Glenlossie 17 yo (1997/2014, Signatory Vintage, 46%)

Ancora un esordio su whiskyfacile! Assaggiamo oggi il primo Glenlossie della nostra carriera di blogger recensori, e dobbiamo ammettere che un po’ ce ne vergognamo. Si tratta di un marriage tra due barili (817 e 818) selezionati e imbottigliati da Signatory Vintage, celebre e stimato imbottigliatore indipendente distribuito in Italia dall’indefessa Velier. Glenlossie non ha un suo core range, e l’unico imbottigliamento ufficiale disponibile è il Flora e Fauna 10 anni. Una caratteristica che fa spiccare la distilleria è la presenza dei purifiers negli spirit stills, ovvero aggeggini con l’esplicita funzione di aumentare il riflusso nell’alambicco – e dunque, ridurre le impurità. Che ce ne facciamo di questa informazione? Beh, la teniamo buona per l’aperitivo di stasera, tutte le ragazze (si sa) non sanno resistere al fascino di chi discetta con disinvoltura di queste amenità.

N: un manuale dell’invecchiamento in bourbon, con generose ondate di vaniglia, cocco (quanto cocco!), una noce di Pecan molto intensa, cremosa… parzialmente mitigate da un distillato pulito, senza articolari increspature (sarà il purifier? o sarà la suggestione?). Banana molto matura, in linea col profilo ci cui sopra; forse anche un che di pandoro? Vagamente vegetale e con una minima quota agrumata (lemongrass), soprattutto dopo un po’. Affascinante perché oscilla tra un profilo sfacciatamente bourbonoso e uno più intrigante made in Scotland. Dopo un po’, qualche nota speziata, tra la noce moscata e la matita appena temperata (ok, legno).

P: ripropone quella stessa dualità di cui sopra, giocata tra vegetale e cremoso. Emerge infatti una dolcezza intensa, da latte condensato, ma anche un erbaceo da tè, o da infuso d’erbe; e poi c’è ancora vaniglia e cocco, ma anche erba limoncina. Frutta gialla fresca e matura, in un contesto certo non di brutale complessità ma non privo di una sua personalità seducente.

F: come ci si poteva attendere, il finale non è lunghissimo, anzi, scema rapidamente in una delicata base per torte (pastafrolla, crema, malto).

85/100. Buono, piacevole, beverino come un succo di frutta. Un esempio efficacissimo dei piaceri della ricerca tra marchi poco conosciuti: anche le distillerie dello Speyside che fanno solo whisky per i blended possono regalare gioie!, a 50€ ancor di più.

Sottofondo musicale consigliato: Drake – Worst behaviour.

Yamazaki 12 yo (circa 2013?, OB, 43%)

Questa è una boccia storica: di fatto è la prima ‘giapponesata’ ad essere stata commercializzata in modo massiccio nel decadente mondo occidentale, e per questo si è guadagnata uno status di tutto rispetto nel panorama del malto. Pioniere insomma, un po’ come Alexi Lalas nel Padova del 1995. Ora – o tempora o mores – anche questo Y12 è stato fagocitato dal mercato matto e disperatissimo, e sostituito da almeno un anno e mezzo da un più snello Yamazaki senza età dichiarata. Ringraziamo Alessandro, il vero brand ambassador del whisky nipponico in Italia, per il copioso sample.

N: un filo pungente, ci stupisce per dei profumi di legno fresco, appena tagliato, molto presenti fin dall’inizio. Al fianco c’è poi un’anima più decisamente fruttata, sulla mela gialla e in generale frutta ‘astratta’, tipo cesto di frutta o macedonia, forse un filino di arancia leggera. Si apre progressivamente su note più cremose, di vaniglia e crema pasticcera. Miele. Confettura di albicocca.

P: c’è un po’ quel profilo fresco e poco impegnativo del naso, tra vaniglia, miele, una frutta fresca in macedonia un po’ indistinta, dell’uvetta, e una sensazione di legno e tanta frutta secca, soprattutto nocciola. C’è anche un che di speziato, magari cannella. C’è tutto, anche abbastanza bilanciato, ma nulla spicca davvero: e l’intensità non propriamente esplosiva non aiuta.

F: abbastanza lungo, giocato soprattutto sulla frutta secca.

Fa il suo, intendiamoci: è un entry-level e come tale si comporta, con tutta la morbidezza che si conviene. Forse avevamo aspettative troppo alte, di certo ci siamo rimasti un po’ male per un profilo certo molto giapponese ma come ‘depotenziato’, con poco grip. Il prodotto c’è, è buono, per carità: non è forse il nostro dram ideale, diciamo. Siamo diventati dei fighetti? Nel dubbio, 81/100.

Sottofondo musicale consigliato: Apparat – Limelight 

 

The Peat Monster (2016, Compass Box, 46%)

Schermata 2017-03-07 alle 21.55.54Voi sapete che Compass Box sta rivoluzionando il concetto di blended, e se non lo sapete potete ad esempio rileggerci qui; noi siamo rimasti affascinati dall’idea alla base di questi whisky e – soprattutto – dalla qualità trovata nel bicchiere durante i frequenti assaggi… Oggi torniamo a vagare per i magazzini di John Glaser e peschiamo da una bottiglia molto fumosa, molto torbosa, con un’etichetta bellissima: e siccome quelli di Compass Box hanno un grosso problema con la trasparenza, noi sappiamo tutta la composizione di questo Peat Monster: 40% Laphroaig, 20% Ledaig, 13% Caol Ila, 26% Ardmore, 1% di un vat di Teaninich, Dailuaine e Clynelish finiti per due anni in botti ex-Borgogna. What the fuck?, avrà esclamato qualcuno…

vatted_com4N: lo zampino di Islay è ben presente, con una marinità frizzante e spumosa molto evidente: acqua di mare, soluzioni saline, iodio. Al contempo fa capolino una nota di formaggio dolce (emmenthal) e forse di una giovane scamorza affumicata – da qui un cenno alla torba, acre e densa, bella fumosa ma non prevaricante. Pian piano dalle retrovie emerge con crescente intensità una dimensione fruttata molto piena e gradevole, tra un cenno di cedro candito e una fettina di ananas (c’è del tropicale, insomma), e con una bella purea di pera odorosa.

P: che piacere. Il corpo è denso, ha una bellissima texture. Parte molto medicinale, con note di garza, di antibiotici amari (?); c’è tanto legno bruciato, proprio cenere, con appena un morso di ostrica. Borotalco. Poi una dolcezza grossa, da marshmellow, da caramella, molto profonda, e un senso di bastoncino di liquirizia addentato – anche se c’è una dolcezza da whisky giovane, di canditi.

F: lungo e persistente, ma non così massiccio come si sarebbe potuto immaginare. Ancora perdura quella nota amara e medicinale, abbinata ad un vago senso marino. Torna il cedro candito e ovviamente non si spengono le braci (cenere).

Buono buonissimo, a dover sparare a tutti costi un’ovvietà diremmo che la quota di Laphroaig, presumibilmente piuttosto giovane, si sente molto con le tipiche note medicinali (forse acuite da Ledaig?); ad ogni modo, siccome la composizione ce l’abbiamo davanti agli occhi, pare veramente un esercizio sterile il nostro, e dunque limitiamoci a sentenziare 86/100 così da dichiarare tutta la nostra soddisfazione. A 50€ è un’ottima alternativa ai ‘soliti torbati’, consigliamo.

Sottofondo musicale consigliato: Kalamata – My.

The Macallan Tasting @Ceresio7 – 6-2-2017 (e due recensioni)

schermata-2017-02-07-alle-15-26-48Grazie alla consueta ma non scontata cortesia di Velier (nelle persone di Chiara Barbieri e Germano Pedota), siamo stati invitati alla presentazione di alcune referenze di Macallan presso la splendida cornice del Ceresio7 Pools & Restaurant a Milano. Ora, vi rendete perfettamente conto che tra i tanti peccati cui un uomo può concedersi, il rifiutare una degustazione un lunedì pomeriggio è forse tra i più deprecabili: e dunque uno di noi ha avuto cuore di sacrificarsi, oseremmo dire: di immolarsi sull’altare del senso del dovere.

schermata-2017-02-07-alle-15-25-28Il luogo, che avevamo già visto sempre grazie a Velier e al gruppo Edrington (i più attenti ricorderanno la degustazione di Highland Park dell’anno passato), conferma la sua bellezza – rispetto a quel primo evento, qui risalta la deliziosa eleganza di Nicola Riske, Brand Ambassador di Macallan per il Sud Europa, senza nulla togliere al nerboruto Mikael Markvardsen di HP… A Nicola siamo particolarmente affezionati perché, al nostro primo Spirit of Scotland ormai 4 anni fa, proprio lei acquistò una maglietta di whiskyfacile: se pure non dovesse conservarla più, resterà senz’altro la nostra brand ambassador preferita, sappiatelo. Quanto a The Macallan, beh, pare superfluo dire che si tratta di uno dei marchi iconici per eccellenza: da decine di anni il brand coincide con il concetto stesso di scotch, e ha attraversato in lungo e in largo il mercato del lusso ben prima che la stessa idea venisse in mente ai piani intermedi dell’industria dello scotch. Sappiamo anche che negli ultimi anni ha dovuto difendersi da non poche (giustificatissime) critiche da parte dei whiskofili duri e puri, dopo aver abbandonato per molti imbottigliamenti sia l’indicazione dell’età che l’invecchiamento in sole botti ex-sherry, due dei capisaldi di Macallan nel corso di tutto il secondo Novecento (anche se alcune nuove release per altri mercati fanno intravedere possibili cambi di strategia) e dopo aver esplicitamente privilegiato il mercato del lusso puro con poco riguardo verso quella stessa comunità di appassionati che tanto aveva contribuito a rendere Macallan, beh, The Macallan.

schermata-2017-02-07-alle-15-43-28Il percorso di degustazione è iniziato dal 12 anni ‘Fine Oak, da quest’anno reintrodotto sul mercato italiano – come già ricordavamo qui, proprio la serie Fine Oak è stata a suo tempo responsabile di quella diffusa disaffezione nei confronti di Macallan. Questo 12 anni è il risultato della miscela di tre tipologie di botti: quercia americana ex-bourbon, quercia americana ex-sherry, quercia spagnola ex-sherry – si tenga conto che il punto su cui maggiormente Nicola ha insistito è proprio l’investimento nei legni, dato che “il 70/80% del carattere del whisky è dato dalla botte”. Definito uno “springtime dram“, il 12 anni Fine Oak pare un’ottima introduzione al whisky, coerente con lo stile di molti Speysiders di media età: colpiscono, soprattutto al naso, note di canditi, di zenzero, forse perfino un accenno di lievito; certo note più rotonde di miele e mandorle agevolano la rotondità del palato, con un finale parso un po’ più ‘secco’, con qualcosa di frutta essiccata (albicocche?). Complessivamente è un buon whisky, meritevole (indicativamente) di un 84/100.

Secondo whisky lasciato a circolare liberamente nell’organismo del nostro inviato Jacopo schermata-2017-02-07-alle-15-29-19è stato il Macallan Sienna, che già avevamo bevuto e recensito qui: confermiamo le buone impressioni e riportiamo l’elegante risposta di Nicola a chi chiedeva le ragioni dell’abbandono dell’age statement: “come in un albero di mele, la maturazione delle botti non è omogenea, e non indicare l’età ci permette di scegliere solo le mele, ehm le botti migliori, senza curarci dei vincoli dell’età”. Anche qui, tutta la comunicazione era tesa a marcare l’importanza del legno, acquistato direttamente da foreste in Ohio e Spagna e tenute a maturare prevalentemente con sherry – Nicola ha sempre usato il termine sherry seasoned, vale a dire botti ‘stagionate in sherry’, che hanno contenuto sherry per un paio d’anni, dettaglio di cui forse val la pena di tener conto.

schermata-2017-02-07-alle-15-25-51Il terzo dram generosamente versato è il molto atteso Edition n.2, edizione limitata frutto della collaborazione di Bob Dalgarno, “Whisky Maker” a Macallan (non ci stancheremo mai di annotare in quanti evocativi modi si possa definire un mestiere – e quanto più si salga nella scala del lusso più si cerchi la semplicità), e i fratelli Roca, proprietari del celebre ristorante galiziano El Celler de Can Roca, pluristellato e ‘miglior ristorante del mondo’ nel 2013 e nel 2015. Anche questo non ha età dichiarata, anche questo è una miscela di quercia americana ed europea a sola stagionatura in sherry di varie bodegas, ha le particolarità di non usare solo botti first-fill e di essere imbottigliato a 48,2%. Il naso è molto ricco e invitante, con note di caramello, tartufi di cioccolato, miele, frutta secca, cioccolato, mele cotte e tanto agrume; al palato, molto coerente, l’arancia si prende la scena (nei nostri deliri diremmo: arancia caramellata) assieme a qualche punta speziata, soprattutto di noce moscata, che perdura fino alla fine. Il complesso è molto convincente, anche grazie a qualche nota ‘giovane’ qui e là che fa capolino (canditi, ancora zenzero candito) e che rende il tutto più pimpante e leggero. Staremmo ancora intorno agli 88/100.

schermata-2017-02-07-alle-15-47-49Il quarto whisky, invece, ce lo siamo portati a casa e ce lo beviamo in santa pace stasera: quindi per le nostre impressioni sul celebrato e costosissimo Macallan “Rare Cask” abbiate cuore di aspettare fino a domani… Per adesso, possiamo già notare come nel complesso Macallan non riesca proprio a fare whisky di bassa qualità: certo, rispetto ai Macallan del passato, diciottenni invecchiati in botti che avevano contenuto sherry per tanti anni, siamo su un’altra categoria, ma questo lo sapevamo già, non avrebbe nessun senso cercare in un New Beetle il fascino del Maggiolone, e d’altro canto ci siamo pure un po’ scocciati di rimpiangere dei tempi andati che, per inciso, non abbiamo vissuto. Armati di pragmatismo e velleità generazionali, ci godiamo quel che ci passa nel bicchiere: è ormai un fatto, tendenzialmente irreversibile a parte alcune orgogliose sacche di resistenza, che l’industria del whisky va nella direzione di concept whisky costruiti grazie a legni molto attivi – a Macallan vanno oneri ed onori di essere stata la prima a fare una rivoluzione copernicana su quel che lei stessa aveva creato, e in questa sede, dato che gli oneri sono già stati ricordati tante volte (e, un po’ casualmente, ci torna sopra, e con parole pesanti, il sommo Serge proprio quest’oggi) e parrebbe inelegante non apprezzare l’ospitalità, ci piace soprattutto indulgere in lodi. Quindi in fin dei conti brava Macallan, c’è costruzione e costruzione, e i tuoi whisky – banalmente – sono buoni. Serve altro?

Grazie ancora a Velier e a Nicola Riske per l’ottima opportunità di assistere a questa bella presentazione e, soprattuto, per averci dato un pretesto per ubriacarci al lunedì pomeriggio.

‘Asyla’ (2016, Compass Box, 40%)

Mercoledì scorso abbiamo avuto la fortuna di partecipare a una degustazione di Compass Box al Mulligans, uno dei luoghi di culto del whisky, qui a Milano. La serata è stata davvero gradevole, anzitutto perché il tasting è stata tenuto dalla brand ambassador Celine Tetu, che ha ben dosato le decine di informazioni tecniche che una degustazione di Compass Box impone con una bella dose di simpatia e understatement. Della mirabolante creatura di John Glaser- una vita a lavorare in Johnnie Walker e ora una seconda vita a portare novità nel mondo

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Celine Tetù in primo piano. Nello ‘stimato’ parterre di ‘giornalisti’ anche individui dai terrificanti precedenti penali

dello Scotch- abbiamo già parlato qui. Diciamo solo che la serata ha confermato quanto di buono avevamo intuito sulla Compass Box e non uno dei quattro blended assaggiati si è dimostrato poco interessante. Oggi assaggiamo uno degli imbottigliamenti entry level, di cui come al solito vengono diffuse una miriade di informazioni, in controtendenza assoluta con quanto avviene nell’oscuro mondo dei blended. E quindi le specifiche ci dicono che questo Asyla è prodotto utilizzando il 50% di single malt (whisky da orzo maltato) e che le botti sono al 100% first fill american oak ex-bourbon. La ricetta è semplice e invitante: Linkwood (22%), Teaninich (23%), Glen Elgin (5%) e Cameronbridge (50%).

Un grazie per l’invito a Marco Callegari e a Velier, che del marchio è distributrice per l’Italia.

getimageN: molto etereo e fresco nel bicchiere, si preannuncia pericolosamente beverino. La ricetta è tanto malto, frutta gialla e fiori freschi. Miele e arancia fresca. Zaffatine invitanti di biscotti al burro e di yogurt alla banana danno anche un certo spessore al profilo nel suo complesso.

P: a 40 gradi è un vero e proprio succo. Si rivela sostalziamente coerente con quanto detto al naso, ed è pronto a farsi bere senza un attimo di pausa. Ancora tanto malto, molto pulito ed elegante, che si prende la scena. Infatti rispetto all’olfatto, a dire il vero, sembra più cerealoso ed erbaceo (ancora fiori) e meno fruttato. C’è un pizzico di vaniglia, comunque abbastanza trattenuta.

F: medio, molto giocato sul malto anche se ritorna pure una certa complessità.

Alla degustazione Celine l’ha definito un breakfast whisky e in effetti è davvero beverino, invitante, anche grazie a una gradazione che forse penalizza un po’ la persistenza in bocca, ma aiuta appunto a mantenere un profilo molto godibile. Costa intorno ai 40 euro, il che lo rende un prodotto del tutto sensato. Da provare: 82/100.

Sottofondo musicale consigliato: Daniele Pace – Che t’aggia fa’

Caol Ila 19 yo (1995/2014, Signatory, 46%)

Giovedì uno di noi due partirà per la Scozia, insieme a un folto gruppo di appassionati guidato da Marco Russo e Marco Maltagliati – se avete buona memoria, ricorderete che ne abbiamo parlato qui, e se avete pazienza ne riparleremo in futuro: anzi, in un rigurgito da veri blogger con facce da blogger, tenete d’occhio i nostri profili facebook e instagram! Yeah! Un sacco di selfie! Ma, rientrando in noi, dicevamo: giovedì si va in Scozia, e una delle tappe principali sarà Islay: ci mettiamo in clima con una selezione di Signatory: due botti di Caol Ila, casks 9742 – 9743, hogsheads. Ringraziamo Marco Callegari, brand ambassador di Velier, per l’omaggio.

cilsig1995v1N: davvero Caol Ila styled, proprio già a partire da uno stile di torba deciso, da braci spente ma non prepotente, che si accompagna a una marinità anch’essa indiscutibile ma sobria. Questo primo carattere risulta ben integrato in una cornice di dolcezza più ampia a base di vaniglia, mela gialla e torta con crema al limone. Molto agrumato, con anche succo di lime. Infine ci par di sentire aghi di pino.

P: che corpo, che compattezza! Anche qui non possiamo che denunciare la banalità della bontà. Al connubio tra torba e vaniglia, tra lime e crema, tra il camino e il mare, ci sentiamo di aggiungere appena una buffa nota di emmenthal dolce. Buffo, no? Ha il pregio di una cremosità da sogno.

F: tanto legno bruciato, limone e vaniglia.

Diventa anche difficile commentare l’ennesimo buon Caol Ila: più ne assaggiamo e più troviamo conferme dell’ottima qualità media. Caol Ila risulta forse più ‘prevedibile’ rispetto ad altre distillerie, ma ci abbandoniamo volentieri alla sua splendida prevedibilità. Per questo Signatory, però, possiamo dire che qualche anno extra d’invecchiamento (rispetto ad una buona parte degli imbottigliamenti che si trovano in giro, generalmente attorno ai 10/12 anni) dona grande compattezza e davvero una bella personalità. Ci sono equilibrio, armonia, profondità e intensità, che in finale danno un bel 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Dynatron – Stars of the Night.

Glenfiddich 12 yo ‘Special Reserve’ (inizio 2000, OB, 40%)

Glenfiddich è il brand di single malt scotch whisky più conosciuto al mondo, e almeno fino all’anno scorso era anche il più venduto (Glenlivet si è preso il primo gradino del podio, vedremo come andrà in futuro). Quel che è certo, è che diversi anni fa fu proprio un Glenfiddich 12 a darci il primo impulso verso lo scotch; prima ancora di assaggiare il Mortlach Flora & Fauna (vero punto di non ritorno nella nostra educazione), in una serata bolognese ormai sbiadita nel ricordo, assaggiammo l’ultima versione del ‘classico’ 12 anni… Sulla scatola c’era scritto che avremmo dovuto trovare “vaniglia e pera” al naso: diffidenti e già ubriachi ci prestammo al gioco dell’olfatto, e – folgorazione! – riconoscemmo proprio quei due descrittori! Ah, il potere della suggestione… Oggi non affonderemo le narici in quella stessa bottiglia, ma nel suo diretto predecessore: sempre 12 anni, ma imbottigliato tra fine anni ’90 e inizio 2000. Vaniglia e pera, ancora?

IMG_3694N: semplice e caldo, decisamente piacevole. Ci sono note fruttate: pere (onestamente, molto flebile rispetto alle più moderne edizioni), pesche sciroppate, frutta caramellata, genericamente; melone; ma anche uvetta e tanta mela. Note agrumate (buccia d’arancia). Pienamente integrate a queste, colpiscono nitide suggestioni maltate, che ci dipingiamo come frutta secca (nocciola soprattutto, diremmo) e qualcosa di biscottato (fette, nello specifico). Completa un che di tostato, forse chicchi di caffè?

P: una leggera nota alcolica accompagna l’esperienza; esperienza che innanzitutto pare davvero coerente con quella vissuta nella fase olfattiva. Il corpo è più dignitoso, e vengono elargiti sapori molto pieni: a base di frutta secca innanzitutto, soprattutto nocciole; e poi ancora frutta fresca e caramellata, di nuovo prevalgono mela molto matura e uvetta. Poi crème caramel e un che di caffelatte.

F: infinita frutta secca, nocciola ancora sugli scudi; di nuovo uvetta.

Ok, non abbiamo potuto rivivere la straordinaria folgorazione perché non abbiamo riconosciuto l’evidenza di vaniglia e pera – e però questo dodicenne è molto piacevole, forse anche sorprendente, se dobbiamo essere sinceri: a fronte di una certa e indubbia semplicità, premiamo con un punticino in più la pienezza, la persistenza e la qualità complessiva di aromi e sapori. 84/100 per un signor whisky d’iniziazione, che in tutta franchezza pare giustificare appieno il suo successo globale.

Sottofondo musicale consigliato: The Stylistics – Can’t give you anything but love.

Highland Park 10 yo ‘Ambassador’s Choice’ (2015, OB, 46%)

A una settimana di distanza, ci pare necessario chiudere i conti con la degustazione Highland Park: assaggiamo dunque la prima espressione presentata, una miscela di botti tra i 10 e i 15 anni (quello dei due che ha partecipato alla degustazione ricordava tutte ex-bourbon first fill, ma l’internet dice che si tratta di 70% bourbon e 30% sherry: ahi, la memoria…) selezionate personalmente da Martin Markvardsen. Sotto a chi tocca.

hlpob.10yov1N: già alla degustazione si commentava come questo fosse l’imbottigliamento ‘più Highland Park’ del lotto di novità presentate: se in primo piano ci sono le botti (tutte first-fill), con note sia di pasticceria, di brioche all’albicocca, di vaniglia e uvetta e frutta cotta, costanti restano le suggestioni minerali, di torba gentile, acre e minerale, senza però note di fumo. Un poco di buccia di arancia, bella matura; miele, un velo di caramello; anche spezie. Un lieve senso di tè affumicato.

P: grande intensità, e un corpo piacevolmente masticabile. Le componenti sono le medesime del naso, anche se tutto un poco potenziato: sia la vaniglia, l’uvetta, il miele, tutte suggestioni belle massicce; sia il lato minerale, che si fa più ‘sporco’, più torbato e più minerale. Ancora note di agrume maturo (arancia rossa). Molto piacevole.

F: sale ancora di più la componente torbata, che qui si fa anche evidentemente fumosa; e ancora miele e uvetta e brioche.

Buono proprio buono, e costa solo 50€. Un 10 anni con piena personalità, che non manda in soffitta le peculiarità della distilleria, rivelandosi –  ad esempio – molto più respectful dell’ultimamente scialbo 12 anni, e certo molto più gradevole dei tanti imbottigliamenti per duty free messi sul mercato negli anni. Complimenti a Martin: 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: The National – Morning Dew.

Highland Park Whisky Tasting – 20.03.2016

Schermata 2016-03-22 alle 18.51.56Lunedì pomeriggio una delegazione di Whiskyfacile ha pensato bene di affrontare le insidie dell’inizio settimana partecipando ad una degustazione di Highland Park nella splendida cornice del lussuosissimo Ceresio7. Grazie al gentile invito di Germano Pedota di Velier, infatti, ci siamo accomodati in una bellissima sala a bordo piscina sul tetto di un palazzo del centro di Milano, godendoci la presentazione tenuta da Martin Markvardsen, FullSizeRender-18global brand ambassador di Highland Park: vero mattatore, ha intrattenuto la platea con eloquio brillante e ricca aneddotica, introducendo il whisky scozzese e le Isole Orcadi e svelando “dettagli” non di poco conto sulle politiche aziendali del gruppo Edrington (ad esempio: sapete quanto spendono Highland Park e Macallan ogni anno solo per il legno? Più o meno il prezzo del cartellino di Kondogbia, per intenderci). D’altro canto, uno che è stato allievo di Jim McEwan prima a Bowmore e poi a Bruichladdich e che da anni ormai porta sulle enormi spalle il peso di rappresentare Highland Park nel mondo, beh: non poteva che essere bravissimo. E poi diciamolo: visti i bicipiti, avreste mai il coraggio di contraddirlo?

12376660_1131637113521279_9118129981086678732_nAbbiamo assaggiato cinque whisky, tre conosciuti e due in anteprima nazionale. Nell’ordine, abbiamo assaggiato il 10 anni Ambassador’s Choice, un vatting di botti tra i 10 e i 15 anni, tutti ex-bourbon first-fill; poi il Dark Origins; il terzo malto è stato l’Ice Edition, primo tassello della nuova serie a tema vichingo (e noi che abbiamo una solida formazione nel mondo del metal siamo particolarmente sensibili a certi temi), seguito a ruota dai sempre ottimi 18 e 25 anni. Quest’ultimo, in particolare, è veramente un gioiello, probabilmente la versione del core range che ci piace di più…

FullSizeRender-19Ringraziamo ancora Germano e Velier per l’invito: speriamo di poter partecipare ancora, in futuro, ad eventi del genere, perché sono occasioni uniche per assaggiare prodotti di difficile reperibilità e per aggiornarsi e imparare. Ci permettiamo una considerazione: purtroppo buona parte del pubblico pareva tendenzialmente digiuna di whisky – tant’è che insieme ai ragazzi del Milano Whisky Festival ci siamo visti costretti a finire anche i loro bicchieri!, d’altro canto qualcuno deve pur fare dei sacrifici… Ma insomma, ecco la considerazione: ogni appassionato di whisky pagherebbe oro per assistere ad una degustazione del genere.12247764_10208963647152663_2643045918432471274_o Oltre alla qualità dei prodotti, di livello molto alto, la fortuna di avere un brand ambassador competente e divertente come Martin è cosa rara. Perché la prossima volta non sfruttare la sua presenza per organizzare una degustazione pubblica, così da permettere a tante persone magari più ‘motivate’ dei presenti, disposte anche a pagare (l’evento di ieri era gratuito, ad invito), di assaggiare e imparare? Ai posteri l’ardua sentenza: a noi, nel frattempo, il duro onere di bere di nuovo quei due whisky…

Caol Ila 1989 (1997, Signatory for Velier, 43%)

Chiudiamo con i malti assaggiati ieri sera all’Harp Pub, e chiudiamo alla grande: è infatti il turno di Caol Ila, nello specifico un imbottigliamento di due botti (4420 e 4421) di sette anni (quasi otto: novembre 1989-settembre 1997) selezionate e imbottigliate da Signatory Vintage per Velier, storico importatore ligure (tra i molti prodotti, Velier spaccia anche lo stesso Signatory). Qualche tempo fa avevamo assaggiato un Ardbeg del ’72 imbottigliato sempre per Velier; ora, non possiamo aspettarci gli stessi fasti, ma – come dire – per lo meno sappiamo che i ragazzi sanno quel che fanno…

Schermata 2015-04-23 alle 12.10.36N: solo sette anni, ma che qualità! È esattamente Caol Ila, con la sua affumicatura gentile (qualità) ma intensa (quantità), qui molto marina (aria di mare, anche qualche sfumatura di diesel / smog). Alghe. Dietro, in crescendo una ‘dolcezza’ di vaniglia / marzapane / canditi dolci (diremmo quasi che oltre all’agrume c’è dell’ananas, pare infatti affacciarsi sul tropicale…). Zucchero a velo in abbondanza. Emmenthal? Ci pare anche di trovare delle note di fieno. Easy ma delizioso.

P: corpo cremosino; un po’ strano, non dolce come lo aspettavamo. Siamo colpiti da note più che mentolate; proprio di eucalipto, quasi salvia / rosmarino… Molta torba marina e balsamica, dunque; qui c’è più plastica / gomma bruciata che al naso, o meglio: c’è molta meno dolcezza (solo un velo di vaniglia, un pit di limonata zuccherata, e nulla più).

F: torna quel senso di ananas disidratato del naso, più cocco?, e poi ancora fumo / torba / acqua di mare.

Molto piacevole, davvero, ed anche istruttivo: se paragonato all’ottimo Caol Ila 12 ufficiale, che in molti conosceranno bene, questo appare decisamente più guidato dal distillato, che svela note minerali e torbate, marine e fumose, e soprattutto al palato non si lascia irretire dalle facili lusinghe di legni troppo attivi (si tratta infatti, scommetteremmo, di due botti refill) rimanendo molto ‘vegetale’ e sporco, come piace a noi. 86/100 è il giudizio, come al solito a Velier non scelgono di imbottigliare tanto per farlo…

Sottofondo musicale consigliato: L’officina della camomilla Un fiore per coltello