Arran 20 yo (1996/2016, OB for Silver Seal, 51,2%)

Qualche tempo fa abbiamo assaggiato con grande soddisfazione una delle ultime selezioni di Max Righi e della sua Silver Seal, ovvero un Arran in sherry di 16 anni. Contestualmente, Max aveva imbottigliato anche un ventenne, ancora singolo barile ex-sherry, distillato nel 1996, ovvero nel secondo anno di attività della distilleria stessa; se permettete, è giunta l’ora di assaggiare anche lui.

N: si mostra fin dalle primissime battute molto compatto, di una compattezza ricca e ‘golosona’: barretta cereali e miele, caramello, burro caldo e uvetta (ci coglie a tradimento la suggestione dei panini al latte con l’uvetta). Ha poi delle note fruttate al limite del tropicale: avete presente l’ananas quando è molto, troppo maturo? Pan di Spagna. Mela gialla, anch’essa molto matura. Il profilo dopo vent’anni di barile si impreziosisce anche d’un legno bello caldo, con richiami di frutta secca (nocciola) e di qualche suggestione speziata.

P: molto coerente con il naso, ne replica le suggestioni con una certa fedeltà. Quindi: brioche alla marmellata, un po’ ‘cerealosa’ se vogliamo. Mele e miele, miele e mele: esiste un dolce a base di questi due allitteranti suggestioni? Biscotti al burro. Un whisky che ti dà quel che ti promette, ma tutto con l’acceleratore pigiato: grande intensità. Cioccolato bianco. Mix di frutta cotta, uvetta prugne e un velo di cannella; di nuovo frutta secca, sulla nocciola. Il legno cresce col tempo.

F: lungo, tutto sul malto burroso, sul miele, sui biscotti, sulla nocciola. C’è anche un leggero senso di tostato…

87/100, buono ed elegante, molto raffinato, molto Arran con quelle note così tipiche di burro caldo, di frutta cotta. Molto buono dunque, ed esempio di come fin da subito in distilleria avessero le idee chiare sul percorso da compiere – se dovessimo scegliere un acquisto tra i due recenti imbottigliamenti per Silver Seal, per un soffio prenderemmo il 16 anni.

Sottofondo musicale consigliato: Avion Travel – Sentimento.

AnCnoc 22 yo (2016, OB, 46%)

Miscela di barili ex-bourbon ed ex-sherry, questo AnCnoc di 22 anni è stato lanciato nel 2013. La distilleria si chiama Knockdhu, ma negli anni ’90 ha deciso il cambio di nome del whisky per evitare confusioni con Knockando, e ne ha approfittato per rifarsi il look: pur essendo nello Speyside (è la distilleria più a est della regione, per gli appassionati degli inevitabili primati vantabili da ciascuna distilleria) ama considerarsi delle Highlands, e in etichetta infatti si dichiara Highland Malt – cosa coerente con lo stile della distilleria, generalmente. Bando alle chiacchiere, diamoci dentro.

N: molto fresco e ricco, ma con sobrietà. Note di biscotti burrosi al miele e vaniglia si confondono con accenti floreali davvero suadenti. Buccia di mele rosse, prugne fresche e un po’ di arancia candita lo rendono fruttato e, di nuovo, per nulla pesante. E dopo qualche minuto si leva una sensazione di legno caldo e frutta secca (nocciole su tutto) che arrotonda e dona profondità. Facile ma non monodimensionale, anzi ama oscillare tra un lato minerale e qualcosa di molto meno impalpabile, tipo un bel panettone natalizio. Anche una nota di cioccolato al latte.

P: l’attacco non è un mostro di potenza senza controllo, anzi forse un filo watery. Ripaga però il bevitore, raffinato o ignorante che sia, con note cremose di vaniglia e ancora un bel cestone di frutta giallorossa (?), per esempio mele, susine e uvetta. Tanta arancia e cioccolato. Anche un bel pacchetto di frutta secca tostata, deciso ma non invasivo. Si dimenticavano le spezie, che invece ci sono, con nette suggestioni di chiodi di garofano e pepe.

F: frutta secca uber alles assieme a toffee, spezie da cucina e una certa sensazione minerale che definiremmo come ‘ok’.

Proprio buono, rotondo ma complicato da noticine speziate che – immaginiamo – non a tutti piaceranno. Molto gradevole la sensazione generale sia al naso che al palato, una sensazione di freschezza ma anche di discreta complessità, che col tempo va ‘scurendosi’. Peccato solo per un palato un filo timido, che però gli permette di conservare quel binomio dolcezza-eleganza che in definitiva vale pur sempre un convinto 87/100, stesso voto che abbiamo dato al 18 anni. Dovessimo scegliere, non sapremmo. Nota di colore: dovrebbe costare attorno ai 110 euri, che per un 22 anni ci pare prezzo onesto.

Sottofondo musicale consigliato: Blur – Charmless man.

Macallan 18 yo ‘sherry oak’ 1997 (2015, OB, 43%)

Beh, questa è storia. Macallan lancia la serie di 18 anni in sherry nel 1963, e da allora ogni annata vede un imbottigliamento fisso: le quotazioni in asta di queste bottiglie – fin da subito oggetto da collezione, soprattutto in Italia – hanno subito un’impennata pazzesca, e se fino a qualche anno fa capitava di trovarne in giro in enoteche e ristoranti, oggi i razziatori professionisti hanno incamerato praticamente tutto – e probabilmente anche già rivenduto. Fatta questa premessa, negli ultimi anni l’Italia si è vista di fatto esclusa da una diffusa distribuzione delle release annuali, e gli appassionati devono rivolgersi all’estero: così han fatto Andrea e Giuseppe del Milano Whisky Festival, che in Russia hanno comprato la versione 1997/2015 e l’hanno sbocciata all’ultimo Milano Whisky Day – noi, rapaci, ne abbiamo preso un sample per poterlo bere qui davanti a voi. Ah, tecnicamente non è un vintage, dato che l’etichetta dichiara “distilled in 1997 and earlier years”: svegliaaaa!!!1!1!

N: bello respirabile, la gradazione non c’è. Sulle prime, appena versato, si esalta l’acidità della frutta rossa, diremmo soprattutto ciliegia (dominante) fresca, nocciolino di ciliegia, prugna secca. Dopo un po’ si scalda leggermente, svelando note di fichi secchi, uvetta. Abbastanza semplice, ma impreziosito da una robusta base maltata davvero gradevole e deep. Una leggerissima patina nocciolata. Solo dopo tanto tempo regala note più pesanti, quasi di tabacco da pipa.

P: entra in punta di piedi, l’impressione è che migliori via via. All’inizio pare debole, su una ciliegia quasi sciapa: e però poi migliora molto, oscillando tra la frutta rossa e quella nera in crostata, ma senza essere burroso… Prugne secche, tanto malto (certi biscotti al malto), qualche nota di arancia e miele.

F: lungo e persistente, tutto giocato sull’alternanza di frutta secca e ancora frutta rossa.

Intendiamoci: è un buon whisky, si sente che il distillato ha delle qualità – ovviamente, dirà qualcuno, è pur sempre Macallan! E infatti, da questi imbottigliamenti uno cerca qualcosa di più di un whisky elegante e beverino, ma in fondo un po’ anonimo e “loffio” se paragonato a tanti altri imbottigliamenti contemporanei con simile ‘carta d’identità’ e con prezzi quasi dimezzati (Glengoyne, GlenDronach, tanto per dirne un paio…), per tacere ovviamente dei possibili confronti coi Macallan 18 del passato. 86/100 dunque, un voto intermedio per un malto buono, gradevole, che compiacerà il facoltoso bevitore occasionale ma non potrà che lasciare qualche dubbio all’appassionato – ma lo sappiamo tutti, non è lui il target del brand, facciamocene una ragione.

Sottofondo musicale consigliato: Colour Haze – Did El It.

Springbank 21 yo ‘The First Editions’ (1995/2016, Edition Spirits, 49,9%)

Sabato scorso c’è stato il Milano Whisky Day, e grazie alla disponibilità di Andrea e Giuseppe abbiamo avuto il piacere di lavorare dietro ai banchetti e di tenere uno zoppicante seminario sulla storia di Campbeltown. Proprio da Campbeltown peschiamo il whisky di oggi: si tratta di un single cask di Springbank, 21 anni, selezionato da Edition Spirits per la serie First Edition – ringraziamo Fabio Ermoli per il campione e ci tuffiamo all’assaggio.

6187-8931springbank1995-201621yearoldthefirsteditionsN: i quasi 50% sono davvero marginali, se non nel suggerire una grande compattezza. In primo piano, tutte le ragioni per cui Springbank è unica: si respira la costa, marina, minerale, con suggestioni di ostriche, di alghe a bordo spiaggia; una leggera cera, a coprire un senso di sale e mare davvero favoloso. C’è la torba, una torba speziata e pepata, con anche un filo di fumo (sembra di passare affianco al kiln, ma senza entrarci). Poi c’è la frutta, molto calda: e anche l’agrume è zuccherino (mandarino succoso, ma pure marmellata d’arancia, e buccia d’agrume); miele; fiocchi di cereale. Tutte le componenti fin qui elencate continuano a mutare i rapporti di forza, talvolta con più enfasi sulla torba, talaltra sul salmastro, poi sulla frutta… Eccellente.

P: splendido; compatto e masticabile, con una grande intensità. L’impatto è sull’austerità, ovvero sulla cera innanzitutto (quanta cera c’è!), poi sul fumo di torba lieve, sul pepe, sull’acqua di mare senza essere ‘salato’; ostriche, e foglia d’ostrica, per gli snob che la conoscono. Poi la dolcezza, fruttata e zuccherina: ancora agrumi succosi, poi miele, un velo di crema pasticciera. Viene in mente il pasticcino alla frutta (quello agli agrumi, a dirla tutta), ma senza la base di pastafrolla. A ogni sorso è diverso, dopo un po’ arriva il cereale, in purezza (o meglio: c’è un senso di pudding, di corn flake…).

F: lungo e persistente, continuamente cangiante: cereali, fumo, mare, frutta (a tratti tropicale, cocco?), cera, agrumi… Splendido, il fumo minerale e costiero dura all’infinito.

92/100, di una bevibilità devastante e di grande complessità. Non è esplosivo, ma si gioca tutte le note tipiche della distilleria tra una sfumatura e l’altra, senza schiaffeggiare ma carezzandoti con dolcezza: ventun anni di barile non hanno levigato però le asperità minerali e costiere, che inseguono la dolcezza come Murray e Smith si inseguono a vicenda nell’assolo di Hallowed be thy name degli Iron Maiden. Similitudine del cazzo, lo sappiamo.

Sottofondo musicale consigliato: Iron Maiden – Hallowed be thy name.

The Whistler ‘Blue note’ 7 yo (2017, OB, 46%)

Abbiamo già parlato in passato della rinascita dei whiskey irlandesi, e del fenomeno dei sourced whiskey imbottigliati ‘a marchio’ in attesa che le neonate distillerie abbiano prodotti commerciabili. Gioiamo di questa rinascita, perché per troppo tempo gli irlandesi sono rimasti relegati a ‘fratelli sfigati’ degli scozzesi – questo è un single malt distillato a Cooley, maturato per sette anni in botti ex-bourbon, con un finish in ex-sherry Oloroso. La distilleria in questione si chiamerà Boann, e noi nell’attesa assaggiamo quel che hanno da offrire adesso; ringraziamo Marco, amico che abita a Limerick, per averci inviato questo e qualche altro campione irlandese…

N: le tasting notes ufficiali recitano “rich & smooth”, e in effetti il naso pare riccamente accogliente… È tutto gravido di aromi fruttati, e il primo impatto ci ricorda il finish in sherry: quindi note di uvetta, di Malaga, di frutta rossa, di caramello… Poi un lato fruttato molto intenso, tra le pesche sciroppate, le albicocche fresche, le mele e le pere: un cesto di frutta matura e fresca, molto bello, e un succo d’arancia dolce. Poi ci sono note cremose (crema pasticciera) e di pasticcini.

P: bel corpo, come al naso si fa apprezzare per l’intensità, qui ovviamente dei sapori. Piuttosto coerente, squaderna note pesantemente fruttate (oltre alla frutta fresca di cui sopra, aggiungeremmo mele e prugne cotte); meno agrumato, forse, ha però note di dolcetti molto interessanti, tra l’amaretto, una crostata alle ciliegie… Non certo un mostro di complessità, ma fa quel che deve.

F: lungo e persistente, balla la frutta rossa (ciliegia e fragola) su un tappetino di toffee.

Lode alla trasparenza: sono sette anni dichiarati, non nascosti dal nome bizzarro (che c’è, comunque)… Un irish onesto, e se vogliamo ‘poco irish’, dato che è tutto orzo maltato e ha pure un passaggio in sherry: comunque valido prodotto che conferma – per ora e almeno – che a Cooley sanno lavorare. 84/100. Pare che ce ne sia anche una versione a grado pieno.

Sottofondo musicale consigliato: Demons and Wizards – Fiddler on the Green.

Bowmore ‘Feis Ile 2014’ (2014, OB, 56,1%)

Che senso ha assaggiare dopo tre anni un imbottigliamento celebrativo di un evento? Non sapremmo, ma in fondo questa è casa nostra, beviamo un po’ quel che ci pare, no? Ieri sera avevamo voglia di un Bowmore, e nel nostro cabinet abbiamo trovato proprio un sample di questo imbottigliamento fatto per il Feis Ile del 2014, imbottigliato a grado pieno dopo anni imprecisati (è un NAS) in barili ex-bourbon. Ce n’erano due, di imbottigliamenti celebrativi, noi abbiamo questo, non lamentatevi.

IMG_8668_1N: cominciamo dai tratti più tipici di Bowmore che riusciamo a identificare: c’è un’ottima marinità, sostanziata da note di sale e di alghe; poi si sente l’invecchiamento, le botti ex-bourbon danno un apporto di vaniglia, crema pasticcera, impasto per torte. C’è però una nuova dimensione, strana, che ci ricorda la cera d’api, il sesamo (o l’olio di sesamo?) e una verdura che diremmo ‘asparago’; e in realtà si tratta di cereale, del chicco d’orzo, ancora vivace nel bicchiere. Ci può stare anche una nota frizzantina di zenzero e di scorza di limone… Ah, ma ci dimenticavamo della torba, che c’è, eccome!, anche un pizzico sopra alla media dello stile-Bowmore: ma si tratta di un whisky giovane, d’alto canto…

P: l’attacco è abbastanza salato e marino, rivelando una certa decisa intensità, grazie anche al grado pieno; poi esplode letteralmente il barile, tra note di vaniglia, creme caramel, cocco, frutta gialla molto intensa e matura… La torba resta in disparte, tornando solo alla fine, verso…

F: …il finale, questo sì abbastanza torbato e fumoso; torna poi la vaniglia, che dura molto a lungo.

82/100 – aiutato dal grado pieno che supporta la buona intensità, per il resto senza infamia e senza lode. Un giovane Bowmore moderno, pulito, con un naso che svela note cerealose composite ed interessanti, anche se forse non saremmo disposti ad uccidere per portare a casa una delle 1000 bottiglie.

Sottofondo musicale consigliato: Miley Cyrus – Malibu. Era meglio quando dondolava nuda su una palla di cemento, adesso accarezza un cane, come tutti.

Springbank 12 yo ‘Cask Strength’ #8 (2014, OB, 54,3%)

Questa mattina, mentre leggete le nostre irresistibili parole, noi siamo a Campbeltown e stiamo annusando l’aria costiera della città, i profumi di orzo del malting floor di Springbank, il penetrante odore di fumo di torba che sale dal kiln, e tra poco ci mangeremo il solito, pessimo fish and chips. Dura la vita, eh? Per darvi l’errata illusione di essere con noi, invece che in ufficio, oggi recensiamo l’ottavo batch dello Springbank 12 anni Cask Strength, a grado pieno, a prevalenza di invecchiamento in sherry; è una release del 2014, tenete conto che da quest’anno l’estetica delle etichette è cambiata.

N: molto potente e intenso, parte subito con un forte lato di cuoio, al limite del sulfureo; poi ci sono tutte le note più ‘sporche’ di Springbank, e dunque cantina umida, perfino un poco di muffa; un qualcosa di pirico, che ci ricorda i petardini o i fiammiferi, la polvere da sparo; e come tralasciare la spiccata nota salmastra? Poi, tanto sherry: frutta rossa succosa, ciliegia, more…

P: l’attacco è sulla liquirizia salata, poi cresce in intensità il lato marino, salato, costiero, con note che ricordano proprio le alghe, il pesce. Cioccolato salato, ancora radice di liquirizia. Poi torna la muffa, cresce il legno bagnato (avete mai camminato in montagna sotto la pioggia?). Si chiude ancora con la dolcezza, fatta ancora di frutta rossa, ciliegie, pesche sciroppate.

F: lungo, anzi sterminato; fumo, frutta rossa, sale, spezie…

Eccellente, molto carico e ‘sparato’ a mille in tutto e per tutto: non è un whisky per i deboli di cuore, data l’intensità devastante e la ‘difficoltà’ complessiva del profilo, sporco e rognoso come solo i malti di Campbeltown sanno essere. 88/100, scusate, torniamo in distilleria.

Sottofondo musicale consigliato: Pennywise – Bro Hymn.

Balblair 2005 (2015, OB, 46%)

Di tanto in tanto esploriamo l’offerta commerciale di Balblair, dato che quando l’abbiamo visitata siamo rimasti folgorati – oltre che dall’angelico viso della fanciulla che ci fece fare il tour – dalla complessità del distillato, fruttato ma non privo di una mineralità che, sapete, è una cosa che cerchiamo sempre nei nostri whisky delle Highlands. Sotto a chi tocca dunque: Balblair ha un core range basato sui vintage, e oggi assaggiamo il batch del 2015 del vintage 2005. Eh? Assaggiamo un 10 anni, tutto distillato nel 2005, imbottigliato nel 2015. Più chiaro?

N: inizialmente colpisce una certa nuda sobrietà tra il minerale (torba timida?) e il floreale, seguita a stretto giro da note fruttate ricche ma comunque anch’esse tutt’altro che ruffiane: l’interno della buccia di banana e pera. Una bella sensazione di miele millefiori. Dopo qualche minuto cambia anima e si fa cremoso, con evidenti note di vaniglia e crema pasticcera con zeste di agrumi.

P: molto beverino e poco alcolico. Sottile in bocca ma in qualche modo suadente, con una dolcezza decisa ma non stucchevole, tra il caramello e la barrette cereali e miele. Escono alla grande agrumi misti e freschi, accompagnati da un leggero sentore di vaniglia. E poi c’è ancora un che di minerale e di vegetale (erba fresca)…

F: …che va a formare un finale davvero pulito. La bocca rimane quasi salata e assieme levigata da miele e fiori.

Rispetto ad altre versioni-base del core range di Balblair, questo forse ci persuade un po’ di più: beverino e semplice, certo, ma anche ben bilanciato tra una dolcezza composta, fatta di quella frutta così tipica di Balblair, e una fresca dimensione erbacea e ‘vegetale’. Lo stile ci piace, l’imbottigliamento ci convince: 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: The xx – Say something loving.

L’alchimia del whisky – Road to Speyside (21-25 settembre 2017)

Ecco, ci risiamo, l’hanno fatto di nuovo. Lo scorso ottobre abbiamo partecipato ad uno spettacolare tour scozzese tra Islay e Campbeltown, tour di cui abbiamo dato conto qui e qui: l’organizzazione era in mano a Marco Russo, uno dei migliori barman italiani e proprietario di vari locali milanesi, dallo speakeasy 1930 al MAG fino al Barba, e Marco Maltagliati, appassionato whiskofilo di lunga data e ormai da tempo nel team del 1930.

Quel viaggio voleva essere la naturale evoluzione di un percorso intrapreso nel 2014 e intitolato “L’Alchimia del Whisky“: l’idea alla base è quella per cui il whisky, e il single malt specialmente, non è un prodotto di cui avere timore reverenziale, abituati come siamo a sovrapporre l’immagine di un vecchio signore in pantofole seduto su una poltrona di pelle a quella del normale bevitore di whisky – non bisogna avere timore e proprio per questo ci si può avvicinare al whisky, e si può affrontarlo seriamente, capendo la cultura che ci sta dietro, anche partendo da un drink, da un cocktail. Il single malt può essere un ingrediente estremamente complesso, e per questo bisogna saperlo usare, esaltandone o attenuandone determinate sfumature: è proprio ciò che fa con i suoi drink Marco Russo, e chiunque sia stato al 1930, per una degustazione monografica o per una bevuta in compagnia, sa bene a cosa ci riferiamo. E dunque, dopo diverse serate di introduzione al whisky e ad alcune sue distillerie, accompagnando la bevuta in purezza con alcuni drink, i due hanno deciso di affrontare ancor più seriamente la questione, andando proprio in Scozia a fare cocktail e a studiare il processo di produzione: perché per lavorarci seriamente, gli ingredienti vanno scoperti, studiati e analizzati, e bisogna conoscere chi il whisky lo fa, e come.

Marco & Marco

Quest’anno si replica, e lo si fa alla grande, senza sedersi sulle formule del passato ma puntando l’obiettivo altrove: Marco e Marco hanno organizzato un tour dello Speyside, cuore del whisky scozzese con le sue oltre trenta distillerie attive, proprio in occasione del principale evento dell’autunno, cioè lo Speyside autumn festival. Non possiamo svelare tutti i dettagli, e a dirla tutta neppure li sappiamo: di certo si passerà da Glenfarclas, da Balvenie (uno dei tour più belli di Scozia, sia detto per inciso) e da Glen Grant, esplorando dunque diverse tipologie di distilleria, tra colossi e produttori fieramente indipendenti, e di certo Marco Russo darà spettacolo con i suoi drink. Sappiamo anche qualcosina in più, ma non vogliamo certo svelarlo qui, e ora… Molto meglio scoprirlo direttamente il mattino della partenza, no? Siccome siamo stati testimoni diretti della bellezza del primo viaggio, vogliamo dar conto di questa iniziativa qui sul sito, e invitare chi fosse interessato a contattare direttamente uno dei due Marchi (nella locandina tutte le info su prezzi, tempi, disponibilità) per conoscere i dettagli di questa strada per lo Speyside. Se Dufftown è la Roma di Scozia (perché come Roma sorge su sette colli, così Dufftown sorge su sette distillerie…) tutte le strade portano a Dufftown, in fondo, no?

Springbank 11 yo ‘Local Barley’ (2017, OB, 53,1%)

Dopo aver assaggiato il Local Barley di Springbank dell’anno scorso, il livello di impazienza per l’attesa dell’edizione 2017 era francamente ben oltre i livelli di guardia. Grazie a Claudio Riva, che ha deciso di aprire e condividere la sua bottiglia, il Clan di Como di Whisky Club Italia ha organizzato una serata a tema Springbank in quel di Cantù, nella serie di degustazioni monografiche “Distillerie Svelate” e ne ha approfittato per mettere sul tavolo proprio il Local Barley 2017 – noi non potevamo mancare, anche perché il resto del parterre era di tutto rispetto (Hazelburn 10, Springbank 18 e 12 Cask Strength, Longrow 18!). Il “Local Barley” è un 11 anni, questa volta prodotto solo con orzo Bere (la varietà d’orzo più antica da noi conosciuta, ed oggi poco usata dall’industria del whisky perché meno efficiente a livello quantitativo) coltivato a pochi chilometri dalla distilleria, nella Amos Farm di Campbeltown – naturalmente l’orzo è maltato in distilleria, dato che come sapete Springbank è l’unica a completare quest’operazione nella sua interezza in casa, ed è maturato in soli barili ex-bourbon.

N: è a grado pieno, ma l’impatto dell’alcol è praticamente inesistente. L’orzo, chiave del concept dietro questo whisky, è ovviamente in primo piano: si sente tanto il cereale, note di pane appena sfornato; ma anche di biscotti ai cereali, di campi di fieno al sole… Ha perfino note di banana verde; limonoso e agrumato (anche cose di arancia). Foglia di limone, e in generale evidenti note erbacee. La torba si sente nel lato costiero e minerale: salamoia e ciottoli, fantastico. Col tempo cresce un lato fruttato e zuccherino che ci ricorda – per farla breve – un delicato sentore di marshmellow.

P: decisamente più ‘dolce’ come primo impatto, mostra un corpo bello pieno e dà rassicuranti sensazioni di calore (?). Di nuovo, la dolcezza non è della botte ma del distillato (e dunque non vaniglia ma pera dolce, di nuovo tanto cereale – fiocchi Kellogs). Frutta secca lieve, nocciole e mandorle. Bello acidino, con ancora limonata zuccherata in evidenza. Pasta di cacao (bella ‘grassa’), perfino delle note di cera. Si sente il fumo, la torba è più carica e più evidente.

F: cioccolato fondente, cera e tanto limone. Ancora labbra salate.

Veramente buono, buonissimo anzi: il cereale è ovviamente il grande protagonista, ma supportato da tutta l’unicità dello stile inconfondibile di Springbank. Quel che affascina è come sempre la complessità del distillato, che regala sfumature e sapori che coprono praticamente l’intero arco parlamentare degli aromi: dal minerale al fruttato al costiero all’erbaceo, dalla frutta secca al ciottolo di fiume, dal cioccolato al pane sfornato al bananoso. Siccome reason is in comparison, rispetto al Local Barley 2016 (più vecchio di cinque anni e con una quota di botti ex-sherry) questo ci pare solo un gradino sotto per una dolcezza più evidente, ma che questo non infici l’eccellenza di quanto abbiamo davanti: 89/100, prendetene pure una bottiglia, se ancora la trovate… Grazie a Claudio e Serenella per l’ospitalità e la bellissima serata, e complimenti ad Andrea per la location Vini e Più: una splendida realtà nel cuore della Brianza, bravo!

Sottofondo musicale consigliato: Ulver – Solitude.