‘One and Only’ Buckwheat (2017, Catskill, 42,5%)

Come categorizzare questa recensione? Tecnicamente non è un whisky, dato che il grano saraceno, sempre tecnicamente parlando, non è un cereale: e il whisky – o whiskey che dir si voglia – per esser tale abbisogna di gran copia di cereale, pure i bambinetti lo sanno. La miscela è 80% buckwheat, 20% grano, e il tizio che se l’è inventato dev’essere un gran simpaticone, innanzitutto perché il suo nome di battesimo è Monte – il cognome non è Bianco, purtroppo, né Di Venere, ma Sachs. Studiando veterinaria, negli anni ’80 il buon Monte si trovò a trascorrere un periodo di ricerca (vale a dire: di sbronze e sesso occasionale) in Italia, a Pisa, e lì scoprì le gioie della distillazione grazie alla passione per la grappa e alla lezione del signor Bernardini. Dopo essere rientrato in America, Monte si dedica anima e corpo alla cura delle patologie equine, ma non per questo dimentica la distillazione: nel 2008 abbandona il cavallo e apre la Catskill Farm Distillery, lasciando un vuoto mai colmato nella comunità di purosangue locali. Assaggiamo, va’, che è meglio, ricordando che matura per due anni in barili di quercia americana.

N: molto particolare, molto americano, molto curioso. Andando con ordine, partiamo dal lato più zuccherino: abbiamo melassa e zucchero in ogni forma (liquido, glassato), poi caramello; un po’ di banana matura schiacciata. C’è poi un qualcosa che ricorda un Rye, ma più delicato: dunque un accenno di sedano, qualcosa di profondamente verduroso (il bianco delle coste). Mais. Poi un che di erbaceo e di profondamente mentolato.

P: se dovessimo racchiuderlo in una sola immagine, diremmo: tè nero al limone e menta. Il palato è molto intenso e ricco, con un corpo ben sostenuto; ha il grande pregio, rispetto ad un classico bourbon, di non essere troppo dolce, anzi, appare complessivamente ‘secco’ e con una bella acidità agrumata, quasi da scotch – e al contempo ha pure quel sentore da cereale verde e zuccherino, vivo, un po’ buttato lì, tipico dei distillati d’oltreoceano. Pare molto speziato, per lo più diremmo chiodi di garofano.

F: lungo, persistente, piuttosto burroso.

Bevendolo, ci è venuta voglia di un bel cocktail: secondo noi, con questo Buckwheat ci fai un Old Fashioned da paura. Ora, detto ciò e stabilito che non si tratta certo di un mostro di complessità, ci pare per lo meno una bella variazione sul tema del ‘classico’ whiskey americano: in sostanza, è speziato e particolare, con un profilo assolutamente unico. Ripetiamo, in qualche modo è come se fosse un Rye alleggerito. 85/100.

Connemara ‘peated original’ (2017, OB, 40%)

Tra gli addetti ai lavori e non è oramai opinione diffusa che il whiskey irlandese, a lungo bistrattato durante il Secolo Breve, si appresti a prendersi una saporitissima rivincita nei confronti del whisky scozzese. Sono molte le aperture recenti di nuove distillerie e ancora di più sono i nuovi marchi, che si alimentano tramite l’acquisto di botti dalle distillerie storiche. Tra queste, anche se non proprio dalla storia secolare, figura Cooley, fondata nel 1987 e autrice dietro le quinte di ottimi singoli barili, acquistati e imbottigliati da realtà indipendenti più o meno famose. Cooley, che nel 2012 è stata acquistata da jim Beam, ha inoltre da tempo creato una linea di whiskey torbati, a partire dal qui presente Nas ‘original’. Questo malto è nato per sparigliare alcuni dei clichè più consolidati dell’industria del whiskey irlandese: è infatti torbato e distillato non tre, ma due volte. Ci sono tutte le premesse per una sapida recensione.

connemara-peated-single-maltN: schietto e semplice: impasto del pane, tanto limone; biscotti ai cereali (quelli al malto e miele, ad essere precisi); e poi la torba, che si sente bene, intensa anche se delicata, con un po’ di liquirizia e lontano legno bruciato. Un’indistinta aura floreale, soooo irish!

P: corpo debole, molto etereo. Piacevole, più dolce e fruttato del naso: ha note di carambola perfino, poi di mela gialla. Vaniglia. Ancora cereali. Ancora torba, non brutale ma presente. Sa di zucchero bianco, di sciroppo di zucchero.

F: slegati alcol (l’effetto è quello di un profumo vecchio) e una torba a metà tra il plasticoso e il legno bruciato. Dolcezza astratta, forse la parte meno convincente.

La nostra valutazione si ferma un po’ a sorpresa (e già immaginiamo i lettori sbigottiti) a 78/100. Al naso tutto sembra far pensare a un whisky senza pretese ma piacevole, irlandesemente easy. Tuttavia al palato e al finale si perde tra un corpo insufficiente e qualche smagliatura alcolica di troppo. D’altra parte è pur sempre vero che questo insolito irlandese torbato varcherà la soglia di casa vostra se sarete disposti a spendere circa 35 euro, il che lo rende comunque un prodottino dal buon rapporto qualità/prezzo, coi tempi che corrono.

Sottofondo musicale consigliato: The Cranberries – Linger

Cooley 13 yo (2003/2017, The Exclusive Malts for The Whisky Barrel, 52,7%)

Cooley è una delle distillerie ‘storiche’ d’Irlanda, anche se la sua storia è appena trentennale: fondata nel 1987 sulle ceneri di un impianto per la distillazione delle patate, negli anni ha messo sul mercato whisky con stili differenti a diversi marchi, come è usuale nel mondo degli Irish, tra cui Kilbeggan (anche se ora questa è una distilleria a sé stante), Connemara, Tyrconnell… Chi volesse approfondire i fatti irlandesi d’acquavite, orientatevi qui e qui per un’eccellente introduzione. Negli ultimi tempi circolano tanti single cask di Cooley, e soprattutto quelli intorno ai vent’anni godono di una fama altissima: noi abbiamo messo le mani su un Cooley di 13 anni in sherry, single malt e distillato in pot still – quindi, se vogliamo, un irlandese poco irlandese… Selezionato da Exclusive Malts (Creative Whisky Company) per il negozio The Whisky Barrel, è un barile ex-sherry imbottigliato a grado pieno. Aperto allo scorso Freak Show, finalmente lo beviamo.

cooley-13-year-old-2003-exclusive-malts-10th-anniversaryN: molto aperto ed aromatico, pare una varietà di sherry cask particolarmente ‘morbida’ e zuccherina – uno sherry più arancione che rosso, se intendete le nostre suggestioni cromatiche. La frutta rossa infatti è in disparte; molto evidente è invece una nota di caramella dura alla fragola (perfino i Chupa-chups panna e fragola), e in generale c’è una nota astratta di “caramella” molto evidente. In primo piano abbiamo anche la brioche al miele, la confettura d’albicocca, e perfino la mela rossa glassata, quella che si mangia sugli stecchi… e che scopriamo chiamarsi ‘mela stregata’. C’è poi un lato di ciambellone, di pandoro, di vaniglia, piuttosto smaccato; infine, una nota di legno nuovo conferisce una certa freschezza al tutto.

P: si confermano le impressioni del naso, con in più una nota floreale molto ‘irlandese’, ricorda fiori edibili, tipo la violetta (anche la violetta glassata). Resta sempre molto zuccherino, tutto su note di miele (miele da solo, ma anche biscotti al miele e all’orzo), brioche ripiena di confettura d’albicocca, zucchero a velo; si aggiungono note agrumate, aranciate, che ci ricordano proprio il calore dell’arancia candita del panettone. Tanta mela gialla. La frutta rossa è sempre più un ricordo…

F: …almeno fino al retrolfattivo, in cui torna una fragola ‘industriale’, da caramella alla fragola – e poi il solito miele, la solita brioscia, la solita mela.

Come era prevedibile guardando alla ‘ricetta’, è un Irish molto scozzese, assaggiandolo blind non sappiamo se avremmo identificato il paese d’origine. Il barile è molto attivo, ma a giudicare dalla degustazione doveva trattarsi di quercia americana sherry-seasoned  (sappiamo che è la norma, lo diciamo perché qui è particolarmente evidente) – il risultato è un whisky molto zuccherino, intenso, con note di caramelle davvero in primo piano. Decisamente molto, molto piacevole; congratulazioni agli amici di The Whisky Barrel per la selezione: 86/100 e avanti così.

Sottofondo musicale consigliato: The Pogues – Sunny Side of the Street.

Cleveland Underground ‘Black Cherry Wood’ (2016, OB, 47%)

Tom Lix, fondatore della Cleveland Whiskey, ha un’idea fissa: scandalizzare tutti i produttori di whisky sul pianeta proponendo un metodo di invecchiamento a dir poco estremo. Come sembrano dimostrare le immagini shoccanti del video che alleghiamo qui sotto, alla Cleveland invecchiano il loro new make spirit in tank d’acciaio assieme a trucioli di botte, il tutto centrifugato per la bellezza di 24 ore. E poi, e poi, il nostro whisky come per magia è pronto! Il buon Tom, che ama definire la Cleveland “a technology company in the whiskey space”, se ne sbatte alla grande dei soloni pronti ad alzare il sopracciglione e sfida tutti ad assaggiare i suoi prodotti alla cieca, perché “è il sapore che conta, non il modo in cui lo faccio!”. L’espressione che beviamo oggi è invecchiata con legno di ciliegio e si può reperire in Italia grazie allo spirito pionieristico dell’importatore Lost Drams.

35b5a43e84N: aperto e aromatico, ha note tipiche di un bourbon con qualche twist che non ci dispiace. E dunque partiamo dalla noce di Pecan, dal toffee, dallo zucchero filato: in generale non si pensi però a un profilo così melenso, dato che risulta mitigato da una nota speziata di chiodi di garofano e da un’insolita nota di ciliegia fresca e zuccherina (chissà se il legno di ciliegio sa di ciliegia…). Spicca anche una nota di sedano, che mostra un’alta quota di rye whiskey presente.

P: ripete l’inusuale (dis)equilibrio del naso, sfoderando sia una timida noce di Pecan e la dolcezza da bourbon (se pure sfrondato della cremosità estrema da vaniglia) che quella nota di segale, cioè di sedano; e perdura anche quel senso di legnosità, quasi allappante, per cui hai la sensazione come di addentare un tronco. Spicca però seriamente una ciliegia succosissima!, forse proprio succo, o amarene… Notevolissimo.

F: buccia d’arancia macerata al fondo di un cocktail (di un Old Fashioned, per essere inutilmente precisi), poi ciliegia, infinita.

Un prodotto particolare, non ha quella rotondità sfacciata tipica dei bourbon, compensata però da note di ciliegia veramente succosissima. Un bourbon poco bourbonoso, poco burroso, relativamente secco… ma succoso, succoso, succoso. La sua relativa secchezza e la sua persistenza lo rendono forse un’ottimabase per dei cocktail classici (qualcuno ha detto Old Fashioned?), se proprio proprio ti stufa la bevuta in purezza. Particolarissimo: 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Garbage – Cherry Lips

Degustazione “Botte da Orbi” @La Corte dei Miracoli (8.11.2017)

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L’8 novembre 2017 sarà una data da ricordare, perché segna il giorno esatto in cui abbiamo scoperto un nuovo covo di whiskofili a Milano. A due passi dai Navigli, precisamente nella sede dell’associazione culturale La Corte dei Miracoli, il duo di appassionati di whisky composto da Corrado De Rosa e Alessandro Vigorelli Porro, ha infatti da poco iniziato a cimentarsi in serate a tema: beh, degustazioni di whisky, per l’appunto. L’approccio è molto conviviale, a partire dal proposito subito esplicitato di puntare al pareggio di bilancio e arricchire unicamente la bottigliera del locale con le bottiglie (eventualmente) sopravvissute alla serata. Noi abbiamo trovato uno zoccolo duro di amici e frequentatori dell’associazione che si affacciavano curiosi al mondo del distillato di malto. Insomma, un contesto informale dove tutti stavano sullo stesso piano, impegnati a snocciolare suggestioni a tutto spiano sui malti in assaggio, nel frattempo prodigandosi a demolire la credibilità dei prodi relatori, a loro volta all’unisono protesi all’autodemolizione alcolica della propria integrità fisica e morale. “Beh, capolavoro!”, direbbe qualcuno – e così diciamo noi.IMG-20171108-WA0032
Ma si diceva dell’8 novembre: la degustazione Botte da orbi era a tema wood finish, ovvero imbottigliamenti con maturazioni piene o parziali avvenute in botti “anomale” rispetto alla consueta dicotomia ex-bourbon / ex-sherry cask. Di tre whisky su quattro abbiamo steso le nostre note di degustazione in formato ridotto, per venire incontro una volta tanto ai fautori del “piccolo è bello”. Che – diciamocelo – in tempi di sistema-Paese, di globalizzazione e di maxi fusioni tra conglomerate cinesi, non se la passano tanto bene. Eh?

arran cask sauternes finish 2017Arran The Sauternes Cask Finish (2017, OB, 50%): 50 gradi e non sentirli. Dà subito una sensazione di cremosità (torta al limone). Marshmallow e miele. Poi si appalesa la frutta (albicocca, banana) ma anche un poco di legno tostato. In bocca si sente maggiormente l’alcol e purtroppo cresce anche un senso di gioventù, a base di legna fresca. Ancora frutta gialla, banana e vaniglia. Nel finale, ancora legno tostato. Pure troppo, diciamo. Questo Arran ti dà delle gioie nella fasi iniziali e poi via via va smarrendosi, ma si rimane su un dignitoso 82/100.

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Balvenie 14 yo ‘Old Caribbean Cask’ (2015, OB, 43%). E via di mela grattugiata farinosa e molto matura, con un profilo certo dolce ma non eccessivo. Legno di sandalo, mandorle e burro cacao. Ma resiste anche quella bel sentore di malto caldo di Balvenie. In bocca è a suo modo raffinato, con note di pesche, mele e miele. Frutta secca. In generale è tanto dolce, ma si ferma un attimo prima del troppo che stroppia: 84/100.

Teeling-Stout-Cask-Small-BatchTeeling Stout Cask Finish (2017, OB, 46%). Ebbene sì, trattasi di finish in botti che hanno contenuto birra prodotta dal birrificio “200 Fathoms Imperial Stout”. Non vorremmo dare l’idea di essere essere prevenuti, ma è a tratti imbarazzante: olio d’oliva, con note erbacee di foglia d’insalata e molto distillato nudo sugli scudi. Sciacquatura di piatti (alla pera). Caffè. La birra si sente, purtroppo: 74/100.

Il quarto whisky era un Port Charlotte 8 anni ufficiale, anni completamente trascorsi in una botte ex cognac. Ci è sembrato da subito molto interessante e che per questo meritasse un assaggio più meditato; così ce lo siamo portati a casa e prossimamente saremo ben lieti di tornarci. Intanto corre voce che la prossima serata alla Corte dei miracoli sarà dominata dai whisky indiani… Stay tuned!

Sottofondo musicale consigliato: Queen – The Miracle

Whiskyfacile… al Milano Whisky Festival!

14976636_1242433639149438_2123820976059888283_oCome da tradizione, per la quinta volta quest’anno parteciperemo al Milano Whisky Festival stando dietro al banchetto di Beija-Flor… e come da tradizione, l’importatore ci ha messo a disposizione il suo intero portfolio per farci scegliere 13 percorsi di degustazione, 13 terzetti che saranno proposti in assaggio con la formula del ‘bevi tre, paghi due’. Qui sotto mettiamo i manifestini per 12 percorsi, con qualche indicazione: innanzitutto, quest’anno è il 175° anniversario di Cadenhead’s, il più antico imbottigliatore indipendente di Scozia, e per quanto buona parte degli imbottigliamenti celebrativi non siano più disponibili abbiamo costretto Maurizio a mettere in assaggio qualche chicca, pescando soprattutto tra le release del 2017 (attenzione a due single cask per i punti vendita di Cadenhead’s…). Rispetto agli anni scorsi ci sono poi alcune novità: Bladnoch in primis, con le Lowlands finalmente rappresentate, poi l’irlandese The Whistler e, con grande gioia nostra, il bretone Armorik. Inoltre, spiccano alcuni imbottigliamenti esclusivi per l’importatore, ad esempio (udite udite) un GlenDronach del 1992 in Oloroso, o due Kilchoman, uno in bourbon e l’altro finito per sei mesi in Pedro Ximenez.

Sopra però abbiamo parlato di 13 terzetti, e qui sotto ce ne sono solo 12… Ebbene sì, ce n’è uno fuori lista, fatto di soli imbottigliamenti “almost rare“, ovvero usciti come ‘normali’ qualche anno fa e nel frattempo diventati piccoli oggetti di culto. Eccolo qui:

  • Kilkerran Work in Progress 1st edition (2009, 46%)
  • Longrow 10 yo (anni 2000, 46%)
  • Kilchoman 2007 SC Oloroso per Beija-Flor (2013, 58%)

Insomma, dovreste trovare malto per i vostri denti, o no? Noi vi aspettiamo, anche solo per quattro chiacchiere!

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The Whistler ‘Blue note’ 7 yo (2017, OB, 46%)

Abbiamo già parlato in passato della rinascita dei whiskey irlandesi, e del fenomeno dei sourced whiskey imbottigliati ‘a marchio’ in attesa che le neonate distillerie abbiano prodotti commerciabili. Gioiamo di questa rinascita, perché per troppo tempo gli irlandesi sono rimasti relegati a ‘fratelli sfigati’ degli scozzesi – questo è un single malt distillato a Cooley, maturato per sette anni in botti ex-bourbon, con un finish in ex-sherry Oloroso. La distilleria in questione si chiamerà Boann, e noi nell’attesa assaggiamo quel che hanno da offrire adesso; ringraziamo Marco, amico che abita a Limerick, per averci inviato questo e qualche altro campione irlandese…

N: le tasting notes ufficiali recitano “rich & smooth”, e in effetti il naso pare riccamente accogliente… È tutto gravido di aromi fruttati, e il primo impatto ci ricorda il finish in sherry: quindi note di uvetta, di Malaga, di frutta rossa, di caramello… Poi un lato fruttato molto intenso, tra le pesche sciroppate, le albicocche fresche, le mele e le pere: un cesto di frutta matura e fresca, molto bello, e un succo d’arancia dolce. Poi ci sono note cremose (crema pasticciera) e di pasticcini.

P: bel corpo, come al naso si fa apprezzare per l’intensità, qui ovviamente dei sapori. Piuttosto coerente, squaderna note pesantemente fruttate (oltre alla frutta fresca di cui sopra, aggiungeremmo mele e prugne cotte); meno agrumato, forse, ha però note di dolcetti molto interessanti, tra l’amaretto, una crostata alle ciliegie… Non certo un mostro di complessità, ma fa quel che deve.

F: lungo e persistente, balla la frutta rossa (ciliegia e fragola) su un tappetino di toffee.

Lode alla trasparenza: sono sette anni dichiarati, non nascosti dal nome bizzarro (che c’è, comunque)… Un irish onesto, e se vogliamo ‘poco irish’, dato che è tutto orzo maltato e ha pure un passaggio in sherry: comunque valido prodotto che conferma – per ora e almeno – che a Cooley sanno lavorare. 84/100. Pare che ce ne sia anche una versione a grado pieno.

Sottofondo musicale consigliato: Demons and Wizards – Fiddler on the Green.

A Quiet Man 12 yo (2017, OB, 46%)

Vincitore del premio come miglior whisky di Scozia all’ultimo Spirit of Scotland è stato… un irlandese, paradosso logico che non abbiamo idea di come possa essere stato accolto da Pino, ma tant’è. L’irlandese in questione è A Quiet Man, marchio di sourced whisky: vale a dire che la distilleria non c’è ancora, la stanno costruendo a Derry, nell’Irlanda del Nord, ma nel frattempo la proprietà ne approfitta per comprare botti da distillerie attive (e non è che siano poi così tante lassù, si sa) e imbottigliarle con il proprio marchio. Prassi curiosa ma molto tipica per il whiskey irlandese: noi oggi assaggiamo il 12 anni, appena imbottigliato a 46%, e interamente invecchiato in botti ex-bourbon a primo riempimento.

N: vogliamo parlare di doppia anima? Sì, vogliamo. Una è senz’altro quella della botte ex-bourbon, e quindi parliamo di vaniglia, zucchero filato, torta paradiso – apporto molto carico e massiccio, ma non a tal punto da coprire la seconda anima, abbastanza particolare e forse inattesa. C’è infatti un senso di minerale, vagamente ‘terroso’, ed anche un qualcosa di erbaceo e ‘botanico’, tipo chinino, acqua tonica secca, cardamomo.

P: leggero e beverino, non nasconde una lieve alcolicità. Ripropone in maniera non pacchiana, ma certo totalizzante, quegli influssi da bourbon del naso: ancora torta appena sfornata (torta di mele e pere?), ancora vaniglia, ancora zucchero filato. Un miele particolarmente floreale?, violette glassate?, a dimostrare un lato leggermente floreale e rarefatto.

F: mediolungo e gradevole, su mele e pere e una banana inattesa (toh, ecco la frutta) e poi un astratto senso di dolcezza maltata.

80/100, molto semplice: buonino e beverino ma nulla di più. Necessitate d’altre parole?

Sottofondo musicale consigliato: Sean Rowe – Downwind.

Spirit of Scotland, tra pochissimo

Riceviamo dagli organizzatori la richiesta di dar conto dell’imminente Spirit of Scotland, e siccome agli accrediti gratuiti proprio non sappiamo rinunciare, ecco qui – anche se siamo abbastanza convinti che nessuno dei nostri millemila contatti ne fosse all’oscuro… Anche quest’anno noi ci godremo la sortita romana dispersi tra il pubblico, e dunque coglieremo l’occasione di assaggiare qualcosa e di scambiare chiacchiere con i soliti noti, primo tra tutti – ovviamente – l’amico Professor Pino Perrone, uomo nato lo stesso giorno di Goethe. A giudicare dal comunicato stampa, l’attenzione verso la miscelazione sembra essere cresciuta ancor di più rispetto all’anno scorso, prendendosi praticamente tutto lo spazio – è il mercato, bellezza, noi supportiamo tutto quel che serve a diffondere il verbo e nel dubbio ci beviamo un Rob Roy.

Roma, 4 e 5 marzo 2017
c/o Salone delle Fontane all’Eur
(Via Ciro il Grande, 10)

Sesta edizione di Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival: appuntamento per appassionati, neofiti e professionisti del whisky con eventi, degustazioni, masterclass, seminari sulla mixology, ospiti internazionali, cocktail bar, tornei tra bartender, area gourmet e tanto altro

Si tiene a Roma, sabato 4 e domenica 5 marzo 2017, presso il Salone delle Fontane all’Eur (via Ciro il Grande, 10) la sesta edizione di Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival, il più importante festival di settore italiano. Programma completo al link www.spiritofscotland.it

locandina-spirit-of-scotland-rome-whisky-festival-2017-1Imperdibile appuntamento per tutti coloro che vivono il mondo del whisky, Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival è un evento ricco di eventi, degustazioni, masterclass, seminari sulla mixology, incontri affidati ad esperti del settore con l’obiettivo di creare appuntamenti ad alto contenuto di “single malt”. Il tutto con la direzione artistica di Andrea Fofi, affiancato dai due whisky consultants, Pino Perrone e la scozzese Rachel Rennie. La scorsa edizione di Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival ha attratto oltre 4mila visitatori, appassionati e neofiti e riunito operatori ed esperti nazionali e internazionali, con oltre 200 brand presenti, 10 masterclass, 5 seminari mixology e 10 guests internazionali del settore presenti.

La sesta edizione 2017 presenterà masterclass di brand quali Isla of Jura, Dalmore e Wemyss Malt. Tra gli ospiti del mondo della miscelazione, che terranno un seminario, figurano Erick Lorincz, Head Bartender dell’American bar del Savoy Hotel di Londra; Filippo Sisti, barman di Carlo Cracco e bartender internazionale; Fabio Bacchi, bartender, bar manager e fondatore ed editore del magazine specialistico BarTales e i bartenders dell’Oriole cocktail Bar di Londra, capitanato da Luca Cinalli e Gabriele Manfredi. Altro seminario previsto, Mezcal Vs Whiskey(y), che vedrà in una sorta di scontro a quattro rispettivamente Roberto Artusio e Cristian Bugiada dell’Agaveria La Punta da una parte e Antonio Parlapiano del Jerry Thomas e Pino Perrone, whisky consulting del Festival dall’altra. All’interno del Festival nella giornata di sabato 4 marzo si terrà la Balan & Partners Mixology Contest, torneo ad eliminazione diretta in cui 8 bartender selezionati da una Giuria di eccezione, tra coloro che avranno inviato la propria candidatura, si contenderanno il titolo a suon di cocktails. Gli 8 bartender si sfideranno proponendo delle preparazioni realizzate utilizzando distillati presenti a Portafoglio Balan combinandoli con ingredienti di loro gradimento. Primo Premio di mille euro al primo classificato.

pino-perroneTra i cocktail bar dell’area mixology che presenzieranno: Jerry Thomas Project; Argot; Freni & Frizioni; Madeleine; Propaganda e Litro. All’interno del salone sarà allestito uno spazio dedicato alle bottiglie vintage e rare portate da un collezionista e amatore del settore che ha lavorato anche a Londra per Whisky Auction. In occasione del Festival verrà presentato come ogni anno il nuovo imbottigliamento ufficiale in serie limitata, di Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival, che sarà naturalmente in vendita presso lo shop. Non solo drink al festival: è prevista anche un’area gourmet e degli abbinamenti con il whisky, dalle ostriche al salmone scozzese, dal cioccolato all’haggis, con la ricostruzione di un vero e proprio pub in stile scozzese con tanto di spine. Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival nasce nel 2012 grazie alla passione per gli eventi di uno dei due fondatori, Andrea Fofi e per quella del whisky da parte dell’altra, Rachel Rennie ma soprattutto per la mancanza a Roma di un evento sul mondo del distillato. Oggi la compagine è allargata con l’arrivo di Pino Perrone, Emiliano Capobianco e Andrea Franco e la manifestazione è cresciuta in modo esponenziale, al punto tale da poter essere annoverata tra i Festival internazionali di maggior rilievo.

La sesta edizione di Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival è realizzata grazie alle partnership di: Visit Scotland (Ente del Turismo Scozzese) – Partner Istituzionali Italia / Scozia; Italian Chamber of Commerce for UK – Partner Istituzionale; Glencairn Glass – Glass Official Partner; Tiuk Travel – Travel Agency Partner.

Biglietto:
Intero: 10 euro – da diritto al bicchiere serigrafato del Festival, alla racchetta porta bicchiere e alla Guida
Ridotto: 7 euro – per accompagnatori che non bevono o per i bambini sopra i 12 anni e non prevede le upgrades del biglietto intero.
Le degustazioni saranno a pagamento e il sistema sarà quello dei gettoni del valore di 1 euro ciascuno. Il prezzo di ciascuna degustazione sarà a discrezione di ciascun espositore.

Per informazioni:
www.spiritofscotland.it
info@spiritofscotland.it
tel. 06 50081251

 

Michter’s Us *1 Small Batch Bourbon (OB, 45,7%)

Ci dicono che Michter’s stia facendo sfracelli oltreoceano, guadagnandosi un posto in tutte le bottigliere dei cocktail bar ammerigàni. La sua storia, tra l’altro, è pazzesca: pare sia la distilleria più antica degli States (1753), ma oltre ad aver cambiato nome e proprietà un bel po’ di volte, da una trentina di anni si è addirittura inventata un cambio di Stato, chiudendo dopo un fallimento la sede originaria in Pennsylvania e cominciando una nuova vita nella patria del bourbon, il Kentucky. In un periodo di enorme fortuna per questo distillato, che ha praticamente triplicato la produzione negli ultimi 15 anni e ha visto l’esplosione del fenomeno delle microdistillerie, Michter’s si è imposta da qualche anno potendo contare sull’inflessibilità e sul rigore del Distillery Manager Willie Pratt, una vita in Brown Forman (quelli di Jack Daniel’s), che tra l’altro è andato in pensione non più di un mese fa. Il suo soprannome è Mister No, grazie all’usanza di voler approvare personalmente ogni small batch di questo bourbon, composto da non più di 14 barili per volta, e grazie alla non meno nobile abitudine di lasciare spesso e volentieri i barili a invecchiare fino a otto anni; pur sempre una rarità per la prassi del bourbon whiskey.

michter_s-us1-bourbon-whiskey-1_2N: deciso e molto pieno, invade il naso. C’è un incredibile quantità di toffee, burroso e zuccherino. Una nota di solvente, che è respingente e suadente allo stesso tempo, tipo Crystal Ball. Ovviamente pacchi di vaniglia, ma non è così semplice, perché si aggiungono suggestioni di legno di sandalo e frutta gialla (albicocca). Noce di Pecan e un accenno di carruba. Banana. Ah ovviamente il mais è bello presente.

P: davvero poco alcolico, ma comunque avvolgente. L’impressione è quella di uno scontro tra una grande dolcezza (toffee, vaniglia, miele, banana, pesche gialle: alla lunga sembra più fruttato delle attese, perfino con un cenno tropicale forse) e qualcosa di più sottile e levigato. C’è infatti una spiccata nota legnosa (al limite dell’astringente, piuttosto amara quasi) e speziata, di frutta secca e di scorza di arancia essicata, che riporta il tutto in equilibrio.

F: di media durata. Rimane un senso di mais dolce, pucciato nel miele. Ancora arancia amara. Ancora pesche e frutta matura.

Sui bourbon, voi lo sapete, noi ci muoviamo con qualche cautela: banalmente, è un prodotto che conosciamo meno rispetto allo scotch, e non amiamo sputare sentenze – e però questo è il nostro diario, le nostre valutazioni non sono valori assoluti ma sono l’indice di quanta soddisfazione proviamo in un assaggio. Dunque, si prendano le nostre impressioni con le pinze: ci pare molto ben bilanciato tra il lato dolce, succosissimo, e quello speziato. Noi diamo 84/100, ma da strenui relativisti quali siamo diamo conto di altri giudizi meno lusinghieri.

Sottofondo musicale consigliato: Corrosion of conformity – Vote with a bullet.