Botti da orbi – Il mio nome è Nessuno

[Riparte la sapida e sapiente rubrica di Marco Zucchetti: con cosa si confronterà questa volta? Non lo sappiamo noi, non lo sa lui e a ben vedere non lo sanno neanche gli imbottigliatori. Più o meno…]

“Undisclosed” è una categoria del malt-porn sempre più in voga. È l’equivalente della categoria “masked”, dove i protagonisti sono sotto copertura o perché si vergognano, o perché l’anonimo attizza sempre. Abbandonando l’ardita metafora coi siti zozzi, perché questo florilegio di nom de plume (o nom de malt) fra gli Scotch e gli Irish whiskey?

Di sicuro perché tante distillerie – quelle che ancora vendono barili agli imbottigliatori indipendenti – impongono di mantenere il segreto sulla provenienza del malto, sia per calcolo economico sia per non venire accostati a barili che vengono ceduti perché non all’altezza del livello qualitativo. Ma anche perché inventare pseudonimi curiosi ed evocativi funziona a livello di marketing. Perché il whiskofilo è curioso come una scimmia e appena intravede un prodotto ignoto ci si tuffa col fegato assetato di conoscenza. Di solito la proverbiale fantasia scozzese non va oltre la geografia, con cui si può anche ammiccare alla distilleria assente (bel titolo per un racconto di Edgar Allan Poe: “La distilleria assente”, suona bene). Si prende la regione, oppure il porto, la pozzanghera o la montagnetta più vicina, si sbatte il toponimo in etichetta e il gioco è fatto. Altri invece pescano dal gaelico o perfino dai fumetti, il che aumenta il senso di esotico. A questo punto il whiskofilo ha già fatto guizzare la carta di credito e con la bava alla bocca ha già comprato tutto.

Noi – che in quanto a bava non temiamo confronti e che riguardiamo “Per un pugno di dollari” almeno una volta al mese anche se Sergio Leone lo diresse col nome di Bob Robertson – non cadiamo nel tranello dei pregiudizi. E con lo spirito del fact-checking ci dedichiamo oggi a vivisezionare qualche Elena Ferrante del whisky, tre da Islay e due dall’Irlanda.

Lochan Sholum (2003/2018, Maltbarn, 50,3%)

Il nome sembra una mossa di un videogioco picchiaduro anni ’90. In etichetta ci hanno piazzato uno scoglio funestato dal mare in tempesta, ma il Lochan Sholum è uno dei placidi e oscuri laghetti che se ne stanno su un altipiano di Islay, a 280 metri di altitudine. Il fatto che siano anche la sorgente da cui sgorga l’acqua di Lagavulin è sicuramente un caso. Il whisky è un 14 enne invecchiato in sherry e realizzato in 147 esemplari. Al naso è un bel circo di suggestioni. C’è la torba, tra il falò e le costine di maiale affumicate di certi barbecue americani (il caro e vecchio distillato obeso dei Laga); non manca la frutta matura, soprattutto arancia e lime, e una marinità accentuata (alghe). Lo sherry non è per nulla dolce, ma si fa sentire con note di frutta secca e un che di organico, come di funghi porcini essiccati. L’aspetto più curioso e intrigante, però, è un’aria fresca di borotalco che fa capolino qui e là, punteggiata da altre suggestioni vegetali di rabarbaro. Al palato l’erbaceo aumenta di spessore: timo bruciato, ricorda certi amari alle erbe. L’affumicatura è potente, sembra di avere tizzoni appena spenti in bocca. Salamoia evidente, limone e una spolverata di spezie (zenzero e cannella). Liquirizia salata, anche, a sottolineare una dolcezza crescente. Finale fra sale e braci. Anzi, caldarroste!

Molto variegato, ha un sacco di cose da dire e da dare e tanta energia espressiva. L’eccentrico lato erbaceo è il quid che regala ulteriore complessità. L’unico neo è che non viene proprio una gran voglia di berne subito un altro. È come un piatto assai elaborato, gioia per tutti i sensi ma da godere col freno a mano tirato. 87/100.

Finlaggan cask strength (The Vintage Malt Whisky Co., 58%)

Restiamo su Islay e restiamo lacustri. Loch Finlaggan è più o meno a metà strada fra Port Askaig e Bridgend ed è famoso per essere una delle poche attrazioni turistiche dell’isola, distillerie escluse ovviamente. A dire il vero si vedono solo un paio di ruderi e della schiumaccia beige sull’acqua nera, ma qui sorgeva il castello degli antichi Lord of the Isles, mica haggis e fichi. Si dice che anche dietro questo brand ci sia del Lagavulin più che giovane, quasi neonato. Ad ogni modo, qui si assaggia la versione a grado pieno, rigorosamente NAS. L’olfatto è una schitarrata punk: gracchi distorti di alcol, un riff di fumo acre e catrame. Sembra un adolescente che sta seduto scomposto e mastica a bocca aperta. La torba è sporca, ricorda a tratti un peschereccio dalla carburazione guasta e a tratti un portacenere. Accanto a questa botta emerge nettissima una nota di cuoio, oppure di pelle bruciata, marchiata a fuoco. C’è anche una crema di frutta (banana e limone) e qualcosa di minerale, forse ardesia. In bocca è ancora aggressivo, non ti dà tregua. La gioventù è urlata, l’alcol si sente tutto e non è confortevole. Il corpo è leggero, la cenere acre è un’armatura che rende inutili i muscoli del distillato. Resta spazio solo per un po’ di fruttina dolce, tra miele, limone e mele golden. A cui nel fumo finale si aggiunge del pepe.

L’obiettivo di questi NAS isolani di solito è quello di épater les bourgeois, ovvero martellare di torba devastante gli amanti dei “marmittoni” giovani e feroci. Obiettivo di sicuro centrato, ecco perché ad alcuni recensori non dispiace. Però chi nel whisky cerca qualcosa in più qui fa fatica a trovarlo. E per di più fa fatica anche a berlo, perché l’alcol è davvero proibitivo. C’è di buono che se non vi piace potete metterlo nella Vespa: a occhio rende più della miscela. 76/100.

Port Askaig 19 yo (Speciality Drinks, 50,4%)

A Port Askaig ci sono: un porto dove attraccano i traghetti dalla Mainland, un distributore di benzina, un hotel e una bellissima vista sullo stretto del Sound of Islay e sulla vicina isola di Jura. Ah, c’è anche la più grande distilleria di Islay, Caol Ila. Se siete esperti di indovinelli, un’idea di quale malto risieda in questo imbottigliamento della società gemella di The Whisky Exchange ve lo sarete fatto. In Italia lo importa Velier e al neo-milanese Marco Callegari si deve questo gentile sample di 19 yo. Al naso si respira la pioggia sugli scogli: è un arazzo molto ben intarsiato di sensazioni che vanno dalla salamoia alle cozze, dalla torba salmastra all’inchiostro. È decisamente marittimo, con del pesce affumicato (halibut o merluzzo, comunque quei pesci che in Scozia ti servono anche a colazione). L’alcol e il legno non si sentono per nulla, in compenso fanno capolino note “sporche” come di pollaio e gomma e un lato fresco e quasi medicinale, tra il sedano e il mentolo. Frutta gialla a chiudere il cerchio (mele renette, limone e banana). Con due gocce d’acqua si fa più grasso ed emerge del cuoio. Olfatto godurioso e maturazione profonda, non di quelle accelerate da botti troppo cariche. Al palato se possibile è anche meglio, perché riesce a sembrare puro e cremoso allo stesso tempo. L’attacco è morbido, con limone candito e cereali al miele, e oleoso (olio di mandorle). Poi emerge tutta la parte isolana: la marinità delle ostriche e una torbatura “verde” di erbe bruciate e canfora. La frutta sta in disparte e ricalca quella del naso. Con acqua si fa un po’ più astringente: meglio senza. Il finale è lungo e piacevole; limonata calda con miele, medicinale e – ora sì – un tocco di legno.

Fragrante nel suo senso migliore, ogni sentore squilla ed emerge nitido e tutti insieme si fondono alla grande. Non è semplice unire una profonda marinità quasi ittica e una morbidezza da crema di frutta: la crostata di merluzzo non è esattamente un piatto comune. Capolavoro di equilibrismo naturale. 89/100.

Irish malt very old (2016, Liquid treasures, 49,6%)

Restiamo nel Commonwealth ma le cose si fanno complicate per i detective. Cosa sappiamo, direbbero i giornaloni? Poco. Non solo socraticamente, che tutti noi sappiamo di non sapere. Anche concretamente perché l’etichetta è trasparente come un discorso di Aldo Moro. C’è una foca con la tuba che balla in spiaggia; c’è scritto che stiamo bevendo una delle 123 bottiglie di un Irish whiskey; il malto è “molto vecchio”. Il che – considerando che il colore è quasi trasparente – è un bel mistero. Via col naso, direbbe Lapo. Se ci fossero i whisky-gazzosa questo sarebbe il re della categoria, perché sfoggia tutta una teoria di note fresche e frizzanti: sorbetto all’ananas, mela Granny, kiwi, bacche (ribes bianco e soprattutto uva spina). A dispetto del nome, risulta piacevolmente acerbo, con un’acidità che ben si amalgama ad una certa dolcezza vanigliata e zuccherina molto Irish. Pian piano si fa anche un po’ più pungente, con cardamomo e lemon grass. A un certo punto balena una nota di minestra, ma forse è di nuovo la vicina che esagera con la pastina in brodo, eh. Il limone domina anche il palato, ma è limonata zuccherata più che succo. Poltigliette di frutta gialla (pera, banana e ananas) e miele di acacia. Il sostrato dolce e ammiccante rimane, ma rispetto all’olfatto viene sostenuto anche da una solida stampella di spezie, pepe in primis. L’aggiunta di acqua aumenta la dolcezza e fa da catalizzatore a un lato erbaceo che somiglia tanto allo sciroppo alla menta. Finale non lungo e senza ulteriori sorprese: pera dolce e zenzero candito.

I rabdomanti della complessità indirizzino il loro bastoncino altrove, perché questo è un whisky semplice e chiaro. Il che non toglie che sia estremamente ben fatto, con una frutta scintillante sugli scudi e una freschezza davvero piacevole. È una bella bevuta estiva, per stare senza pensieri (cit. Gomorra). Ecco, magari l’unico pensiero è il prezzo: 180 euro per non sapere cosa si beve non sono pochi. 86/100.

County Louth (2003/2017, Valinch & Mallet, 51.5%)

Si resta nella verde Irlanda e si perlustra la mappa. Dove dannazione è la contea di Louth? Eccola là, al confine con l’Ulster, sopra Drogheda, la città favorita da Pablo Escobar (battuta imbarazzante, ok). La contea – guarda caso – ospita una sola distilleria, quella di Cooley. Ma chi può dire se è davvero il suo distillato? Ad ogni modo, quello imbottigliato da Fabio e Davide è un single malt invecchiato in uno sherry hogshead per 14 anni. Ne sono saltate fuori 329 bottiglie (e a occhio sono anche già esaurite). Il fatto che sia un single malt e l’apporto dello sherry travestono l’irlandese da scozzese, ma una certa delicatezza di sentori è come l’accento: inconfondibile. L’abbinata pera-banana c’è, ma rimane seduta sul sedile posteriore. Guidano le note sherried: in primis cioccolato al latte e nocciola. Ma anche un tè alla pesca fresco e noce moscata. Il legno regala suggestioni di lucido da scarpe. Interessante, anche se non intensissimo. Al palato – nonostante un alcol un po’ esuberante – è molto compatto. C’è ancora il cioccolato al latte, forse pralina al caffè. È senz’altro dolce e spesso, miele di castagno e datteri. La frutta si fa matura e tropicale e balenano mela e mango. Pian piano si fa più asciutto e il lussureggiante burro sciolto lascia spazio al legno verso un finale bello lungo, dove mandorla e pepe bianco arricchiscono la sensazione di generale dolcezza.

C’è della fierezza, nella diversità di questo bicchiere. Una specie di ribellione alle regole della casa, come i figli dei ministri che diventano no global. La cremosità generale è senz’altro una qualità, così come le piacevoli sensazioni tostate tra cacao, caffè e frutta secca. Una inaspettata virata sul secco lascia spiazzati, ma abbiamo conosciuto figli di ministri decisamente più insopportabili. Ribelle con una causa. 85/100.

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Una parata di Michter’s

Qualche settimana fa abbiamo partecipato a una serata dedicata a Michter’s, distilleria di Louisville, Kentucky, che in patria si sta affermando come uno dei whiskey premium più à la page nei cocktail bar di un certo livello. Possiamo dire che in Italia il concetto stesso di bourbon (o american whiskey o rye) premium non si è ancora completamente formato, se è vero che in pochi sono disposti ad aggiungere qualche euro in più per IMG_20190711_202829personalizzare un Old Fashioned o Manhattan, per non parlare della bevuta in purezza. Sarà anche per aiutarci ad ampliare gli orizzonti che Velier, importatore italiano di Michter’s, ha organizzato una serata conviviale alla Filetteria Italiana, a Milano, presentando l’intera gamma della distilleria, proponendola sia in miscelazione che in purezza e abbinata a una cena di carne, a tratti davvero esotica (i filetti di zebra, bisonte e canguro erano non meno che ottimi, ci hanno lasciato a bocca aperta). Dietro all’organizzazione della serata si celava anche Shane Eaton di Questa Mia Milano, una vecchia (si fa per scherzare, Shane…) volpe, amante sia del buon cibo che del buon bere. Ci ha fatto compagnia un agguerrito manipolo di giornalisti, blogger e microinfluencer, tra cui ci piace citare Italia a Tavola (qui il loro racconto della serata) e la coppia che anima la pagina instagram di Love Bites.

Prima di iniziare con le consuete nostre sgangherate impressioni, ci sia permesso di ringraziare Marco Callegari e Chiara Barbieri di Velier, che si ricordano sempre di noi quando ci sono da aprire bottiglie in maniera smodata…

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Photo Credit: Italiaatavola.net

Michter’s Sour Mash (2019, OB, 43%)

Il sour mash è una particolare tipologia di whiskey, in cui una parte dei residui della precedente fermentazione viene reimmessa nel washback in un nuovo batch. Per questo whiskey vengono utilizzate non più di 24 botti per lotto.

michters-us1-sour-mash-whiskey-1014748-s110N: un profilo molto particolare, con note floreali (poutpurri, lavanda) davvero inconsuete. Saremo condizionati dal Sour in etichetta ma sentiamo una nota acetica, che in qualche modo gli dà agilità e rende meno urlate le note tipiche da american whiskey (toffee, vaniglia, noce di macadamia). Tante spezie e tanto legno.

P: molto beverino, molto coerente e violentemente floreale. Inoltre si aggiungono note erbacee tipo rabarbaro e buccia d’arancia essiccata. La parte dolce c’è ma non offende, con mandorle, nocciole e toffee.

F: medio lungo, tornano caramello e spezie come cannella.

Un whiskey in tutù, non certo da harleyisti. Forse il suo limite sta proprio nelle mollezze floreali che esibisce, poco caratteristiche del distillato a stelle e strisce. È sfaccettato, gentile, però intendiamoci è anche saporito come un bourbon proprio non può fare a meno di essere: 83/100. Costa sui 60 euro.

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e noi che pensavamo di essere blogger con un certo fascino, non avevamo visto nulla… (Photo Credit: Questa Mia Milano)

Michter’s Straight Rye Single Barrel (2019, OB, 42,4%)

Abbiamo qui ovviamente almeno il 51% di segale, mentre ci dicono che l’invecchiamento sia di tutto rispetto per un Rye Nas, ovvero sia tra i 6 e i 9 anni.

michters-us1-single-barrel-straight-rye-1296695-s245N: che bontà!, e che complessità, inusuale per un Rye nella nostra esperienza. È un po’ ruffiano, molto fruttato, non così spigoloso come spesso sono i whiskey di segale. Stupisce la quantità di frutta, che si spinge fino al tropicale: ananas disidratato, pesche sciroppate, mela caramellata. Molto cremoso, con crema di vaniglia. Note speziate, con zenzero candito. Fudge, toffee; anche note floreali, forse soprattutto lavanda.

P: molto aperto, molto ‘facile’. Tanta caramella mou, tanto toffee, ancora le note di lavanda, floreali, piuttosto evidenti e marcate. Guava a sparigliare sul tropicale, ma anche tanta arancia macerata (se vi capita di mordicchiare l’arancia che rimane nell’Old Fashioned…), maraschino e pesche con amaretti sbriciolati. Cannella.

F: lungo, speziato, agrumato e piacevolmente astringente. La frutta si riverbera a lungo, ipermatura e penetrante, a ricordare una macedonia.

Un rye che si allontana dai rigidi dettami della segale, regalando spunti fruttati e floreali sorprendenti. Aiuta a liberarci dei preconcetti e a urlare: “c’è tanta delizia fuori dalla Scozia!”. Il voto è 86/100, il prezzo per chi ama queste volgari quisquilie è circa 60 euro.

Michter’s Kentucky Straight Bourbon 10 yo (2019, OB, 47,2%)

Per varie ragioni, tra cui il clima e l’uso di botti vergini di rovere, raramente il bourbon supera i 5 anni di invecchiamento. Questo single barrel ha invece aspettato un decennio prima di essere svuotato e ci aspettiamo una concentrazione di odori e sapori devastante.

IMG_20190728_123126N: al primo impatto è un po’ chiuso rispetto al Rye, sembra un pelo alcolico. Molto aromatico comunque, arriva subito una nota di Fiesta, con cioccolato, pan di spagna e liquore all’arancia. Banana, molto toffee, fudge, caramello, crema di vaniglia.

P: anche qui è bello carico, ma resta piacione e beverino. Ancora vaniglia, cioccolato al latte, caramello, toffee e crema di banana. Cocco. Un poco di arancia. Non diventa mai stucchevole, anche perché arriva una nota speziata e legnosa che riequilibra abbastanza.

F: cocco innanzitutto, crema, poi un po’ di spezie del legno (forse chiodi di garofano?).

Certo, costa 170€ e beh, come dire: non è poco. Si paga qui anche la scarsità di bottiglie, che sono 120 per tutta l’Italia. Ma noi non ci curiamo del prezzo quando diamo il voto, e dunque registriamo che anche se il Rye resta più di nostro gusto, questo 10 yo è un ottimo bourbon, bello dolce e ruffiano, con venature speziate: 85/100.

E per concludere, il menù completo della serata:

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Photo Credit: Questa Mia Milano

 

 

 

Botti da orbi – Rum United Drinking Club

l’illuminato Marco Zucchetti che verga queste righe

[Rieccolo: mister Marco Zucchetti inaugura il ritiro estivo di Whisky Facile per la preparazione estiva, un ritiro blindato come neppure quello di Conte all’Inter, e siccome è un visionario, un esteta del calcio, convoca addirittura undici rum!]

Nazionale maggiore, under 20, under 21, perfino la nazionale femminile. C’era un tale ingorgo di squadre per cui tifare in questo inizio d’estate che sembrava di stare a piazzale Loreto alle sei di sera. Però dato che a ciascuno il suo, come diceva quell’ultrà di Sciascia, qui si pensava a quale squadra donare il nostro cuore in questo giugno finalmente torrido. Ci sarebbe la Real Tiki, tutta ombrellini e coppe (di frutta); ci sarebbe la Gin Tonic FC, dal gioco frizzante; oppure il Deportivo Bollicine, espressione perfetta del calcio champagne. Ma noi il calcio moderno – pardon, il beverage moderno – lo apprezziamo con moderazione. E da bravi veterospiritisti riempiamo la curva del Rum United, a costo di schiattare di caldo al primo sorso. Undici campioni tosti, ognuno con il suo stile. Un famoso presidente di calcio parecchio vincente preferisce giocatori senza barba e senza tatuaggi. Noi preferiamo i rum che sudano e danno l’anima, non i veneziani tutti veroniche e svolazzi dolciastri. Undici, undici / undici rummoni / Noi vogliamo / undici rummoni!

Skeldon 18 yo (Guyana, 2000/2018, El Dorado ‘rare collection’, 58,3%)

Portiere

La Demerara distilleries fa rivivere il mark della distilleria chiusa nel 1960, prodotto poi da Uitvlugt e ora da Diamond. Al naso è muscolare ma piacevole, dà sicurezza. C’è un che di cantina umida che subito si dissolve in una golosità da tiramisù e torcetti al burro. Prugne Sunsweet, lamponi, vaniglia e noci chiudono il cerchio, dove gli esteri non fanno capolino. Nessuna distrazione, né fra i pali né in uscita. Il tiramisù (o tiratisù dopo aver parato un rigore) rimane e di fatto il palato è coerente all’olfatto. È potente, piccante, con cacao, frutta secca e vino rosso fortificato, forse strudel. Qualcosa di cuoio e legno che un po’ allappa. Finale lungo e speziato, cannella, uvetta e cioccolato. Buono, da leccarsi i baffi, la dolcezza è ben integrata. Il legno invece è un filo troppo marcato, ma d’altronde al portiere non si richiedono piedi sopraffini, ma reattività e affidabilità. Come si dice a Milano, “inscì aveghen”, ad avercene! 89/100

Savanna ‘Indian Ocean Stills’ 6 y (Réunion, 2012/2018, Velier, 61%)

Terzino destro

Vero e proprio talento in erba: un rhum agricole dall’Oceano Indiano, quindi non sorprende il naso minerale. Si va dalla melissa al limone candito, dal gesso ad una nota balsamica quasi di Vix Sinex e Brooklyn alla clorofilla: è freschissimo, va su e giù sulla fascia e non (si) stanca mai. Cacao in polvere e una nota quasi affumicata a dare una prospettiva diversa: olfatto eccellente. In difesa però sa essere un mastino. Palato coerente e molto affilato, alcol poderoso; la prima sensazione è ancora erbacea (succo di canna fresco, curry verde e molta anice, quella del ghiacciolo che non a tutti piace). Poi evolve, si fa più zuccherino tra litchies e un che di latte di soia che lega i sapori. Diciamo che manca un po’ di senso tattico e malizia. Finale dolciastro, banana verde grigliata e un tocco amaro di mandorla che con l’acqua svanisce. Eccentrico, per solutori più che abili, unisce un naso da togliere il fiato a un palato in cui l’erbaceo cede al dolciastro. Proprio come quelle promesse della Coppa d’Africa che fanno sognare ma ogni tanto si dimenticano di difendere. 86/100

Royal Navy Tiger Shark (2019, Velier, 57,18%)

Difensore centrale

In mezzo non si può sbagliare, occorre un Baresi, un Beckenbauer. Qui c’è a guidare la difesa c’è un blend di tre rum 100% pot still da due distillerie differenti non specificate, invecchiati ai caraibi per una media di 14 anni. Due polpacci così, due polmoni così e anche altre due cose così. Gli esteri parlano di Giamaica, ma qui stanno sotto un lenzuolo di caramello, caffè e cioccolato fondente. Tackle duro e poi imposta a testa alta. Caldarroste, arancia e diesel, ma non sgradevole. Un olfatto con due anime, una agonistica e una tecnica. L’esperienza si fa sentire al palato, dove salgono di tono le note legnose (liquirizia, vaniglia del Madagascar, cacao e mandorle). Balenano dell’ananas e delle note floreali che si alternano al diesel. Caffè espresso e un tocco curiosamente salato a sottolineare il carattere del leader. Finale di nuovo di liquirizia e gasolio. Niente di addomesticato nello squalo. Riesce nell’impresa di tenere insieme due vie, quella degli esteri spinti e quella speziata/cremosa. Un osso duro. 88/100

Bellevue 21 yo (Guadalupa, 1998/2019, Milano Rum Festival, 57%)

Terzino sinistro

Ogni squadra ha il suo idolo un po’ pazzo. Noi abbiamo questo single cask selezionato da Andrea e Giuseppe, che al naso è un bel rebelòt: legno smaltato, cola, prugne secche, con cacao e banana flambé. Si aggiunge una nota balsamica di muschio e vetiver. Insomma, il ragazzo fa un po’ di tutto, sombrero, tiro al volo, autorete, zuffe: una testa matta. Al palato è un po’ alcolico e si fa secco, quasi rissoso: melassa, noci, zenzero e un tocco floreale (zagara?). Non sta fermo un attimo, si agita ma nel finale si rilassa e si fa più dolce, cioccolato al latte e caramello. Non è Gigi Meroni che si portava al guinzaglio una gallina, ma poco ci manca. Non del tutto equilibrato e di beva non agile, ma emozionale. Un barile alla Gascoigne. 84/100

Rhum Rhum Liberation Integral 6 yo (Marie Galante, 2015, OB, 58,4%)

Mediano

Uno dei gioiellini del maestro Capovilla, invecchiato ai Tropici in un tonneau ex Sauternes. E del vino francese ha la classe cristallina. Il naso è invaso dai profumi: macedonia esotica, pasticcino all’albicocca, ciliegie sotto spirito, resina dolce: Pirlo che esce dalla sua area con una finta e un lancio di esterno. C’è il vino, c’è la cannella e il tabacco dolce. I piedi buoni ci sono. Ma anche la grinta, eh. Perché in bocca si fa speziato: pepe, chili e angostura. Piccante, legnoso e dolce/amaro (zucchero di canna, china e caffè in polvere), lascia il segno anche coi tacchetti. Non dà il meglio sotto il diluvio, perché con l’acqua si slega un po’, anche se diminuisce l’amaro. Finale di legno, buccia di mela rossa grigliata e mandorla. Esperimento unico, grande intensità aromatica. Un po’ strabico fra olfatto fruttato e palato, visione di gioco e foga da incontrista puro. 85/100 

Diplomatico Distillery collection N.3 Pot still 8 yo (Venezuela, OB, 47%)

Ala sinistra

Non a grado pieno, quindi il confronto col resto della squadra è arduo. È uno di quei rum (pardon, calciatori) che avrebbero fatto impazzire il buon Moratti. Perché è farfarello e fiabesco, magari incostante ma da coccolare. Vogliamo chiamarlo il Recoba della squadra? Dopo alambicco Kettle e colonna Barbet, Diplomatico continua la sua serie Distillery collection con un Pot still. Non stupisce dunque la densità di tamarindo e cola al naso. Molta pasticceria, dal panettone alle mandorle tostate. Cioccolato al latte e mango. Pastoso. Non molla il pallone, lo vezzeggia, ne dribbla uno e lo ridribbla, mentre metà pubblico lo osanna e l’altra metà impreca. Poi a conti fatti è molto meno fru fru di quanto gli piace mostrarsi. In bocca infatti è meno dolce del previsto, il caramello bruciato prende note di fumo e il cioccolato si fa fondente. Cannella, albicocca secca e banana. Chiusura sul legno (bastoncino di liquirizia) e datteri, se ha un difetto è quello di non sapersi imporre. Piacevole e senza stucchevolezze spagnoleggianti, ma non emerge per personalità. Insomma, se ci fosse un altro rigore contro l’Helsingborg, non guardatelo bevendo questo rum. 83/100

Versailles 14 yo (Guyana, 2004/2018, Milano Rum Festival, 57%)

Ala destra

Il coraggio, come sa bene Don Abbondio, chi non ce l’ha non se lo può dare. L’altro barile dei milanesi A&G è un Demerara bello tosto color oro zecchino a cui il coraggio non manca. Sfrontato come un Cantona, estroso e imprevedibile. Le note olfattive sono quasi fermentate: smalto, kirsch e kiwi. Gli esteri per un attimo sconfinano quasi nell’acciuga sotto sale. Trucchi, giochini, finte e doppi passi, Garrincha che parte lasciando lì il pallone. Niente paura, poi arrivano marzapane, cedro e pasticcino alla frutta. Col tempo legno affumicato, con acqua più erbaceo (nocciole verdi). Oltre ai fuochi d’artificio c’è la sostanza, i cross per le punte arrivano da lui. Certo, deve uscire dalla nebbia in cui ogni tanto si va a ficcare. Perché l’affumicatura è una suggestione anche al gusto, dove i tannini non si nascondono (chiodi di garofano). Di nuovo marzapane, cioccolato bianco e il mix ananas maturo/banana flambé. Una goduria il finale burroso e di mousse di frutta, come un pallonetto sotto il sette. Molto nudo e crudo, non dimostra mai i suoi anni e mostra tre facce diverse: naso strano, palato affilato e finale equilibrato. Multiforme ed eclettico, uno nessuno e centomila. 85/100

Hampden 23 yo (Giamaica, 1992/2016, Silver Seal, 50%)

Regista

Il perno del sistema di gioco ha l’equilibrio e la leadership come virtù cardinali. La creazione di Max Righi ha un naso da volare via in cui gli esteri si uniscono a note di frutta cerosa ed erbe fermentate. Il che si traduce in profumi di paraffina e vernice, melone bianco, melissa e platano. Ma anche lievito di birra e acqua ragia, erba tagliata che fermenta e caramelle menta e anice. Complicatissimo, da perdercisi. D’altronde tutti i grandi pensatori del centrocampo sanno farsi volpe e leone, far partire bolidi da fuori e smarcare le punte con un passaggio no-look. Il palato accoglie la frutta cerosa (ananas flambé, ciliegie, perfino olive), ma la parte “sporca” non demorde: gomma bruciata, caffè tostato e una impressionante nota di peperoni gialli. Guizza ancora dell’acidità di succo di pompelmo. È un rum che fa reparto da solo, non si tira indietro e dà la carica, anche a costo di prendere qualche cartellino giallo dagli arbitri più fighetti. Non molla mai, con un finale infinito di nuovo di peperoni, menta, cera e polvere di caffè. Niente, è un capolavoro multistrati, un capitano nato. Cose tra loro estranee che interagiscono alla perfezione. Bandiera. 91/100

Cachaça Magnifica Single cask 13 yo (Brasile, 2005/2018, Milano rum festival, 43°)

Trequartista

Ogni brasiliano è un mondo a sé, ma questo lo è ancor di più: un single cask di cachaça pescato dai ragazzi del MRF. Accompagnato da un po’ di scetticismo generale (tipo quando sbarcò Kakà), quindi si assaggia con curiosità doppia. A occhi chiusi diresti rhum agricole. D’altronde la materia è la stessa. Dai brasiliani sappiamo cosa attenderci, tecnica sopraffina, ma saprà incidere? Dominano note erbacee ma sui toni della verdura (cetriolo aromatizzato, sedano). Poi ananas e papaya e gelato alla crema, perfino del gianduia. Perbacco, il carioca se la cava bene. Emergono anche dei lieviti, note di pennarelli Pelikan. Sa anche essere pericoloso, perché in bocca è beverino assai. L’erbaceo si attenua in note di caramella alla mela. Si gonfia la parte più di pasticceria: cioccolato al latte, babà, alchermes, uva passa. Torta di banana. Assist sfornati come bon bon. La dolcezza di tocco resiste nel finale, tra cioccolato e gommose alla frutta. Suggestione di limoncello, ma forse sono traveggole da carnevale di Rio, o forse l’ha appena comprato il Napoli. Sorpresa vera, il legno Ipe suona melodie un po’ esotiche ma l’effetto è di una cremosità golosa oltre l’anima vegetale della materia prima. Missão cumprida, la torcida esulta. 87/100

Foursquare 11 yo (Barbados, 2004/2015, OB, 59%)

Seconda punta

Un Massaro, un Ganz, un rapinatore d’area di rigore che fa vincere gli scudetti in silenzio. Rum da pot still e da colonna invecchiato in botti ex bourbon e distribuito da Ghilardi. Alle prime sembra un rye whiskey (no beh, diciamo un parente): paprika, pesca sciroppata, miele di castagno. Naso zuccherino, vaniglia e mango essiccato, madeira liquoroso. Entra facile nel cuore degli appassionati, sai che non è da Pallone d’Oro ma tutti lo vorrebbero nella loro squadra/vetrinetta dei liquori. Al palato rimane sul lato dolce della forza: croccante di mandorle, datteri dragée e miele grezzo. Cremoso e con alcol quasi a zero nonostante i 59°. Liquore al caffè e biscotti di zenzero. Un dessert, nel senso che arriva alla fine e ti lascia in bocca il sapore di vittoria. Finale piacevole, fra caramello, fichi secchi e albicocca. Profilo gentilmente e piacevolmente cioccolatoso anche se estraneo agli eccessi dei ron spagnoli. Magica la sparizione dell’alcol, tipo Inzaghi che per un’ora sembrava essere rimasto negli spogliatoi e quando spuntava sul filo del fuorigioco era già gol. 87/100

Port Mourant 36 yo (Guyana, 1972/2008, Velier, 47,8%)

Bomber

Quando si parla degli dei, occorre reverenza. La stessa che si deve a certi attaccanti di esperienza che hanno più classe che anni sulla carta d’identità. Questa è una bottiglia epica di Luca Gargano che all’asta va a 3mila sterline, quindi òcio, parliamo di un Pallone d’Oro. Il primo naso è di mela Stark matura, poi si scende in profondità: fichi secchi, legno palissandro e uvetta. Non basta segnare tanto, bisogna anche segnare in un certo modo. Come Van Basten, come Cruyff. C’è un che di biblioteca e una patina di cera calda. Frutti neri, tabacco aromatico, zabaione e dopo 36 anni agrume ancora vivido. Non sembra neppure rum, spunta perfino un che di salsa di soia: sontuoso. La stessa mascella che cade estasiata per la rovesciata di CR7, o lo stacco di testa di Pelé. In bocca è tutto giocato sul caffè e le spezie (cannella/vaniglia). Scuro, cremoso, ancora marmellata di more, violetta, cioccolata, legno antico. Che cos’è la sapienza? L’arte di fare le cose perfettamente senza sforzo. Il retrogusto è di mirtilli e uva rossa, il finale è vibrante, con fichi secchi e cioccolato grasso, quasi alla panna. Non c’è molto da dire, mostra un’opulenza e una molteplicità di sfaccettature impressionante. Sfavillante, da Hall of Fame. 94/100

Ardbeg Ar10 (2001/2018, Elements of Islay, 52,4%)

Sabato scorso, puntuale come la scadenza del bollo e come i titoloni sul calciomercato dell’Inter, c’è stato l’Ardbeg Day: una grande festa tropicale (?) per festeggiare il più furioso torbato di Islay. Nei prossimi giorni cercheremo di toglierci le fette di ananas rimaste incastrate nei capelli e i semi di papaya infilatisi nelle tasche, e vi proporremo i nostri due centesimi sull’ultima release ufficiale, Ardbeg Drum, finito in botti ex-rum appunto. Intanto, però, eccoci a celebrare la distilleria a modo nostro: e dunque ecco Ardbeg Ar10, imbottigliato da Speciality Drinks nella bellissima serie Elements of Islay, di cui già in passato abbiamo assaggiato perle vere. Questa è una miscela di due barili ex-bourbon first fill, distillati nel 2001 e imbottigliati l’anno scorso, nel 2018. Grazie a Marco Callegari per il sample.

N: un vero Ardbeg, che puzza di Ardbeg. Certo, le prime note che ci vengono a mente sono un po’ così: borotalco, lime… La torba è poco fumosa, ma molto… torbata, molto acre. C’è una persistente vena vegetale, chi dice mezcal, chi dice insalata; sentori balsamici, conifere, eucalipto. I barili giocano la loro partita, con vaniglia, una componente cremosa. Marinità trattenuta ma presente: ostriche. Eccellente.

P: molto buono, molto dolce ma altrettanto equilibrato. Zucchetti dice “arachide salata” con una convinzione tale che pare brutto contraddirlo. Cremoso, con vaniglia, burro… burro salato. Torba qui più compiutamente fumosa. Ancora molto agrumato: lime, decisamente. Un balsamico zuccherato, con liquirizia.

F: lungo, persistente, diventa qui estremamente marino: ostrica.

91/100. Ardbeg pulito, tagliente e perfetto come Ardbeg sa essere (SPOILER: quando non lo si infila in barili a caso per smarmellarlo di dolcezze bislacche). Bello, buono, bravi: davvero delizioso. Non serve dire di più.

Sottofondo musicale consigliato: The Chats – Smoko.

Macallan Edition No.4 (2018, OB, 48,4%)

Ormai è francamente difficile star dietro alla gran messe di imbottigliamenti senza età dichiarata messi sul mercato da Macallan: non ci sarebbe niente di male, se non fosse che generalmente, dato che The Macallan è “brand di lusso” e non più (o non più solo) “grande distilleria di whisky”, queste bottiglie escono a prezzi obiettivamente insensati e restano ostaggio dei flippers, che le rivendono ad altri flippers, eccetera eccetera. Niente di male, niente di illegittimo, per carità: la tendenza delle aste recenti però mostra bene come il mercato si stia iniziando a stufare di questi atteggiamenti, e insomma, staremo a vedere. Oggi assaggiamo una versione tra le più ‘accessibili’, l’Edition n.4: si tratta di un’edizione limitata, limitatissima anzi, a sole 300.000 bottiglie (…), ed è maturata in… tenetevi forte, sedetevi, fate un respirone… European/American Oak refill butts, European/American Oak refill hogsheads, American Oak first fill Vasyma hogsheads, European Oak first fill Diego Martin Rosado butts, European Oak first fill Jose Y Miguel Martin butts, European Oak first fill Tevasa butts/puncheons e infine European Oak first fill Tevasa hogsheads. Ok, grazie per la trasparenza, Macallan. L’intera linea delle Editions verte proprio sull’importanza del legno per Macallan: avevamo assaggiato l’Edition n.2 e ci era piaciuta molto, nonostante tutto, quindi stiamo a vedere. Come quell’altra volta, ringraziamo Marco Callegari e Velier per il campione.

N: è un profilo molto ‘marrone’, e con questo non siate maliziosi nel trarre conclusioni affrettate. C’è qualcosa di molto appiccicoso, bruciato: caramello, crosta di torta di mele bruciacchiata, melassa. Si spinge poi ancora più un profondità con carruba e foglia di tabacco, fichi secchi, e a tratti si fa torrido (oh, l’avevamo scritto così in bozza, abbiate pietà, qualsiasi cosa voglia dire). Banoffie pie, se conoscete questa aberrazione britannica. Noce di Pecan, a restituire come una densità da bourbon. Arancia rossa un poco rancida: un’arancida?

P: il corpo è buono, la gradazione sostenuta si svela inavvertita, e l’attacco è dominato da sapori molto intensi: ancora caramello, carruba, marmellata di arancia amara (un’arancida amarcia, forse, a questo punto?), crostata bruciacchiata, banana caramellata, ancora forse qualcosa di tabaccoso. Si sente il legno, con spezie varie e foglie di tabacco. C’è però un qualcosa di strano, con un’acidità quasi da salsa agrodolce.

F: non lunghissimo, intenso però, con legno, carruba e arancia.

Il discorso, purtroppo, è il solito: se mi scrivi 7 anni e me lo fai pagare 40€, lo apprezzo; se me lo fai pagare 130, non mi dici l’età e te la meni, mi trovo costretto a penalizzarlo. Il rapporto qualità/prezzo non è certo dei migliori, ma comunque, intendiamoci, si lascia bere piacevolmente: e in fondo se sei miliardario, una bottiglia da 130€ è fascia da entry-level, con i whisky da 40€ ci fai lavare i cessi alla servitù, probabilmente. Fossimo in Macallan staremmo a meditare un po’ sul futuro: come insegna quel tale “la reputazione di oggi sono le vendite di domani”, e come insegna quell’altro “la reputazione di un brand è quel che la gente dice quando non sei nella stanza”. Comunque, 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Sfera Ebbasta – Ricchi x sempre.

Glen Grant 22 yo (1995/2017, Signatory Vintage, 49,9%)

Tempo fa abbiamo fatto visita al Velier Inventorum, uno spazio nel pieno centro di Milano che Velier, storico importatore genovese, ha destinato agli incontri ‘istituzionali’ per presentare i propri prodotti a stampa e professionisti. Noi abbiamo approfittato dell’invito di Marco Callegari e abbiamo trascorso un ottimo pomeriggio ad alta gradazione, tra whisky di tutto il mondo, Chartreuse, mezcal, rum… I ricordi sono confusi: per fortuna abbiamo la sana abitudine di portare con noi dei sample per poter riassaggiare a casa qualcosa, e oggi questo qualcosa è un single cask di Glen Grant imbottigliato da Signatory Vintage dopo 22 anni di invecchiamento.

N: molto aperto, intenso e invitante: osiamo dire sontuoso nel suo profilo fruttato da Speysider maturo in bourbon. Tantissima frutta: in particolare esplode la mela, gialla e verde, anche albicocca (anzi: proprio marmellata di albicocca, pardon, confettura). Poi pasticceria: ciambellone, crema pasticciera. Cereali caldi e biscotti secchi (oro saiwa, anzi: gli Zalet!, i biscotti di malto e miele millefiori). Non troppo complesso, intendiamoci, ma piacevolissimo e godurioso.

P: la gradazione non passa inavvertita, ma porta esplosività. Partono fiammate di frutta: albicocca e mela gialla, pera: tutta frutta matura, intensa, una macedonia estiva. Ci sono poi venature più ‘scure’, con frutta secca (nocciola), miele. Rispetto al naso, cede in cremosità: ma la vaniglia si sente fin dall’inizio.

F: tende a chiudersi un poco, tra frutta secca (forse noce?, o mandorla?), spezie del legno… Tende all’amaricante – rispetto alla lussuriosa dolcezza del palato. Pepe bianco.

Un “whisky troione” (cit. Angelo) al naso, ai limiti dell’eccessivo, che però si raffina al palato, guadagnando un’inattesa sobrietà, e finisce per tirar fuori il legno perdendo un po’ quella dimensione sontuosamente fruttata che andava promettendo. Ottimo, ragazzi non snobbate Glen Grant solo perché Michele ve l’ha rovinato in gioventù: fanno un whisky delizioso. 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Drugdealer feat. Weyes Blood – The end of comedy.

amrut intermediate sherry

Amrut ‘Intermediate Sherry’ (2010, OB, 57,1%)

Noi abbiamo un amico di nome Davide che è tanto curioso, in molteplici campi di questo fantastico viaggio che è la vita. Tanto curioso da trasferirsi a Monaco di Baviera, per vedere l’effetto che fa stare sotto l’ala amorevole di Mamma Merkel; tanto curioso da esser andato in vacanza in Corea del Nord, riuscendo tra l’altro a non farsi incarcerare contro ogni ragionevole previsione; tanto curioso da averci portato un campione di questo sperimentalissimo Amrut, distilleria indiana che oramai non può più essere considerata una sorpresa, visti i riconoscimenti conseguiti in svariati concorsi internazionali. L’Intermediate Sherry spicca però per la particolare composizione delle botti: dopo un periodo in ex virgin ed ex bourbon casks, il tutto viene spostato in botti di sherry. Tutto qui? Nemmeno per idea, perché a questo primo finish ne segue un altro in botti di bourbon. Leggiamo poi che il distillato è stato spedito in Spagna e travasato nelle botti di sherry, per poi far ritorno in India, evitando così il rischio di “infezioni” delle botti esauste durante il viaggio dall’Europa all’Asia. Magia della globalizzazione!

amrut intermediate sherryN: Davide non ti preoccupare, non è orribile, bensì molto particolare. Parte ricordando un paio di Converse nuove, avete presente? Poi si agita un senso di bruciato che si estende soprattutto su ciò che di dolce riusciamo a immaginare: una torta alle mele, cannella e uvetta dimenticata quei dieci minuti di troppo in forno. Caramello. Anche uvetta sotto spirito: c’è un qualcosa che indica un alcol piuttosto grezzo, elemento che ci fa capire che siamo di fronte a un distillato piuttosto giovane. Marmellata di ciliegia. Sarà la suggestione indiana, ma ci vien da dire spezie varie – e pepe bianco. Una punta muffita, di legno umido.

P: intenso e aggressivo, per nulla delicato. L’apporto del legno è evidente e mostruoso, a suo modo. Si parte con una certa acidità spiccata, orientato soprattutto sull’arancia (anche rossa, al limite del marcio), è davvero molto dolce, tra caramello, torte marmellatose e dolcetti orientali, miele, cotognata. Anche qui non c’è fumo, ma resta una netta nota di plastica.

F: lungo e persistente, ancora acido, plasticoso, marmellata di frutta stracotta.

Questa pazza creazione di Amrut ci sembra si distingua per una maturazione iper estrattiva e in un certo senso forzata: non è uno scandalo, soprattutto dato l’angel’s share che affligge le botti a queste latitudini, e non è un whisky “cattivo”, intendiamoci. C’è chi infatti ne rimane entusiasta, come Ruben. Tuttavia onestamente non ne cercheremmo un altro dram, perchè non ci ha catturato e molto semplicemente non incontra i nostri gusti: 78/100. Si trova ancora in giro a circa 80 euro, se siete curiosi.

Sottofondo musicale consigliato: A.R. Rahman, The Pussycat Dolls – Jai Ho (You Are My Destiny) 

Botti da orbi – “La degustazione del secolo” pt. 2

Ecco la seconda parte del reportage di Marco Zucchetti (che potete vedere qui sotto, sfocato e straordinariamente lucido al contempo, come solo lui sa essere) sulla “Degustazione del secolo”, evento straordinario tenutosi a Londra due settimane fa in occasione del lancio di Hampden da parte di Velier e La Maison Du Whisky. Che capolavoro…

BALLY 1924 (Martinica, 45°)

Altro pezzo storico: il primo millesimato in assoluto della casa. Il rum talking fra gli esperti a fine degustazione gli assegna la palma di più enigmatico della serata. Vediamo perché.

Di un mogano tenue, è delicato anche nei profumi. Fresco, con pesca e susine, ha il profilo più dolce e sensuale. Cioccolato al latte, quasi floreale. Col tempo emerge una distinta nota di ciliegia e bon bon alla fragola. È un’eccentrica vecchietta assai profumata, e anche al palato rimane sulla fantasia floreale: violetta e lavanda. Ma sotto le vesti graziose e leggiadre si coglie comunque un bel corpo secco e austero, con chiodi di garofano e noci pecan tostate.

Il finale è speziato (chili), con crostatine bruciacchiate alla marmellata di frutti neri (più more che mirtillo). Ma al di là della ruota della fortuna delle suggestioni retrolfattive, resta un rum che parla molte lingue, lancia segnali e poi si nasconde, senza mai farsi capire del tutto. Intendiamoci, è di una eleganza rara, ma chi indovina dove va a parare è bravo. D’altronde lo avevamo detto che era femmina…

Criptico: 88/100

SKELDON 1978 (Guyana, 60.4°, imbottigliato 2005)

Ecco, lui la vecchietta di cui si parlava prima potrebbe difenderla dai malintenzionati a forza di schiaffi tipo Bud Spencer. Trattasi di rum mastodontico dal cuore d’oro, una cascata di muscoli e un altruismo con cui regala sensazioni a piene mani. Usciamo un attimo dalle metafore antropomorfe: blend di tre barili provenienti da una distilleria chiusa negli anni ’50, è uno dei primi imbottigliamenti fatti da Luca Gargano, e forse il suo preferito. C’è da capirlo: tutto comunica potenza in questo bicchiere dove i riflessi rossi accendono già la fantasia. Poi non devi far altro che lasciarti trasportare dalle folate impetuose di aromi: smalto, arancia, un che di barbecue, melassa spessa, un’aria di foglie umide e sottobosco e perfino un’idea di balsamico invadono il naso.

In bocca ti viene in mente il climax di qualche sonata di Beethoven, dove tutto congiura per spingerti a invadere la Polonia in un delirio di onnipotenza. Secco e impegnativo, unisce legno, polvere, amarena sciroppata e una impressionante liquirizia pura. Imbottigliato nel 2005, ha passato 26 anni nei barili ai Tropici, il che lo rende denso e infinito. Muscoli e cuore, ma anche attributi e una saggezza coraggiosa, da eroe che molte ne ha viste, molte ne ha vinte e molte ne sa raccontare.

Epico: 93/100

HAMPDEN 2011 (Jamaica, 60°, imbottigliato 2018)

L’ultima tappa della degustazione, ultimo frazionista della staffetta 5xRum. Insieme alla versione base a 46°, è il primo imbottigliamento ufficiale di rum invecchiati da parte della distilleria giamaicana diventata mito per via del suo profilo aromatico da record: di fatto, è il rum con la maggior concentrazione di esteri al mondo. E dato che la serata è un po’ da Guinness, le credenziali con cui si parte sono quelle giuste.

In effetti già alla prima sniffata si capisce che l’ordinario non fa per Hampden. Qui la definizione potrebbe essere “rum corazzato”. Nel senso che l’alcol vigoroso e soprattutto una coltre acre di trementina e smalto (il Crystal Ball, per i ragazzi degli anni Ottanta…) possono scoraggiare i bevitori amatoriali. Ma l’attesa del piacere non è essa stessa il piacere? E dunque chi ha la pazienza e l’ardore di non lasciarsi respingere, viene premiato. Dopo poco gli esteri abbassano la guardia e si può entrare timorosi in un mondo di mela cotta e arachidi. Avanzando e sorseggiando, poi, arrivano caramello, pesche all’amaretto. E accanto a una dolcezza imprevedibile, compare anche un lato salato, quasi di pop corn e mandorla tostata, che tiene le redini del lungo finale.

La fermentazione di 15 giorni, l’uso esclusivo di lieviti selvaggi e gli alambicchi pot still di sicuro fanno una gran differenza. Dicono che il clima di Trelawny – il grand cru del rum giamaicano – e l’acqua di sorgente siano altrettanto determinanti. Noi che non siamo indigeni come le 23 specie di uccelli tropicali che popolano le foreste intorno alle piantagioni non lo possiamo sapere e ci fidiamo. Ma capiamo che il risultato è comunque uno spirito fiero, che può dividere sul gusto (soggettivo, si sa) ma non sulla qualità.

Sfrontato: 88/100

“Mi diede una strana sensazione, e il resto di quella notte non parlai molto. Mi limitai a starmene seduto e a bere, cercando di decidere se stessi diventando più anziano e saggio o semplicemente più vecchio”.

Le cronache del rum, Hunter S. Thompson, 1998

Foursquare ‘Triptych’ (2016, Velier, 56%)

Sei mesi fa abbiamo compiuto quello che è senz’altro un passo piccolo per l’umanità, ma per whiskyfacile è grandissimo: organizzando il Freak Show abbiamo aperto al mondo del sottoprodotto caraibico (citazione da attribuirsi rigorosamente al sommo Terziotti), cioè al rum. Il punto di partenza è stata la constatazione di come l’assenza di un disciplinare per il rum sia un problema per la percezione dell’intera categoria: facendola più semplice di come è, se è tutto permesso chi lavora bene non ha modo di distinguersi da chi lavora male, perché in etichetta è rum il primo ed è rum il secondo – per intenderci, proprio la rigidità del disciplinare dello scotch whisky ne ha permesso la crescita e l’affermazione. Consci del problema, alcuni distillatori di rum hanno deciso di provare a cambiare le cose: in particolare, Luca Gargano di Velier (proprietario di Rhum Rhum a Marie Galante, oltreché ovviamente importatore in Italia) e Richard Seale di Foursquare Distillery, su Barbados,  hanno deciso di lanciare una nuova proposta per un disciplinare del rum modellata proprio su quello del whisky scozzese, su cui potete leggere qualche impressione qui, qui e qui. Ora, stimolati dalla riflessione abbiamo voluto aprire proprio un Foursquare “Triptych”, un single blended rum (cioè un rum di singola distilleria ma frutto di miscela di distillato da pot still e da column still), miscela di barili di tre annate (2004, 2005, 2007) e di tre tipologie diverse (bourbon, madeira, quercia americana vergine) selezionato e imbottigliato da Velier due anni fa. Ah, non dimentichiamo che la maturazione è avvenuta alle Barbados. Presenta diffusamente distilleria e imbottigliamento il buon Steven.

N: incredibilmente aperto e accogliente pur se a 56%, da subito – da profani quali siamo – ci sembra predominante l’apporto dei legni rispetto al distillato in sé. Al di là di una nota vinilica, molto evidente e frequente in questo tipo di distillato, il bouquet aromatico si dipana poi su note di caramello, di miele; c’è una componente molto fruttata, che ci regala l’epifania delle pesche sciroppate. Biscotti cannella e zenzero, a dimostrare la presenza di spezie molto strutturate. Non si dimentichi la scorza d’arancia (o l’arancia candita). Un che di chimico, insondabile e sfuggente alla nostra parola, che forse definiremmo Coccoina.

P: anche qui i 56% sono in sordina, e lasciano spazio a un rum davvero pieno e soddisfacente: esplode in bombe di sapore ‘appiccicose’, dal caramello alla frutta sciroppata. Forse un che di barretta con caramello e arachidi? Burroso, grasso. Ciliegie sotto spirito. Si fa ancora più evidente un lato tostato e speziato di grande complessità: abbiamo ancora cannella (dolcetti alla cannella, o i chewing-gum alla cannella che c’erano in commercio anni fa…) e chiodi di garofano. Come dimenticare però l’agrume?, soprattutto chinotto, arancia rossa. Tende all’amarino, dopo un po’.

F: si riverbera a lungo, tra una dolcezza intensa e un che di amaricante, con tante spezie. Nel finale del finale, a sorpresa, un che di curiosamente catramoso e di cherosene, tipo – ma solo “tipo”.

Non vogliamo dare voti numerici ai rum, lo sapete, perché siamo gente di straordinaria umiltà e ineguagliata coscienza: ma se volete la nostra opinione, e se siete su questo sito forse vi interessa, beh: ci piace veramente tanto tanto. Molto buono, complesso, con molti strati aromatici portati dai barili, certamente attivi, ma anche con piacevolissime emersioni del distillato, uno dei più interessanti attualmente prodotti. Insomma, trattasi di un rum sicuramente costruito, ma costruito bene bene. Bravo Richard, bravo Luca. Qui le opinioni di Serge, che un voto lo dà e ci trova d’accordo, e del grasso pirata, il nostro punto di riferimento in materia di distillato caraibico. Esaurito dovunque, aspettatevi di comprarlo in asta a un prezzo decisamente più alto di quello d’uscita.

Sottofondo musicale consigliato: Kamasi Washington – Street Fighter Mas.

Kavalan Tasting

Kavalan, l’oggetto nascosto del desiderio. In realtà la distilleria della fu Isola di Formosa, oggi Taiwan, non è che si nasconda tanto da quando è stata fondata nel 2006. Infatti la produzione annua ammonta a 9 mln di litri (pare che a Taiwan si beva come dei

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disperati) e 900 mila persone la visitano ogni anno; quindi più di tutte quelle che varcano le soglie delle distillerie di tutta la Scozia. Ecco come e dove va il mondo. Di fronte a tali stravolgimenti della Storia, ci sembrava brutto non rinfrescare la nostra opinione su Kavalan, che oramai fa incetta di premi nelle competizioni internazionali, e abbiamo approfittato della splendida opportunità offertaci da WhiskyClub Italia e dall’importatore Velier, che hanno organizzato di concerto un tasting nell’elegantissima cornice del Baxter Bar, letteralmente a due passi dal Duomo, quello della Madunina tuta dora e piscinina, sì proprio lui. Erano presenti anche due ambasciatrici della distilleria, con la simpaticissima Emma Lin oramai veterana dei whisky festival italiani.

Kavalan Single Malt (2018, Nas, OB, 40%)

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L’entry level senza età dichiarata della distilleria è composto da 8 tipi differenti di botti, sia sherry che bourbon e sia first che second fill. Al naso parte subito senza troppe timidezze su note di banana, zucchero bruciato, frutta secca dolce tipo mandorle. In bocca ha tanta vaniglia e ancora un qualcosa di tropicale. Il finale è brevino, con una leggera sensazione di caramelle al rabarbaro e all’orzo. È semplice ma non piatto. Spensierato, gradevole, anche se non può dirsi un mostro di profondità. Sicuramente l’angel share di 10-12 punti percentuali all’anno aiuta accelera e dona personalità a un whisky che a mala pena toccherà i 5 anni. 83/100

Kavalan ex bourbon oak (2018, Nas, OB, 46%)

Si tratta di un whisky senza età dichiarata, diluito a 46%, che è

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stato invecchiato esclusivamente in botti ex bourbon (mavvà!) di primo riempimento provenienti da Buffalo Trace Bourbon e Heaven Hill Distillery. Al naso a sorpresa è fine e con una certa eleganza. Si impone poi una gran bella nota di uva americana e fragoline. In bocca ha un bel corpo, è cremoso (vaniglia e panna cotta) e tropicale. Arriva anche un leggero pepe bianco. In generale è bello fruttato e ricorda un po’ certi Arran.
Alla lunga forse un po’ troppo bourbonoso e alla cieca si potrebbe anche cadere in inganno, ma è sicuramente un dram che merita un assaggio (anche due o tre): 84/100, la nostra affilata sentenza.

Kavalan Solist Vinho Barrique (2012/2016, OB, 56,3%)

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Veniamo ai pezzi forti, ovvero sia i single cask della serie Solist. La botte W1207227039A ha avuto l’impareggiabile onore di essere riempita con whisky Kavalan dopo aver contenuto un vino non meglio specificato di un non meglio specifico Paese tra Francia, Usa (California), Sud Africa. Quattro anni di invecchiamento possono bastare a Taiwan e poi- voilà!- ecco pronte 238 bottiglie a grado pieno. Ci viene detto che le botti sono ampiamente recharred e (sarà la suggestione) il whisky al naso si presenta effettivamente compatto, scuro, profondo, con note “tostate” davvero poderose. L’alcol si sente pochissimo e invece si sentono mille cesti di ciliegie tutti assieme. Tanto pepe nero e liquirizia. in bocca è secco, vinoso, speziatissimo. Si iscrive nella categoria whisky estremi e ovviamente la materia prima va un po’ a farsi benedire. Ma c’è a chi piace: noi, che già avevamo apprezzato un Solist in sherry, lo premiamo per la particolarità dell’esperienza: 87/100. Ah, diciamo che non viene via proprio con due noccioline, considerando che costa circa 230 euro.

Kavalan Solist Sherry 70° anniversario Velier (2010/2016, OB, 58,6%)

Questo single cask, di cui esistono 518 bottiglie e che costava circa 180 euro, fa parte degli imbottigliamenti celebrativi dei 70 anni di attività di Velier, lo

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storico importatore genovese. Forse anche per lo stile davvero particolare (ebbene sì, è ancora più estremo del Vinho di qui sopra!) questo barile ha prevalso tra quelli proposti dalla distilleria per festeggiare la ricorrenza. Allora, non è carico, depppiù!!! Ha chiari sentori balsamici e frutta nera. Aceto di more, ci pare una sintesi felice. Ancora una spremuta di ciliegie, a cui in bocca si aggiungono cacao amaro e caffè, oltre a una strana sensazione vegetale (tipo sedano), che molto probabilmente è data dal tannino. In effetti è molto astringente, tende all’amaro nel momento stesso in cui ancora rimbomba violentissima la frutta nera. Pazzesco nelle sue intemperanze. These violent delights have violent ends: 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Vita di Pi – Piscine Molitor Patel (eh sì, il regista Ang Lee è taiwanese)