Laphroaig 18 yo (1987/2006, Douglas Laing, 50%)

Oggi ci sentiamo fortunati e peschiamo a caso nell’armadietto dei samples con la sicumera del bimbo che deve estrarre i bussolotti caldi di una lotteria truccata. E infatti, toh, spunta uno fra i tanti Laphroaig che affollano la nostra fortunata scansia: il primo selezionato è… rullo di tamburi… quello che avete già visto nella foto qui in alto! Vale a dire un refill sherry butt di Laphroaig, il #3109 per la precisione: 18 anni di invecchiamento, selezionato e imbottigliato da Douglas Laing nel 2006. Un vintage 1987 direttamente dalla bella serie Old Malt Cask, che tante soddisfazioni ha regalato a grandi e piccini.

56794-bigN: ci duole doverlo dire tutte le volte, ma quanto sono buoni i Laphroaig quando non sono violentati dagli stessi proprietari?! Elegantissimo, aromatico, la prima cosa che spicca è la frutta: mela rossa, proprio la buccia appena tagliata e fragrante; frutta tropicale, con kiwi dolce e mango (quasi mango disidratato). La torba è ancora bella viva, leggermente medicinale, ma senza essere troppo fumoso, e senza esibire una marinità troppo evidente. Piuttosto un che di american BBQ, ma senza eccessi “off”. La frutta tropicale è al limite del floreale, a tratti, se ha un senso. In generale spunta anche una sfumatura più erbacea, tra il timo e il rabarbaro, che si ferma a un centimetro dal balsamico.

P: di una bevibilità che sbalordisce, onestamente. Pieno, attacca sulla liquirizia, su note di legno ed erbe bruciate (canfora?) davvero intense. Poi man mano prende il comando il lato fruttato: mela, frutta bianca, che con un poco di acqua diventa perfino tropicale (succo mix tropical, ananas dolce). Biscotti al miele. Poi non dimentichiamo il fumo e la torba, che soprattutto senz’acqua pare piuttosto medicinale (la canfora…). L’acqua cambia molto, addolcisce il tutto e va ad attutire la componente più amara.

F: molto lungo, con sentori acri e medicinali, e con la nota marina (iodata più che compiutamente salata) decisamente evidente. Falò spento. Qualcuno azzarda: marmellata affumicata?

Quando il barile con lo sherry incontra lo spirito con la torba… No, non muore nessuno, però o è colpo di fulmine, come per la donna sexy e intelligente, oppure è l’accozzaglia invereconda. Qui siamo senza dubbio dalle parti della prima categoria, anche se per gridare al capolavoro manca qualcosina. L’olfatto è estremamente persuasivo, con un apporto di frutta raro. Il palato dà il meglio con una goccina d’acqua, ma va forse a perdere un po’ di quella Laphroaigness che nel naso ci aveva inebriato. Riassumendo, però, non possiamo non dare un convinto e soddisfatto 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Cake – Long skirt, long jacket

Lampi di torba

al vecchio Principe Carlo la torba piace un sacco

Che bellezza bere whisky! Si può decidere di bere solo malti torbati, eppure avere nel bicchiere decine di sfumature diverse. Ci sono stili di torbatura solo accennata, dove solo nel finale rimane un che di terroso in bocca, ce ne sono altri dove si viene investiti fin dalla prima snasata da un’intera foresta in fiamme. C’è chi sente il catrame, chi all’opposto una sensazione appena accenata di vegetazione macerata. E anche questa è la grandezza del whisky: essere una e centomila cose differenti. Oggi esploriamo tre tipologie differenti di whisky torbato, passando velocemente di fiore in fiore.

Benromach Wood Finish ‘Hermitage’ (2005/2015, OB, 45%)

benromach-2005-bottled-2015-hermitage-wood-finish-whiskyFin dal naso appare un po’ alcolico. Svela le note torbate, terrose e minerali del distillato di Benromach, che si combinano in un modo un po’ spigoloso e tagliente con la vinosità del barile. Note di inchiostro, di prugne nere secche; il tutto condito da una venatura sulfurea, di stoppino, dura a morire. Intenso ma non particolarmente espressivo, se vogliamo – si salva per le solite suadenti note grasse di Benromach. 82/100.

‘Nice ’N’ Peaty’ 10 yo (2006, Hepburn’s Choice, 46%)

Una distilleria delle Highlands, molto timida evidentemente, che fa whisky torbato nice-n-peaty-10-year-old-2006-hepburns-choice-langside-whiskyinvecchiato 10 anni in barile ex-vino rosso. Ha note ‘formaggiose’ (siamo specifici: fontina) davvero sorprendenti e piacevoli. Si diceva della torba, che in realtà è abbastanza delicata e decisamente continentale (no marinità). L’apporto vinoso (alla cieca diremmo: Porto) è decisamente fruttato, verso la frutta rossa, per nulla astringente, a differenza del Benromach di cui sopra. Una fettina di fontina con marmellata di fragola? Più godibile dell’altro, ma decisamente meno strutturato: 82/100.

Caol Ila 13 yo (2018, Gordon & MacPhail, 43%)

188840-bigVabbè, un Caol Ila, cosa volete che sia? Eppure, c’è sempre un po’ di magia in questo carattere, tutto giocato splendidamente in un equilibrio delicato tra fumo e lime, tra mare e vaniglia, tra limone e borotalco… Liquirizia, anche un filo d’inchiostro e un velo di zucchero a velo. Sembra facile trovare un equilibrio: eppure non lo è, e con la distilleria di Port Askaig si vola via. 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Charles Mingus – Moanin’

‘Single Islay Malt’ 10 yo (1994/2004, Gordon & MacPhail per Giorgio D’Ambrosio, 40%)

Confessiamo: ci siamo distratti con il vino, è vero, e abbiamo bucato la recensione del lunedì. Per farci perdonare, ripartiamo con un pezzo di storia, una vera perla direttamente da un passato recente che, visto oggi, potrebbe apparire remoto: assaggiamo un ‘Single Islay Malt’ di 10 anni, selezionato da Giorgio D’Ambrosio nel 2004 e imbottigliato da Gordon & MacPhail. Si dice essere Ardbeg, e (a giudicare da qualche prezzo visto online), fino a sei/sette anni fa si poteva comprare a meno di 30€, oggi mettete nel portafogli.

N: molto piacevole, aperto e morbido: forse con incoerenza ci piace iniziare dal lato fruttato, molto pieno, molto guidato dal distillato: senz’altro una bella mela, poi procede a larghe falcate verso una dimensione tropicale, fatta di ananas, di kiwi gold, di lime, talora perfino ci pare di trovare del mango. C’è pure una suggestione di vaniglia, certo, ma decisamente trattenuta; poi ecco l’acidità dell’agrume, soprattutto del limone. Appare piuttosto marino, iodato, mentre non troviamo sentori medicinali. La torba è molto robusta, bruciata: ci ricorda le braci di un falò sulla spiaggia.

P: i 40%, forse, non gli rendono pienamente giustizia: ma da un corpo non possente partono comunque energici fendenti a base di una magica miscela di frutta mista, fumo, cenere e acqua marina. Confermiamo lime e kiwi dal naso, e poi ecco l’uva bianca; acqua di mare, si diceva, e un che di zucchero liquido. Un tizzone di legno ardente (o come immaginiamo debba essere il sapore del), braci e tanta tanta cenere.

F: lungo e persistente, ancora legno bruciato e sale. Un sentore d’uva bianca perdura anche qui.

88/100, davvero buono, buonissimo: sappiamo che quando si tratta di selezionare il barile giusto, Giorgio non sbaglia mira, e questa è l’ennesima conferma. Ci direte che siamo venali, ma a pensare che un whisky del genere – di consumo, da bere, non da mettere sullo scaffale per lucrarci due palanche – costava così poco non sappiamo impedirci di versare una lacrimuccia. Grazie a Giorgio per il sample, naturalmente, ma soprattutto grazie per la selezione!

Sottofondo musicale consigliato: Ghali – Cara Italia.

Caol Ila 30 yo (1983/2013, Whiskyforyou, 46%)

Ci siamo già imbattuti in passato in imbottigliamenti a marchio whiskyforyou.it, e sappiamo bene che dietro a questo volitivo nome ci sono due illustri personalità del whisky italiano, e milanese in particolare: facciamo riferimento a Giorgio D’Ambrosio e Franco Dilillo, soci e tra i più importanti collezionisti del nostro amato nettare. I due si dilettano a imbottigliare anche qualche barile, di quando in quando, e storicamente spiccano alcune selezioni con un cavaliere in etichetta – curioso come questi disegni sarebbero stati perfettamente appropriati su una copertina di un disco di power metal una di band tedesca degli anni ’80, ma tant’è. Oggi, dopo il Caol Ila di venerdi scorso, assaggiamo un altro Caol Ila, stavolta di trent’anni, imbottigliato nel 2013 a 46% per celebrare i 40 anni della Pasticceria Dilillo e rimasto da allora nei cuori di molti…

N: avete mai assaggiato un Caol Ila molto vegetale (proprio foglie verdi), minerale (proprio sassi grigi), marino (proprio acqua azzurra) e con solo un filo di fumo appena percettibile (proprio fumo grigio)? Noi no, ma solo perché lo stiamo ancora annusando. Veramente di una nudità incredibile: foglia d’ostrica, olive nere, con note salmastre e di salamoia; quella nota di inchiostro che se non c’è, non è Caol Ila (cit.). Mandorle amare. Sotto, una ‘dolcezza’ molto trattenuta, figlia del tempo e non di un legno aggressivo: un po’ di legnetti di liquirizia, poi una granita al limone, un ricordo di crema.

P: davvero elegantissimo, di grande personalità e pienezza di sapore. Rispetto al naso, appare più dolce e meno ‘ostricoso’, per quanto non diventi mai ruffiano o piacione: tutto giocato su contrappunti dolci-salati, senza strepitare o strillare. Ci sono crema al limone e cera, c’è la foglia d’ostrica e il succo di limone, c’è del tè affumicato (e qui ci confrontiamo con Serge e il suo Lapsang Souchong) e c’è lo zucchero liquido, ci sono erbe infuse e un ricordo di vaniglia.

F: più fumo che nelle fasi precedenti, piuttosto lungo e di media intensità.

C’è veramente poco da dire: un perfetto Caol Ila, elegante, equilibrato e pure non privo di quegli spigoli marini e costieri che tanto andiamo cercando nei whisky di Islay. Ci son voluti trent’anni per mettere in vetro questo whisky, ma ne è proprio valsa la pena: esattamente un Caol Ila da 90/100, secondo i nostri criteri. Bravi tutti.

Sottofondo musicale consigliato: Helloween – Windmill.

Ardbeg Supernova 2015 ‘Committee release’ (2015, OB, 54,3%)

La serie “Supernova” di Ardbeg allude ai più torbati Ardbeg mai prodotti dalla distilleria, ed è considerata generalmente dai maligni appassionati e rosiconi una delle ultime buone cartucce sparate dal caricatore di Moet Hennessy. 100 ppm contro i normali 50, oggi assaggiamo la versione del 2015 (SN2015): l’ultimo atto, si spera, della gara tra Ardbeg e Octomore a chi ce l’ha più torbato. Per la cronaca, ha vinto Octomore.

ardbeg-supernova-2015-0-7l-b-p-ec-1N: sembra un Ardbeg di razza, con tutte le sue cosine al posto giusto… Ha un profilo molto medicinale (garze) e decisamente salmastro (l’oceano, proprio, le ostriche, l’acqua salata…). La smitragliata di torba effettivamente fa vittime (note di braci, di bruciato, di falò spento), anche se probabilmente più di tanto il naso umano non riesce a seguire le fughe in avanti della mente di certi distillery manager. Per il resto, spiccano note agrumate raramente così intense e intriganti, riassumibili in cedro e lime. Infine, il bourbon fa il suo dovere con robuste zaffate di vaniglia, zucchero a velo, marzapane.

P: l’impatto è devastante, in intensità e compattezza. C’è un muro di dolcezza davvero pronunciata, e di una semplicità disarmante: zucchero bianco, vaniglia. Il vero valore aggiunto sta nel contemporaneo attacco congiunto di una torba grave, acre e fumosissima – che fa letteralmente terra bruciata, concedeteci la battuta -, di un lato medicinale quasi antibiotico, che felpa la bocca con le sue note amaricanti, e di una marinità nuovamente oceanica. Ancora una teoria di agrumi amari, lime, cedro, bergamotto. E il limone, dove l’abbiamo messo? L’abbiamo spremuto sull’antibiotico.

F: qui il legno bruciato si prende l’onere della prima voce, in una metamorfosi infinita degli elementi tra il salato, il dolce e l’acido.

Davvero ottimo, un tripudio di intensità che spinge forte su tutti gli hallmark dell’Ardbeg moderno: certo, la dolcezza è tutta oak-driven, ma si integra con grande equilibrio alle tempeste del distillato. Pare ovvio che deve piacere la torba, qui davvero sparata a mille: e a differenza di altre espressioni “celoduriste”, quanto a ppm, qui in effetti pare di addentrarsi in territori davvero super, in cui fumo, bruciato e medicinale aggrediscono i sensi. Tutto molto bello, però, e ci piacerebbe che Ardbeg fosse sempre (almeno) così. 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Philip Glass – Metamorphosis.

Benromach Peat Smoke (2006/2015, OB, 46%)

Benromach è, se vogliamo, la Springbank dello Speyside: la proprietà è di un imbottigliatore indipendente, Gordon & MacPhail, e soprattutto la maltazione avviene in casa, dato che la nostra Benromach è tra le pochissime distillerie ad aver cura di occuparsi della cosa senza delegare ad altri. Le versioni ‘base’ (5 e 10 anni, anche a grado pieno) sono tra i nostri imbottigliamenti recenti preferiti, perché mostrano un carattere oggi davvero inusuale, paragonabile ai whisky degli anni ’60, molto ‘sporco’ e leggermente torbato. Questo “Peat Smoke” dichiara fin dal nome le sue intenzioni bellicose: qui l’affumicatura è in primo piano, come dimostrano i 62 ppm di torbatura (più di Ardbeg, per intenderci) di un malto giovane, di circa nove anni, invecchiato in sole botti ex-bourbon first fill.

brmob-2006v1N: ha proprio una bel fumo di torba acre e denso; è vivace e non ti lascia un attimo di pace. Sembra anche un po’ minerale e persino iodato (???). Camino spento. Poi abbiamo un lato balsamico (aghi di pino e borotalco) e anche una dolcezza ben costruita: pere, mele, cedro candito e liquirizia. E non dimentichiamoci di citare il malto, fieramente presente.

P: niente alcol e corpo pieno. Di nuovo la torba si fa pervasiva, con un sapore denso e fumoso. Sembra di succhiare della terra che brucia. Liquirizia e ancora aghi di pino e tanto limone, mentre la dolcezza non è mai la nota principale, pur se davvero esasperata dalle botti first fill, ma resta sempre in qualche modo sotto scacco per mano di questo fumo così intenso…

F: …che anche al finale si prende la scena per un tempo lunghissimo. Erba bruciata, scamorza. Veramente una sensazione di torba feroce.

Il fumo è davvero eccessivo, così come la dolcezza, molto “liquiriziosa” e tutta caricata dalla botte. Tutto ‘troppo troppo’ per un whisky che, comunque, costando 55€ resta consigliabile nella categoria BFYB: 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Miles Davis – Smoke gets in your eyes.

Kilchoman ‘Machir Bay’ (2016, OB, 46%)

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Machir Bay, c’est moi!

Torniamo sul luogo del misfatto: avevamo assaggiato il Machir Bay nella sua versione del 2015, adesso proviamo un batch dell’anno successivo – anno successivo che è anche anno scorso, per una curiosa coincidenza del caso. Si tratta di un best seller (alla Fiera dell’Artigianato e al Milano Whisky Festival sono state esaurite le scorte), con un rapporto qualità/prezzo molto apprezzato dai consumatori. È una miscela di botti ex-bourbon ed ex-sherry, con un rapporto 80/20, come si evince dall’indicazione (dall’infografica, direbbero i più aggiornati) sulla scatola. Come sapete, siamo stati a visitare la distilleria più artigianale di Scozia ad ottobre, e ci piace linkarvi nuovamente il nostro verboso e sedicente reportage (in due parti: qui la prima, qui la seconda).

schermata-2017-01-11-alle-00-04-05N: sicuramente l’alcol è molto discreto, e lascia godere appieno dei sentori. Una marcata marinità è sugli scudi fin da subito, con un mare di aria di mare, un sentore di nave in tempesta (eh?). Ci si muove sul terreno di una dolcezza nitida ma non eccessiva, timida e calda, certo di vaniglia, ma anche di un fieno caldo: insomma, di cereale. Una nota di candito, forse di cedro? Di certo, ricorda quelle caramelle gommose verdi (se non andiamo errati, sono proprio al cedro, o forse alla mela verde?, e comunque belle dolcine). Succo di mela. L’eucalipto ci porta a ricordarci di un dettaglio, che pure con l’eucalipto ha poco a che fare: il fumo di torba, denso, forte ed acre, ma perfettamente integrato.

P: rispetto al naso, l’intensità è esplosiva e forse inattesa. Coerenza: si sta sempre al mare, con note sapide, proprio di acqua di mare ingollata tra una bracciata e l’altra. C’è un senso di torba terrosa, ‘aspra’ e vegetale, che non ti lascia un attimo e si impasta con grazia ad una dolcezza altrettanto insistita, sostanziata di confetti, succo di mele, vaniglia e mandorle sgusciate. Fave di cacao. Una punta d’eucalipto.

F: torba pesante, chimica e densa. Cioccolato.

Poco da dire: eccellente esempio di un malto isolano, con tutti i crismi richiesti ai torbatoni e non pochi guizzi personali. Conquista l’abbinamento riuscito di intensità e complessità, date le tante sfaccettature e le variazioni sia sul mare che sul lato più dolce (la piccola quota ex-sherry influisce, soprattutto su questo versante). La nostra memoria sarà fallace, e il confronto andrebbe fatto simultaneamente, non a distanza di più di un anno: ma tant’è, rispetto all’edizione 2015 ci pare un passo in avanti, e 87/100 sia. Niente male per un entry-level da 45 euro, eh?

Sottofondo musicale consigliato: Hiss Golden Messenger – Like a Mirros Loves a Hammer.

Laphroaig 14 yo (2000/2015, Hidden Spirits, 48%)

Andrea Ferrari è proprietario di Hidden Spirits, una piccola e bellissima realtà nel nutrito italico mondo dell’imbottigliamento indipendente di whisky; se vi capita di passare da Ferrara, varrà la pena di fare un salto nel suo negozio… Vi consigliamo di leggere questa bella intervista di Andrea concessa ai microfoni di FerraraItalia, intervista che racchiude bene le ragioni e la mentalità che stanno dietro all’esperienza Hidden Spirits. In passato abbiamo già assaggiato qualcosa, ora mettiamo il naso su un Laphroaig di quattordici anni, 180 bottiglie, ridotto a 48%. Forza!

wl0574i2332-25_im273143N: Andrea ama selezionare botti che lascino cantare il distillato, senza coprirlo con sverniciate di legno: anche questo Laphroaig non fa eccezione, svelando la sua anima più marina e indulgendo in una ‘dolcezza’ composta. Ma andiamo con ordine: innanzitutto il mare, con generose zaffate di acqua salata e molluschi (ostriche uber alles). La torba pare più tendere al vegetale e al minerale che non all’affumicato, rivelandosi quasi ‘gentile’ visto lo stile di casa – stile di casa che riemerge evidente con note medicinali, di garze. Poi, una piccola teoria di agrumi canditi, dolci e delicati (limone, cedro); ancora, cristalli di zenzero. Erbe aromatiche da cucina (salvia). Un naso delicato e molto, molto buono.

P: di nuovo si nota subito il mare, con ondate di acqua salata a frangersi sul palato, mareggiata dopo mareggiata. C’è una dolcezza astratta e molto piacevole, trattenuta, tutta giocata tra lo zucchero liquido, una lievissima vaniglia e un qualcosa di fruttato (kiwi, forse?). Tanto, tanto legno bruciato; una bella suggestione erbacea (ancora erbe aromatiche, salvia e rosmarino).

F: molto, molto salato e marino; poi, un senso di bruciato (legno, o anzi: prato bruciato?).

Un Laphroaig apparentemente delicato, certo nudo, pulito e tutto incentrato sulla qualità del distillato – e il distillato di Laphroaig, si sa, di qualità ne ha tanta, più o meno come l’attacco della Juve dell’anno prossimo (purtroppo). Insomma, un imbottigliamento eccellente, per chi non ha timore di sperimentare fino in fondo l’anima di Laphroaig – e al solito, meno male che ci sono gli indipendenti! 88/100, avanti con un altro Laphroaig italiano…

Sottofondo musicale consigliato: Fever Ray – If I had a heart.

Laphroaig Cairdeas 200th Anniversary (2015, OB, 51,5%)

Arrivati a recensire il venticinquesimo Laphroaig, ci rendiamo conto che 1) pur tenendo conto di tutti quelli mai finiti sul sito, ne abbiamo bevuti pochissimi; 2) non c’è più bisogno di spiegare perché Laphroaig sia importante, né perché sia amata, quindi ce e ve lo risparmieremo. Assaggiamo oggi l’imbottigliamento Cairdeas 2015, ovvero quello per il Feist Ile dell’anno passato: ed era un anno particolare il 2015, cioè il duecentesimo di vita della distilleria… John Campbell, distillery manager, ha preparato una ricetta speciale: solo orzo maltato in casa, solo due alambicchi utilizzati (i due più piccolini, i due più vecchi), invecchiamento nella warehouse N.1, età non dichiarata. Andiamo? Andiamo.

July15-LaphroaigCairdeas2015N: poco alcolico, ma per il resto è tanto di tutto… Nel senso che, ad esempio, la ‘dolcezza’ non è solo intensa, è straripante, profonda, giocata su note di pasta di mandorle, di zucchero a velo, perfino di borotalco. I classici biscotti zenzero e cannella di Natale. C’è una nota agrumata incantevole, diremmo proprio di lime, complicata da una punta mentolata. La torba, poi, è sporca, sa proprio di smog, di diesel, e al contempo c’è anche tanta garza medicinale, tanta corsia d’ospedale; ma è un po’ una garza ladra che si è rubata la marinità. Anche oggi abbiamo fatto la nostra battuta pessima, grazie.

P: clamorosamente poco alcolico per la gradazione che ha. L’ingresso è mostruosamente torbato e fumoso, e ancora pare di scendere in un sottosuolo distopico pieno di smog, di fumo, di motori accesi, di plastica bruciata e desolazione. Però poi arrivano assieme dolcezza e (una fenomenale) acidità, indissolubilmente unite e per questo bilanciatissime, con note di confetti alla mandorla e di lime. Il tutto pare accadere nel laboratorio di un dentista, tante sono le note medicinali. Diciamo che l’acidità fa da collante tra una timida dolcezza e uno smog atrocemente intenso. Ancora, niente sale e poco mare.

F: lunghissimo e intenso, ancora lime, ancora smog, fumo, torba, confetti, biscotti ai cereali. Ottimo.

Uno dei Laphroaig migliori che ci sia mai capitato di assaggiare; e le parole sono già anche troppe. 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: Alberto Fortis – Milano e Vincenzo.

Highland Park Whisky Tasting – 20.03.2016

Schermata 2016-03-22 alle 18.51.56Lunedì pomeriggio una delegazione di Whiskyfacile ha pensato bene di affrontare le insidie dell’inizio settimana partecipando ad una degustazione di Highland Park nella splendida cornice del lussuosissimo Ceresio7. Grazie al gentile invito di Germano Pedota di Velier, infatti, ci siamo accomodati in una bellissima sala a bordo piscina sul tetto di un palazzo del centro di Milano, godendoci la presentazione tenuta da Martin Markvardsen, FullSizeRender-18global brand ambassador di Highland Park: vero mattatore, ha intrattenuto la platea con eloquio brillante e ricca aneddotica, introducendo il whisky scozzese e le Isole Orcadi e svelando “dettagli” non di poco conto sulle politiche aziendali del gruppo Edrington (ad esempio: sapete quanto spendono Highland Park e Macallan ogni anno solo per il legno? Più o meno il prezzo del cartellino di Kondogbia, per intenderci). D’altro canto, uno che è stato allievo di Jim McEwan prima a Bowmore e poi a Bruichladdich e che da anni ormai porta sulle enormi spalle il peso di rappresentare Highland Park nel mondo, beh: non poteva che essere bravissimo. E poi diciamolo: visti i bicipiti, avreste mai il coraggio di contraddirlo?

12376660_1131637113521279_9118129981086678732_nAbbiamo assaggiato cinque whisky, tre conosciuti e due in anteprima nazionale. Nell’ordine, abbiamo assaggiato il 10 anni Ambassador’s Choice, un vatting di botti tra i 10 e i 15 anni, tutti ex-bourbon first-fill; poi il Dark Origins; il terzo malto è stato l’Ice Edition, primo tassello della nuova serie a tema vichingo (e noi che abbiamo una solida formazione nel mondo del metal siamo particolarmente sensibili a certi temi), seguito a ruota dai sempre ottimi 18 e 25 anni. Quest’ultimo, in particolare, è veramente un gioiello, probabilmente la versione del core range che ci piace di più…

FullSizeRender-19Ringraziamo ancora Germano e Velier per l’invito: speriamo di poter partecipare ancora, in futuro, ad eventi del genere, perché sono occasioni uniche per assaggiare prodotti di difficile reperibilità e per aggiornarsi e imparare. Ci permettiamo una considerazione: purtroppo buona parte del pubblico pareva tendenzialmente digiuna di whisky – tant’è che insieme ai ragazzi del Milano Whisky Festival ci siamo visti costretti a finire anche i loro bicchieri!, d’altro canto qualcuno deve pur fare dei sacrifici… Ma insomma, ecco la considerazione: ogni appassionato di whisky pagherebbe oro per assistere ad una degustazione del genere.12247764_10208963647152663_2643045918432471274_o Oltre alla qualità dei prodotti, di livello molto alto, la fortuna di avere un brand ambassador competente e divertente come Martin è cosa rara. Perché la prossima volta non sfruttare la sua presenza per organizzare una degustazione pubblica, così da permettere a tante persone magari più ‘motivate’ dei presenti, disposte anche a pagare (l’evento di ieri era gratuito, ad invito), di assaggiare e imparare? Ai posteri l’ardua sentenza: a noi, nel frattempo, il duro onere di bere di nuovo quei due whisky…