Michter’s US*1 Original Sour Mash (2019, OB, 43%)

Nel giorno del Thanksgiving, scegliere un whiskey americano sembra una scelta fin troppo facile… Ma se non lo facessimo dovremmo chiamarci WhiskyDifficile, o no? Mentre vi riprendete da questo esordio tristemente spumeggiante, eccoci a introdurvi la recensione del giorno: Michter’s Sour Mash, ovvero uno dei whisky del 2019 secondo The Whisky Exchange. Per “Sour Mash” si intende quando si aggiunge una quota dell’ultimo fermentato al nuovo mosto per avviare la nuova fermentazione – vi sentite arricchiti ora? Siete pronti a farcire il tacchino con un pollo per poi inserirlo in una faraona, in una splendida Matrioska di pollame? Bene. Assaggiamo.

N: un profilo molto particolare, con note floreali (poutpurri, lavanda) davvero inconsuete. Saremo condizionati dal Sour in etichetta ma sentiamo una nota acetica, che gli dà agilità e rende le note tipiche da bourbon (toffee, vaniglia, noce di macadamia) meno cafone. Tante spezie e tanto legno.

P: molto beverino, molto coerente, violentemente floreale e inoltre si aggiungono note erbacee tipo rabarbaro e buccia d’arancia essiccata. La parte dolce c’è ma non offende, con mandorle, nocciole e toffee.

F: medio lungo, tornano caramello e spezie tipo cannella.

Un bourbon in tutù, non certo da harleyisti. Forse il suo difetto sta proprio nelle mollezze floreali che esibisce, poco caratteristiche del distillato a stelle e strisce. È sfaccettato, gentile, però intendiamoci, è anche saporito come un bourbon proprio non può fare a meno di essere: 83/100. Certo, non costa poco ma conferma la buona qualità media dei distillati di Michter’s.

Sottofondo musicale consigliato: Metallica – American National Anthem.

Macallan Extravaganza – tre assaggi e Macallan ‘Estate’

Ieri pomeriggio due illustri rappresentanti del collettivo qui dedicato alla degustazione compulsiva di molti malti (Jacopo e Zucchetti) hanno partecipato alla presentazione del nuovo Macallan Estate – ci piace chiarire subito che non si tratta della prima bottiglia di una serie dedicata alle Quattro Stagioni di Vivaldi, deponete il sovranismo linguistico e sappiate che Estate in inglese si legge “Istèit” e vuol dire “tenuta”. L’imbottigliamento, dunque, è dedicato alla tenuta in cui sorge Macallan, e nella quale si coltiva anche dell’orzo, tutto destinato alla produzione di questa bottiglia.

Invitati da Velier, che non possiamo che ringraziare per l’ennesima puntata di “alcolismo pomeridiano in contesti esclusivi”, i nostri prodi bevitori hanno partecipato a una sobria degustazione di due drink e quattro malti. I cocktail, d’apertura e chiusura, preparati da Guglielmo Miriello e dallo staff del Ceresio 7, erano – onestamente – eccellenti: in particolar modo il primo, l’Easy Rider, ci ha veramente sedotto.

Nicola Riske, deliziosa Brand Ambassador di Macallan che già in passato avevamo avuto modo di conoscere e ascoltare, era presente a raccontarci alcuni imbottigliamenti della gamma ‘normale’, prima di passare al pezzo grosso, l’Estate (Istèit). Senza perdere altro tempo, ecco le nostre sobrie note di degustazione.

Macallan 12 yo ‘Double cask’ (2019, OB, 40%) 

N: molto dolce e pesante, carico. Caramello e sticky toffee pudding (siamo gente che ha visto il mondo, che credete). Caramelle alla banana. Marmellata di arancia, cioccolato all’arancia – l’agrume è molto presente. Nocciole, poi bordate di noce moscata, sentori chiari di lieviti e distillato (si sente tanto la gioventù, cosa che stupisce vista la presenza netta dei legni). P: oleoso, poi cannella, gianduia… Ancora caramello, ancora buccia d’arancia, poi pepe nero, pane tostato col cioccolato, un tocco di sale e (tremate) salsa di soia, infine legno e caffè. F: breve, dal dolciastro iniziale vira al secco con arancia, spezie e (tremate) angostura.

Nel complesso, ci è parso piuttosto sgraziato: al naso è enfatico, con gioventù esibita e dolcezza gonfiata. Il finale secco stona col resto, e la gradazione contribuisce a dargli una sensazione di anonimato un po’ deludente. Non male, intendiamoci, ma comunque non oltre gli 81/100.

Macallan 15 yo ‘Triple cask’ (2019, OB, 40%)
N: fin da subito molto più elegante, con nocciole a iosa, mandarini, cioccolato bianco (il Ritter sport bianco col ripieno di frutta), crosta di pane… Lo sherry è più evidente ma resta molto pulito ed equilibrato; c’è anche un evidente e assai piacevole tocco floreale di acqua di rose. Solo dopo un po’ emergono le spezie e il legno. Bellissimo naso. P: un po’ deludente rispetto al naso, complice senz’altro una gradazione depotenziante. È piuttosto dolce, con cioccolato al latte e ananas in prima fila. Buccia di pompelmo, a confermare il ruolo che l’agrume ha nella palette aromatica di Macallan, e pepe bianco – ma nel complesso un po’ piatto. Vira al secco verso il finale. F: dolce, frutta mista (ananas) e ancora nocciola.
Ha un carattere differente dagli altri, e certamente dimostra un’eleganza superiore e apprezzabile. Il bilanciamento fra spezie, dolcezza e frutta è buono, soprattutto al naso: peccato, infatti, per la sensazione di un palato un po’ monocorde. Ciononostante, 85/100.
Macallan 18 yo ‘Triple cask’ (2019, OB, 40%)
N: ancora frutta secca molto esibita: la sensazione è di oleosità, poi noci e mandorle. Non manca un lato più compiutamente fruttato, al limite di un tropicale trattenuto ed elegante, con mango, ananas caramellato; poi cannella, tabacco, cioccolato e fichi secchi a go go – lo sherry è con noi. P: molto tropicale anche qui, poi tanta mela. Seguono a ruota le spezie (peperoncino e zenzero, a sottolineare la piccantezza). Cacao amaro e ancora frutta secca (mandorle). Poi il toffee cremoso e una nota di caramello, che richiama il croccante. F: mandarino, toffee, noce moscata e pepe.
Non è affatto un cattivo whisky, è nel complesso molto incentrato sulla frutta secca e il toffee. In franca onestà, ci pare un peccato che manchi di quel quid in grado di farlo emergere sui suoi coetanei 18enni, sempre più agguerriti. Tra le altre cose, anche se nella valutazione noi non teniamo mai conto del prezzo, questa è una boccia da 240€… 84/100.
Macallan ‘Estate’ (2019, OB, 43%)
N: improvvisamente una nota di All Stars sudate, di gomma umida e chiusa: ma non temete, il whisky è stato servito un pelo troppo freddo e occorre aspettare. Pian piano si passa al fieno umido e infine, miracolosamente, si apre. Quando succede, esce subito l’arancia (olio essenziale), poi spezie varie fra cui la cannella e curiosamente… il curry. Poi note più attese, come la banana, il mango, l’arancia matura e un tocco evidente di ciliegia/amarena. P: si apre con liquirizia e caramello, seguite da scorza di arancia e cacao amaro. Curiosa nota distinta di curry, che anche al naso aveva fatto capolino. Mela cotogna cotta, prima di un retrogusto speziato fra zenzero, pepe rosa e noce moscata. F: cacao amaro e cioccolato fondente, cacao amaro, castagna dolce.
Ha bisogno di parecchio tempo per aprirsi, occorrono il giusto distacco e la giusta pazienza. Quando succede, però, si scopre un whisky molto equilibrato e piuttosto energico, con note agrumate spiccate e una coerente cremosità cioccolatosa. 87/100.

Clynelish 20 yo (1996/2017, Signatory, 46%)

I Clynelish Signatory sono gli Andrea Rossi del whisky. Ce ne sono talmente tanti e talmente simili come annate che ti sembra di essere nel quadro di Magritte dove piovono omini tutti uguali. Ma al di là della massificazione, ognuno è un individuo con un suo sé, esattamente come questi imbottigliamenti. Ok, fine dei riferimenti dotti, rientriamo nei ranghi e nelle warehouses. Voi che ci seguite con così tanta amicizia (e anche con un po’ di sano disgusto, e non vi biasimiamo per questo) sapete come Clynelish sia una delle nostre distillerie preferite. Peccato solo non esista un nome per il feticismo della cera salmastra, la nostra parafilia di riferimento. Questo whisky imbottigliato per la serie Vintage è rimasto per 20 anni nel refill butt 8787: vediamo come sono le cose dopo il Ventennio…

176680-bigN: colpisce da subito una prima nota delicatamente sulfurea, non eccessiva ma di certo presente: zolfanello, proprio. Piuttosto umido, si respira l’afrore delle foglie bagnate. Olio di noce, anche? Anzi, forse è proprio nocino, perché la sensazione è anche liquorosa. C’è poi un lato fruttato che tende al troppo maturo, siano albicocche o mele renette. Per il resto, si fa piuttosto silenzioso… Assaggiamo.

P: mmm, purtroppo è abbastanza coerente e non è un bene. Parte un po’ scarico, poi quel che viene fuori è ancora la noce, ma marcia. Spuntano buccia di mela molto matura, arancia andata e carruba… Resta ancora molto sulfureo, qui va verso il rancido, forse l’uovo. Yogurt alla liquirizia. Non indimenticabile, per usare un eufemismo.

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Riconoscete il Clynelish Signatory cattivo fra tutti quelli buoni?

F: piuttosto lungo, ancora sulfureo, ancora yogurt alla liquirizia. Mela. Mah.

Errare è umano, perfino con un Clynelish: 77/100. Peccato, il barile puzzone ha rovinato il miglior distillato di Scozia con una serie di note off eccessivamente sulfuree che soffocano il dna minerale dello spirito. Non ce la prendiamo, succede, anche se per fortuna non troppo spesso.

Sottofondo musicale consigliato: Nine Inch Nails – Somewhat damaged.

Yoichi NAS (2018, OB, 45%)

Yoichi è una delle distillerie più antiche (1934) del Giappone e sicuramente tra quelle che più hanno contribuito ad alimentare l’interesse attorno ai whisky del Sol Levante. A un bel momento succede però che la casa madre Nikka rimanga coi magazzini mezzi vuoti e decida di rimediare demolendo il core range della distilleria e rilanciando con un più pratico whisky senza età dichiarata. Noi non ci scandalizziamo di certo, anche perché abbiamo appena bevuto un altro NAS in edizione limitata di Yoichi, e non era niente male. Assaggiamo dunque, e scordammoce o’ passato, come si dice.

nikka-yoichi-nasN: non nascondiamoci, la gioventù del distillato si sente, netta, con note di cereale, quel senso di ‘acidità’ da lieviti, un po’ di canditi… Ma non appare un difetto in questo contesto, perché tutto è molto piacevole: il cereale domina la scena, con briosche, biscotti al malto, un poco di miele e un mero cenno di cera. Poi si sente “quella cosa lì” che ci fa impazzire di whisky scozzesi come Springbank e Highland Park: quella torba lieve, molto marina, che non sembra fumo ma sembra terra bagnata, al massimo un qualcosa come il cerino spento. Molto piacevole.

P: piuttosto coerente, però qui la componente torbata e marina si prende ancora più spazio: la dolcezza resta quasi in disparte, ancora di gioventù e di cereali (crosta di pane, canditi, una spruzzata di miele). Il resto è mare, salamoia, oliva nera, con una venatura torbata, qui più fumosina che non al naso, davvero gradevole. Semplice ma complesso, se ci intendiamo – e se non ci intendiamo, beh, assaggiatevelo da soli!

F: di media durata, persistente, con un biscotto digestive pucciato in acqua di mare, con un’oliva affumicata sopra. Detta così suona proprio male, ma abbiate fiducia.

85/100 è il nostro voto per un whisky da bere generosamente, sincero e giovane, ma non privo di spunti da campione vero. Yoichi rimane un attore di primo piano e l’impressione è che lo rimarrà ovunque le sorti del mercato giapponese lo porteranno. Si trova attorno ai 70 euro, non poco ma oggigiorno siamo su cifre ancora ragionevoli.

Sottofondo musicale consigliato: Ariana Grande, Miley Cyrus, Lana Del Rey – Don’t call me angel

Yoichi ‘Bourbon Wood’ (2018, OB, 46%)

Da qualche tempo i single malt delle principali distillerie giapponesi sono diventati frutti proibiti, qui nel Vecchio Continente: li tocchi e il tuo portafoglio si butta in un pozzo di acido muriatico. Insomma, riassumendo, gli imbottigliamenti con età dichiarata si sono ridotti notevolmente e i no age statement non scherzano come prezzi; per giunta le distillerie aperte di recente hanno iniziato a mettere sul mercato roba giovanissima spesso anch’essa a prezzi esorbitanti. Per questa ragione grande è stato lo stupore nel vedere una bottiglia aperta di questo Yoichi Bourbon Wood, un’edizione limitata da 2934 bottiglie in esclusiva per La Maison du Whisky, che come sapete importa in Europa una buona parte del whisky giapponese. Va detto che il campione arrivava direttamente da Marco Callegari, uomo (e che uomo!) di punta in Velier e dominus di Inventorum, lo show room milanese dell’azienda di Luca Gargano. Di che stupirci, dunque? Se Marco ha deciso così, noi non dobbiamo farci domande, non dobbiamo provare sentimenti. Dobbiamo solo bere. Punto.

yoichi-bourbon-wood-finish-whiskyN: molto croccante e bourbonoso, molto pieno, aperto e autoesplicito. Di certo, ha una nota di cereale, di malto caldo, con attaccata una patina un po’ minerale, torbosa leggera, sobria, senza fumo. Il barile si sente molto, con banana schiacciata, pasticciotti alla crema, tanta crema al limone. Agrumi canditi. Piacione, piacevole. Un’emersione erbacea, dopo un po’.

P: molto gradevole, nonostante sia molto bourbonoso non risulta sfacciato o volgare. La torba è più evidente, con chicco d’orzo affumicato, il fumo è marcato ma ben integrato. Limone, arancia candita, pera. Tanto bourbon ma senza eccedere, con ancora banana (gelato alla), vaniglia. Una punta piccante da legno, forse zenzero.

F: pera acerba e limone, cereali e vaniglia affumicata. Anzi, erbe bruciate.

Il core range di Yoichi, a partire dall’ottimo 10 anni, ci ha spesso esaltato. Qui ritroviamo quella stessa torba levigata e sensuale, eppure le botti ex bourbon, fresche e ancora fumantine, aggiungono sapore ma non complessità. Noi ci fermiamo su un soppesato 85/100, avvertendo però che i più golosi potrebbero trarne maggior beneficio. Ah prima si parlava di prezzi; se non vi accontentate di un sample e se il vostro portafoglio non è già all’obitorio, qui stiamo intorno ai 180 euro.

Sottofondo musicale consigliato: Jessie Reyez – Gatekeeper

Botti da orbi – Il mio nome è Nessuno

[Riparte la sapida e sapiente rubrica di Marco Zucchetti: con cosa si confronterà questa volta? Non lo sappiamo noi, non lo sa lui e a ben vedere non lo sanno neanche gli imbottigliatori. Più o meno…]

“Undisclosed” è una categoria del malt-porn sempre più in voga. È l’equivalente della categoria “masked”, dove i protagonisti sono sotto copertura o perché si vergognano, o perché l’anonimo attizza sempre. Abbandonando l’ardita metafora coi siti zozzi, perché questo florilegio di nom de plume (o nom de malt) fra gli Scotch e gli Irish whiskey?

Di sicuro perché tante distillerie – quelle che ancora vendono barili agli imbottigliatori indipendenti – impongono di mantenere il segreto sulla provenienza del malto, sia per calcolo economico sia per non venire accostati a barili che vengono ceduti perché non all’altezza del livello qualitativo. Ma anche perché inventare pseudonimi curiosi ed evocativi funziona a livello di marketing. Perché il whiskofilo è curioso come una scimmia e appena intravede un prodotto ignoto ci si tuffa col fegato assetato di conoscenza. Di solito la proverbiale fantasia scozzese non va oltre la geografia, con cui si può anche ammiccare alla distilleria assente (bel titolo per un racconto di Edgar Allan Poe: “La distilleria assente”, suona bene). Si prende la regione, oppure il porto, la pozzanghera o la montagnetta più vicina, si sbatte il toponimo in etichetta e il gioco è fatto. Altri invece pescano dal gaelico o perfino dai fumetti, il che aumenta il senso di esotico. A questo punto il whiskofilo ha già fatto guizzare la carta di credito e con la bava alla bocca ha già comprato tutto.

Noi – che in quanto a bava non temiamo confronti e che riguardiamo “Per un pugno di dollari” almeno una volta al mese anche se Sergio Leone lo diresse col nome di Bob Robertson – non cadiamo nel tranello dei pregiudizi. E con lo spirito del fact-checking ci dedichiamo oggi a vivisezionare qualche Elena Ferrante del whisky, tre da Islay e due dall’Irlanda.

Lochan Sholum (2003/2018, Maltbarn, 50,3%)

Il nome sembra una mossa di un videogioco picchiaduro anni ’90. In etichetta ci hanno piazzato uno scoglio funestato dal mare in tempesta, ma il Lochan Sholum è uno dei placidi e oscuri laghetti che se ne stanno su un altipiano di Islay, a 280 metri di altitudine. Il fatto che siano anche la sorgente da cui sgorga l’acqua di Lagavulin è sicuramente un caso. Il whisky è un 14 enne invecchiato in sherry e realizzato in 147 esemplari. Al naso è un bel circo di suggestioni. C’è la torba, tra il falò e le costine di maiale affumicate di certi barbecue americani (il caro e vecchio distillato obeso dei Laga); non manca la frutta matura, soprattutto arancia e lime, e una marinità accentuata (alghe). Lo sherry non è per nulla dolce, ma si fa sentire con note di frutta secca e un che di organico, come di funghi porcini essiccati. L’aspetto più curioso e intrigante, però, è un’aria fresca di borotalco che fa capolino qui e là, punteggiata da altre suggestioni vegetali di rabarbaro. Al palato l’erbaceo aumenta di spessore: timo bruciato, ricorda certi amari alle erbe. L’affumicatura è potente, sembra di avere tizzoni appena spenti in bocca. Salamoia evidente, limone e una spolverata di spezie (zenzero e cannella). Liquirizia salata, anche, a sottolineare una dolcezza crescente. Finale fra sale e braci. Anzi, caldarroste!

Molto variegato, ha un sacco di cose da dire e da dare e tanta energia espressiva. L’eccentrico lato erbaceo è il quid che regala ulteriore complessità. L’unico neo è che non viene proprio una gran voglia di berne subito un altro. È come un piatto assai elaborato, gioia per tutti i sensi ma da godere col freno a mano tirato. 87/100.

Finlaggan cask strength (The Vintage Malt Whisky Co., 58%)

Restiamo su Islay e restiamo lacustri. Loch Finlaggan è più o meno a metà strada fra Port Askaig e Bridgend ed è famoso per essere una delle poche attrazioni turistiche dell’isola, distillerie escluse ovviamente. A dire il vero si vedono solo un paio di ruderi e della schiumaccia beige sull’acqua nera, ma qui sorgeva il castello degli antichi Lord of the Isles, mica haggis e fichi. Si dice che anche dietro questo brand ci sia del Lagavulin più che giovane, quasi neonato. Ad ogni modo, qui si assaggia la versione a grado pieno, rigorosamente NAS. L’olfatto è una schitarrata punk: gracchi distorti di alcol, un riff di fumo acre e catrame. Sembra un adolescente che sta seduto scomposto e mastica a bocca aperta. La torba è sporca, ricorda a tratti un peschereccio dalla carburazione guasta e a tratti un portacenere. Accanto a questa botta emerge nettissima una nota di cuoio, oppure di pelle bruciata, marchiata a fuoco. C’è anche una crema di frutta (banana e limone) e qualcosa di minerale, forse ardesia. In bocca è ancora aggressivo, non ti dà tregua. La gioventù è urlata, l’alcol si sente tutto e non è confortevole. Il corpo è leggero, la cenere acre è un’armatura che rende inutili i muscoli del distillato. Resta spazio solo per un po’ di fruttina dolce, tra miele, limone e mele golden. A cui nel fumo finale si aggiunge del pepe.

L’obiettivo di questi NAS isolani di solito è quello di épater les bourgeois, ovvero martellare di torba devastante gli amanti dei “marmittoni” giovani e feroci. Obiettivo di sicuro centrato, ecco perché ad alcuni recensori non dispiace. Però chi nel whisky cerca qualcosa in più qui fa fatica a trovarlo. E per di più fa fatica anche a berlo, perché l’alcol è davvero proibitivo. C’è di buono che se non vi piace potete metterlo nella Vespa: a occhio rende più della miscela. 76/100.

Port Askaig 19 yo (Speciality Drinks, 50,4%)

A Port Askaig ci sono: un porto dove attraccano i traghetti dalla Mainland, un distributore di benzina, un hotel e una bellissima vista sullo stretto del Sound of Islay e sulla vicina isola di Jura. Ah, c’è anche la più grande distilleria di Islay, Caol Ila. Se siete esperti di indovinelli, un’idea di quale malto risieda in questo imbottigliamento della società gemella di The Whisky Exchange ve lo sarete fatto. In Italia lo importa Velier e al neo-milanese Marco Callegari si deve questo gentile sample di 19 yo. Al naso si respira la pioggia sugli scogli: è un arazzo molto ben intarsiato di sensazioni che vanno dalla salamoia alle cozze, dalla torba salmastra all’inchiostro. È decisamente marittimo, con del pesce affumicato (halibut o merluzzo, comunque quei pesci che in Scozia ti servono anche a colazione). L’alcol e il legno non si sentono per nulla, in compenso fanno capolino note “sporche” come di pollaio e gomma e un lato fresco e quasi medicinale, tra il sedano e il mentolo. Frutta gialla a chiudere il cerchio (mele renette, limone e banana). Con due gocce d’acqua si fa più grasso ed emerge del cuoio. Olfatto godurioso e maturazione profonda, non di quelle accelerate da botti troppo cariche. Al palato se possibile è anche meglio, perché riesce a sembrare puro e cremoso allo stesso tempo. L’attacco è morbido, con limone candito e cereali al miele, e oleoso (olio di mandorle). Poi emerge tutta la parte isolana: la marinità delle ostriche e una torbatura “verde” di erbe bruciate e canfora. La frutta sta in disparte e ricalca quella del naso. Con acqua si fa un po’ più astringente: meglio senza. Il finale è lungo e piacevole; limonata calda con miele, medicinale e – ora sì – un tocco di legno.

Fragrante nel suo senso migliore, ogni sentore squilla ed emerge nitido e tutti insieme si fondono alla grande. Non è semplice unire una profonda marinità quasi ittica e una morbidezza da crema di frutta: la crostata di merluzzo non è esattamente un piatto comune. Capolavoro di equilibrismo naturale. 89/100.

Irish malt very old (2016, Liquid treasures, 49,6%)

Restiamo nel Commonwealth ma le cose si fanno complicate per i detective. Cosa sappiamo, direbbero i giornaloni? Poco. Non solo socraticamente, che tutti noi sappiamo di non sapere. Anche concretamente perché l’etichetta è trasparente come un discorso di Aldo Moro. C’è una foca con la tuba che balla in spiaggia; c’è scritto che stiamo bevendo una delle 123 bottiglie di un Irish whiskey; il malto è “molto vecchio”. Il che – considerando che il colore è quasi trasparente – è un bel mistero. Via col naso, direbbe Lapo. Se ci fossero i whisky-gazzosa questo sarebbe il re della categoria, perché sfoggia tutta una teoria di note fresche e frizzanti: sorbetto all’ananas, mela Granny, kiwi, bacche (ribes bianco e soprattutto uva spina). A dispetto del nome, risulta piacevolmente acerbo, con un’acidità che ben si amalgama ad una certa dolcezza vanigliata e zuccherina molto Irish. Pian piano si fa anche un po’ più pungente, con cardamomo e lemon grass. A un certo punto balena una nota di minestra, ma forse è di nuovo la vicina che esagera con la pastina in brodo, eh. Il limone domina anche il palato, ma è limonata zuccherata più che succo. Poltigliette di frutta gialla (pera, banana e ananas) e miele di acacia. Il sostrato dolce e ammiccante rimane, ma rispetto all’olfatto viene sostenuto anche da una solida stampella di spezie, pepe in primis. L’aggiunta di acqua aumenta la dolcezza e fa da catalizzatore a un lato erbaceo che somiglia tanto allo sciroppo alla menta. Finale non lungo e senza ulteriori sorprese: pera dolce e zenzero candito.

I rabdomanti della complessità indirizzino il loro bastoncino altrove, perché questo è un whisky semplice e chiaro. Il che non toglie che sia estremamente ben fatto, con una frutta scintillante sugli scudi e una freschezza davvero piacevole. È una bella bevuta estiva, per stare senza pensieri (cit. Gomorra). Ecco, magari l’unico pensiero è il prezzo: 180 euro per non sapere cosa si beve non sono pochi. 86/100.

County Louth (2003/2017, Valinch & Mallet, 51.5%)

Si resta nella verde Irlanda e si perlustra la mappa. Dove dannazione è la contea di Louth? Eccola là, al confine con l’Ulster, sopra Drogheda, la città favorita da Pablo Escobar (battuta imbarazzante, ok). La contea – guarda caso – ospita una sola distilleria, quella di Cooley. Ma chi può dire se è davvero il suo distillato? Ad ogni modo, quello imbottigliato da Fabio e Davide è un single malt invecchiato in uno sherry hogshead per 14 anni. Ne sono saltate fuori 329 bottiglie (e a occhio sono anche già esaurite). Il fatto che sia un single malt e l’apporto dello sherry travestono l’irlandese da scozzese, ma una certa delicatezza di sentori è come l’accento: inconfondibile. L’abbinata pera-banana c’è, ma rimane seduta sul sedile posteriore. Guidano le note sherried: in primis cioccolato al latte e nocciola. Ma anche un tè alla pesca fresco e noce moscata. Il legno regala suggestioni di lucido da scarpe. Interessante, anche se non intensissimo. Al palato – nonostante un alcol un po’ esuberante – è molto compatto. C’è ancora il cioccolato al latte, forse pralina al caffè. È senz’altro dolce e spesso, miele di castagno e datteri. La frutta si fa matura e tropicale e balenano mela e mango. Pian piano si fa più asciutto e il lussureggiante burro sciolto lascia spazio al legno verso un finale bello lungo, dove mandorla e pepe bianco arricchiscono la sensazione di generale dolcezza.

C’è della fierezza, nella diversità di questo bicchiere. Una specie di ribellione alle regole della casa, come i figli dei ministri che diventano no global. La cremosità generale è senz’altro una qualità, così come le piacevoli sensazioni tostate tra cacao, caffè e frutta secca. Una inaspettata virata sul secco lascia spiazzati, ma abbiamo conosciuto figli di ministri decisamente più insopportabili. Ribelle con una causa. 85/100.

Una parata di Michter’s

Qualche settimana fa abbiamo partecipato a una serata dedicata a Michter’s, distilleria di Louisville, Kentucky, che in patria si sta affermando come uno dei whiskey premium più à la page nei cocktail bar di un certo livello. Possiamo dire che in Italia il concetto stesso di bourbon (o american whiskey o rye) premium non si è ancora completamente formato, se è vero che in pochi sono disposti ad aggiungere qualche euro in più per IMG_20190711_202829personalizzare un Old Fashioned o Manhattan, per non parlare della bevuta in purezza. Sarà anche per aiutarci ad ampliare gli orizzonti che Velier, importatore italiano di Michter’s, ha organizzato una serata conviviale alla Filetteria Italiana, a Milano, presentando l’intera gamma della distilleria, proponendola sia in miscelazione che in purezza e abbinata a una cena di carne, a tratti davvero esotica (i filetti di zebra, bisonte e canguro erano non meno che ottimi, ci hanno lasciato a bocca aperta). Dietro all’organizzazione della serata si celava anche Shane Eaton di Questa Mia Milano, una vecchia (si fa per scherzare, Shane…) volpe, amante sia del buon cibo che del buon bere. Ci ha fatto compagnia un agguerrito manipolo di giornalisti, blogger e microinfluencer, tra cui ci piace citare Italia a Tavola (qui il loro racconto della serata) e la coppia che anima la pagina instagram di Love Bites.

Prima di iniziare con le consuete nostre sgangherate impressioni, ci sia permesso di ringraziare Marco Callegari e Chiara Barbieri di Velier, che si ricordano sempre di noi quando ci sono da aprire bottiglie in maniera smodata…

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Photo Credit: Italiaatavola.net

Michter’s Sour Mash (2019, OB, 43%)

Il sour mash è una particolare tipologia di whiskey, in cui una parte dei residui della precedente fermentazione viene reimmessa nel washback in un nuovo batch. Per questo whiskey vengono utilizzate non più di 24 botti per lotto.

michters-us1-sour-mash-whiskey-1014748-s110N: un profilo molto particolare, con note floreali (poutpurri, lavanda) davvero inconsuete. Saremo condizionati dal Sour in etichetta ma sentiamo una nota acetica, che in qualche modo gli dà agilità e rende meno urlate le note tipiche da american whiskey (toffee, vaniglia, noce di macadamia). Tante spezie e tanto legno.

P: molto beverino, molto coerente e violentemente floreale. Inoltre si aggiungono note erbacee tipo rabarbaro e buccia d’arancia essiccata. La parte dolce c’è ma non offende, con mandorle, nocciole e toffee.

F: medio lungo, tornano caramello e spezie come cannella.

Un whiskey in tutù, non certo da harleyisti. Forse il suo limite sta proprio nelle mollezze floreali che esibisce, poco caratteristiche del distillato a stelle e strisce. È sfaccettato, gentile, però intendiamoci è anche saporito come un bourbon proprio non può fare a meno di essere: 83/100. Costa sui 60 euro.

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e noi che pensavamo di essere blogger con un certo fascino, non avevamo visto nulla… (Photo Credit: Questa Mia Milano)

Michter’s Straight Rye Single Barrel (2019, OB, 42,4%)

Abbiamo qui ovviamente almeno il 51% di segale, mentre ci dicono che l’invecchiamento sia di tutto rispetto per un Rye Nas, ovvero sia tra i 6 e i 9 anni.

michters-us1-single-barrel-straight-rye-1296695-s245N: che bontà!, e che complessità, inusuale per un Rye nella nostra esperienza. È un po’ ruffiano, molto fruttato, non così spigoloso come spesso sono i whiskey di segale. Stupisce la quantità di frutta, che si spinge fino al tropicale: ananas disidratato, pesche sciroppate, mela caramellata. Molto cremoso, con crema di vaniglia. Note speziate, con zenzero candito. Fudge, toffee; anche note floreali, forse soprattutto lavanda.

P: molto aperto, molto ‘facile’. Tanta caramella mou, tanto toffee, ancora le note di lavanda, floreali, piuttosto evidenti e marcate. Guava a sparigliare sul tropicale, ma anche tanta arancia macerata (se vi capita di mordicchiare l’arancia che rimane nell’Old Fashioned…), maraschino e pesche con amaretti sbriciolati. Cannella.

F: lungo, speziato, agrumato e piacevolmente astringente. La frutta si riverbera a lungo, ipermatura e penetrante, a ricordare una macedonia.

Un rye che si allontana dai rigidi dettami della segale, regalando spunti fruttati e floreali sorprendenti. Aiuta a liberarci dei preconcetti e a urlare: “c’è tanta delizia fuori dalla Scozia!”. Il voto è 86/100, il prezzo per chi ama queste volgari quisquilie è circa 60 euro.

Michter’s Kentucky Straight Bourbon 10 yo (2019, OB, 47,2%)

Per varie ragioni, tra cui il clima e l’uso di botti vergini di rovere, raramente il bourbon supera i 5 anni di invecchiamento. Questo single barrel ha invece aspettato un decennio prima di essere svuotato e ci aspettiamo una concentrazione di odori e sapori devastante.

IMG_20190728_123126N: al primo impatto è un po’ chiuso rispetto al Rye, sembra un pelo alcolico. Molto aromatico comunque, arriva subito una nota di Fiesta, con cioccolato, pan di spagna e liquore all’arancia. Banana, molto toffee, fudge, caramello, crema di vaniglia.

P: anche qui è bello carico, ma resta piacione e beverino. Ancora vaniglia, cioccolato al latte, caramello, toffee e crema di banana. Cocco. Un poco di arancia. Non diventa mai stucchevole, anche perché arriva una nota speziata e legnosa che riequilibra abbastanza.

F: cocco innanzitutto, crema, poi un po’ di spezie del legno (forse chiodi di garofano?).

Certo, costa 170€ e beh, come dire: non è poco. Si paga qui anche la scarsità di bottiglie, che sono 120 per tutta l’Italia. Ma noi non ci curiamo del prezzo quando diamo il voto, e dunque registriamo che anche se il Rye resta più di nostro gusto, questo 10 yo è un ottimo bourbon, bello dolce e ruffiano, con venature speziate: 85/100.

E per concludere, il menù completo della serata:

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Photo Credit: Questa Mia Milano

 

 

 

Botti da orbi – Rum United Drinking Club

l’illuminato Marco Zucchetti che verga queste righe

[Rieccolo: mister Marco Zucchetti inaugura il ritiro estivo di Whisky Facile per la preparazione estiva, un ritiro blindato come neppure quello di Conte all’Inter, e siccome è un visionario, un esteta del calcio, convoca addirittura undici rum!]

Nazionale maggiore, under 20, under 21, perfino la nazionale femminile. C’era un tale ingorgo di squadre per cui tifare in questo inizio d’estate che sembrava di stare a piazzale Loreto alle sei di sera. Però dato che a ciascuno il suo, come diceva quell’ultrà di Sciascia, qui si pensava a quale squadra donare il nostro cuore in questo giugno finalmente torrido. Ci sarebbe la Real Tiki, tutta ombrellini e coppe (di frutta); ci sarebbe la Gin Tonic FC, dal gioco frizzante; oppure il Deportivo Bollicine, espressione perfetta del calcio champagne. Ma noi il calcio moderno – pardon, il beverage moderno – lo apprezziamo con moderazione. E da bravi veterospiritisti riempiamo la curva del Rum United, a costo di schiattare di caldo al primo sorso. Undici campioni tosti, ognuno con il suo stile. Un famoso presidente di calcio parecchio vincente preferisce giocatori senza barba e senza tatuaggi. Noi preferiamo i rum che sudano e danno l’anima, non i veneziani tutti veroniche e svolazzi dolciastri. Undici, undici / undici rummoni / Noi vogliamo / undici rummoni!

Skeldon 18 yo (Guyana, 2000/2018, El Dorado ‘rare collection’, 58,3%)

Portiere

La Demerara distilleries fa rivivere il mark della distilleria chiusa nel 1960, prodotto poi da Uitvlugt e ora da Diamond. Al naso è muscolare ma piacevole, dà sicurezza. C’è un che di cantina umida che subito si dissolve in una golosità da tiramisù e torcetti al burro. Prugne Sunsweet, lamponi, vaniglia e noci chiudono il cerchio, dove gli esteri non fanno capolino. Nessuna distrazione, né fra i pali né in uscita. Il tiramisù (o tiratisù dopo aver parato un rigore) rimane e di fatto il palato è coerente all’olfatto. È potente, piccante, con cacao, frutta secca e vino rosso fortificato, forse strudel. Qualcosa di cuoio e legno che un po’ allappa. Finale lungo e speziato, cannella, uvetta e cioccolato. Buono, da leccarsi i baffi, la dolcezza è ben integrata. Il legno invece è un filo troppo marcato, ma d’altronde al portiere non si richiedono piedi sopraffini, ma reattività e affidabilità. Come si dice a Milano, “inscì aveghen”, ad avercene! 89/100

Savanna ‘Indian Ocean Stills’ 6 y (Réunion, 2012/2018, Velier, 61%)

Terzino destro

Vero e proprio talento in erba: un rhum agricole dall’Oceano Indiano, quindi non sorprende il naso minerale. Si va dalla melissa al limone candito, dal gesso ad una nota balsamica quasi di Vix Sinex e Brooklyn alla clorofilla: è freschissimo, va su e giù sulla fascia e non (si) stanca mai. Cacao in polvere e una nota quasi affumicata a dare una prospettiva diversa: olfatto eccellente. In difesa però sa essere un mastino. Palato coerente e molto affilato, alcol poderoso; la prima sensazione è ancora erbacea (succo di canna fresco, curry verde e molta anice, quella del ghiacciolo che non a tutti piace). Poi evolve, si fa più zuccherino tra litchies e un che di latte di soia che lega i sapori. Diciamo che manca un po’ di senso tattico e malizia. Finale dolciastro, banana verde grigliata e un tocco amaro di mandorla che con l’acqua svanisce. Eccentrico, per solutori più che abili, unisce un naso da togliere il fiato a un palato in cui l’erbaceo cede al dolciastro. Proprio come quelle promesse della Coppa d’Africa che fanno sognare ma ogni tanto si dimenticano di difendere. 86/100

Royal Navy Tiger Shark (2019, Velier, 57,18%)

Difensore centrale

In mezzo non si può sbagliare, occorre un Baresi, un Beckenbauer. Qui c’è a guidare la difesa c’è un blend di tre rum 100% pot still da due distillerie differenti non specificate, invecchiati ai caraibi per una media di 14 anni. Due polpacci così, due polmoni così e anche altre due cose così. Gli esteri parlano di Giamaica, ma qui stanno sotto un lenzuolo di caramello, caffè e cioccolato fondente. Tackle duro e poi imposta a testa alta. Caldarroste, arancia e diesel, ma non sgradevole. Un olfatto con due anime, una agonistica e una tecnica. L’esperienza si fa sentire al palato, dove salgono di tono le note legnose (liquirizia, vaniglia del Madagascar, cacao e mandorle). Balenano dell’ananas e delle note floreali che si alternano al diesel. Caffè espresso e un tocco curiosamente salato a sottolineare il carattere del leader. Finale di nuovo di liquirizia e gasolio. Niente di addomesticato nello squalo. Riesce nell’impresa di tenere insieme due vie, quella degli esteri spinti e quella speziata/cremosa. Un osso duro. 88/100

Bellevue 21 yo (Guadalupa, 1998/2019, Milano Rum Festival, 57%)

Terzino sinistro

Ogni squadra ha il suo idolo un po’ pazzo. Noi abbiamo questo single cask selezionato da Andrea e Giuseppe, che al naso è un bel rebelòt: legno smaltato, cola, prugne secche, con cacao e banana flambé. Si aggiunge una nota balsamica di muschio e vetiver. Insomma, il ragazzo fa un po’ di tutto, sombrero, tiro al volo, autorete, zuffe: una testa matta. Al palato è un po’ alcolico e si fa secco, quasi rissoso: melassa, noci, zenzero e un tocco floreale (zagara?). Non sta fermo un attimo, si agita ma nel finale si rilassa e si fa più dolce, cioccolato al latte e caramello. Non è Gigi Meroni che si portava al guinzaglio una gallina, ma poco ci manca. Non del tutto equilibrato e di beva non agile, ma emozionale. Un barile alla Gascoigne. 84/100

Rhum Rhum Liberation Integral 6 yo (Marie Galante, 2015, OB, 58,4%)

Mediano

Uno dei gioiellini del maestro Capovilla, invecchiato ai Tropici in un tonneau ex Sauternes. E del vino francese ha la classe cristallina. Il naso è invaso dai profumi: macedonia esotica, pasticcino all’albicocca, ciliegie sotto spirito, resina dolce: Pirlo che esce dalla sua area con una finta e un lancio di esterno. C’è il vino, c’è la cannella e il tabacco dolce. I piedi buoni ci sono. Ma anche la grinta, eh. Perché in bocca si fa speziato: pepe, chili e angostura. Piccante, legnoso e dolce/amaro (zucchero di canna, china e caffè in polvere), lascia il segno anche coi tacchetti. Non dà il meglio sotto il diluvio, perché con l’acqua si slega un po’, anche se diminuisce l’amaro. Finale di legno, buccia di mela rossa grigliata e mandorla. Esperimento unico, grande intensità aromatica. Un po’ strabico fra olfatto fruttato e palato, visione di gioco e foga da incontrista puro. 85/100 

Diplomatico Distillery collection N.3 Pot still 8 yo (Venezuela, OB, 47%)

Ala sinistra

Non a grado pieno, quindi il confronto col resto della squadra è arduo. È uno di quei rum (pardon, calciatori) che avrebbero fatto impazzire il buon Moratti. Perché è farfarello e fiabesco, magari incostante ma da coccolare. Vogliamo chiamarlo il Recoba della squadra? Dopo alambicco Kettle e colonna Barbet, Diplomatico continua la sua serie Distillery collection con un Pot still. Non stupisce dunque la densità di tamarindo e cola al naso. Molta pasticceria, dal panettone alle mandorle tostate. Cioccolato al latte e mango. Pastoso. Non molla il pallone, lo vezzeggia, ne dribbla uno e lo ridribbla, mentre metà pubblico lo osanna e l’altra metà impreca. Poi a conti fatti è molto meno fru fru di quanto gli piace mostrarsi. In bocca infatti è meno dolce del previsto, il caramello bruciato prende note di fumo e il cioccolato si fa fondente. Cannella, albicocca secca e banana. Chiusura sul legno (bastoncino di liquirizia) e datteri, se ha un difetto è quello di non sapersi imporre. Piacevole e senza stucchevolezze spagnoleggianti, ma non emerge per personalità. Insomma, se ci fosse un altro rigore contro l’Helsingborg, non guardatelo bevendo questo rum. 83/100

Versailles 14 yo (Guyana, 2004/2018, Milano Rum Festival, 57%)

Ala destra

Il coraggio, come sa bene Don Abbondio, chi non ce l’ha non se lo può dare. L’altro barile dei milanesi A&G è un Demerara bello tosto color oro zecchino a cui il coraggio non manca. Sfrontato come un Cantona, estroso e imprevedibile. Le note olfattive sono quasi fermentate: smalto, kirsch e kiwi. Gli esteri per un attimo sconfinano quasi nell’acciuga sotto sale. Trucchi, giochini, finte e doppi passi, Garrincha che parte lasciando lì il pallone. Niente paura, poi arrivano marzapane, cedro e pasticcino alla frutta. Col tempo legno affumicato, con acqua più erbaceo (nocciole verdi). Oltre ai fuochi d’artificio c’è la sostanza, i cross per le punte arrivano da lui. Certo, deve uscire dalla nebbia in cui ogni tanto si va a ficcare. Perché l’affumicatura è una suggestione anche al gusto, dove i tannini non si nascondono (chiodi di garofano). Di nuovo marzapane, cioccolato bianco e il mix ananas maturo/banana flambé. Una goduria il finale burroso e di mousse di frutta, come un pallonetto sotto il sette. Molto nudo e crudo, non dimostra mai i suoi anni e mostra tre facce diverse: naso strano, palato affilato e finale equilibrato. Multiforme ed eclettico, uno nessuno e centomila. 85/100

Hampden 23 yo (Giamaica, 1992/2016, Silver Seal, 50%)

Regista

Il perno del sistema di gioco ha l’equilibrio e la leadership come virtù cardinali. La creazione di Max Righi ha un naso da volare via in cui gli esteri si uniscono a note di frutta cerosa ed erbe fermentate. Il che si traduce in profumi di paraffina e vernice, melone bianco, melissa e platano. Ma anche lievito di birra e acqua ragia, erba tagliata che fermenta e caramelle menta e anice. Complicatissimo, da perdercisi. D’altronde tutti i grandi pensatori del centrocampo sanno farsi volpe e leone, far partire bolidi da fuori e smarcare le punte con un passaggio no-look. Il palato accoglie la frutta cerosa (ananas flambé, ciliegie, perfino olive), ma la parte “sporca” non demorde: gomma bruciata, caffè tostato e una impressionante nota di peperoni gialli. Guizza ancora dell’acidità di succo di pompelmo. È un rum che fa reparto da solo, non si tira indietro e dà la carica, anche a costo di prendere qualche cartellino giallo dagli arbitri più fighetti. Non molla mai, con un finale infinito di nuovo di peperoni, menta, cera e polvere di caffè. Niente, è un capolavoro multistrati, un capitano nato. Cose tra loro estranee che interagiscono alla perfezione. Bandiera. 91/100

Cachaça Magnifica Single cask 13 yo (Brasile, 2005/2018, Milano rum festival, 43°)

Trequartista

Ogni brasiliano è un mondo a sé, ma questo lo è ancor di più: un single cask di cachaça pescato dai ragazzi del MRF. Accompagnato da un po’ di scetticismo generale (tipo quando sbarcò Kakà), quindi si assaggia con curiosità doppia. A occhi chiusi diresti rhum agricole. D’altronde la materia è la stessa. Dai brasiliani sappiamo cosa attenderci, tecnica sopraffina, ma saprà incidere? Dominano note erbacee ma sui toni della verdura (cetriolo aromatizzato, sedano). Poi ananas e papaya e gelato alla crema, perfino del gianduia. Perbacco, il carioca se la cava bene. Emergono anche dei lieviti, note di pennarelli Pelikan. Sa anche essere pericoloso, perché in bocca è beverino assai. L’erbaceo si attenua in note di caramella alla mela. Si gonfia la parte più di pasticceria: cioccolato al latte, babà, alchermes, uva passa. Torta di banana. Assist sfornati come bon bon. La dolcezza di tocco resiste nel finale, tra cioccolato e gommose alla frutta. Suggestione di limoncello, ma forse sono traveggole da carnevale di Rio, o forse l’ha appena comprato il Napoli. Sorpresa vera, il legno Ipe suona melodie un po’ esotiche ma l’effetto è di una cremosità golosa oltre l’anima vegetale della materia prima. Missão cumprida, la torcida esulta. 87/100

Foursquare 11 yo (Barbados, 2004/2015, OB, 59%)

Seconda punta

Un Massaro, un Ganz, un rapinatore d’area di rigore che fa vincere gli scudetti in silenzio. Rum da pot still e da colonna invecchiato in botti ex bourbon e distribuito da Ghilardi. Alle prime sembra un rye whiskey (no beh, diciamo un parente): paprika, pesca sciroppata, miele di castagno. Naso zuccherino, vaniglia e mango essiccato, madeira liquoroso. Entra facile nel cuore degli appassionati, sai che non è da Pallone d’Oro ma tutti lo vorrebbero nella loro squadra/vetrinetta dei liquori. Al palato rimane sul lato dolce della forza: croccante di mandorle, datteri dragée e miele grezzo. Cremoso e con alcol quasi a zero nonostante i 59°. Liquore al caffè e biscotti di zenzero. Un dessert, nel senso che arriva alla fine e ti lascia in bocca il sapore di vittoria. Finale piacevole, fra caramello, fichi secchi e albicocca. Profilo gentilmente e piacevolmente cioccolatoso anche se estraneo agli eccessi dei ron spagnoli. Magica la sparizione dell’alcol, tipo Inzaghi che per un’ora sembrava essere rimasto negli spogliatoi e quando spuntava sul filo del fuorigioco era già gol. 87/100

Port Mourant 36 yo (Guyana, 1972/2008, Velier, 47,8%)

Bomber

Quando si parla degli dei, occorre reverenza. La stessa che si deve a certi attaccanti di esperienza che hanno più classe che anni sulla carta d’identità. Questa è una bottiglia epica di Luca Gargano che all’asta va a 3mila sterline, quindi òcio, parliamo di un Pallone d’Oro. Il primo naso è di mela Stark matura, poi si scende in profondità: fichi secchi, legno palissandro e uvetta. Non basta segnare tanto, bisogna anche segnare in un certo modo. Come Van Basten, come Cruyff. C’è un che di biblioteca e una patina di cera calda. Frutti neri, tabacco aromatico, zabaione e dopo 36 anni agrume ancora vivido. Non sembra neppure rum, spunta perfino un che di salsa di soia: sontuoso. La stessa mascella che cade estasiata per la rovesciata di CR7, o lo stacco di testa di Pelé. In bocca è tutto giocato sul caffè e le spezie (cannella/vaniglia). Scuro, cremoso, ancora marmellata di more, violetta, cioccolata, legno antico. Che cos’è la sapienza? L’arte di fare le cose perfettamente senza sforzo. Il retrogusto è di mirtilli e uva rossa, il finale è vibrante, con fichi secchi e cioccolato grasso, quasi alla panna. Non c’è molto da dire, mostra un’opulenza e una molteplicità di sfaccettature impressionante. Sfavillante, da Hall of Fame. 94/100

Ardbeg Ar10 (2001/2018, Elements of Islay, 52,4%)

Sabato scorso, puntuale come la scadenza del bollo e come i titoloni sul calciomercato dell’Inter, c’è stato l’Ardbeg Day: una grande festa tropicale (?) per festeggiare il più furioso torbato di Islay. Nei prossimi giorni cercheremo di toglierci le fette di ananas rimaste incastrate nei capelli e i semi di papaya infilatisi nelle tasche, e vi proporremo i nostri due centesimi sull’ultima release ufficiale, Ardbeg Drum, finito in botti ex-rum appunto. Intanto, però, eccoci a celebrare la distilleria a modo nostro: e dunque ecco Ardbeg Ar10, imbottigliato da Speciality Drinks nella bellissima serie Elements of Islay, di cui già in passato abbiamo assaggiato perle vere. Questa è una miscela di due barili ex-bourbon first fill, distillati nel 2001 e imbottigliati l’anno scorso, nel 2018. Grazie a Marco Callegari per il sample.

N: un vero Ardbeg, che puzza di Ardbeg. Certo, le prime note che ci vengono a mente sono un po’ così: borotalco, lime… La torba è poco fumosa, ma molto… torbata, molto acre. C’è una persistente vena vegetale, chi dice mezcal, chi dice insalata; sentori balsamici, conifere, eucalipto. I barili giocano la loro partita, con vaniglia, una componente cremosa. Marinità trattenuta ma presente: ostriche. Eccellente.

P: molto buono, molto dolce ma altrettanto equilibrato. Zucchetti dice “arachide salata” con una convinzione tale che pare brutto contraddirlo. Cremoso, con vaniglia, burro… burro salato. Torba qui più compiutamente fumosa. Ancora molto agrumato: lime, decisamente. Un balsamico zuccherato, con liquirizia.

F: lungo, persistente, diventa qui estremamente marino: ostrica.

91/100. Ardbeg pulito, tagliente e perfetto come Ardbeg sa essere (SPOILER: quando non lo si infila in barili a caso per smarmellarlo di dolcezze bislacche). Bello, buono, bravi: davvero delizioso. Non serve dire di più.

Sottofondo musicale consigliato: The Chats – Smoko.

Macallan Edition No.4 (2018, OB, 48,4%)

Ormai è francamente difficile star dietro alla gran messe di imbottigliamenti senza età dichiarata messi sul mercato da Macallan: non ci sarebbe niente di male, se non fosse che generalmente, dato che The Macallan è “brand di lusso” e non più (o non più solo) “grande distilleria di whisky”, queste bottiglie escono a prezzi obiettivamente insensati e restano ostaggio dei flippers, che le rivendono ad altri flippers, eccetera eccetera. Niente di male, niente di illegittimo, per carità: la tendenza delle aste recenti però mostra bene come il mercato si stia iniziando a stufare di questi atteggiamenti, e insomma, staremo a vedere. Oggi assaggiamo una versione tra le più ‘accessibili’, l’Edition n.4: si tratta di un’edizione limitata, limitatissima anzi, a sole 300.000 bottiglie (…), ed è maturata in… tenetevi forte, sedetevi, fate un respirone… European/American Oak refill butts, European/American Oak refill hogsheads, American Oak first fill Vasyma hogsheads, European Oak first fill Diego Martin Rosado butts, European Oak first fill Jose Y Miguel Martin butts, European Oak first fill Tevasa butts/puncheons e infine European Oak first fill Tevasa hogsheads. Ok, grazie per la trasparenza, Macallan. L’intera linea delle Editions verte proprio sull’importanza del legno per Macallan: avevamo assaggiato l’Edition n.2 e ci era piaciuta molto, nonostante tutto, quindi stiamo a vedere. Come quell’altra volta, ringraziamo Marco Callegari e Velier per il campione.

N: è un profilo molto ‘marrone’, e con questo non siate maliziosi nel trarre conclusioni affrettate. C’è qualcosa di molto appiccicoso, bruciato: caramello, crosta di torta di mele bruciacchiata, melassa. Si spinge poi ancora più un profondità con carruba e foglia di tabacco, fichi secchi, e a tratti si fa torrido (oh, l’avevamo scritto così in bozza, abbiate pietà, qualsiasi cosa voglia dire). Banoffie pie, se conoscete questa aberrazione britannica. Noce di Pecan, a restituire come una densità da bourbon. Arancia rossa un poco rancida: un’arancida?

P: il corpo è buono, la gradazione sostenuta si svela inavvertita, e l’attacco è dominato da sapori molto intensi: ancora caramello, carruba, marmellata di arancia amara (un’arancida amarcia, forse, a questo punto?), crostata bruciacchiata, banana caramellata, ancora forse qualcosa di tabaccoso. Si sente il legno, con spezie varie e foglie di tabacco. C’è però un qualcosa di strano, con un’acidità quasi da salsa agrodolce.

F: non lunghissimo, intenso però, con legno, carruba e arancia.

Il discorso, purtroppo, è il solito: se mi scrivi 7 anni e me lo fai pagare 40€, lo apprezzo; se me lo fai pagare 130, non mi dici l’età e te la meni, mi trovo costretto a penalizzarlo. Il rapporto qualità/prezzo non è certo dei migliori, ma comunque, intendiamoci, si lascia bere piacevolmente: e in fondo se sei miliardario, una bottiglia da 130€ è fascia da entry-level, con i whisky da 40€ ci fai lavare i cessi alla servitù, probabilmente. Fossimo in Macallan staremmo a meditare un po’ sul futuro: come insegna quel tale “la reputazione di oggi sono le vendite di domani”, e come insegna quell’altro “la reputazione di un brand è quel che la gente dice quando non sei nella stanza”. Comunque, 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Sfera Ebbasta – Ricchi x sempre.