‘Single Islay Malt’ 10 yo (1994/2004, Gordon & MacPhail per Giorgio D’Ambrosio, 40%)

Confessiamo: ci siamo distratti con il vino, è vero, e abbiamo bucato la recensione del lunedì. Per farci perdonare, ripartiamo con un pezzo di storia, una vera perla direttamente da un passato recente che, visto oggi, potrebbe apparire remoto: assaggiamo un ‘Single Islay Malt’ di 10 anni, selezionato da Giorgio D’Ambrosio nel 2004 e imbottigliato da Gordon & MacPhail. Si dice essere Ardbeg, e (a giudicare da qualche prezzo visto online), fino a sei/sette anni fa si poteva comprare a meno di 30€, oggi mettete nel portafogli.

N: molto piacevole, aperto e morbido: forse con incoerenza ci piace iniziare dal lato fruttato, molto pieno, molto guidato dal distillato: senz’altro una bella mela, poi procede a larghe falcate verso una dimensione tropicale, fatta di ananas, di kiwi gold, di lime, talora perfino ci pare di trovare del mango. C’è pure una suggestione di vaniglia, certo, ma decisamente trattenuta; poi ecco l’acidità dell’agrume, soprattutto del limone. Appare piuttosto marino, iodato, mentre non troviamo sentori medicinali. La torba è molto robusta, bruciata: ci ricorda le braci di un falò sulla spiaggia.

P: i 40%, forse, non gli rendono pienamente giustizia: ma da un corpo non possente partono comunque energici fendenti a base di una magica miscela di frutta mista, fumo, cenere e acqua marina. Confermiamo lime e kiwi dal naso, e poi ecco l’uva bianca; acqua di mare, si diceva, e un che di zucchero liquido. Un tizzone di legno ardente (o come immaginiamo debba essere il sapore del), braci e tanta tanta cenere.

F: lungo e persistente, ancora legno bruciato e sale. Un sentore d’uva bianca perdura anche qui.

88/100, davvero buono, buonissimo: sappiamo che quando si tratta di selezionare il barile giusto, Giorgio non sbaglia mira, e questa è l’ennesima conferma. Ci direte che siamo venali, ma a pensare che un whisky del genere – di consumo, da bere, non da mettere sullo scaffale per lucrarci due palanche – costava così poco non sappiamo impedirci di versare una lacrimuccia. Grazie a Giorgio per il sample, naturalmente, ma soprattutto grazie per la selezione!

Sottofondo musicale consigliato: Ghali – Cara Italia.

Port Ellen 1979/2000 (Gordon & MacPhail, 60,7%)

Due anni prima che Diageo lanciasse la prima release di Port Ellen, c’era gente che si divertiva a mettere sul mercato dei barili, inconsapevole di quello che si sarebbe scatenato di lì a un paio di lustri… Grazie alla gentilezza di Luca, storico pavese e grande appassionato di whisky, abbiamo oggi il privilegio di assaggiare uno di questi imbottigliamenti: Gordon & MacPhail unisce due botti ex-bourbon (#7244 e #7247) di whisky distillato nel 1979 e li mette in vetro a gradazione piena, cioè 60,7%.

N: pazzesco quanto sia delicato, a più di 60%! Si iscrive nel più nobile stile di Port Ellen, apprezzatissimo: c’è quella stessa delicata tensione tra un profilo ‘vegetale’ e setoso, vagamente balsamico (salvia, rosmarino, aghi di pino) e un’acidità agrumata, limonosa (e come zittire il lime, magari candito?). Suggestione cromatica? È bianco. Vabbè, passiamo oltre: note di banana verde,  descrittore che troviamo tipico nei Port Ellen; l’aria di mare, in costante crescita man mano che resta nel bicchiere; vapore profumato da stireria; e la torba, il fumo, anch’essi in evoluzione (vanno sempre più verso lo smog, un qualcosa di chimico), a prendersi sempre più spazio col tempo. Sul versante delle leccornie, rileviamo i biscotti scozzesi al burro e una placida vaniglia. Mela verde. Veramente ottimo.

P: madonna! Al di là dello stupore di non sentire l’alcol, ripropone il binomio lime / erbe aromatiche, il tutto inscritto in una marinità sapida e acre davvero incredibile, intensissima, devastante. Lime e sale, solo che al posto del tequila c’è il fumo. Mela verde ancora, che insieme ad una timida ma piena vaniglia (ci fa venire in mente il kinder Paradiso). Il lato della torba è molto setoso, di nuovo, con una splendida cenere in evidenza.

F: lunghissimo, persistente, intensissimo: se volessimo ridurre tutto in un’immagine evocativa e francamente indimenticabile: una fettina di lime caduta nel sale, poi caduta nella cenere. Indimenticabile, vero?

90/100. Davvero molto, molto buono: un profilo sharp, tagliente, nudo, fatto di note erbacee e vegetali, di suggestioni agrumate, di una torba morbida e pure assai marina e cenerosa – Port Ellen nella sua versione più pura, più pulita. Se vi punge vaghezza di farvela vostra, questa bottiglia si trova qui e là a circa 900€. Grazie infinite, Luca!

Sottofondo musicale consigliato: Post Malone ft. 21 Savage – rockstar.

Valinch & Mallet goes to… 1930!

Dopo l’eccezionale appuntamento novembrino con Giorgio D’Ambrosio, sabato prossimo al 1930 si torna a parlare di whisky nell’ambito del progetto “L’alchimia del whisky“, di cui già varie volte abbiamo scritto su questo blog. Il 2018 si apre coerentemente con il desiderio di fare un passo avanti rispetto alle degustazioni degli anni passati: dopo aver introdotto la clientela del locale allo scotch whisky, dopo averle offerto degustazioni monografiche su singole distillerie, ora si passa all’affascinante mondo degli imbottigliatori indipendenti. E il primo a varcare la soglia di uno dei locali più esclusivi d’Italia sarà… Valinch & Mallet!

Marco & Marco

Fabio Ermoli e Davide Romano dialogheranno con il sempre attivissimo Marco Maltagliati, raccontando la loro storia, le modalità con cui scelgono i barili, quello che vanno cercando e quel che invece vogliono evitare… Insomma, una chiacchierata a ruota libera per spiegare la concezione che Fabio e Davide hanno del mestiere di imbottigliatore indipendente. Il tutto, come sempre, sarà affiancato da alcuni drink creati ad hoc da Marco Russo, che si sbizzarrirà con il consueto estro e l’abituale competenza. La base, cioè i whisky che verranno aperti, bevuti in purezza e miscelati – almeno alcuni, i dettagli saranno una sorpresa anche per noi – sono questi quattro:

Davide & Fabio

– Caol Ila 6 yo, Four Grain Koval cask, 47,8%.

South Shore Islay Malt 8 yo, 48,8%

Macduff 20 yo, 51,3%

– Heaven Hill 8 yo, 48,8%

Imperdibile, vero? E allora non perdetevelo, diamine! Per informazioni e prenotazione, scrivete a marcomalta34@gmail.com.

Glenallachie 9 yo (2005/2014, Hepburn’s Choice, 46%)

Ultimamente ci è capitato di sentire un amico pontificare – ostentando sicumera – sulla necessità, per un whisky, di essere molto invecchiato per poter dare soddisfazione: noi non sappiamo resistere alla tentazione della smentita, e dunque assaggiamo un malto che avevamo già testato in passato ‘in via informale’ e che adesso, come dire, casca a fagiuolo. Trattasi d’un Glenallachie (from Speyside, baby) di anni 9, invecchiato in una botte ex-sherry e messo in bottiglia da Hepburn’s Choice (leggasi Hunter Laing), di cui già tempo fa lodammo la selezione di botti giovani ma seducenti (qui, un Talisker). Colore: dorato.

Schermata 2015-09-07 alle 16.48.17N: sulle prime lascia filtrare tutta la sua gioventù, con note di canditi, un senso diffuso di new make (e, diremmo, di mash tun): lieviti a go go, pane, orzo, a tratti con sentori di acqua tonica – e perfino, qualcuno dice, di brodo. Dopo poco, però, questa maltosità organica e vibrante si lascia schermare dall’invecchiamento: note tostate (arachidi), di frutta secca; legno; un che di miele, caramello, carruba, sciroppo d’acero… Cardamomo e mandarino, così, per stupirvi. A parte tutto, è un naso molto stimolante, fresco e gggiovane ma anche piuttosto complesso e non così scontato.

P: si inizia con una dolcezza biscottata e cerealosa (facile citare i Gran Cereale, no? a questo punto aspettiamo un riconoscimento dall’azienda che li produce) e persino dei sentori di frutta rossa (fragola); biscotti al miele e al caramello. Al contempo, ai lati e verso il finale ci sono note frizzantine davvero peculiari, quasi di (biscotti allo) zenzero, oltre alle note vegetali maltose. Anche il re degli agrumi, l’arancia (abbiamo appena operato l’incoronazione), si fa sentire. Un palato spigoloso ma ‘caldo’, nel complesso davvero convincente.

F: lungo, più sul dolce (ancora caramello) che non sul giovane / maltoso: ancora una potente suggestione di zenzero e biscotti.

Ci è piaciuto. È facile da inquadrare e da ‘analizzare’, ma si mostra costruito su fertili contraddizioni: è mieloso, ma non troppo dolce; è giovane, ma non troppo sbarazzino; ha un naso più fresco, un palato più caldo – e nel complesso ci convince perché svela la sua beata giovinezza ma la indossa con portamento maturo, non rinunciando a una certa complessità non banale. 85/100 è il nostro giudizio in numeri, e forse avremmo potuto anche spingerci oltre… Ma fa niente, ormai abbiamo zittito l’amico: era questo il nostro obiettivo.

Sottofondo musicale consigliato: Paradise Lost – Terminal.

Miltonduff 24 yo (1989/2013, Silver Seal, 51,3%)

Dopo questi ultimi due Ardbeg, eccellenti ed estremi nella loro torbosa isolanità, cerchiamo rifugio nei più morbidi territori dello Speyside: nelle nostre peregrinazioni continuiamo però ad affidarci alla guida di Max Righi, novello Virgilio, che ci consegna questo Miltonduff, una botte ex-sherry (o una parte, per lo meno: solo 120 bottiglie messe in commercio) di 24 anni.

0000000018172N: un classico naso da Speysider, quel che cercavamo! Si apre su un tripudio di pasticceria e frutta, in ogni forma: domina sulle prime la pasta di mandorla (i dolcetti di marzapane, che buoni!), ma anche qualcosa che ricorda il pandoro, o la torta paradiso; ci sono note cremose, ma non ruffiane, ed anzi lievemente mosse da punte agrumate (essenza di buccia d’arancia; limone, ma forse perfino pompelmo?); la frutta è sia fresca e matura (pesche, mele; anche una bella nota di melone) che disidratata (ancora mele, albicocche); uva bianca e fragole sono frutto della nostra immaginazione? Col tempo si fa più complesso, lasciando emergere note di malto, di legno impregnato; evolve anche verso un lato più ‘scuro’ (miele, sciroppo d’acero), al limite del minerale.

P: bisogna ripararsi in un rifugio per resistere al bombardamento di sapore; inizia con intense note dolci, molto piacevole (confettura di albicocca, molta; zucchero di canna, tuorlo d’uovo; pesche sciroppate, e mele), e pian piano lascia spazio ad un malto che si rivela più ‘sporco’ rispetto alle nostre attese: c’è una venatura minerale che, abbinata ad un progressivo aumento delle note più ‘legnose’, richiude il profilo di sapori ancora su miele e su una cremosità tostata (e con questa suggestione agghiacciante pensiamo alla creme brulee).

F: si divide tra un lato ‘frizzantino’, maltoso e fruttato, e alcune note, francamente inaspettate, di cacao amaro e pepe.

Siamo di fronte ad un whisky molto buono, che abbina le più rotonde note della frutta cremosa tipica dei malti dello Speyside ad alcune venature minerali, maltose e amaricanti inattese che donano complessità al profilo; uno di noi ha però trovato queste venature non troppo integrate nel contesto, e dopo un lavoro diplomatico degno della migliore prima repubblica, giungiamo al compromesso storico di un 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Gianni Morandi – Banane e lampone.