella vittoria, non pochi stupori: noi avevamo assaggiato il premiato qualche anno fa, oggi ci concentriamo sul 17: direttamente da una delle distillerie più a nord di Scozia, ecco a voi.

N: guardando la composizione delle botti, ce lo aspettavamo sicuramente più carico. E invece esibisce un repertorio da Highlander fiero e anche un po’ burbero: minerale, iodato e con un distillato ancora sugli scudi. Si sente il cereale sotto forma di Kellogg’s frosties; addirittura anche un sentore di lieviti. E poi generosi sentori di scorza di limone a dare freschezza, e solo in un secondo momento arriva della frutta gialla. Melone e albicocche.

P: anche qui stesso copione. Il kick non è male, è compatto e saporito ma, dimentico dei suoi natali, non reca traccia di sherry. Ci sembra infatti ancora molto orientato sul distillato, con cereali al miele, sale marino e tanta acidità agrumata (limone). Molto minerale ed erbaceo. Zenzero e albicocca.

F: salato e citrico, mandorle.

Il 21 che avevamo assaggiato era, se pur in modo temperato, più sherry-oriented. Qui probabilmente una selezione accurata di botti Oloroso e PX non troppo attive apre una prateria di fronte al distillato, che non sapendo bene che fare dopo 17 anni si presenta un po’ scarico all’appuntamento. Forse il palato è la fase più debole, mentre il naso è sicuramente più intrigante con quella nota brinosa da Highlands del nord che – voi lo sapete bene, ormai – a noi piace moltissimo. Gradevole dunque, senz’altro, meritevole di assaggi e forse di acquisto: ma se nel mercato attuale può trovare giustificazione un prezzo di 80/90€, non siamo sicuri che saremmo disposti a spenderli proprio per lui. 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Doug Hream Blunt – Caribbean Queen.

The Macallan Tasting @Ceresio7 – 6-2-2017 (e due recensioni)

schermata-2017-02-07-alle-15-26-48Grazie alla consueta ma non scontata cortesia di Velier (nelle persone di Chiara Barbieri e Germano Pedota), siamo stati invitati alla presentazione di alcune referenze di Macallan presso la splendida cornice del Ceresio7 Pools & Restaurant a Milano. Ora, vi rendete perfettamente conto che tra i tanti peccati cui un uomo può concedersi, il rifiutare una degustazione un lunedì pomeriggio è forse tra i più deprecabili: e dunque uno di noi ha avuto cuore di sacrificarsi, oseremmo dire: di immolarsi sull’altare del senso del dovere.

schermata-2017-02-07-alle-15-25-28Il luogo, che avevamo già visto sempre grazie a Velier e al gruppo Edrington (i più attenti ricorderanno la degustazione di Highland Park dell’anno passato), conferma la sua bellezza – rispetto a quel primo evento, qui risalta la deliziosa eleganza di Nicola Riske, Brand Ambassador di Macallan per il Sud Europa, senza nulla togliere al nerboruto Mikael Markvardsen di HP… A Nicola siamo particolarmente affezionati perché, al nostro primo Spirit of Scotland ormai 4 anni fa, proprio lei acquistò una maglietta di whiskyfacile: se pure non dovesse conservarla più, resterà senz’altro la nostra brand ambassador preferita, sappiatelo. Quanto a The Macallan, beh, pare superfluo dire che si tratta di uno dei marchi iconici per eccellenza: da decine di anni il brand coincide con il concetto stesso di scotch, e ha attraversato in lungo e in largo il mercato del lusso ben prima che la stessa idea venisse in mente ai piani intermedi dell’industria dello scotch. Sappiamo anche che negli ultimi anni ha dovuto difendersi da non poche (giustificatissime) critiche da parte dei whiskofili duri e puri, dopo aver abbandonato per molti imbottigliamenti sia l’indicazione dell’età che l’invecchiamento in sole botti ex-sherry, due dei capisaldi di Macallan nel corso di tutto il secondo Novecento (anche se alcune nuove release per altri mercati fanno intravedere possibili cambi di strategia) e dopo aver esplicitamente privilegiato il mercato del lusso puro con poco riguardo verso quella stessa comunità di appassionati che tanto aveva contribuito a rendere Macallan, beh, The Macallan.

schermata-2017-02-07-alle-15-43-28Il percorso di degustazione è iniziato dal 12 anni ‘Fine Oak, da quest’anno reintrodotto sul mercato italiano – come già ricordavamo qui, proprio la serie Fine Oak è stata a suo tempo responsabile di quella diffusa disaffezione nei confronti di Macallan. Questo 12 anni è il risultato della miscela di tre tipologie di botti: quercia americana ex-bourbon, quercia americana ex-sherry, quercia spagnola ex-sherry – si tenga conto che il punto su cui maggiormente Nicola ha insistito è proprio l’investimento nei legni, dato che “il 70/80% del carattere del whisky è dato dalla botte”. Definito uno “springtime dram“, il 12 anni Fine Oak pare un’ottima introduzione al whisky, coerente con lo stile di molti Speysiders di media età: colpiscono, soprattutto al naso, note di canditi, di zenzero, forse perfino un accenno di lievito; certo note più rotonde di miele e mandorle agevolano la rotondità del palato, con un finale parso un po’ più ‘secco’, con qualcosa di frutta essiccata (albicocche?). Complessivamente è un buon whisky, meritevole (indicativamente) di un 84/100.

Secondo whisky lasciato a circolare liberamente nell’organismo del nostro inviato Jacopo schermata-2017-02-07-alle-15-29-19è stato il Macallan Sienna, che già avevamo bevuto e recensito qui: confermiamo le buone impressioni e riportiamo l’elegante risposta di Nicola a chi chiedeva le ragioni dell’abbandono dell’age statement: “come in un albero di mele, la maturazione delle botti non è omogenea, e non indicare l’età ci permette di scegliere solo le mele, ehm le botti migliori, senza curarci dei vincoli dell’età”. Anche qui, tutta la comunicazione era tesa a marcare l’importanza del legno, acquistato direttamente da foreste in Ohio e Spagna e tenute a maturare prevalentemente con sherry – Nicola ha sempre usato il termine sherry seasoned, vale a dire botti ‘stagionate in sherry’, che hanno contenuto sherry per un paio d’anni, dettaglio di cui forse val la pena di tener conto.

schermata-2017-02-07-alle-15-25-51Il terzo dram generosamente versato è il molto atteso Edition n.2, edizione limitata frutto della collaborazione di Bob Dalgarno, “Whisky Maker” a Macallan (non ci stancheremo mai di annotare in quanti evocativi modi si possa definire un mestiere – e quanto più si salga nella scala del lusso più si cerchi la semplicità), e i fratelli Roca, proprietari del celebre ristorante galiziano El Celler de Can Roca, pluristellato e ‘miglior ristorante del mondo’ nel 2013 e nel 2015. Anche questo non ha età dichiarata, anche questo è una miscela di quercia americana ed europea a sola stagionatura in sherry di varie bodegas, ha le particolarità di non usare solo botti first-fill e di essere imbottigliato a 48,2%. Il naso è molto ricco e invitante, con note di caramello, tartufi di cioccolato, miele, frutta secca, cioccolato, mele cotte e tanto agrume; al palato, molto coerente, l’arancia si prende la scena (nei nostri deliri diremmo: arancia caramellata) assieme a qualche punta speziata, soprattutto di noce moscata, che perdura fino alla fine. Il complesso è molto convincente, anche grazie a qualche nota ‘giovane’ qui e là che fa capolino (canditi, ancora zenzero candito) e che rende il tutto più pimpante e leggero. Staremmo ancora intorno agli 88/100.

schermata-2017-02-07-alle-15-47-49Il quarto whisky, invece, ce lo siamo portati a casa e ce lo beviamo in santa pace stasera: quindi per le nostre impressioni sul celebrato e costosissimo Macallan “Rare Cask” abbiate cuore di aspettare fino a domani… Per adesso, possiamo già notare come nel complesso Macallan non riesca proprio a fare whisky di bassa qualità: certo, rispetto ai Macallan del passato, diciottenni invecchiati in botti che avevano contenuto sherry per tanti anni, siamo su un’altra categoria, ma questo lo sapevamo già, non avrebbe nessun senso cercare in un New Beetle il fascino del Maggiolone, e d’altro canto ci siamo pure un po’ scocciati di rimpiangere dei tempi andati che, per inciso, non abbiamo vissuto. Armati di pragmatismo e velleità generazionali, ci godiamo quel che ci passa nel bicchiere: è ormai un fatto, tendenzialmente irreversibile a parte alcune orgogliose sacche di resistenza, che l’industria del whisky va nella direzione di concept whisky costruiti grazie a legni molto attivi – a Macallan vanno oneri ed onori di essere stata la prima a fare una rivoluzione copernicana su quel che lei stessa aveva creato, e in questa sede, dato che gli oneri sono già stati ricordati tante volte (e, un po’ casualmente, ci torna sopra, e con parole pesanti, il sommo Serge proprio quest’oggi) e parrebbe inelegante non apprezzare l’ospitalità, ci piace soprattutto indulgere in lodi. Quindi in fin dei conti brava Macallan, c’è costruzione e costruzione, e i tuoi whisky – banalmente – sono buoni. Serve altro?

Grazie ancora a Velier e a Nicola Riske per l’ottima opportunità di assistere a questa bella presentazione e, soprattuto, per averci dato un pretesto per ubriacarci al lunedì pomeriggio.

Kilkerran ‘Work in Progress 7’ bourbon (2015, OB, 54, 1%)

Dopo la doppietta di Laphroaig e quello Springbank da panico, replichiamo con un altro doblete: ci trasferiamo non molto lontano, avevamo infatti preso il ferry da Islay, siamo sbarcati a Campeltown sul versante Springbank e ora ci limitiamo ad attraversare la strada… Vi abbiamo già raccontato la storia di Kilkerran, il malto prodotto nella distilleria Glengyle, di proprietà Springbank; come sapete, ogni anno escono due soli imbottigliamenti a edizione limitata, l’uno in sherry, l’altro in bourbon: quest’anno quello in bourbon era a grado pieno, e adesso lo assaggiamo, alla faccia di tutto e tutti. Mercoledì replichiamo, non con quello ex-sherry ma con una chicca particolare…

klkob.non11N: tocca ripetersi, ma paragonando quest’edizione a quella dell’anno passato, le note minerali e vegetali restano in primissimo piano: e quindi vai con maestose zaffate di torba, terra, rocce bagnate (avete presente l’aria che si respira attraversando i ruscelli in montagna?), sabbia di mare (ricorda proprio la battigia…), salamoia, alghe… ma anche erbe, fiori recisi. Amido di lavanderia. L’intensità si rivela anche in un lato più fruttato, austero ma non solo: c’è il limone, certo, un agrume bello acido, susine gialle anch’esse acidine; ma anche della frutta gialla matura (pesche) e un che di una vaniglia molto elegante.

P: in bocca da subito esibisce una presenza davvero importante: sapido e torbato, squaderna un ventaglio di sapori minerali ed austeri: i ciottoli di fiume (la suggestione è comune a quella degli amici di Dolcemente Whisky, e neanche noi siamo mai stati scout), acqua di mare di rara intensità; si sente proprio la torba, acre; forse un che di lagna bagnata? Solo in un secondo momento, verso il finale, si scatena anche una bella dolcezza: un velo di crema alla vaniglia con scorzetta di limone (limone comunque diffuso), frutta gialla, e una certa dolcezza maltosa da corn flakes glassati.

F: lungo, con tanta torba e tanto sale; emerge perfino un filo di fumo, ma solo dopo che la dolcezza di cui sopra ha smesso di pulsare…

Tra poco il “work in progress” non sarà più in progress, o per lo meno: tra poco uscirà il primo imbottigliamento stabile del core range di casa Kilkerran, sarà un 12 anni a 46%, e se queste sono le premesse… L’impressione è che questi malti, con uno stile così riconoscibile, siano in costante miglioramento – anche solo per il breve periodo in cui li abbiamo saputi seguire. Se son rose fioriranno, insomma, e intanto vicino a questo germoglio pianteremo la bandierina di 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Kyuss – Space cadet.

“Whisky & Cocktail”, un tuffo nel 1930 (intervista doppia)

imageSabato scorso abbiamo partecipato alla terza degustazione “Whisky & Cocktail”, organizzata da Marco Maltagliati, ex collaboratore di Whiskyclub Italia, e Marco Russo, proprietario e barman del 1930, speakeasy milanese sulla cresta dell’onda – ma siccome è un secret bar, mica possiamo dirvi dov’è, no? Il tasting, tutto sommato inusuale per noi talebani del whisky in purezza, è stato molto divertente, e soprattutto è riuscito nel difficile intento di coniugare informazione e divulgazione sul single malt ad una bevuta diversa, quella del cocktail. La miscelazione (l’arte del cocktail, diciamo) sta vivendo ora un momento di espansione clamoroso, e la figura del barman, tra ricerca e sperimentazione, si avvicina sempre più nella percezione comune a quella degli chef di alto livello, con tutto ciò che ne deriva. La nostra impressione dopo la degustazione è che si tratti di un modo molto efficace per avvicinare al whisky quanti amano bere bene, spendendo il giusto per avere prodotti di qualità, “aggredendoli” in modo informale attraverso il cocktail: oltre a ciò che abbiamo bevuto, quel che abbiamo apprezzato di più è che il single malt non è stato affatto banalizzato, o tenuto in secondo piano, anzi… Siccome il whisky viene sempre più spesso utilizzato dai barman per le loro creazioni, abbiamo deciso di interpellare i due mattatori di sabato, Marco Maltagliati [MM] e Marco Russo [MR], per chiedergli cosa li abbia spinti a organizzare un evento del genere, e soprattutto quanto conti il single malt nel mondo della miscelazione. Contestualmente, ne

MR & MM

approfittiamo per lanciare qui sul sito una sezione appositamente dedicata ai cocktail: dalla
settimana prossima, infatti, pubblicheremo ‘ricette’ di cocktail preparate per noi da barman amici, rigorosamente a base whisky, iniziando da Riccardo Corbetta dell’Harp Pub, che ci ha già affiancato in una degustazione ‘simile’ qualche settimana fa (con base blended degli anni ’80) – ricordando che lo fa anche Serge (quindi prima di prendervela con noi, prendetevela con lui), speriamo apprezzerete…

Marco Maltagliati, nel preparare un evento del genere, cosa chiedi al barman di mettere in risalto nel tuo single malt?

MM: Innanzitutto, da appassionato voglio dire che un percorso del genere era possibile solo con un barman con un’idea forte di miscelazione, una vera e propria filosofia, come Marco Russo e i barman del 1930. Qui ogni cocktail ha la sua storia, così come ce l’ha ogni distilleria. e così voglio che il cocktail ne valorizzi la geografia, la territorialità. Proprio per questo abbiamo usato single cask a grado pieno, whisky così come esce dalla botte e quindi senza diluizione con acqua; un processo che purtroppo a volte avviene molto lontano dalla distilleria.

E dalla tua prospettiva, Marco Russo, cosa vuoi che un whisky doni alla tua preparazione?

MR: Il punto di partenza è stato il single malt e il rispetto che gli va tributato per la sua storia, le sue caratteristiche. Noi non vogliamo assolutamente stravolgere il prodotto di partenza, ma esaltarlo. La ricerca è individuazione dei tratti principali per poi esaltarli. Se parliamo di Laphroaig, nel cocktail non ci andrà sicuramente un cordiale alla camomilla. Laphroaig è acqua di mare, punto. Quindi il drink deve essere sapido, e poi medicinale. Ad esempio, noi abbiamo distillato la terra per abbinarla a questo whisky selvaggio… Invece miscelare per contrasto andrebbe a snaturare. Io a volte propongo il Rob Roy con Lagavulin 16 e il “Dopo Teatro” di Cocchi, due prodotti fantastici, che si completano a vicenda, ma che hanno storie completamente indipendenti. Qui invece vogliamo lavorare per esaltare la specificità.

MM: Prendi il cocktail basato sull’Arran di Whiskyclub, un ex-bourbon first fill con note evidenti di vaniglia: sembrava una caramella. Incredibilmente spinto su quella dolcezza, ma comunque bilanciato.

FullSizeRender-9Come sono strutturate le vostre degustazioni, e quale è stata la reazione che avete avuto da parte del pubblico?

MM: La degustazione vede prima l’assaggio del single malt con una spiegazione classica del prodotto, della distilleria, della geografia. Poi, sul finire del whisky liscio, ci si coordina per far entrare in scena il cocktail. Il riscontro è stato veramente positivo, perché l’abbinamento col cocktail permette di avere un approccio più rilassato, meno timoroso verso il single malt, oltretutto sempre un single cask a grado pieno in cui tutto è amplificato: così le persone sono più invogliate a bere, a degustare.

MR: Hanno partecipato molti clienti del locale: persone che ordinano abitualmente cocktail a base whisky come i nostri Martesana, o Skye, ma che sul whisky erano quasi a digiuno e che invece nella serata hanno manifestato tanta curiosità sul prodotto liscio – e bere il single malt è completamente diverso. Quindi è stato bello vederli apprezzare le nozioni sulla distillerie della serata. Conoscere la storia del whisky aiuta anche a far scemare anche la concezione di un distillato “top premium”, troppo costoso. Bisogna capire che si possono avere ottimi prodotti a prezzi ragionevoli, che permettono di mantenere il costo di un drink alla portata di molti.

Insomma non finisce qui, par di capire? Pensate di portare queste serate anche fuori dal 1930?

MR: sì, ma ci deve essere dietro una formazione preliminare, sia sulla storia dei whisky e sia a livello di bartending. In serate come questa non si possono rischiare strafalcioni sui drink.

MM: E questo è importante anche dal punto di vista di un purista, spesso scettico e preoccupato di togliere serietà al whisky. Ma nel momento in cui si prova per curiosità, non se ne esce più. Il fatto è che il single malt è miscelabile ma devi essere capace, devi conoscerne le sfumature e rispettarle. Anche per questo motivo infatti in queste serate non abbiamo mai usato guarnizioni esterne al cocktail, quando invece uno dei punti di forza del 1930 è anche una presentazione d’impatto.

Malta, cosa cambia nel mondo del whisky dal punto di vista commerciale con la discesa in campo della miscelazione? 

MM: Penso ad esempio ai selezionatori indipendenti, che potrebbero essere spinti a imbottigliare già con un occhio rivolto a collaborazione future, con una ricerca di prodotti sempre più particolari e una nuova corsa verso altre frontiere qualitative. I barman da questo punto di vista sono sempre più esigenti.

MR: Il single malt ha delle potenzialità ancora inespresse, ma ora sono le aziende stesse che si stanno spostando sulla miscelazione. Puntano su questo sia per allargare il target verso un pubblico più giovane sia perché in miscelazione si consuma mediamente più prodotto. Insomma, vedo un futuro roseo per il whisky nel bartending.

FullSizeRender-12Marco, parliamo un po’ del tuo approccio al whisky: in quali cocktail ritieni di non poter fare a meno di un single malt? Un esempio: abbiamo assaggiato un “Old fashioned” fatto sostituendo il rye/bourbon con un Glengoyne ‘Cask Strength’… ed era effettivamente buonissimo, noi non torneremmo indietro. Approfondendo la conoscenza dei single malt, è cambiata la tua percezione dei cocktail? 

MR: Jerry Thomas disse che per fare ottimi drink servono ottimi prodotti. Quindi non tornerei mai indietro sui grandi classici, che sono nati con una formula semplice: spirit, water & sugar. L’esempio classico è l’Old Fashioned, come dicevate, oppure il Sazerac. Qui usando un single malt particolarmente aromatico potrei addirittura permettermi di rinunciare al rinsing (la pratica di aromatizzare il bicchiere, ndr) con l’assenzio, oppure farlo con un liquore alle noci per andare a esaltare le note di frutta secca del whisky di malto. Il single malt ha palle, se uso un blended, pur buono come il Red Label, o un cognac come base poi mi serviranno delle macerazioni di frutta e altro per completare l’architettura; un single malt regge da solo il peso di tutta la casa, è lui il principe del drink.

C’è secondo te un limite oltre il quale non andare nell’uso del single malt per la miscelazione, sia come qualità e complessità, sia come prezzo? 

MR: Io miscelerei qualunque cosa, anche un Port Ellen, ma è il mio cuore che mi dice dove fermarmi. In bottigliera abbiamo un Brora 35, sarebbe bellissimo usarlo per un cocktail ma preferisco di gran lunga assaporarlo io così com’è. E poi a livello commerciale è effettivamente improponibile come drink cost, nel senso che dovresti spingerti a far pagare un cocktail parecchie decine di euro. Per il mio locale, per poter tenere una drink list attorno ai 10-15 euro, posso usare bottiglie che non superino i 150 euro. Poi non c’è un limite alla follia e alla curiosità di un cliente…

FullSizeRender-10Generalmente i cocktail “classici” non avevano torbati, mentre ci sembra l’avvento del single malt nella miscelazione abbia portato proprio la diffusione ‘in massa’ dei whisky di Islay; com’è il tuo approccio verso questo tipo di single malt

MR: I torbati sono stati il primo step, perché hanno un sapore forte, violento, come il drink con Ardbeg 10, vermouth, un bitter al cioccolato e un Decanter Bitter che proponevo qualche anno fa. In realtà poi adesso uso molti malti differenti, e tanti non sono di Islay. Non è necessario lavorare su Ardbeg, o su Laphroaig. Io mi potrei divertire anche con un Clynelish, giocando col Rotavapor, un sistema di distillazione sottovuoto che ti permette di distillare di tutto, anche la cera d’api, o i fiori… Anzi, adesso che mi è venuto in mente vi saluto e vado a sperimentare…

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lo staff del 1930 al completo

Port Ellen 1982 (2012, Malts of Scotland, 58,6%)

Dici Port Ellen e all’appassionato medio si illuminano gli occhi, si impenna la salivazione, si sconfinfera la spina dorsale, tremano le gambe e (se ha dei seri problemi con le proporzioni della realtà e nel gestirle) magari perfino la zona pelvica sussulta: perché Port Ellen da qualche anno non è più il semplice nome di una distilleria, ma è un’icona, uno status symbol, un grappolo d’uva penzolante di fronte a tante povere volpi… Le ottime bottiglie ufficiali sono diventate mero appannaggio dei più ricchi collezionisti, quelle indipendenti richiedono prezzi folli anche se, come tutti sanno e dicono da sempre, Port Ellen è distilleria bifronte: spesso regala gemme di livello altissimo, altrettanto spesso offre botti tremende – oggidì però stai sicuro che se metti le mani su una botte di Port Ellen questa si venderà da sola, anche se a prezzi proibitivi per le tasche dei più, indipendentemente dalla qualità. Ad ogni modo da tanto, troppo tempo mancava un Port Ellen sulle pagine di whiskyfacile… Nei più oscuri angoli del nostro cabinet di sample abbiamo scovato questo single cask ex-sherry, invecchiato trent’anni, dal 1982 al 2012: ovvero quando ancora si poteva comprare un sample di Port Ellen da un sito senza essere costretti a impegnare tutti i gioielli della nonna. L’imbottigliatore è Malts of Scotland, una solida realtà nel mondo dei selezionatori della terra di Adorno, Kant e Rummenigge. Via con la degustazione, basta ciàcole: e speriamo l’ostrica contenga una perla.

74087-normalN: sbadabam, innanzitutto è a 58 gradi e pare a 40… L’alcol è rimasto in Germania forse. Il connubio perfetto avviene, qui, tra sherry e torba: quest’ultima è in pieno stile Port Ellen, non soffocante, e con un fardello di fumo acre pieno ma leggero ed elegante. C’è anche un sentore nitidamente marino, a ricordarci le onde che si infrangono su Port Ellen; e come tralasciare quelle note di alga riarsa? Intanto, lo sherry ha lasciato solo qualche potente accenno di frutta rossa (una splendida confettura di fragole è qui davanti a noi), ma lascia sgorgare mille suggestioni: dal cuoio e la liquirizia, un po’ sporchine, all’arancia rossa e al chinotto, fino al panettone, alla tarte tatin. Una nota mentolata, erbacea, profonda. Marron glacé; zenzero candito nel cioccolato. Avete presente quell’aroma del legno in fiamme, caldo e incandescente? Ecco. Tabacco da pipa.

P: l’attacco è spaventoso, ha una nota mentolata veramente deliziosa, che non si allontana mai, ad accompagnare una bella sapidità (acqua di mare, alghe, proprio sale) e un senso di acre e minerale dal fumo di torba. Fumo dolce di pipa. Sbalordisce l’intensità, con pacchi di arance rosse mature e una dolcezza pesante, molto profonda: ancora tarte tatin, fichi secchi; tamarindo; ancora un pizzico di frutta rossa in confit (more?); e poi che liquirizia, che uvetta, che legna… La cosa che comunque più affascina è la compattezza mostruosa del palato, davvero imponente.

F: perdura all’infinito, con una nota ancora mentolata che sta abbarbicata sulla marinità… Le labbra sono salate, dolci appiccicosi d’ogni tipo imperversano all’infinito; ancora fumo di pipa. Ancora arancia.

Forse l’ultimo Port Ellen in sherry che assaggeremo nella nostra vita? Beh, se è l’ultimo, è degno di reggere questo fardello. Intensità devastante: che compattezza al palato, con una botta sorda di sapore che rimane lì, mastodontica e intaccabile; e che complessità al naso, quante sfumature nuove ad ogni snasata… Un vero campione, che ci riconcilia con una distilleria spesso sopravvalutata dalle crude leggi del mercato: 94/100. Per fortuna che ‘sto sample l’abbiamo comprato anni fa…

Sottofondo musicale consigliato: Tears for fears – Everybody wants to rule the world.

‘Robust Smoky Embers’ 21 yo (2013, Cadenhead’s Creations, 46%)

Da un po’ sulle nostre pagine manca della torba isolana: decidiamo di prendere tre piccioni con una fava e assaggiamo questo vatting di – appunto – tre botti della patria dei torbati, Islay. Compongono la miscela, infatti un barile di Caol Ila, un barile di Ardbeg ed uno di Bowmore: tutti e tre sopra i 21 anni, selezionati ed uniti assieme secondo l’arbitrio di Mark Watt, naso ed anima di Cadenhead’s. L’esperimento non è usuale, ovviamente, vediamo come è andata.

mainlN: nel vatting prevalgono una torba gentile e una vanigliosità alla Caol Ila, con anche qualche guizzo quasi tropicale in stile Bowmore. Il profilo generale è così rotondo, con marinità  e note medicinali lievi, mentre il fumo non è di quelli acri ma è piacevolmente ‘dolce’. Vaniglia, zenzero candito e aranciata zuccherata completano un naso piacionissimo, ma non stucchevole. Per di più col tempo viene fuori bene, crescendo d’intensità.

P: che dolcezza, paradiso dei sensi! Ribadisce l’ispirazione caolilesca, con un’esplosione di vaniglia, borotalco e liquirizia. Mela gialla. Poi va un po’ in calando, con una nota erbacea e mentolata che prende il sopravvento e l’acre della torba: la dolcezza, verso il finale, retrocede dunque un poco. Semplice, intendiamoci, ma gradevole

F: rivincita di Islay: abbondante legno bruciato e medicinale amaro assieme agli ultimi rigurgiti vanigliosi e di mela matura.

All’ultimo Milano Whisky Festival, in cui avevamo inserito questa bottiglia in un percorso ‘sperimentale’ sulla torba, il ‘Robust Smoky Embers’ 21 anni è stato molto apprezzato: effettivamente, un vatting isolano sopra i 20 anni a 80 euro oramai è un’utopia. Oggidì, ahitutti, è esaurito, ma non possiamo che rimpiangerne le velleità: è un malto gradevolissimo, forse un po’ semplice (pare che la miscela abbia come smussato gli angoli delle tre distillerie, facendone perdere anche le più riconoscibili peculiarità – a parte la rotondissima Caol Ila, ovvio) ma che, forse anche grazie a questa semplicità, va giù con una facilità inquietante. 84/100 sarà il voto, alla prossima avventura!

Sottofondo musicale consigliato: Elio e le storie tese – Catalogna.

Bowmore Bicentenary (1979, NAS, OB, 46%)

Mettiamo naso e palato (e stomaco, e fegato, e cuore) sulla Storia: abbiamo il privilegio straordinario, di questi tempi, di assaggiare una bottiglia davvero unica, nel suo genere: per festeggiare il duecentesimo anno di vita, Bowmore nel 1979 mise sul mercato diverse versioni di un’imbottigliamento ‘celebrativo’. Per quanto le informazioni siano nebulose, si registrano, in totale, 20400 bottiglie, in varie versioni (un’occhiata a questo sito di un collezionista olandese di Bowmore rende bene l’idea): ci sono edizioni con vintage (1964/1979), a gradazione piena (e con bottiglia quadrata) ed una, questa qui, senza età dichiarata ma che, a leggere il fogliettino allegato alla bella confezione, contiene whisky distillato tra il 1950 e gli anni ’60 (dieci differenti annate, non dichiarate purtroppo) e invecchiato in sole botti ex-sherry. La bottiglia, soffiata a mano, ha una forma inusuale, ed è la replica di un antico decanter. Si dice che questo sia il miglior imbottigliamento di sempre di Bowmore insieme al Black Bowmore, che però ormai costa almeno il triplo del nostro protagonista di oggi (non che questa sia proprio a buon mercato, per carità). Oggi ne parleremo insieme ad alcuni appassionati all’Harp Pub Guinness di Milano; ma tranquilli, non ne parleremo soltanto, principalmente ne berremo.

Schermata 2015-06-20 alle 12.48.16N: clamorosamente aperto e ricco, satura il naso con continue bordate odorose; alcol completamente assente. Partiamo, nella descrizione, dal lato fruttato: questo perché, per quanto tutto sia strepitosamente unito, compatto e inscindibile (e lo splendore di questo naso sta proprio qui), la “dolcezza” risulta più in vetrina, più appariscente rispetto ad altri elementi più ‘attesi’, in un Bowmore. I frutti di bosco sono ovunque: more, lamponi, fragole, mirtilli: frutta ‘nera’ fresca, succosissima. Ricorda certi concentrati di frutti di bosco, usati per i succhi, o per certe caramelle, gelée o balsamiche – e tra l’altro, a proposito di balsamico, c’è anche una profonda nota proprio di aceto balsamico. E poi, la frutta è fresca ma l’atmosfera è profonda, con note più scure e pesanti di chinotto, di prugne secche / cotte, di tabacco. C’è poi tutto un bouquet di profumi veramente armoniosi, tra i fiori freschi e profumati e il fico d’India molto maturo; frutto della passione. Ultimo ma non ultimo, l’aspetto isolano: Bowmore di solito non esibisce grandi affumicature (qui ancora meno), ma di certo la marinità della distilleria è qui splendidamente confermata, integratissima e fusa al resto; c’è anche una torba inorganica, un po’ sporcante e graffiante, che aggiunge ulteriore complessità e goduria.

P: accade un piccolo miracolo: l’isolanità va a pareggiare quello che prima avevamo descritto come prevalente. L’ingresso, con un corpo molto compatto, è infatti caratterizzato da acqua di mare, una leggera fumosità legnosetta, elegantissima, e da una torba gentile. In realtà è quasi contemporanea l’esplosione di una frutta nera ancora clamorosa: more, su tutto (pare di addentare una crostata di more, però appena caduta in acqua di mare), fragole. È profondo, con ancora pesanti suggestioni di prugne e arance rosse mature, con ancora pesanti suggestioni di prugne e arance rosse mature, ma al contempo quasi beverino, spensierato… Questo grazie a quelle famose note ancora floreali (violetta) che hanno reso celebre la distilleria e il suo prodotto di questi anni. Sul finire, anche qualche spezia (noce moscata) e pepe bianco.

F: il passaggio più affumicato di tutti; labbra salate si appoggiano su una lingua ancora cullata dalla (e intrisa di) frutta rossa, e nera, matura.

Incredibile, nella nostra comunque scarsa esperienza non avevamo mai assaggiato qualcosa di simile; una torba talmente elegante e dolcemente minerale e marina si abbina ad una dimensione fruttata straordinaria, figlie di botti eccellenti e di un distillato perfettamente dialogante coi legni; il tutto, perfettamente integrato (mai formula fu più vera), sezionabile solo a costo di forzature retoriche. L’abbiamo detto, la nostra esperienza è sì scarsa ma ormai qualche malto l’abbiamo assaggiato: i whisky che ci sanno ancora stupire per note così inedite sono sempre meno, e per questo ci affascinano sempre più, e ci ricordano perché la prima volta ci siamo appassionati all’acquavite di cereali. Il naso, nel nostro libretto, è da 98 punti; il palato da 94, e la sintesi sarà un (per noi inedito) 96/100: la sintesi numerica di un’esperienza francamente incantevole. Grazie, Angelo.

Sottofondo musicale consigliato: Led Zeppelin – Dazed and Confused.