Glen Keith 25 yo (1991/2016, Valinch & Mallet, 55,9%)

Davide Romano ci aveva pregato di aspettare, prima di recensire questo Glen Keith, perché quando ne abbiamo recuperato un sample era stato appena messo in vetro, e aveva bisogno di qualche tempo per stabilizzarsi. Sono passati più di nove mesi e adesso, come dire, è giunta l’ora fatale per questo campione. Distilleria chiusa nel 1999 e riaperta nel 2013, Glen Keith è famosa soprattutto perché teatro di esperimenti sulla produzione di single malt da parte della proprietà, Pernod, e del suo dipartimento “ricerca e sviluppo”.

valinch&mallet-geln-keith-25yoN: descrivendolo per sommi capi, ci stordisce subito un cestone di frutta: pesche gialle, mele cotte; poi dolciumi, quindi brioche con la marmellata (cioè confettura d’albicocca, per i secchioncelli), certe croste di torta quasi bruciacchiate… Strudel, e quindi cannella e mela cotta. C’è poi una particolare sensazione, come quando si mette lo zucchero a velo sulla torta calda, appena sfornata; poi, un sottofondo altrettanto ‘pesante’ da crema di marroni. Forse c’è una venatura minerale, ma compare solo a tratti. Marmellata d’arancia, in cottura.

P: se il naso era tutto giocato su suggestioni ‘cotte’, da dolciumi, da pasticceria, il palato è invece molto più fruttato – e certo non ce lo aspettavamo così… Esplode questo lato, si diceva, del tutto dominato dalla tropicalità: maracuja senz’altro, poi ananas maturo; pesche gialle. Ci vengono in mente i lokum (dolcetti turchi), e se dovessimo spingerci ad un’intollerabile divinazione, diremmo: lokum alla rosa. Poi, certo, resta una dolcezza bruciacchiata in sottofondo, ancora da torta dimenticata in forno quel minutino di troppo.

F: molto lungo e persistente, ancora molto fruttato e con note di torta.

È uno di quei barili in bourbon ‘eccessivi’, molto scuri, pesanti – almeno al naso, perché al palato svela una felice incoerenza e aggiunge un’ondata di frutta, soprattutto tropicale, molto piacevole e convincente. Non ci pare un mostro di complessità, ma punta tutto sull’intensità e questa, beh, è una fase che gli riesce molto bene: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Ani DiFranco – Emancipated Minor.

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Blair Athol 21 yo (1995/2016, Valinch & Mallet, 56,8%)

Ancora indipendenti, questa volta dall’Italia: Fabio Ermoli & Davide Romano sono Valinch & Mallet, e stanno in questi giorni annunciando le nuove release autunnali. Noi oggi ci soffermiamo su quelle ‘vecchie’, per così dire, e partiamo da un Blair Athol di ventun anni maturato in un barile ex-sherry. Single cask, a grado pieno, non filtrato e freddo e non colorato, ovviamente: ma non è anche per questo che amiamo gli indipendenti? Le premesse per un grande spettacolo ci sono tutte…

N: molto intenso, compatto e, se ha un senso, ‘cupo’. C’è una sensazione di frutta scaldata, appena uscita da un forno, come una crostata alle arance; oppure, proprio la marmellata (di arancia, ca va sans dire) in via di preparazione che ribolle nella pentola. Mela rossa, anche un che di pesca, sempre in versione ‘calda’. C’è poi un graffio minerale, sottile, come di legno umido (sa un po’ di warehouse) o forse di tabacco da sigaro; c’è la frutta secca (noce, nocciola), forse una polvere di caffè. Col tempo si scurisce, con anche cioccolato e una cola in crescita costante. Pane dolce all’uvetta.

P: anche qui si conferma compatto, difficile da sezionare; e però c’è una grande sovrastruttura che si coglie immediatamente, ed è un agrume pervasivo: arancia in marmellata, buccia di arancia, ma anche un liquore all’arancia. Abbiamo già scritto “arancia”, per caso? Ci sovviene, quindi, un’epifania di Fiesta: appunto agrumata, con pan di Spagna saporito e cioccolato. Poi c’è un sostrato di caramello, infinito, impastato con la frutta secca. C’è un senso di legno infuso, umido; carruba, e un velo di caffè, con uno sherry torbido, appena al qua del limite del sulfureo...

F: lungo e persistente, c’è una sensazione di pan di Spagna, frutta secca, ancora un sacco di arancia variamente declinata.

87/100: molto buono, intensissimo, piuttosto composito e impreziosito da quelle sfumature minerali che tanto ci piacciono. È uno stile di sherry cask ‘greve’, denso, aggressivo, pur senza essere il classico sherry monster – e il colore ce lo dimostra già alla perfezione. Ci piace rilevare come il nostro voto sia lo stesso di Serge e Sebastiano e Davide, e soprattutto – molto più importante – l’interpretazione complessiva e la descrizione siano assai simili.

Sottofondo musicale consigliato: Parcels – Overnight.

Linkwood 26 yo (1989/2015, Valinch & Mallet, 53,1%)

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c’è qualcosa di edipico in questa foto…

Davide Romano, una delle due anime di Valinch & Mallet insieme al baffuto Fabio Ermoli, ci ha sempre detto grandi cose su questo single cask di Linkwood messo in vetro l’anno scorso; noi l’assaggiamo solo oggi, sapendo che i due ci hanno abituati molto bene con le loro selezioni… Si tratta di un ex-bourbon del 1989, imbottigliato ovviamente a grado pieno e senza colorazioni, proveniente da una distilleria dello Speyside che ha la sfortuna di vedere pochi imbottigliamenti ufficiali a fronte di una produzione per lo più destinata ai blended di casa Diageo.

linkwood26_valinch__mallet_single_malt_scotch_whiskyN: incredibilmente fresco dopo 26 anni di botte, ben poco appesantito da legno e spezie, Ciononostante risulta di grande struttura ed esibisce un muro di frutta parecchio spesso. Dominano la frutta gialla (pere e albicocche succose) e gli agrumi (arancia ma anche cedro). Sulle note ufficiali del sito di Valinch ci sembra particolarmente felice l’intuizione del mirtillo, a cui ci piace aggiungere fragole fresche. Che ricchezza! Il senso di compattezza di questo naso è poi persino aumentato da una nota maltosa davvero pronunciata, di cereale caldo, di biscotto secco. Zenzero e un filo di tabacco.

P: davvero solido e con un alcol tutto sommato trascurabile. Rispetto al naso, si fa un poco più dolce e più ‘scuro’. C’è ancora la frutta gialla, con pere e mele, ma diventa più calda, quasi in marmellata. Si sente bene una tostatura che assieme alle note dolci ricorda lo zucchero caramellizzato o la torta bruciacchiata appena tolta dal forno. Di nuovo piacevolmente maltoso. Una sorpresa finale in un neologismo: eucaliptico.

F: lungo, maltoso e fruttato e ci pare persino di recuperare una nota minerale.

Eccellente. Offre tutto quello che si desidera da una distilleria dello Speyside, note fruttate intense e cereali croccanti (…) sempre in primo piano; la nota deliziosa leggermente minerale al finish offre un seppur minimo twist sul tema principale, e noi apprezziamo tanto. 89/100, bravissimi ragazzi.

Sottofondo musicale consigliato: De La Soul feat. Estelle – Memory of… (US).

Tomatin 24 yo (1990/2015, Valinch & Mallet, 56,2%)

Ultimamente Tomatin sta rilanciando il proprio marchio: la mossa più evidente è il cambio del packaging, con nuove bottiglie (molto belle peraltro) e nuove etichette, ma anche le strategie commerciali paiono accodarsi al trend delle distillerie più quotate: single casks, release limitate, selezioni superpremium con invecchiamenti importanti e costi adeguati alla collocazione. Noi abbiamo sempre apprezzato Tomatin, ma con sgomento non ne conserviamo espressioni ufficiali tra i sample: per fortuna abbiamo un single cask di 24 anni, imbottigliato dai quei due mascalzoni di Valinch & Mallet (la botte è a metà con whiskybroker), da botte ex-sherry.

Schermata 2016-07-22 alle 11.40.52N: complice anche la gradazione monstre, ha un naso molto compatto e (sulle prime, per lo meno) difficile da penetrare. Prevalgono le note educate di frutta disidratata: dall’uvetta alle bacche di Goji (…), all’albicocca. Ha un che di minerale ed erbaceo, che assieme alla timida frutta ci fa immaginare persino un’acidula melagrana; se non sembrasse brutto da dire, potremmo spingerci a parlare di aceto bianco di mele, tutto giocato sull’ossimorico filo di una zuccherina acidità. Pian piano si apre su note al limite della vaniglia e della frutta gialla: davvero particolare e challenging, continua a cambiare e mai si concede uno sguardo ruffiano.

P: frutta rossa?, torte cremose?, un pizzico di malizia? Niente di tutto ciò, l’interazione con la botte ex-sherry (ipotizziamo: di non primo riempimento) ha qui portato a risultati inattesi: note di pera acerba, di vino bianco, passando per una multiforme suggestione di fieno, di uva bianca. Una venatura minerale? Un po’ di limone, forse anche di zenzero?, e uno strano e astratto senso che sta a metà tra il cioccolato e il mentolato. Con acqua, si fa un poco più dolce (si va verso la mela gialla) ma nel complesso lo preferiamo a grado pieno, più tosto e tagliente.

F: di medio-lunga durata, molto pulito, minerale e ancora dalle tinte gradevolmente acidule.

Beh, un whisky veramente sostenuto e talmente poco agghindato da sembrare nudo: Valinch & Mallet ci ha abituato a scelte peculiari, talvolta all’insegna della botte molto attiva, talvolta tutto all’opposto… Qui siamo decisamente in questa categoria, con un eccellente distillato in primissimo piano anche dopo 24 anni di interazione con un legno evidentemente levigante e poco attivo. La scelta ci piace, senz’altro, anche se – a onor del vero – dobbiamo avvertire che si tratta di un Tomatin che può risultare difficile, austero, soprattutto al naso: ma anche questa è una scelta che ci piace, no ai deboli di cuore, sì all’ardimento! 88/100, avanti il prossimo.

Sottofondo musicale consigliato: James Senese, Napoli Centrale – Ngazzate Nire.

Glen Grant 25 yo (1990/2015, Valinch & Mallet, 57,5%)

Sabato scorso abbiamo partecipato alla degustazione di Glen Grant al celebre speakeasy milanese “1930”: domani daremo conto della bella serata, ma intanto prendiamo spunto da lì per introdurre l’imbottigliamento che sezioniamo aujourd’hui. Trattasi infatti proprio di un Glen Grant, selezionato e imbottigliato da Valinch & Mallet, giovane imbottigliatore che ha riscosso consensi al suo esordio a Limburg, praticamente il Bernabeu degli eventi whiskofili: single cask ex-bourbon a primo riempimento, venticinque anni di invecchiamento. Il colore (sembra una battuta, a pensare alle campagne pubblicitarie di GG) è chiaro.

Schermata 2016-04-29 alle 19.06.59N: quando una distilleria è coerente… Pulito, pulitissimo: a grado pieno, è molto intenso e compatto ‘quantitativamente’ se pure delicato ‘qualitativamente’. I descrittori sono pochi e difficili da separare: c’è un bel malto croccante in primissimo piano (qui nella versione di ‘crosta di pane’); un sacco di marzapane; un po’ di frutta gialla profumata (mele); assi di legno. C’è anche un lato vagamente speziato, ma soprattutto erbaceo – che non sappiamo però sezionare e specificare (per compiacere Davide: “roba speziata ed erbacea”). Cioccolato bianco.

P: ha veramente classe; dopo 25 anni la botte si è comportata da gentildonna, infondendo decisi (ma non eccessivi) sapori di legno e tanto marzapane. E così, il malto si è potuto mantenere in vita, e di fatto risulta senz’altro il vero protagonista, croccante e concreto. Cosa vuol dire quest’ultima dittologia? Boh. Col tempo si apre, ed escono note decise di limone e cedro, forse di zenzero; mela. È sì dolce, ma questa dolcezza viene poi riagguantata da un legno non tanto amaricante, quanto ‘erbaceizzante’. L’acqua libera una dolcezza un po’ più ‘mielosa’.

F: pulito e lungo, sciroppo d’acero, tè verde, marzapane. Ancora una dolcezza fruttata molto delicata.

Il malto di Glen Grant riesce a emergere bene dai 25 anni in botte, sviluppando note erbacee e un po’ trattenute, austere, vegetali e limonose, con un apporto del legno davvero rispettoso nonostante il first-fill. Detto ciò, ammettiamo candidamente di non essere riusciti a dominarlo appieno, diciamo che abbiamo la sensazione di non averlo capito fino in fondo… Ragion per cui, condensando le nostre provvisorie impressioni in un 87/100, dovremo per forza riempirci un altro paio di sample per riassaggiarlo. Magari anche tre, dai.

Sottofondo musicale consigliato: Donald Fagen – I.G.Y. (What a Beautiful World).

Benrinnes 18 yo (1997/2015, Valinch & Mallet, 52,5%)

Proseguiamo il nostro piccolissimo tour attraverso le distillerie misconosciute dello Speyside e, sempre a cavallo di un imbottigliatore indipendente, testiamo Benrinnes, direttamente da Aberlour, Banffshire, Spesyide. Di proprietà di Diageo, Benrinnes è celebre (forse solo tra noialtri disadattati appassionati di questi dettagli tecnici) per avere ancora i worm tubs a raffreddare i vapori degli alambicchi e per aver operato fino a pochi anni fa una “tripla distillazione parziale” (era la sola, insieme a Springbank, a farlo: ora è rimasta solo la storica distilleria di Campbeltown – grazie a Davide per la segnalazione). Per voi queste parolette non contano nulla? Male male!, ma in fondo anche a noi ciò che più interessa è quell’istante di gloria in cui il distillato sta nel nostro bicchiere… Si tratta di un single cask ex-bourbon selezionato da Valinch & Mallet, che ai nostri occhi deformanti deve riscattarsi dopo un Glentauchers troppo ‘normale’ per gli standard cui ci ha abituato.

valinch&mallet-benrinnes-18yoN: innanzitutto, poco sembra l’impatto dell’alcol e grande l’equilibrio tra varie componenti: ha una maltosità calda, briosciosa e dalle spalle larghe, che però si lascia contrappuntare splendidamente da aromi legnosi/speziati (legno caldo, cannella e buccia d’arancia per infusi, erbe in macerazione tipo vermouth) altrettanto profondi. Frutta gialla molto invitante, con pere passate nel burro e pesche affogate nel gelato alla vaniglia; poi miele affogato in sé stesso e cioccolato bianco. Non manca nemmeno un pit di frutta tropicale molto matura e acidognola, quasi fermentata (maracuja).

P: di nuovo, alcol non pervenuto. A tratti, rivela qualche fascinazione di malto “di una volta”, con un primo ‘velo’ minerale e una maltosità elegantissima. Certo la cremosità burrosa e la vanigliona del bourbon si fanno sentire, ma poi (oltre ad una frutta secca onnipresente, dalla noce alla nocciola) c’è una frutta composita davvero spettacolare: ancora pere e maracuja, poi banana; frutta cotta (mele e prugne). Interviene molto anche il legno, ad appesantire con una nota di infusi e di erbe macerate al limite dell’amaricante. Si può anche giocare con l’acqua, che esalta una nota di peperoncino e di noce moscata. Esce pure una dolcezza piacevole e ancora più intensa, tipo marshmallow.

F: lungo, con tanta crema, frutta gialla burrosa e mix di frutti tropicali.

È un vero whisky “che sa di whisky”, come amiamo dire talvolta: nitido ma non semplice, di corpo ultra masticabile e con botte clamorose di sapore, con una dolcezza grande ma mai stucchevole. Ci è piaciuto molto come tipologia di malto, esplosivo e raffinato; molto equilibrato, nonostante il legno qua e là (soprattutto verso il finale) si faccia sentire. Stiamo su un ottimo 88/100, e ancora tanto di cappello a Fabio e Davide.

Sottofondo musicale consigliato: Elio e le storie tese – La follia della donna (parte 1).

Glentauchers 17 yo (1996/2015, Valinch & Mallet, 52,2%)

Di proprietà di Pernod, Glentauchers riposa placidamente nel cuore dello Speyside. Il whisky lì prodotto è tradizionalmente utilizzato per il blending: è infatti parte strutturante di Ballantine’s, un tempo lo era del Teachers… Insomma, l’ennesima distilleria misconosciuta, una zona d’ombra nella quale cercare gioielli nascosti, dimenticati: e sappiamo bene che al giorno d’oggi la scommessa è proprio infilarsi nelle maglie dell’industria del whisky, trarne gemme impolverate e riportarle all’attenzione dell’esigente appassionato.

Schermata 2016-02-24 alle 12.37.47N: il primo impatto rivela note di solvente e, soprattutto, di un’imponente mandorla, di orzata… Si sentono belle sensazioni di legna calda al sole, ed anche di vaniglia e burro. Frutta gialla, mela e il nostro amato pasticcino alla frutta (crema pasticciera e pasta frolla). È un profilo molto regolare, da perfetto speysider coi panni risciacquati nel bourbon, ma comunque di pregevole ed innegabile eleganza.

P: un po’ alcolico all’imbocco; mantiene ciò che il naso prometteva, ma con un’intensità davvero deflagrante, con lingue di sapore massicce e insistenti. La dolcezza è tutta sulla pasta di mandorle, sulla vaniglia, anche sul miele… Frutta gialla astratta e intensa. Ma soprattutto è il biscotto al burro che domina lo show. Si agitano qui e là fini nervature lievemente erbacee e cerealose. Con acqua l’intensità diventa più accessibile e il complesso pare più dolce, più zuccherino; ma anche più maltoso, sembrando più bilanciato.

F: pasta di mandorle, vaniglia e biscotti al burro, infiniti.

Buono, sostanzialmente privo di difetti, rotondo e ben cesellato, con una notevole intensità al palato, è in fondo un whisky didattico: regala quello che ci si aspetta da uno Speysider in bourbon di quest’età, nulla di meno e nulla di più. Ma in fondo, se vogliamo, questo è anche il suo limite, dato che – al nostro discutibile giudizio – gli manca quel quid per emergere, per distinguersi sulla massa informe, per diventare un cavallo vincente: gli manca quella nota inattesa che ancora ci sa riportare ai primi stupori di fronte alla maestosa complessità del whisky. E Valinch & Mallet ci ha abituato troppo bene, non ci accontentiamo di malti scolastici: a proposito di scuola, se non potremmo certo mandare questo whisky dietro alla lavagna, sul registro non ci sentiamo di andare sopra gli 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Elisa – No hero.

Ben Nevis 17 yo (1998/2015, Valinch & Mallet, 58,6%)

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Ciao, sono Quintiliano!

Carissimi, oggi una bella lezione di retorica: l’anadiplosi (o reduplicatio, per chi preferisce menarsela deppiù) è quella figura retorica in cui l’ultima parte di un segmento sintattico viene ripetuto all’inizio del segmento sintattico successivo: insomma, una o più parole che stanno alla fine di una frase, o di una strofa se si tratta di poesia, sono ripetute all’inizio della frase o della strofa successiva. Questa settimana vi daremo sul blog una dimostrazione pratica dell’anadiplosi, in un senso però – come dire – ampio: oggi, ultima recensione della settimana sarà un Ben Nevis in sherry di un imbottigliatore indipendente italiano, la prossima settimana la prima sarà ancora un Ben Nevis indipendente itaiano. Bello, eh? Capìta l’anadiplosi? Eh? Siamo a corto di idee per i cappelli introduttivi? Forse sì, ma checcifrega! Ad ogni modo, Ben Nevis (distilleria alle pendici del Ben Nevis, la collinozza più alta di Scozia, che dunque viene creduta montagna – sì, feticisti della Scozia, insultateci pure adesso, non abbiamo paura di voi!) è distilleria di proprietà giapponese (Nikka), proprietà che l’ha riaperta negli anni ’90 dopo un decennio di silenzio. Il distillato di BN è tipicamente ‘dirty’, sporco, caratterizzato da note sulfuree e ferrose; forse questo dipende dal fatto che, almeno fino a pochi anni fa, BN era la sola distilleria con Benromach ad utilizzare un lievito particolare (brewer’s yeast) generalmente amato dai birrai e non dai distillatori. Questo è un single cask ex-sherry selezionato da Valinch & Mallet, marchio italiano che abbiamo imparato ad apprezzare in questi ultimi mesi.

Schermata 2016-01-22 alle 11.06.10N: per essere a quasi 60%, si lascia avvicinare senza offendere; ben più appuntito e spigoloso è il contenuto… La nota ‘sporca’ e sulfurea di Ben Nevis è qui portata all’estremo, con suggestioni vivide di bacon crudo, burro fresco, cuoio; poi un che di lievemente ruginoso, oltre alle solite arance rosse stramature (per non dire marce). Liquore all’arancia. Via via che il naso si abitua, si fanno strada pan di Spagna pucciato nel liquore, zuppa inglese, uvetta; anche confettura di fragola, in piacevole crescita. Un fievole rabarbaro, a tratti. L’acqua ammorbidisce molto il lato sulfureo e, per così dire, addolcisce, lasciando emergere belle note di mou (anzi: di mou alla liquirizia, non temiamo di dire la marca, Elah).

P: errata corrige, al palato i gradi si fanno sentire tutti, dal primo all’ultimo. È uno tsunami di ‘sporcizia’, con in grande evidenza ancora il sulfureo, l’arancia troppo matura, il cuoio, ancora la carne (porco, bacon). Poi, oltre a ciò, un che di pesche caramellate, di zuppa inglese, ancora di rabarbaro. La frutta rossa rimane appena suggerita, e di nuovo sotto forma di confettura bruciacchiata di fragole, contribuendo a formare l’idea di un profilo molto greve e pesante. Verso il finale, tabacco, un sacco. Anche qui, l’acqua ‘pulisce’ parzialmente quelle forti note sulfuree, e rende più strutturata e pervasiva la dolcezza: oltre a quanto detto prima, ancora la suggestione di toffee alla liquirizia e – udite udite – la goiaba. Si fa anche più tannico e leggermente allappante.

F: tabacco ancora, con anche qualche cosa di fumoso; molto lungo, infinito anzi, con note di goiaba, carruba e toffee alla liquirizia.

BenNevis

Amenità

L’acqua è essenziale per permettere a questo Ben Nevis di dispiegare tutte le sue potenzialità, anche attutendo le incendiarie note alcoliche del palato; detto ciò, rappresenta uno stile ben preciso – noi non siamo esperti di abbinamenti con sigari, ma questo è proprio il tipo di malto che ci dicono essere perfetto per la bisogna (come certi Glen Scotia, ad esempio). Se vi piacciono i sapori forti, se non temete le note sulfuree e una dolcezza profonda e greve, vi farà impazzire; noi restiamo intimiditi dalla violenza e ci fermiamo a un rispettoso 85/100. Estremo.

Sottofondo musicale consigliato: Prodigy – Smack my bitch up.

Strathmill 26 yo (1988/2014, Valinch & Mallet, 50%)

Strathmill è distilleria dal nome evocativo, dato che significa “il mulino nella lunga valle”; la maggior parte del whisky lì prodotto finisce in blended (J&B, ad esempio), dato che non c’è un core range ufficiale ma solo qualche episodico imbottigliamento. Per questo, e la cosa vale per tante altre delle distillerie meno conosciute di Scozia, bisogna rivolgersi agli imbottigliatori indipendenti per accedere al segreto degli aromi tipici di Strathmill – nostra fortuna è l’avere un sample di questo ventiseienne selezionato da Valinch & Mallet, e siccome la fortuna bisogna coglierla quando c’è, beh, beviamo.

117262-normalN: molto accogliente ma delicato, quasi timido. C’è un malto molto evidente e insistente (mollica di pane, panini al latte), impastato con note di fiori freschi, profumati e odorosi. Ci sono poi suggestioni di una ‘dolcezza’ molto trattenuta, tra un velo di marzapane e una frutta dolce fine (albicocca, pesche succose). Note di fiori d’arancio; sulle prime trovavamo note di limone che però pian piano vanno limandosi.

P: l’alcol è inesistente. Molto pulito e ‘vegetale’, erbaceo, e se al naso l’avevamo solo intuito, qui il profilo si fa ancora più stile-Lowland. Si accentua quella nota floreale (fiori recisi), ancora unita ad una maltosità fatta di pane. Per il resto, non esibisce arroganti spalle larghe, preferendo una dolcezza gentile gentile fatta di frutta gialla e un che di tropicale (qualcuno ha detto Glenlivet? sì, lo ricorda, anche se ‘attutito’). Nota leggera agrumata acerba, a completare un palato che si richiude…

F: …con grande pulizia al finale, ancora su erbaceo maltoso floreale e pane. Malto dominante pulitissimo.

L’abbiamo scritto sopra: è un whisky maturo in pieno stile Lowlands, esibisce alla grande tante sfumature dell’unico ingrediente del whisky, il cereale; ha note floreali ed erbacee davvero piacevoli – ovviamente, dovete apprezzare questo tipo di profilo, che sempre più è difficile da trovare in questi tempi dominati da legni aggressivi. 87/100, grazie a Davide e Fabio per il campione. Ah, non avevamo mai assaggiato uno Strathmill sul sito, era una delle (ormai poche) distillerie mancanti; segniamo una tacca sul fucile e andiamo verso la prossima preda.

Sottofondo musicale consigliato: Palace music – West Palm Beach, canzone bellissima!, è Bonnie Prince Billy, per chi non lo sapesse.

Bowmore 25 yo (1990/2015, Valinch & Mallet, 52,5%)

Ci piace rimanere su Islay, e come avevamo promesso non ci spostiamo neppure di distilleria: al fianco di un piacevolissimo 8 anni ufficiale, abbiamo assaggiato un single cask di Bowmore, maturato 25 anni e imbottigliato da Valinch & Mallet, selezionatore italiano di cui stiamo iniziando a scoprire le potenzialità. Poche parole, tanto whisky:

12312534_10153284761011958_1019409631_nN: tutto veramente monstre, compresa la sua innata delicatezza. La torba c’è, ma come da tradizione di casa Bowmore è più minerale, terrosa e acre che non fumosa o bruciata. Ha una marinità certo presente, anche se molto levigata. Ciò che davvero stimola le nostre sinapsi è però il lato più zuccherino, diviso in due fazioni: da un lato c’è una dimensione tropicale, fruttata e floreale davvero magnifica (maracuja, lime; fiori, lavanda ed erica; caramelle alle violette); dall’altro, una cremosità crescente sostanziata di vaniglia e confetto. Un che di balsamico, proprio eucalipto.

P: da subito arriva una botta atrocemente compatta, non va per fiammate, ma è un muro di intensità costante. Questo è il risultato di uno scontro-fusione tra acqua di mare e frutta esuberante, che appunto porta a questo sapore unico: Bowmore!  Ripartiamo dalla frutta: lo spettacolo tropicale è di mango e maracuja, ma anche pesche succosissime; fragole, a sorpresa. All’improvviso una suggestione di fruit joy (sì, scusate) alla frutta, miste, tutto il pacchetto ingurgitato assieme. C’è una cremosità vanigliata, ma senza mai prevaricare la frutta. In aumento il fumo di torba, anche se molto discreto; manca solo una splendida venatura floreale, ancora tra violette e lavanda, che c’è, eccome. Chapeau.

F: legno bruciato, floreale, poi frutta intensissima… Ti rimbomba sontuoso nella testa per ore.

È un whisky eccellente, mostra perfettamente il miglior volto della distilleria per come lo abbiamo conosciuto nella nostra pur limitata esperienza: unisce un raffinatissimo lato torbato, minerale e marino ad un altro fruttato e floreale di grandiosa intensità, ha un naso complesso e compito ed un palato esplosivo. 93/100; complimenti ancora a Valinch & Mallet. Più passa il tempo, più questi Bowmore ci convincono, bene bene…

Sottofondo musicale consigliato: Lawrence Arabia – The Bisexual.