Botti da orbi – “La degustazione del secolo” pt. 2

Ecco la seconda parte del reportage di Marco Zucchetti (che potete vedere qui sotto, sfocato e straordinariamente lucido al contempo, come solo lui sa essere) sulla “Degustazione del secolo”, evento straordinario tenutosi a Londra due settimane fa in occasione del lancio di Hampden da parte di Velier e La Maison Du Whisky. Che capolavoro…

BALLY 1924 (Martinica, 45°)

Altro pezzo storico: il primo millesimato in assoluto della casa. Il rum talking fra gli esperti a fine degustazione gli assegna la palma di più enigmatico della serata. Vediamo perché.

Di un mogano tenue, è delicato anche nei profumi. Fresco, con pesca e susine, ha il profilo più dolce e sensuale. Cioccolato al latte, quasi floreale. Col tempo emerge una distinta nota di ciliegia e bon bon alla fragola. È un’eccentrica vecchietta assai profumata, e anche al palato rimane sulla fantasia floreale: violetta e lavanda. Ma sotto le vesti graziose e leggiadre si coglie comunque un bel corpo secco e austero, con chiodi di garofano e noci pecan tostate.

Il finale è speziato (chili), con crostatine bruciacchiate alla marmellata di frutti neri (più more che mirtillo). Ma al di là della ruota della fortuna delle suggestioni retrolfattive, resta un rum che parla molte lingue, lancia segnali e poi si nasconde, senza mai farsi capire del tutto. Intendiamoci, è di una eleganza rara, ma chi indovina dove va a parare è bravo. D’altronde lo avevamo detto che era femmina…

Criptico: 88/100

SKELDON 1978 (Guyana, 60.4°, imbottigliato 2005)

Ecco, lui la vecchietta di cui si parlava prima potrebbe difenderla dai malintenzionati a forza di schiaffi tipo Bud Spencer. Trattasi di rum mastodontico dal cuore d’oro, una cascata di muscoli e un altruismo con cui regala sensazioni a piene mani. Usciamo un attimo dalle metafore antropomorfe: blend di tre barili provenienti da una distilleria chiusa negli anni ’50, è uno dei primi imbottigliamenti fatti da Luca Gargano, e forse il suo preferito. C’è da capirlo: tutto comunica potenza in questo bicchiere dove i riflessi rossi accendono già la fantasia. Poi non devi far altro che lasciarti trasportare dalle folate impetuose di aromi: smalto, arancia, un che di barbecue, melassa spessa, un’aria di foglie umide e sottobosco e perfino un’idea di balsamico invadono il naso.

In bocca ti viene in mente il climax di qualche sonata di Beethoven, dove tutto congiura per spingerti a invadere la Polonia in un delirio di onnipotenza. Secco e impegnativo, unisce legno, polvere, amarena sciroppata e una impressionante liquirizia pura. Imbottigliato nel 2005, ha passato 26 anni nei barili ai Tropici, il che lo rende denso e infinito. Muscoli e cuore, ma anche attributi e una saggezza coraggiosa, da eroe che molte ne ha viste, molte ne ha vinte e molte ne sa raccontare.

Epico: 93/100

HAMPDEN 2011 (Jamaica, 60°, imbottigliato 2018)

L’ultima tappa della degustazione, ultimo frazionista della staffetta 5xRum. Insieme alla versione base a 46°, è il primo imbottigliamento ufficiale di rum invecchiati da parte della distilleria giamaicana diventata mito per via del suo profilo aromatico da record: di fatto, è il rum con la maggior concentrazione di esteri al mondo. E dato che la serata è un po’ da Guinness, le credenziali con cui si parte sono quelle giuste.

In effetti già alla prima sniffata si capisce che l’ordinario non fa per Hampden. Qui la definizione potrebbe essere “rum corazzato”. Nel senso che l’alcol vigoroso e soprattutto una coltre acre di trementina e smalto (il Crystal Ball, per i ragazzi degli anni Ottanta…) possono scoraggiare i bevitori amatoriali. Ma l’attesa del piacere non è essa stessa il piacere? E dunque chi ha la pazienza e l’ardore di non lasciarsi respingere, viene premiato. Dopo poco gli esteri abbassano la guardia e si può entrare timorosi in un mondo di mela cotta e arachidi. Avanzando e sorseggiando, poi, arrivano caramello, pesche all’amaretto. E accanto a una dolcezza imprevedibile, compare anche un lato salato, quasi di pop corn e mandorla tostata, che tiene le redini del lungo finale.

La fermentazione di 15 giorni, l’uso esclusivo di lieviti selvaggi e gli alambicchi pot still di sicuro fanno una gran differenza. Dicono che il clima di Trelawny – il grand cru del rum giamaicano – e l’acqua di sorgente siano altrettanto determinanti. Noi che non siamo indigeni come le 23 specie di uccelli tropicali che popolano le foreste intorno alle piantagioni non lo possiamo sapere e ci fidiamo. Ma capiamo che il risultato è comunque uno spirito fiero, che può dividere sul gusto (soggettivo, si sa) ma non sulla qualità.

Sfrontato: 88/100

“Mi diede una strana sensazione, e il resto di quella notte non parlai molto. Mi limitai a starmene seduto e a bere, cercando di decidere se stessi diventando più anziano e saggio o semplicemente più vecchio”.

Le cronache del rum, Hunter S. Thompson, 1998

Foursquare ‘Triptych’ (2016, Velier, 56%)

Sei mesi fa abbiamo compiuto quello che è senz’altro un passo piccolo per l’umanità, ma per whiskyfacile è grandissimo: organizzando il Freak Show abbiamo aperto al mondo del sottoprodotto caraibico (citazione da attribuirsi rigorosamente al sommo Terziotti), cioè al rum. Il punto di partenza è stata la constatazione di come l’assenza di un disciplinare per il rum sia un problema per la percezione dell’intera categoria: facendola più semplice di come è, se è tutto permesso chi lavora bene non ha modo di distinguersi da chi lavora male, perché in etichetta è rum il primo ed è rum il secondo – per intenderci, proprio la rigidità del disciplinare dello scotch whisky ne ha permesso la crescita e l’affermazione. Consci del problema, alcuni distillatori di rum hanno deciso di provare a cambiare le cose: in particolare, Luca Gargano di Velier (proprietario di Rhum Rhum a Marie Galante, oltreché ovviamente importatore in Italia) e Richard Seale di Foursquare Distillery, su Barbados,  hanno deciso di lanciare una nuova proposta per un disciplinare del rum modellata proprio su quello del whisky scozzese, su cui potete leggere qualche impressione qui, qui e qui. Ora, stimolati dalla riflessione abbiamo voluto aprire proprio un Foursquare “Triptych”, un single blended rum (cioè un rum di singola distilleria ma frutto di miscela di distillato da pot still e da column still), miscela di barili di tre annate (2004, 2005, 2007) e di tre tipologie diverse (bourbon, madeira, quercia americana vergine) selezionato e imbottigliato da Velier due anni fa. Ah, non dimentichiamo che la maturazione è avvenuta alle Barbados. Presenta diffusamente distilleria e imbottigliamento il buon Steven.

N: incredibilmente aperto e accogliente pur se a 56%, da subito – da profani quali siamo – ci sembra predominante l’apporto dei legni rispetto al distillato in sé. Al di là di una nota vinilica, molto evidente e frequente in questo tipo di distillato, il bouquet aromatico si dipana poi su note di caramello, di miele; c’è una componente molto fruttata, che ci regala l’epifania delle pesche sciroppate. Biscotti cannella e zenzero, a dimostrare la presenza di spezie molto strutturate. Non si dimentichi la scorza d’arancia (o l’arancia candita). Un che di chimico, insondabile e sfuggente alla nostra parola, che forse definiremmo Coccoina.

P: anche qui i 56% sono in sordina, e lasciano spazio a un rum davvero pieno e soddisfacente: esplode in bombe di sapore ‘appiccicose’, dal caramello alla frutta sciroppata. Forse un che di barretta con caramello e arachidi? Burroso, grasso. Ciliegie sotto spirito. Si fa ancora più evidente un lato tostato e speziato di grande complessità: abbiamo ancora cannella (dolcetti alla cannella, o i chewing-gum alla cannella che c’erano in commercio anni fa…) e chiodi di garofano. Come dimenticare però l’agrume?, soprattutto chinotto, arancia rossa. Tende all’amarino, dopo un po’.

F: si riverbera a lungo, tra una dolcezza intensa e un che di amaricante, con tante spezie. Nel finale del finale, a sorpresa, un che di curiosamente catramoso e di cherosene, tipo – ma solo “tipo”.

Non vogliamo dare voti numerici ai rum, lo sapete, perché siamo gente di straordinaria umiltà e ineguagliata coscienza: ma se volete la nostra opinione, e se siete su questo sito forse vi interessa, beh: ci piace veramente tanto tanto. Molto buono, complesso, con molti strati aromatici portati dai barili, certamente attivi, ma anche con piacevolissime emersioni del distillato, uno dei più interessanti attualmente prodotti. Insomma, trattasi di un rum sicuramente costruito, ma costruito bene bene. Bravo Richard, bravo Luca. Qui le opinioni di Serge, che un voto lo dà e ci trova d’accordo, e del grasso pirata, il nostro punto di riferimento in materia di distillato caraibico. Esaurito dovunque, aspettatevi di comprarlo in asta a un prezzo decisamente più alto di quello d’uscita.

Sottofondo musicale consigliato: Kamasi Washington – Street Fighter Mas.

Kavalan Tasting

Kavalan, l’oggetto nascosto del desiderio. In realtà la distilleria della fu Isola di Formosa, oggi Taiwan, non è che si nasconda tanto da quando è stata fondata nel 2006. Infatti la produzione annua ammonta a 9 mln di litri (pare che a Taiwan si beva come dei

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disperati) e 900 mila persone la visitano ogni anno; quindi più di tutte quelle che varcano le soglie delle distillerie di tutta la Scozia. Ecco come e dove va il mondo. Di fronte a tali stravolgimenti della Storia, ci sembrava brutto non rinfrescare la nostra opinione su Kavalan, che oramai fa incetta di premi nelle competizioni internazionali, e abbiamo approfittato della splendida opportunità offertaci da WhiskyClub Italia e dall’importatore Velier, che hanno organizzato di concerto un tasting nell’elegantissima cornice del Baxter Bar, letteralmente a due passi dal Duomo, quello della Madunina tuta dora e piscinina, sì proprio lui. Erano presenti anche due ambasciatrici della distilleria, con la simpaticissima Emma Lin oramai veterana dei whisky festival italiani.

Kavalan Single Malt (2018, Nas, OB, 40%)

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L’entry level senza età dichiarata della distilleria è composto da 8 tipi differenti di botti, sia sherry che bourbon e sia first che second fill. Al naso parte subito senza troppe timidezze su note di banana, zucchero bruciato, frutta secca dolce tipo mandorle. In bocca ha tanta vaniglia e ancora un qualcosa di tropicale. Il finale è brevino, con una leggera sensazione di caramelle al rabarbaro e all’orzo. È semplice ma non piatto. Spensierato, gradevole, anche se non può dirsi un mostro di profondità. Sicuramente l’angel share di 10-12 punti percentuali all’anno aiuta accelera e dona personalità a un whisky che a mala pena toccherà i 5 anni. 83/100

Kavalan ex bourbon oak (2018, Nas, OB, 46%)

Si tratta di un whisky senza età dichiarata, diluito a 46%, che è

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stato invecchiato esclusivamente in botti ex bourbon (mavvà!) di primo riempimento provenienti da Buffalo Trace Bourbon e Heaven Hill Distillery. Al naso a sorpresa è fine e con una certa eleganza. Si impone poi una gran bella nota di uva americana e fragoline. In bocca ha un bel corpo, è cremoso (vaniglia e panna cotta) e tropicale. Arriva anche un leggero pepe bianco. In generale è bello fruttato e ricorda un po’ certi Arran.
Alla lunga forse un po’ troppo bourbonoso e alla cieca si potrebbe anche cadere in inganno, ma è sicuramente un dram che merita un assaggio (anche due o tre): 84/100, la nostra affilata sentenza.

Kavalan Solist Vinho Barrique (2012/2016, OB, 56,3%)

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Veniamo ai pezzi forti, ovvero sia i single cask della serie Solist. La botte W1207227039A ha avuto l’impareggiabile onore di essere riempita con whisky Kavalan dopo aver contenuto un vino non meglio specificato di un non meglio specifico Paese tra Francia, Usa (California), Sud Africa. Quattro anni di invecchiamento possono bastare a Taiwan e poi- voilà!- ecco pronte 238 bottiglie a grado pieno. Ci viene detto che le botti sono ampiamente recharred e (sarà la suggestione) il whisky al naso si presenta effettivamente compatto, scuro, profondo, con note “tostate” davvero poderose. L’alcol si sente pochissimo e invece si sentono mille cesti di ciliegie tutti assieme. Tanto pepe nero e liquirizia. in bocca è secco, vinoso, speziatissimo. Si iscrive nella categoria whisky estremi e ovviamente la materia prima va un po’ a farsi benedire. Ma c’è a chi piace: noi, che già avevamo apprezzato un Solist in sherry, lo premiamo per la particolarità dell’esperienza: 87/100. Ah, diciamo che non viene via proprio con due noccioline, considerando che costa circa 230 euro.

Kavalan Solist Sherry 70° anniversario Velier (2010/2016, OB, 58,6%)

Questo single cask, di cui esistono 518 bottiglie e che costava circa 180 euro, fa parte degli imbottigliamenti celebrativi dei 70 anni di attività di Velier, lo

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storico importatore genovese. Forse anche per lo stile davvero particolare (ebbene sì, è ancora più estremo del Vinho di qui sopra!) questo barile ha prevalso tra quelli proposti dalla distilleria per festeggiare la ricorrenza. Allora, non è carico, depppiù!!! Ha chiari sentori balsamici e frutta nera. Aceto di more, ci pare una sintesi felice. Ancora una spremuta di ciliegie, a cui in bocca si aggiungono cacao amaro e caffè, oltre a una strana sensazione vegetale (tipo sedano), che molto probabilmente è data dal tannino. In effetti è molto astringente, tende all’amaro nel momento stesso in cui ancora rimbomba violentissima la frutta nera. Pazzesco nelle sue intemperanze. These violent delights have violent ends: 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Vita di Pi – Piscine Molitor Patel (eh sì, il regista Ang Lee è taiwanese)

Mars Maltage Cosmo (2016, OB, 43%)

Shinshu Mars Distillery è una distilleria artigianale fondata nel 1985 dalla famiglia Hombo, storici distillatori nipponici. La distilleria, che in realtà ha riaperto nel 2011 dopo 20 anni di inattività, è situata nella Prefettura di Nagano ed è la più alta in quota di tutto il Giappone, stando a 798 metri sopra il livello del mare. Siccome le cose facili agli Hombo non piacciono, si sono messi in testa di produrre solo 25 mila litri di distillato puro all’anno. Per giunta questo Mars Maltage Cosmo, blend presentato nel 2015, è composto da single malt invecchiati in Scozia e finiti a Shinshu. Strano, vero? Sì, anche se in realtà i ben informati ci dicono che la pratica di acquistare whisky scozzese per poi invecchiarlo in Giappone si sta rapidamente espandendo a causa dell’endemica mancanza di offerta che affligge le distillerie del Sol Levante. Un bene, un male? Mah, noi non giudichiamo. Noi beviamo.

N: il primo impatto spiazza un poco: si sente molto la (presumibile) gioventù del distillato, con un portato di aromi che indirizza chiaramente: note evidentissime di lieviti, un qualcosa che ci ricorda l’acqua che rimane dopo aver ravvivato il fungo secco; poi pera candita, pera non candita, agrumi canditi. Resiste in superficie anche una nota strana, leggermente metallica, diremmo di rame. Il tutto è però contornato da un misto di frutta cotta (mele pere prugne) e da un tocco di legno, diremmo di sandalo.

P: ripropone subito le stesse note dei canditi e dei lieviti selvaggi che avevamo trovato al naso – note che però, a dire il vero, sono ammansite grazie a delle inattese note cremose: panna cotta, panna e fragole (una follia: il chupa-chups panna e fragola!), il tutto sempre a braccetto con la frutta cotta del naso. E se ci riconoscessimo un filino di fumino di torbina, ci prendereste per pazzi? Di certo un palato un po’ spiazzante…

F: …e un finale forse ancor più spiazzante: forse la parte migliore, quella in cui meglio sa nascondere le imperfezioni che dipendono dalla gioventù. Sicuramente frutta secca, ancora panna cotta, frutta cotta.

In questo Cosmo noi abbiamo trovato un firmamento di stelle davvero spiazzante. Da una parte c’è una gioventù franca, a tratti anche troppo; dall’altra parte non si può dire che manchi di personalità e anche di una certa complessità. Forse non l’abbiamo capito fino in fondo e non lo premieremo più di tanto, ma un assaggio è caldamente consigliato per allargare i propri orizzonti: 80/100.

Sottofondo musicale consigliato: Bruno Mars – When I was your man

Ichiro’s Malt ‘Mizunara Wood Reserve’ (2013, OB, 46%)

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Come al solito, il caro Ichiro Akuto dimostra di essere un visionario (altri direbbero “un pazzo squinternato”) blendando sotto il marchio Ichiro’s Malt del whisky di Hanyu, distilleria ormai chiusa da quasi vent’anni, e di Chichibu, distilleria molto giovane ma già di culto tra gli appassionati e i collezionisti. Ichiro sa come si lavora, la qualità di Chichibu è lì a dimostrarlo; al contempo, sa pure come si blenda, dato che gli Ichiro’s Malt sono sempre una garanzia in termini qualitativi. Oggi, grazie alla gentilezza di Marco Callegari e di Alessandro Coggi, assaggiamo la versione ‘MWR’, Mizunara Wood reserve, finita per qualche mese in barili di legno Mizunara, ovvero di quercia autoctona giapponese.

japan_ich2N: l’impatto è straordinariamente accogliente, caldo, morbido e fruttatissimo. Volete sapere di cosa profuma un whisky ‘classico’ e ricco, che sa di whisky? Annusate questo: pesche sciroppate, mele rosse, albicocche mature e succose; poi brioche all’albicocca, caramello, ma con suggestioni anche più ‘legnose’ e profumate, tipo ‘legno di sandalo’; pian piano si apre anche una dimensione più calda, che ricorda nitidamente il tuorlo d’uovo. Molto rotondo, incredibilmente privo di spigoli.

P: ancora rotondissimo e piacione, non si può dire che sia un whisky scarico: tutto sommato coerente col naso, in più si sente una nota di cereale, anzi di pane dolce – ma la variazione più rilevante è di proporzioni, si fa un po’ meno fruttato (per quanto pesche e albicocche, fresche ma anche disidratate restino ben presenti) a tutto vantaggio di quelle note di tuorlo d’uovo. Succo d’arancia.

F: di media durata; oltre ad una bella frutta piacevole, resta un sentore tra il floreale e lo speziato, che sviluppa il sandalo del naso e si ferma appena prima del chiodo di garofano; ci intendiamo?

Piacevole e ‘rotondone’, semplice ed esuberante, come vorremmo fossero tutti i no age… L’apporto del legno Mizunara si sente, con quelle note speziate e legnosine, ma riesce a restare educato, senza stravolgere il tema di fondo dell’imbottigliamento con etichetta a foglia. Certo, ad acquistarlo qui non costa poco (circa 120€), ma è un malto indispensabile per ogni bottigliera attenta al whisky con gli occhi a mandorla – anche perché per metterci Hanyu e Chichibu bisognerebbe comunque spendere molto di più, e dunque… 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Steven Wilson – People who eat darkness.

Great King St. ‘Artist’s Blend’ (2016, Compass Box, 43%)

Schermata 2017-07-31 alle 11.54.52Il blender più cool del mondo dello scotch, quella realtà che sta costringendo l’industria a ridefinire i propri confini e le proprie regole, o per lo meno sta spingendo tanti players sulla strada della trasparenza: Compass Box, ancora tu! Oggi assaggiamo una delle edizioni base, ovvero il Great King Street ‘Artist’s Blend’: come di consueto la ricetta è dichiarata, e la trovate nell’immagine qui a fianco. C’è tanto grain, qui, dato che un 46% è Cameronbridge: e ci sono anche componenti bizzarre, dato che il 17% della miscela è a sua volta una miscela di Teaninich, Clynelish e Dailuaine finita per due anni in quercia francese. Ma insomma, lasciamo perdere la teoria, passiamo alla pratica…

blend_gre1N: apertissimo e di grande morbidezza, è tutto improntato a una dolcezza immediata, facile. Pasticcino alla frutta, miele e fiori freschi sono le prime suggestioni che ci colgono: c’è un bel pizzico di vaniglia, un vago senso di frutta gialla indistinta, ma sono soprattutto due descrittori a farla da padrone – la pera, onnipresente e pervasiva, e un cereale caldo, proprio la spiga di grano!

P: semplice, certo, ma piuttosto intenso e sorprendentemente cremoso. Questa cremosità si materializza ancora sotto forma di purea di pera, pasticcino alla crema (pastafrolla a go go, vaniglia), cioccolato bianco. Un che di zucchero filato. C’è anche una sfumatura vegetale, erbosa o erbacea: note di fogliame, tiè.

F: non lunghissimo, tutto su una piacevole pastafrolla burrosa.

Semplice, certo, ma buono, senza quei grossi difetti che spesso prodotti di questa fascia presentano. È un blend senza età dichiarata, giovane, in cui la gioventù non è troppo ‘aspra’ ed evidente; la composizione è elaborata e complessa ma non risulta troppo artefatto nel bicchiere (è dolce, non dolciastro) e in definitiva rimane equilibrato nella sua semplicità: 84/100. Come al solito, ottimo lavoro.

Sottofondo musicale consigliato: Calvin Harris feat. Pharrel, Katy Perry – Feels.

Clynelish 20 yo (1996/2016, Signatory Vintage, 46%)

Due barili ex-bourbon (6408 e 6409), distillati a Clynelish nel 1996, il giorno dopo che Sammy Hagar abbandonava i Van Halen, sono per ventura finiti nelle mani di Signatory Vintage, imbottigliatore scoto tra i più prestigiosi – vent’anni dopo, il liquido ormai messo in vetro, un campione giungeva nell’armadietto di due blogger, che decidevano di dunque recensirlo per combattere le ingiurie del tempo e, soprattutto, la noja. Qui le impressioni.

clysig1996v4N: il marchio di fabbrica di Clynelish è lì, in prima fila, ad aspettare i nostri nasi. C’è infatti da subito una nota di cera e profondamente minerale (cera di candela, proprio) da capogiro, perfettamente integrata col contesto: un ciottolo di fiume, ma leggermente salato. Un ciottolo di fiume decontestualizzato e tenuto a maturare in onde marine? C’è un limite alla nostra idiozia? Per il resto, esibisce una generosa zuccherosità, tra la vaniglia, le pere mature, il pasticcino alla frutta, la pastafrolla (cruda, dice uno di noi). Una zesta di limone, anzi: del limone grattugiato (nella pastafrolla cruda, dice uno di noi). Poi, c’è un lato vegetale e leafy, clorofilloso, da fitto fogliame.

P: il corpo è leggerino, ma l’effetto è di una beverinità atroce. Sostanzialmente coerente, con qualche minima deviazione. Il primo impatto è ancora sulla cera, a marcare il territorio, e non manca quella dimensione minerale e leggermente vegetale (al limite della foglia di menta) di cui sopra. Tè alla menta zuccherato! La dolcezza è invece più timida, meno cremosa: c’è ancora la vaniglia, c’è ancora una leggera pastafrolla, ancora pere – e pure c’è il marzapane, e tanto cereale caldo e dolcino.

F: un finale che ripulisce la bocca, ancora su note minerali, di mandorla, di tè alla menta e un leggero legno tostato, quasi fumosino.

88/100. Questo è uno stile di scotch che non ci stanca mai, e probabilmente mai ci stancherà: pulito, godibile, rotondo e pure screziato, appuntito da una dimensione minerale e cerosa che regala ulteriori strati di complessità: Clynelish come deve essere. Un ottimo modo di iniziare la settimana…

Sottofondo musicale consigliato: Van Halen – When it’s love.

‘Hedonism’ (2016, Compass Box, 43%)

Quando si parla di un prodotto Compass Box, non si può tacere il concept interessantissimo che sta dietro al progetto: in parole poverissime, ché fa caldo e poi la ggente si annoia, è un’azienda che 1) fa solo blend, ma di qualità alta, e occhio perché fare un blended buono è molto più difficile che selezionare un barile buono (sembra una boutade ma non lo è, amici cari) 2) vuole a tutti i costi spiegarti nel dettaglio come li fa, questi blend, perché giustamente ritiene di farli molto bene e con criterio, e questo criterio te lo vuole squadernare. Bravissimi, non c’è che dire, e se volete approfondire partite da qui. Anche di fronte a Hedonism, blended grain whisky, viviamo una bellissima storia di trasparenza: non vi sveliamo niente dei nomi e delle età dei tre elementi che lo compongono, perché CB chiede di non farlo, ma… qui trovate il link per chiederglielo da voi, fatelo perché son proprio bravi a rispondere.

N: il primissimo impatto è un po’ alcolico, anche se poi, per farsi perdonare, ti fa subito omaggio di tutti i suoi cotillons… Dunque banana matura, succo di pera, noce di Pecan, vaniglia; siamo ovviamente in territori molto ‘grainy’ e al contempo molto bourbonosi, ma sappiamo che sotto diversi aspetti aromatici i due insiemi si intersecano. Ci piace segnalare la suggestione di ciambellone; anche il latte condensato mette la firma sul tabellino. Una leggera nota di solvente, di lucido per legno, in progressiva attenuazione.

P: molto beverino, è anche molto dolce, come ci si poteva aspettare: dunque ancora le suggestioni riscontrate al naso, soprattutto latte condensato, panna cotta, noce di Pecan, banana; tanto zucchero filato, o forse il marshmellow. C’è anche un qualcosa di vagamente balsamico ed erbaceo (che ci ricorda un rye), non sapremmo dire bene cosa: forse una caramella balsamica al miele, di quelle molto dolci?

F: persistente, non lunghissimo, ancora tutto su riverberi di dolcezza cremosa – panna cotta in primo piano.

Molto piacevole da bere, offre un bell’esempio di come anche il grain whisky possa essere un prodotto competitivo di per sé e non necessariamente come taglio per i più nobili whisky di malto. “Hedonism” comunque resta a parer nostro un prodotto semplice, non indimenticabile – e ciononostante ci piace: 82/100. Buon finesettimana.

Sottofondo musicale consigliato: Thegiornalisti – Riccione.

Glenlossie 17 yo (1997/2014, Signatory Vintage, 46%)

Ancora un esordio su whiskyfacile! Assaggiamo oggi il primo Glenlossie della nostra carriera di blogger recensori, e dobbiamo ammettere che un po’ ce ne vergognamo. Si tratta di un marriage tra due barili (817 e 818) selezionati e imbottigliati da Signatory Vintage, celebre e stimato imbottigliatore indipendente distribuito in Italia dall’indefessa Velier. Glenlossie non ha un suo core range, e l’unico imbottigliamento ufficiale disponibile è il Flora e Fauna 10 anni. Una caratteristica che fa spiccare la distilleria è la presenza dei purifiers negli spirit stills, ovvero aggeggini con l’esplicita funzione di aumentare il riflusso nell’alambicco – e dunque, ridurre le impurità. Che ce ne facciamo di questa informazione? Beh, la teniamo buona per l’aperitivo di stasera, tutte le ragazze (si sa) non sanno resistere al fascino di chi discetta con disinvoltura di queste amenità.

N: un manuale dell’invecchiamento in bourbon, con generose ondate di vaniglia, cocco (quanto cocco!), una noce di Pecan molto intensa, cremosa… parzialmente mitigate da un distillato pulito, senza articolari increspature (sarà il purifier? o sarà la suggestione?). Banana molto matura, in linea col profilo ci cui sopra; forse anche un che di pandoro? Vagamente vegetale e con una minima quota agrumata (lemongrass), soprattutto dopo un po’. Affascinante perché oscilla tra un profilo sfacciatamente bourbonoso e uno più intrigante made in Scotland. Dopo un po’, qualche nota speziata, tra la noce moscata e la matita appena temperata (ok, legno).

P: ripropone quella stessa dualità di cui sopra, giocata tra vegetale e cremoso. Emerge infatti una dolcezza intensa, da latte condensato, ma anche un erbaceo da tè, o da infuso d’erbe; e poi c’è ancora vaniglia e cocco, ma anche erba limoncina. Frutta gialla fresca e matura, in un contesto certo non di brutale complessità ma non privo di una sua personalità seducente.

F: come ci si poteva attendere, il finale non è lunghissimo, anzi, scema rapidamente in una delicata base per torte (pastafrolla, crema, malto).

85/100. Buono, piacevole, beverino come un succo di frutta. Un esempio efficacissimo dei piaceri della ricerca tra marchi poco conosciuti: anche le distillerie dello Speyside che fanno solo whisky per i blended possono regalare gioie!, a 50€ ancor di più.

Sottofondo musicale consigliato: Drake – Worst behaviour.

Yamazaki 12 yo (circa 2013?, OB, 43%)

Questa è una boccia storica: di fatto è la prima ‘giapponesata’ ad essere stata commercializzata in modo massiccio nel decadente mondo occidentale, e per questo si è guadagnata uno status di tutto rispetto nel panorama del malto. Pioniere insomma, un po’ come Alexi Lalas nel Padova del 1995. Ora – o tempora o mores – anche questo Y12 è stato fagocitato dal mercato matto e disperatissimo, e sostituito da almeno un anno e mezzo da un più snello Yamazaki senza età dichiarata. Ringraziamo Alessandro, il vero brand ambassador del whisky nipponico in Italia, per il copioso sample.

N: un filo pungente, ci stupisce per dei profumi di legno fresco, appena tagliato, molto presenti fin dall’inizio. Al fianco c’è poi un’anima più decisamente fruttata, sulla mela gialla e in generale frutta ‘astratta’, tipo cesto di frutta o macedonia, forse un filino di arancia leggera. Si apre progressivamente su note più cremose, di vaniglia e crema pasticcera. Miele. Confettura di albicocca.

P: c’è un po’ quel profilo fresco e poco impegnativo del naso, tra vaniglia, miele, una frutta fresca in macedonia un po’ indistinta, dell’uvetta, e una sensazione di legno e tanta frutta secca, soprattutto nocciola. C’è anche un che di speziato, magari cannella. C’è tutto, anche abbastanza bilanciato, ma nulla spicca davvero: e l’intensità non propriamente esplosiva non aiuta.

F: abbastanza lungo, giocato soprattutto sulla frutta secca.

Fa il suo, intendiamoci: è un entry-level e come tale si comporta, con tutta la morbidezza che si conviene. Forse avevamo aspettative troppo alte, di certo ci siamo rimasti un po’ male per un profilo certo molto giapponese ma come ‘depotenziato’, con poco grip. Il prodotto c’è, è buono, per carità: non è forse il nostro dram ideale, diciamo. Siamo diventati dei fighetti? Nel dubbio, 81/100.

Sottofondo musicale consigliato: Apparat – Limelight