Degustazione “Botte da Orbi” @La Corte dei Miracoli (8.11.2017)

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L’8 novembre 2017 sarà una data da ricordare, perché segna il giorno esatto in cui abbiamo scoperto un nuovo covo di whiskofili a Milano. A due passi dai Navigli, precisamente nella sede dell’associazione culturale La Corte dei Miracoli, il duo di appassionati di whisky composto da Corrado De Rosa e Alessandro Vigorelli Porro, ha infatti da poco iniziato a cimentarsi in serate a tema: beh, degustazioni di whisky, per l’appunto. L’approccio è molto conviviale, a partire dal proposito subito esplicitato di puntare al pareggio di bilancio e arricchire unicamente la bottigliera del locale con le bottiglie (eventualmente) sopravvissute alla serata. Noi abbiamo trovato uno zoccolo duro di amici e frequentatori dell’associazione che si affacciavano curiosi al mondo del distillato di malto. Insomma, un contesto informale dove tutti stavano sullo stesso piano, impegnati a snocciolare suggestioni a tutto spiano sui malti in assaggio, nel frattempo prodigandosi a demolire la credibilità dei prodi relatori, a loro volta all’unisono protesi all’autodemolizione alcolica della propria integrità fisica e morale. “Beh, capolavoro!”, direbbe qualcuno – e così diciamo noi.IMG-20171108-WA0032
Ma si diceva dell’8 novembre: la degustazione Botte da orbi era a tema wood finish, ovvero imbottigliamenti con maturazioni piene o parziali avvenute in botti “anomale” rispetto alla consueta dicotomia ex-bourbon / ex-sherry cask. Di tre whisky su quattro abbiamo steso le nostre note di degustazione in formato ridotto, per venire incontro una volta tanto ai fautori del “piccolo è bello”. Che – diciamocelo – in tempi di sistema-Paese, di globalizzazione e di maxi fusioni tra conglomerate cinesi, non se la passano tanto bene. Eh?

arran cask sauternes finish 2017Arran The Sauternes Cask Finish (2017, OB, 50%): 50 gradi e non sentirli. Dà subito una sensazione di cremosità (torta al limone). Marshmallow e miele. Poi si appalesa la frutta (albicocca, banana) ma anche un poco di legno tostato. In bocca si sente maggiormente l’alcol e purtroppo cresce anche un senso di gioventù, a base di legna fresca. Ancora frutta gialla, banana e vaniglia. Nel finale, ancora legno tostato. Pure troppo, diciamo. Questo Arran ti dà delle gioie nella fasi iniziali e poi via via va smarrendosi, ma si rimane su un dignitoso 82/100.

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Balvenie 14 yo ‘Old Caribbean Cask’ (2015, OB, 43%). E via di mela grattugiata farinosa e molto matura, con un profilo certo dolce ma non eccessivo. Legno di sandalo, mandorle e burro cacao. Ma resiste anche quella bel sentore di malto caldo di Balvenie. In bocca è a suo modo raffinato, con note di pesche, mele e miele. Frutta secca. In generale è tanto dolce, ma si ferma un attimo prima del troppo che stroppia: 84/100.

Teeling-Stout-Cask-Small-BatchTeeling Stout Cask Finish (2017, OB, 46%). Ebbene sì, trattasi di finish in botti che hanno contenuto birra prodotta dal birrificio “200 Fathoms Imperial Stout”. Non vorremmo dare l’idea di essere essere prevenuti, ma è a tratti imbarazzante: olio d’oliva, con note erbacee di foglia d’insalata e molto distillato nudo sugli scudi. Sciacquatura di piatti (alla pera). Caffè. La birra si sente, purtroppo: 74/100.

Il quarto whisky era un Port Charlotte 8 anni ufficiale, anni completamente trascorsi in una botte ex cognac. Ci è sembrato da subito molto interessante e che per questo meritasse un assaggio più meditato; così ce lo siamo portati a casa e prossimamente saremo ben lieti di tornarci. Intanto corre voce che la prossima serata alla Corte dei miracoli sarà dominata dai whisky indiani… Stay tuned!

Sottofondo musicale consigliato: Queen – The Miracle

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Whiskyfacile… al Milano Whisky Festival!

14976636_1242433639149438_2123820976059888283_oCome da tradizione, per la quinta volta quest’anno parteciperemo al Milano Whisky Festival stando dietro al banchetto di Beija-Flor… e come da tradizione, l’importatore ci ha messo a disposizione il suo intero portfolio per farci scegliere 13 percorsi di degustazione, 13 terzetti che saranno proposti in assaggio con la formula del ‘bevi tre, paghi due’. Qui sotto mettiamo i manifestini per 12 percorsi, con qualche indicazione: innanzitutto, quest’anno è il 175° anniversario di Cadenhead’s, il più antico imbottigliatore indipendente di Scozia, e per quanto buona parte degli imbottigliamenti celebrativi non siano più disponibili abbiamo costretto Maurizio a mettere in assaggio qualche chicca, pescando soprattutto tra le release del 2017 (attenzione a due single cask per i punti vendita di Cadenhead’s…). Rispetto agli anni scorsi ci sono poi alcune novità: Bladnoch in primis, con le Lowlands finalmente rappresentate, poi l’irlandese The Whistler e, con grande gioia nostra, il bretone Armorik. Inoltre, spiccano alcuni imbottigliamenti esclusivi per l’importatore, ad esempio (udite udite) un GlenDronach del 1992 in Oloroso, o due Kilchoman, uno in bourbon e l’altro finito per sei mesi in Pedro Ximenez.

Sopra però abbiamo parlato di 13 terzetti, e qui sotto ce ne sono solo 12… Ebbene sì, ce n’è uno fuori lista, fatto di soli imbottigliamenti “almost rare“, ovvero usciti come ‘normali’ qualche anno fa e nel frattempo diventati piccoli oggetti di culto. Eccolo qui:

  • Kilkerran Work in Progress 1st edition (2009, 46%)
  • Longrow 10 yo (anni 2000, 46%)
  • Kilchoman 2007 SC Oloroso per Beija-Flor (2013, 58%)

Insomma, dovreste trovare malto per i vostri denti, o no? Noi vi aspettiamo, anche solo per quattro chiacchiere!

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The Whistler ‘Blue note’ 7 yo (2017, OB, 46%)

Abbiamo già parlato in passato della rinascita dei whiskey irlandesi, e del fenomeno dei sourced whiskey imbottigliati ‘a marchio’ in attesa che le neonate distillerie abbiano prodotti commerciabili. Gioiamo di questa rinascita, perché per troppo tempo gli irlandesi sono rimasti relegati a ‘fratelli sfigati’ degli scozzesi – questo è un single malt distillato a Cooley, maturato per sette anni in botti ex-bourbon, con un finish in ex-sherry Oloroso. La distilleria in questione si chiamerà Boann, e noi nell’attesa assaggiamo quel che hanno da offrire adesso; ringraziamo Marco, amico che abita a Limerick, per averci inviato questo e qualche altro campione irlandese…

N: le tasting notes ufficiali recitano “rich & smooth”, e in effetti il naso pare riccamente accogliente… È tutto gravido di aromi fruttati, e il primo impatto ci ricorda il finish in sherry: quindi note di uvetta, di Malaga, di frutta rossa, di caramello… Poi un lato fruttato molto intenso, tra le pesche sciroppate, le albicocche fresche, le mele e le pere: un cesto di frutta matura e fresca, molto bello, e un succo d’arancia dolce. Poi ci sono note cremose (crema pasticciera) e di pasticcini.

P: bel corpo, come al naso si fa apprezzare per l’intensità, qui ovviamente dei sapori. Piuttosto coerente, squaderna note pesantemente fruttate (oltre alla frutta fresca di cui sopra, aggiungeremmo mele e prugne cotte); meno agrumato, forse, ha però note di dolcetti molto interessanti, tra l’amaretto, una crostata alle ciliegie… Non certo un mostro di complessità, ma fa quel che deve.

F: lungo e persistente, balla la frutta rossa (ciliegia e fragola) su un tappetino di toffee.

Lode alla trasparenza: sono sette anni dichiarati, non nascosti dal nome bizzarro (che c’è, comunque)… Un irish onesto, e se vogliamo ‘poco irish’, dato che è tutto orzo maltato e ha pure un passaggio in sherry: comunque valido prodotto che conferma – per ora e almeno – che a Cooley sanno lavorare. 84/100. Pare che ce ne sia anche una versione a grado pieno.

Sottofondo musicale consigliato: Demons and Wizards – Fiddler on the Green.

A Quiet Man 12 yo (2017, OB, 46%)

Vincitore del premio come miglior whisky di Scozia all’ultimo Spirit of Scotland è stato… un irlandese, paradosso logico che non abbiamo idea di come possa essere stato accolto da Pino, ma tant’è. L’irlandese in questione è A Quiet Man, marchio di sourced whisky: vale a dire che la distilleria non c’è ancora, la stanno costruendo a Derry, nell’Irlanda del Nord, ma nel frattempo la proprietà ne approfitta per comprare botti da distillerie attive (e non è che siano poi così tante lassù, si sa) e imbottigliarle con il proprio marchio. Prassi curiosa ma molto tipica per il whiskey irlandese: noi oggi assaggiamo il 12 anni, appena imbottigliato a 46%, e interamente invecchiato in botti ex-bourbon a primo riempimento.

N: vogliamo parlare di doppia anima? Sì, vogliamo. Una è senz’altro quella della botte ex-bourbon, e quindi parliamo di vaniglia, zucchero filato, torta paradiso – apporto molto carico e massiccio, ma non a tal punto da coprire la seconda anima, abbastanza particolare e forse inattesa. C’è infatti un senso di minerale, vagamente ‘terroso’, ed anche un qualcosa di erbaceo e ‘botanico’, tipo chinino, acqua tonica secca, cardamomo.

P: leggero e beverino, non nasconde una lieve alcolicità. Ripropone in maniera non pacchiana, ma certo totalizzante, quegli influssi da bourbon del naso: ancora torta appena sfornata (torta di mele e pere?), ancora vaniglia, ancora zucchero filato. Un miele particolarmente floreale?, violette glassate?, a dimostrare un lato leggermente floreale e rarefatto.

F: mediolungo e gradevole, su mele e pere e una banana inattesa (toh, ecco la frutta) e poi un astratto senso di dolcezza maltata.

80/100, molto semplice: buonino e beverino ma nulla di più. Necessitate d’altre parole?

Sottofondo musicale consigliato: Sean Rowe – Downwind.

Spirit of Scotland, tra pochissimo

Riceviamo dagli organizzatori la richiesta di dar conto dell’imminente Spirit of Scotland, e siccome agli accrediti gratuiti proprio non sappiamo rinunciare, ecco qui – anche se siamo abbastanza convinti che nessuno dei nostri millemila contatti ne fosse all’oscuro… Anche quest’anno noi ci godremo la sortita romana dispersi tra il pubblico, e dunque coglieremo l’occasione di assaggiare qualcosa e di scambiare chiacchiere con i soliti noti, primo tra tutti – ovviamente – l’amico Professor Pino Perrone, uomo nato lo stesso giorno di Goethe. A giudicare dal comunicato stampa, l’attenzione verso la miscelazione sembra essere cresciuta ancor di più rispetto all’anno scorso, prendendosi praticamente tutto lo spazio – è il mercato, bellezza, noi supportiamo tutto quel che serve a diffondere il verbo e nel dubbio ci beviamo un Rob Roy.

Roma, 4 e 5 marzo 2017
c/o Salone delle Fontane all’Eur
(Via Ciro il Grande, 10)

Sesta edizione di Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival: appuntamento per appassionati, neofiti e professionisti del whisky con eventi, degustazioni, masterclass, seminari sulla mixology, ospiti internazionali, cocktail bar, tornei tra bartender, area gourmet e tanto altro

Si tiene a Roma, sabato 4 e domenica 5 marzo 2017, presso il Salone delle Fontane all’Eur (via Ciro il Grande, 10) la sesta edizione di Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival, il più importante festival di settore italiano. Programma completo al link www.spiritofscotland.it

locandina-spirit-of-scotland-rome-whisky-festival-2017-1Imperdibile appuntamento per tutti coloro che vivono il mondo del whisky, Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival è un evento ricco di eventi, degustazioni, masterclass, seminari sulla mixology, incontri affidati ad esperti del settore con l’obiettivo di creare appuntamenti ad alto contenuto di “single malt”. Il tutto con la direzione artistica di Andrea Fofi, affiancato dai due whisky consultants, Pino Perrone e la scozzese Rachel Rennie. La scorsa edizione di Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival ha attratto oltre 4mila visitatori, appassionati e neofiti e riunito operatori ed esperti nazionali e internazionali, con oltre 200 brand presenti, 10 masterclass, 5 seminari mixology e 10 guests internazionali del settore presenti.

La sesta edizione 2017 presenterà masterclass di brand quali Isla of Jura, Dalmore e Wemyss Malt. Tra gli ospiti del mondo della miscelazione, che terranno un seminario, figurano Erick Lorincz, Head Bartender dell’American bar del Savoy Hotel di Londra; Filippo Sisti, barman di Carlo Cracco e bartender internazionale; Fabio Bacchi, bartender, bar manager e fondatore ed editore del magazine specialistico BarTales e i bartenders dell’Oriole cocktail Bar di Londra, capitanato da Luca Cinalli e Gabriele Manfredi. Altro seminario previsto, Mezcal Vs Whiskey(y), che vedrà in una sorta di scontro a quattro rispettivamente Roberto Artusio e Cristian Bugiada dell’Agaveria La Punta da una parte e Antonio Parlapiano del Jerry Thomas e Pino Perrone, whisky consulting del Festival dall’altra. All’interno del Festival nella giornata di sabato 4 marzo si terrà la Balan & Partners Mixology Contest, torneo ad eliminazione diretta in cui 8 bartender selezionati da una Giuria di eccezione, tra coloro che avranno inviato la propria candidatura, si contenderanno il titolo a suon di cocktails. Gli 8 bartender si sfideranno proponendo delle preparazioni realizzate utilizzando distillati presenti a Portafoglio Balan combinandoli con ingredienti di loro gradimento. Primo Premio di mille euro al primo classificato.

pino-perroneTra i cocktail bar dell’area mixology che presenzieranno: Jerry Thomas Project; Argot; Freni & Frizioni; Madeleine; Propaganda e Litro. All’interno del salone sarà allestito uno spazio dedicato alle bottiglie vintage e rare portate da un collezionista e amatore del settore che ha lavorato anche a Londra per Whisky Auction. In occasione del Festival verrà presentato come ogni anno il nuovo imbottigliamento ufficiale in serie limitata, di Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival, che sarà naturalmente in vendita presso lo shop. Non solo drink al festival: è prevista anche un’area gourmet e degli abbinamenti con il whisky, dalle ostriche al salmone scozzese, dal cioccolato all’haggis, con la ricostruzione di un vero e proprio pub in stile scozzese con tanto di spine. Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival nasce nel 2012 grazie alla passione per gli eventi di uno dei due fondatori, Andrea Fofi e per quella del whisky da parte dell’altra, Rachel Rennie ma soprattutto per la mancanza a Roma di un evento sul mondo del distillato. Oggi la compagine è allargata con l’arrivo di Pino Perrone, Emiliano Capobianco e Andrea Franco e la manifestazione è cresciuta in modo esponenziale, al punto tale da poter essere annoverata tra i Festival internazionali di maggior rilievo.

La sesta edizione di Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival è realizzata grazie alle partnership di: Visit Scotland (Ente del Turismo Scozzese) – Partner Istituzionali Italia / Scozia; Italian Chamber of Commerce for UK – Partner Istituzionale; Glencairn Glass – Glass Official Partner; Tiuk Travel – Travel Agency Partner.

Biglietto:
Intero: 10 euro – da diritto al bicchiere serigrafato del Festival, alla racchetta porta bicchiere e alla Guida
Ridotto: 7 euro – per accompagnatori che non bevono o per i bambini sopra i 12 anni e non prevede le upgrades del biglietto intero.
Le degustazioni saranno a pagamento e il sistema sarà quello dei gettoni del valore di 1 euro ciascuno. Il prezzo di ciascuna degustazione sarà a discrezione di ciascun espositore.

Per informazioni:
www.spiritofscotland.it
info@spiritofscotland.it
tel. 06 50081251

 

Michter’s Us *1 Small Batch Bourbon (OB, 45,7%)

Ci dicono che Michter’s stia facendo sfracelli oltreoceano, guadagnandosi un posto in tutte le bottigliere dei cocktail bar ammerigàni. La sua storia, tra l’altro, è pazzesca: pare sia la distilleria più antica degli States (1753), ma oltre ad aver cambiato nome e proprietà un bel po’ di volte, da una trentina di anni si è addirittura inventata un cambio di Stato, chiudendo dopo un fallimento la sede originaria in Pennsylvania e cominciando una nuova vita nella patria del bourbon, il Kentucky. In un periodo di enorme fortuna per questo distillato, che ha praticamente triplicato la produzione negli ultimi 15 anni e ha visto l’esplosione del fenomeno delle microdistillerie, Michter’s si è imposta da qualche anno potendo contare sull’inflessibilità e sul rigore del Distillery Manager Willie Pratt, una vita in Brown Forman (quelli di Jack Daniel’s), che tra l’altro è andato in pensione non più di un mese fa. Il suo soprannome è Mister No, grazie all’usanza di voler approvare personalmente ogni small batch di questo bourbon, composto da non più di 14 barili per volta, e grazie alla non meno nobile abitudine di lasciare spesso e volentieri i barili a invecchiare fino a otto anni; pur sempre una rarità per la prassi del bourbon whiskey.

michter_s-us1-bourbon-whiskey-1_2N: deciso e molto pieno, invade il naso. C’è un incredibile quantità di toffee, burroso e zuccherino. Una nota di solvente, che è respingente e suadente allo stesso tempo, tipo Crystal Ball. Ovviamente pacchi di vaniglia, ma non è così semplice, perché si aggiungono suggestioni di legno di sandalo e frutta gialla (albicocca). Noce di Pecan e un accenno di carruba. Banana. Ah ovviamente il mais è bello presente.

P: davvero poco alcolico, ma comunque avvolgente. L’impressione è quella di uno scontro tra una grande dolcezza (toffee, vaniglia, miele, banana, pesche gialle: alla lunga sembra più fruttato delle attese, perfino con un cenno tropicale forse) e qualcosa di più sottile e levigato. C’è infatti una spiccata nota legnosa (al limite dell’astringente, piuttosto amara quasi) e speziata, di frutta secca e di scorza di arancia essicata, che riporta il tutto in equilibrio.

F: di media durata. Rimane un senso di mais dolce, pucciato nel miele. Ancora arancia amara. Ancora pesche e frutta matura.

Sui bourbon, voi lo sapete, noi ci muoviamo con qualche cautela: banalmente, è un prodotto che conosciamo meno rispetto allo scotch, e non amiamo sputare sentenze – e però questo è il nostro diario, le nostre valutazioni non sono valori assoluti ma sono l’indice di quanta soddisfazione proviamo in un assaggio. Dunque, si prendano le nostre impressioni con le pinze: ci pare molto ben bilanciato tra il lato dolce, succosissimo, e quello speziato. Noi diamo 84/100, ma da strenui relativisti quali siamo diamo conto di altri giudizi meno lusinghieri.

Sottofondo musicale consigliato: Corrosion of conformity – Vote with a bullet.

Knappogue Castle 1995 (2007, OB, 40%)

Ah, Irlanda Irlanda… Prati verdi, gruppi paramilitari, tassazione molto bassa per le imprese, folletti, ruderi, quadrifogli, incapacità di giocare a calcio nonostante Trapattoni e una spiccata propensione alla procreazione incontrollata. Fosse solo per questo, di Irlanda su whiskyfacile non ci occuperemmo, ma – attenzione! – l’Irlanda è la terra con la più lunga tradizione attestata di distillazione di cereali. Oggi mettiamo alla prova un Knappogue Castle (la distilleria è Bushmill’s) del 1995, imbottigliato nel 2007 a soli 40%.

knappogue-castle-1995-1N: sulle prime l’alcol è un po’ troppo in mostra, ed è un vero peccato perché per il resto esibisce quel parterre di ingenue lepidezze che la terra dei folletti spesso regala: erba falciata, mandorle, pera, folate di frutta tropicale. Molto profumato (bergamotto) e un senso di dolcezza carica (vaniglia).

P: fortunatamente meno alcolico e quindi di assoluta gradevolezza. Paga certo un corpicino esile esile, di masticabilità nulla, ma ripropone, in assoluta coerenza col naso, le stesse suggestioni di erba e fiori freschi, la stessa frutta, delicata e zuccherina allo stesso tempo. E quindi, soprattutto una bella mousse di pere, golosa, ancora mischiata alla pasta di mandorle e alla vaniglia. Cioccolato al latte.

F: pasta di mandorle, dolce ma abbastanza pulito. Erba.

80/100, bello e buono per carità, ma in fin dei conti debole debole di corpo, e tutto sommato semplice. Se lo trovate, magari a prezzo ragionevole, bevetelo perché è molto piacevole, anche se magari non avrà la forza di farvi correggere la vostra percezione dei whiskey irlandesi…

Sottofondo musicale consigliato: The Rumjacks – An Irish Pub Song.

Limerick ‘Slaney Malt’ 23 yo (1991/2015, Adelphi, 59%)

New wave of irish single malt. Chi è nell’ambiente e davvero sa prevedere le tendenze del mercato, da tempo avverte che bisognerà tenere d’occhio i whiskey irlandesi, in futuro: tradizionalmente le poche distillerie del trifoglio rilasciano esigue e modeste espressioni, e anche i selezionatori indipendenti ne hanno spesso snobbato le velleità. Da qualche tempo, però, le cose stanno cambiando (non vi dice niente il fatto che Mark Reyner abbia abbandonato Bruichladdich per dedicarsi alla sperimentazione irlandese?) e anche ai festival di settore le bottiglie di irish whiskey non si limitano più al ‘solito’ Jameson. Adelphi, ad esempio, ha portato a Roma uno Slaney Malt (Cooley distillery), che abbiamo assaggiato con grande entusiasmo: ma eravamo ubriachi, probabilmente, quindi forse val la pena di riberlo ora, con calma. Occhio: si tratta del cask #8585 a 59%, tenete conto che c’è in commercio un’altra botte con le stesse specifiche (ma la gradazione è 58,1%).

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chiedete voi ad Adelphi perché sul loro sito la foto è tagliata così?

N: innanzitutto, a dispetto della gradazione si lascia avvicinare con una facilità sorprendente. Gli aromi sono di un’intensità davvero impressionante: accade uno dei nostri amati tsunami di suggestioni. Nella compattezza generale, partiamo dal lato fruttato: la tropicalità è francamente devastante, si alternano note di succo di frutta tropicale, e poi nello specifico mango maturo, maracuja, ananas (a fette, sciroppate). Rara una tale intensità tropicale… Poi, note di liquore alle noci; frutta secca (mandorle, ma anche proprio marzapane odorosissimo); caramello caldo, toffee. Un che di erbaceo e ‘mentolato’, tra l’eucalipto e il basilico: e anche quella punta floreale tipica degli irlandesi, punta che resiste anche di fronte a cotanta violenza. Con acqua, si sente ancora di più il lato ‘di botte’, con il bourbon in evidenza.

P: anche qui, l’impatto alcolico resta relativamente limitato. Domina la maracuja, clamorosamente clamorosa per intensità e pervasività: poi ananas e cocco, la guava (anzi: il succo di guava!), ancora sul versante tropicale; poi frutta secca di nuovo (castagne e noci). Ancora mentolato, ma qui più che la menta ci pare proprio di sentire una nota di basilico fresco (proprio la foglia azzannata d’estate). Con acqua diventa più cremoso, ma al tempo stesso si valorizzano quei richiami erbacei, quasi di erbe infuse, che già al naso parevano notevoli.

F: ‘grasso’ e tropicale, rimbalza tra noce e castagna da una parte e note di tropicalia infinite.

Mamma mia, che sorpresa. Si è forse capito che ci sono, qui e là, note tropicali? Perfetto equilibrio tra basilico e mango (?), intensità mostruosa: se non vi piace, non siete più nostri amici. 91/100. Grazie a Emanuele per il sample!

Sottofondo musicale consigliato: Dropkick Murphys – I’m Shipping Up to Boston.

“Smoky Honey” – Harp Pub Guinness, Milano

Davanti alla storica Università del Politecnico di Milano, nel quartiere di Piola, c’è un locale che da quarant’anni (eh già, quest’anno si festeggeranno i primi quattro decenni d’attività!) sfama e disseta gli aspiranti laureati. L’Harp Guinness Pub è però anche luogo di aggregazione per una gens milanese d’altri tempi, animata da una compassata operosità lavorativa ma pronta all’ironia tagliente e allo scherzo greve non appena appoggia il gomito sullo spesso bancone in legno dell’Harp. Da qualche anno dietro a quel bancone è entrata in scena la terza generazione di Corbetta e il barman Riccardo ha spiccato il volo verso una miscelazione sempre in movimento, alla ricerca continua. I grandi classici del bartending nel cuore, ma con la voglia di stupire e di perdersi in infinite variazioni. E anche per questa ricetta “regalata” a WhiskyFacile partiremo dal classicissimo “Rusty Nail” per finire chissadove…

Ingredienti

  • Jameson Irish Whiskey
  • Lagavulin 16 yo Scotch Whisky
  • Drambuie
  • Bitter al cioccolato

FullSizeRenderIl “Rusty Nail” è un grande classico, molto semplice: Scotch Whisky e Drambuie, un liquore scozzese con whisky, miele e una miscela di erbe e spezie. Ma lasciamo la parola al bartender…

Nello “Smoky Honey” ho deciso di valorizzare ancor di più le tante diversità nel whisky, miscelando anche un’espressione irlandese e modernizzando un po’ con l’aggiunta di un torbato, che gli dà quella punta di fumo che ultimamente piace tanto.
Il contributo del Lagavulin si riduce a un paio di spoon perché, dopo aver mescolato gli ingredienti nel mixing glass e aggiunto la miscela nel bicchiere con ghiaccio, andrò a fare un’affumicatura in campana con chips di legno di faggio, proprio per irrobustire questo lato per così dire ‘bruciato’ e acre. Per quanto riguarda il Jameson invece mi dà quella secchezza necessaria a contrastare il dolce del Drambuie, la cui speziatura assieme al bitter al cioccolato aggiunge complessità e pienezza a questo drink.

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Sunny Brook 4 yo (OB, 43%)

Giovedì prossimo saremo ospiti dell’Harp Pub per una degustazione di whisky dal mondo. Avremo con noi un giapponese, un blended scozzese, un canadese e questo vecchio imbottigliamento della Sunny Brook, storica distilleria di Louisville, nel Kentucky, che ha chiuso i battenti nel 1975. Si tratta di un import per l’Italia, che a questo punto è da collocarsi almeno negli anni ’70, se non prima. Il Sunny Brook, invecchiato 4 anni, faceva parte della famiglia dei Kentucky Straight Bourbon Whiskey, ovverosia distillati ottenuti da una miscela di cereali di cui almeno il 51% sia mais, e poi invecchiati per almeno un anno nel Kentucky, vera e propria patria del Bourbon Whiskey.

20151030_225246-1N: Possiamo dirlo? Lo diciamo: non c’entra niente coi moderni bourbon. Al di là della grande espressività, qui è tutto molto levigato. Certo non si va molto per il sottile, con potenti note di cereale zuccherino ben in evidenza e si visualizzano con facilità i corn flakes glassati; tuttavia l’aroma non risulta eccessivamente connotato in questo senso. Emergono infatti poi note di uva passa davvero ben intonate, c’è una bella liquorosità di fondo, che richiama appunto i vini rinforzati. Prugne ed albicocche secche, con cioccolato al latte e miele. Marron glacè. Davvero invitante.

P: Totale assenza di sensazioni alcoliche e perfettamente coerente con il naso, sia per la ricchezza che per le suggestioni. Esplode quella medesima dolcezza cerealosa, ma il tutto si gioca in un clima liquoroso, che ricorda davvero certi passiti. C’è molta uva passa e frutta disidratata in generale. Scorzetta d’arancia e ancora ritorna un bel marron glacè. L’effetto complessivo è di grande succosità ed è molto, molto beverino.

F: pacchi di uvetta e quella dolcezza un po’ simile allo sciroppo d’acero.

Chi ci conosce sa che non andiamo matti per i whiskey d’oltreoceano, ma qui dobbiamo in effetti mettere da parte tutti i nostri pregiudizi e riconoscere l’assoluta piacevolezza di questo Sunny Brook per così dire ‘d’epoca’. Rimane un vero bourbon, con quella nota di cereale zuccheroso sparata in alto, ma riesce anche a sfumarla, a renderla accettabile con altre, ben più raffinate portate da dessert. Nel bicchiere vuoto rimane un cioccolato da paura. Andiamo con un bel 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Hank Williams III – My drinking problem (davvero non potevamo esimerci…)