Botti da orbi – recensioni dal Whisky Revolution Festival

Torna la rubrica di assaggi a cura di Marco Zucchetti, eroe dei due mondi (quelli del giornalismo e del benessere, per i garibaldini già sul piede di guerra): questa volta, tocca a una selezione di assaggi dal Whisky Revolution Festival dello scorso settembre…

La vita è una scatola di samples, non sai mai quello che ti capita. Forse Forrest Gump preferiva i cioccolatini, ma sono problemi suoi. D’altronde lui era reduce dal Vietnam, noi invece dal Whisky Revolution Festival di Castelfranco Veneto. Dove, in un’isola di malto circondata da un mare di spritz, abbiamo fatto i whiskaioli, ovvero i fungaioli dello scotch. Ecco una selezione delle cose buone finite nel nostro cestino, rigorosamente senza un ordine. Perché dove c’è ordine, lì c’è pace e decoro. Ma entrambe le cose al momento non sono una priorità.

Tomatin 36 yo batch #4 (1981/2017, OB, 46%)

Re Lear a passeggio fra i Colli Euganei. Il pezzo forte della masterclass Tomatin – e forse la cosa più buona assaggiata al WRF – è stato questo whisky maestoso, che indossa la sua nobiltà con sicurezza e senza ostentarla. Discendente da tre barili ex bourbon ed ex Oloroso, è l’esempio di come Tomatin sia distilleria maratoneta, che dà il meglio sulle lunghissime distanze. E quando gli altri cadono stremati, lui ancora scatta brioso fra vivissimi aromi di papaya e melone, fragola e nespola. L’età non si chiede né alle signore né ai re e all’olfatto i 36 anni sono solo un ricordo. In bocca no, l’antichità ha un suo corpo possente. Così accanto a un sollucchero di pesche al forno e amarene sciroppate, sullo sfondo di una cremosità di cioccolato al latte che ti avvolge, ecco il legno. Balsamico, elegante, con un gran bel brio di pepe nero e chiodi di garofano che nulla toglie a una freschezza fuori sincrono con la carta d’identità. Tanti sono i monarchi sclerotici che il tempo ha ridotto a semplici lozioni di profumi prive di anima al palato. Qui invece di stantio non c’è nulla e il re è tutto tranne che nudo.

Magnificente. 92/100

Ancnoc 24 yo (2018, OB, 46%)

Il fatto che ancora non ci sia un Arbre Magique dedicato è uno scandalo. Perché guidare molestati da limone o pino silvestre quando si potrebbe farlo accarezzati da volute di brioche alla marmellata, zabaione e nocciola? Aromatico, aromaticissimo eppure fresco come un succo di frutta. Molto espressivo, anche se non complesso. È coerente qualunque faccia mostri: naso, palato, finale, è sempre fruttato, con note di pasticceria e di praline. Il legno – grassoccio, con un che di anice – fa capolino poco prima che il bicchiere si svuoti. Cuoio e fiori secchi impreziosiscono il quadro. Dunque cos’è quel senso di rammarico? Ahimé la gradazione, che se fosse più alta lo eleverebbe fra troni e dominazioni. Si ferma appena sotto, ma il paradiso è comunque assicurato.

Whisky da fiuto. 87/100

Bladnoch Bicentennial 29 yo (1988/2018, OB, 41,2%)

Sulla Settimana Enigmistica c’è l’enigma della Sfinge, lui è l’enigma del festival. Edizione ultraspeciale di rara opulenza (tanto oro si è visto solo per lo Zacapa Royal) per i duecento anni della rinata distilleria delle Lowlands. Duecento bottiglie, che in Rete si trovano a non meno di 5.700 euro l’una. Ma il denaro è lo sterco del diavolo, quindi qui se ne parlerà come se costasse 40 euro all’Esselunga. Al naso le note floreali ci sono (poutpourri), ma arrivano dopo un’anticamera di arancia e pesca, e dopo un corridoio di prugne secche, nocciole e vaniglia. In certe sniffate lo prenderesti pure per Armagnac, in altre la resina di abete la fa da padrona. In bocca invece ecco l’anima Lowlands, nonostante l’invecchiamento: lavanda, violetta, cola e cannella accanto alla dolcezza del malto. Il legno sgomita per mostrarsi (forse troppo?). Spuntano ricordi di quel cassetto con la biancheria della nonna terrorizzata dalle tarme, che un finale di legno e cacao confonde un po’. E dunque? Cattivo non è, il naso molto elegante, il finale persistente. Ma è come se la leggiadria dello spirito Bladnoch faticasse a respirare sotto il peso del tempo. Trilly Campanellino ha il tutù, non il paltò, anche se di cashmere.

Fiato corto. 85/100

The Speyside Files #1: Blair Athol, Aberfeldy

Eroici come solo due alcolisti all’ultimo stadio possono essere, la scorsa settimana abbiamo fatto un giretto allo Spirit of Speyside, il festival della regione che ospita un buon terzo delle distillerie scozzesi. Il giretto è stato matto e disperatissimo in verità: sono stati tre giorni molto intensi tra visite, degustazioni, incontri e tanti chilometri su una 500 color salmone – sommamente imbarazzante. Da bravi scribacchini recensori, evitiamo la mera cronaca per gettarvi in pasto il resoconto degli assaggi – o per lo meno dei pochi per cui siamo riusciti a mantenere una lucidità tale da appuntarci sintetiche note di degustazione.

Blair Athol è una distilleria deliziosa di proprietà di Diageo: è di strada per lo Speyside venendo da Glasgow e dunque non abbiamo potuto evitare di fermarci per una visita e un paio di assaggi, pescando nel range di Flora & Fauna – una menzione per il bar del visitor centre, letteralmente inserito dentro a un mash tun in disuso.

Mannochmore 12 yo Flora & Fauna (2017, OB, 43%)
Generosamente maltoso, con note evidenti di biscotti. Pulito e leggero, tutto sommato semplice e di persistenza medio-bassa, anche se qui e là non mancano degli spigoli erbacei/minerali e una leggera speziatura. Cereale cereale cereale! Un whisky che sa di whisky: 82/100.
Glenlossie 10 yo Flora & Fauna (2017, OB, 43%)
Chiuso al naso e abbastanza ‘spirity’. Note di yogurt, di gelsomino, e diventa molto floreale soprattutto al palato. Vaniglia e frutta gialla. Anche lui complessivamente pulito e abbastanza elegante, nel confronto diretto vince sul Mannochmore. 84/100

Due assaggi e passa la paura, si suol dire (dove? in quali occasioni? mah): forti di un nuovo coraggio, ci rimettiamo in strada e raggiungiamo Aberfeldy, amena e accogliente. Qui ne abbiamo approfittato per assaggiare qualche espressione delle altre distillerie del gruppo Dewar’s.

Royal Brackla 16 yo (2017, OB, 40%)
Note di caramello, poi note fruttate: un filo di banana verde, albicocca, arancia. Decisamente, tè zuccherato. Anche se a soli 40 gradi appare molto ricco e si fa rispettare, mostrando i muscoli di quello che si definisce “the king’s own whisky”. Bello dolce, ma con un finale pulito ed erbaceo. 86/100

 

Glen Deveron 18 yo (2017, OB, 40%)
Per chi se lo chiedesse, dietro questo esotico nome celasi nientepopodimenoché… il single malt prodotto a Macduff. Al naso sembra fruttato e piacevole, con note di frutta gialla (albicocca e pesche). In bocca è un po’ watery, anche se è ravvivato da un sentore salato e leggermente terroso. Strana nota di panna cotta, in un contesto interessante ma che, in fin dei conti, ci delude un po’. 78/100
Sottofondo musicale consigliato: Ariana Grande – No tears left to cry.

Mortlach 21 yo (1992/2013, Douglas Laing’s Director’s Cut, 56,7%)

Conosciamo tutti la vicenda di Mortlach: la distilleria lavora per decenni come fornitrice di bulk-whisky per i blended di casa Diageo, e intanto la sua reputazione cresce grazie ai numerosi imbottigliamenti indipendenti di alta qualità, con una particolare predilezione per pesanti invecchiamenti in sherry, i più adatti ad abbinarsi ad un distillato molto particolare, sporco in virtù di un processo di distillazione unico. Poi, pochi anni fa, Diageo decide di imbottigliarlo come single malt di fascia premium, in decanter da 50cl (come questo), con prezzi “da Macallan”, inserendo una buona quota di maturazioni ex-bourbon nella miscela. Gli appassionati storcono il naso e continuano a rifornirsi presso gli indipendenti: così facciamo anche noi, pescando questo ventunenne scurissimo selezionato da Douglas Laing e messo in vetro nel 2013, a grado pieno, nella serie Director’s Cut.

N: sherry monster prometteva d’essere e sherry monster è – così tanto da tarpare le ali perfino agli spigoli del distillato di Mortlach… L’impatto è di un whisky molto morbido, ‘dolcione’, tra traboccanti frutti rossi (sceglieteli voi: tanto ci sono tutti), brioche al burro, cioccolato al latte, magari caldo, quasi gianduia. Suggestioni di caffè, che promettono un palato forse un po’ astringente… E poi caramello, con qualche nota ‘bruciacchiata’ da creme brulée. Legno, tanto legno, con emersioni resinose molto evidenti, pur non entrando nei territori balsamici. Ti satura il naso… Solo alla fine, dopo un po’, emerge un piacevolissimo sentore di tabacco di sigaro caraibico.

P: un nettare, un succo di frutta e legno, straordinariamente privo di gradazione alcolica. Ce lo attendevamo astringente, e invece è lontano da questa dimensione: ancora frutta rossa (strabiliante, mostruosa nella sua succosa intensità), cioccolato al latte, crema, tanta uvetta… Un tripudio di pasticceria ‘pesante’: crema rappresa, poi nocciolato, confetture, fichi. 

F: lungo, intenso e persistente, ancora su frutta rossa e cioccolato

La selezione di Douglas Laing colpisce nel segno: è un whisky delizioso, per dirla con il Gerva “è un nettare”, uno sherry monster fatto e finito, pulito, succoso… Certo, le caratteristiche grasse e sporchine del distillato restano tarpate. Qualcuno potrebbe dire “è tutta botte!”: costui avrebbe ragione probabilmente, ma questo whisky è equilibrato, non si spinge mai nel ‘troppo legno’ astringente, ruffiano nel senso migliore, piacione: e in effetti a noi piace, 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: VNV Nation – Beloved.

Bunnahabhain 20 yo ‘American Oak’ (1997/2017, OB Feis Ile 2017, 52,2%)

Già che eravamo a Bunnahabhain ci siamo detti: perché non assaggiare anche uno degli imbottigliamenti del Feis Ile del 2017, visto che ne è avanzato qualche campione per la vendita? Scriviamo “uno dei” perché Bunna l’anno scorso ha realizzato ben due imbottigliamenti, un torbato di 14 anni in botte di Porto ed un ventenne non torbato che ha trascorso la giovinezza in un barile ex-bourbon e poi, fatta la maturità, si è iscritto a un master di quercia americana vergine, per venire poi acclamato dottore proprio al Festival più torbato del mondo nel giugno 2017. Noi assaggiamo quest’ultimo.

N: un naso scuro, profondo, in cui l’alcol pare straordinariamente morbido e impercettibile. Molto scuro, dicevamo, con note di noce di Pecan, di agrumi scuri – ci viene in mente una scorzetta d’arancia candita e pucciata nel cioccolato fondente, ma anche una scorza macerata nell’alcol. Suggestioni speziate ondivaghe (chiodi di garofano) e a tratti una curiosa nota lieve di sedano. Un forte sentore tostato, di vaniglia, ma anche di toffee, di noce di Pecan – insomma, ricorda per certi aspetti un bourbon. Ma qualche suggestione di piccoli frutti rossi, forse di ciliegia sotto spirito. Molto nitida una sensazione complessiva di legno di castagno.

P: in ingresso soprattutto si registra un apporto di legno molto corposo, un po’ astringente e particolarmente speziato: chiodi di garofano, un velo di pepe bianco. Per lo stesso motivo, ci pare, esibisce anche un lato mentolato davvero indisciplinato. Per il resto si conferma una frutta tra l’arancia molto carica. Con acqua, si accentuano gli spigoli amari (con anche un po’ di noce moscata). Anche crema di castagne.

F: la crema di marroni perdura infinita, poi un senso di tostato e speziato.

Ci pare buono, per carità, anche se il contributo del legno è a nostro gusto fin troppo invasivo, come purtroppo spesso vediamo accadere quando entra in azione un barile di legno vergine: l’effetto è di un whisky molto carico, con tante spezie sia al naso che al palato e un’astringenza un po’ eccessiva che – nel nostro quadernetto degli assaggi – lo trattiene dalla gloria imperitura cui eravamo già disposti a consegnarlo. 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Teho Tehardo & Blixa Bargeld – A Quiet Life.

Macallan 18 yo ‘sherry oak’ (1985/2003, OB, 43%)

Sarebbe offensivo per la vostra specchiata intelligenza delle cose del whisky premettere a questa recensione una didascalica circonvoluzione retorica che spieghi cosa, come e perché: non prendiamoci in giro, la serie dei Macallan 18 anni in sherry con il millesimo indicato non richiede nulla di tutto ciò. Consultate Whisky Paradise se volete della pornografia di Macallan (e non solo, per la verità) e avete velleità di studiare le variazioni delle etichette: noi qui vi raccontiamo solo di questo diciottenne del 1985.

N: un whisky molto ‘arancione’, in cui le suggestioni ci parlano di una bella brioche calda all’albicocca, marmellata di fragole, mele rosse fresche e miele. Un pizzico di vaniglia, il classico ciambellone al forno e cera d’api – quest’ultima testimonia di una cosa che si sa: che il distillato di Macallan ha le spalle larghe. Pane al latte con uvetta (e uvetta da sola); pasta di mandorle. Lo sentiamo molto caldo, anche se lontano dalle profondità dei mitici 18 anni anni ’60-’70, con generose zaffate di legno di botte, piacevolmente tostato, quasi ‘tabaccoso’, dopo un po’. A ben vedere l’arancia c’è, eccome se c’è.

P: potente, ma anche molto elegante: pare quasi cask strength, a giudicare dal kick e dalla texture. I sentori di frutta rossa (merita una menzione speciale l’uvetta, evidentissima) qui sono decisamente più evidenti; ancora molto maltoso e anche burroso, il che ci rimanda di nuovo all’immagine di una bella torta appena sfornata. Ancora arancia e miele – in definitiva, è molto coerente col naso, anche se certo stupisce per carattere.

F: lungo e persistente, note di burro tostato, arancia e uvetta.

Diciamo fresco ma non troppo, perchè il legno dà profondità, tostatura, sfaccettature: non sarà forse un mostro di complessità, e certo siamo lontani dal mito, dai Macallan storici e supersherried distillati nei decenni precedenti… Ma non ci sentiamo di condannarlo per contrasto con la storia, anzi: ci piace valorizzarne la modernità (ci sono sentori che fanno pensare a quercia americana), la coerenza, la soddisfazione che ti lascia. 89/100, davvero molto buono. I prezzi guardateli voi, che a noi ci scappa da piangere.

Sottofondo musicale consigliato: Guns n’ Roses – Estranged.

Hazelburn 13 yo ‘Oloroso cask matured’ (2017, OB, 47,1%)

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Hazelburn, la distilleria che non c’è più

Hazelburn è il nome di una distilleria di Campbeltown rimasta aperta ed attiva per un centinaio d’anni, tra il 1825 e il 1925, quando fu chiusa dalla proprietà e col tempo smantellata e trasformata in un centro amministrativo (qui di fianco, una nostra foto della fu Hazelburn, da veri reporter d’assalto quali siamo). Springbank, nella sua operazione di valorizzazione del territorio, ha scelto proprio Hazelburn come nome per la sua terza ‘versione’, quella a tripla distillazione e senza torba, prodotta a partire dal 1997 e che occupa il 10% della produzione complessiva di Springbank. Oggi assaggiamo l’ultimo Hazelburn messo sul mercato, in primavera, un’edizione limitata di 12000 bottiglie a sola maturazione in barili ex-Oloroso. Non colorato, non filtrato a freddo e ovviamente a grado pieno (anche se piuttosto basso, bisogna dire).

hazelburn-_springbank_-13-year-old-olorosoN: già dal colore dorato antico si capiva che non è uno sherry monster, e il primo approccio olfattivo lo conferma, e però mostra delle caratteristiche inequivocabili: tanta uvetta e mela rossa, zucchero caramellato, torta alla marmellata di fragola, bella burrosa; créme caramel. Assieme a chiare zaffate di malto – sempre discreto, ma riconoscibile negli Hazelburn assaggiati finora – giunge inaspettata una lieve suggestione ‘sporca’, tra il minerale, il legno umido e un po’ di soffrittino invitante.

P: un bel corpo avvolgente, con una discreta pienezza. Prosegue sulla strada maestra tracciata dal naso, tra una dolcezza burrosa e fruttata e ancora una lieve sfumatura minerale/sulfurea. Riconosciamo note di una marmellata di fragole quasi bruciacchiata, ancora una torta burrosa; zucchero di canna e uvetta, ancora mele rosse (cotte, però). Poi di nuovo una sfumatura tostata, sporchina, qui più vicina al cerino. Una spruzzata di caffè.

F: abbastanza lungo e persistente, tutto giocato su burro, sull’uvetta, su una frutta secca nocciolosa.

Un naso facile, ordinato e gradevole, di una certa personalità pure, con un distillato maltoso ben accolto da un legno certo discreto e non sovrastante – certamente buono, per carità, forse un po’ meno Hazelburn rispetto all’idea, leggermente più ‘eterea’ e più succosa, che ne abbiamo noi. Ma questa vicenda, che accade solo nella nostra testa, non ci impedisce di riconoscere la qualità: 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Roots – You Got Me.

Glenlossie 17 yo (1997/2014, Signatory Vintage, 46%)

Ancora un esordio su whiskyfacile! Assaggiamo oggi il primo Glenlossie della nostra carriera di blogger recensori, e dobbiamo ammettere che un po’ ce ne vergognamo. Si tratta di un marriage tra due barili (817 e 818) selezionati e imbottigliati da Signatory Vintage, celebre e stimato imbottigliatore indipendente distribuito in Italia dall’indefessa Velier. Glenlossie non ha un suo core range, e l’unico imbottigliamento ufficiale disponibile è il Flora e Fauna 10 anni. Una caratteristica che fa spiccare la distilleria è la presenza dei purifiers negli spirit stills, ovvero aggeggini con l’esplicita funzione di aumentare il riflusso nell’alambicco – e dunque, ridurre le impurità. Che ce ne facciamo di questa informazione? Beh, la teniamo buona per l’aperitivo di stasera, tutte le ragazze (si sa) non sanno resistere al fascino di chi discetta con disinvoltura di queste amenità.

N: un manuale dell’invecchiamento in bourbon, con generose ondate di vaniglia, cocco (quanto cocco!), una noce di Pecan molto intensa, cremosa… parzialmente mitigate da un distillato pulito, senza articolari increspature (sarà il purifier? o sarà la suggestione?). Banana molto matura, in linea col profilo ci cui sopra; forse anche un che di pandoro? Vagamente vegetale e con una minima quota agrumata (lemongrass), soprattutto dopo un po’. Affascinante perché oscilla tra un profilo sfacciatamente bourbonoso e uno più intrigante made in Scotland. Dopo un po’, qualche nota speziata, tra la noce moscata e la matita appena temperata (ok, legno).

P: ripropone quella stessa dualità di cui sopra, giocata tra vegetale e cremoso. Emerge infatti una dolcezza intensa, da latte condensato, ma anche un erbaceo da tè, o da infuso d’erbe; e poi c’è ancora vaniglia e cocco, ma anche erba limoncina. Frutta gialla fresca e matura, in un contesto certo non di brutale complessità ma non privo di una sua personalità seducente.

F: come ci si poteva attendere, il finale non è lunghissimo, anzi, scema rapidamente in una delicata base per torte (pastafrolla, crema, malto).

85/100. Buono, piacevole, beverino come un succo di frutta. Un esempio efficacissimo dei piaceri della ricerca tra marchi poco conosciuti: anche le distillerie dello Speyside che fanno solo whisky per i blended possono regalare gioie!, a 50€ ancor di più.

Sottofondo musicale consigliato: Drake – Worst behaviour.

Scapa 12 yo (2000, OB, 40%)

Scapa, l’altra distilleria delle Orcadi (troviamo insultante che qualcuno si sia chiesto: altra rispetto a quale? Studiate, animali!), ha una fama contrastata: visto l’illustre vicino di casa, ha a lungo sofferto di una sorta di complesso di inferiorità, per lo meno nell’occhio di chi guarda – vale a dire in noi umili appassionati e acquirenti di whisky. Che dire di Scapa? Solo una cosa, che ci piace ricordare per atteggiarci da nerd del whisky: fino a qualche anno fa praticava una delle fermentazioni più lunghe di Scozia, di oltre 160 ore, anche se di recente questa solida prassi è stata abbandonata sull’altare dell’efficienza. Assaggiamo oggi una delle prime emersioni di Scapa al mondo del single malt scozzese, vale a dire un dodicenne imbottigliato in coincidenza col passaggio al nuovo millennio.

3768-5874scapa12yearoldN: fin da subito spiccano note di miele, oltre a suggestioni molto floreali (erica e violetta). Al contempo c’è anche un lato leggermente minerale, appena accennato, che complica un po’ il profilo. Tanta liquirizia salata (Lakerol, anyone?) e qualche nota di mela rossa a dare profondità fruttata. Una nota un po’ slegata che unisce caramelle alla violetta e cartone ci accompagna con un senso di inquietudine verso il palato.

P: vaniglia, miele, liquirizia e una nota floreale dolciastra (francamente terrificante, di ignominiosa zuccherinità) di pastiglia Leone alla violetta – non tanto bene integrata, e per nulla sfumata. Forse una sfumatura di anicetta?

F: crema di vaniglia, un po’ di miele e ancora violetta, violetta e violetta.

Purtroppo è davvero deludente: se il naso era promettente, il palato crolla sotto gli implacabili colpi di una nota che sempre più troviamo disturbante, vale a dire la caramella iperzuccherina alla violetta. Purtroppo 72/100, non di più – magari il sample (per cui nonostante le apparenze ringraziamo l’amico ziowhisky) si è un po’ guastato nel tempo trascorso nell’armadietto?

Sottofondo musicale consigliato: Hole – Violet.

Bowmore 12 yo (anni ’90, OB, 43%)

Anni ’90, etichetta stampata su vetro: la bottiglia di questo Bowmore è bellissima, certo, ma abbiamo imparato ad essere diffidenti con questa fase di produzione della distilleria. Problemi nel processo di distillazione nei gloriosi anni Ottanta, probabilmente, novità mal digerite dall’alambicco? Chissà, di certo c’è che i Bowmore imbottigliati nel decennio successivo sono spesso armi a doppio taglio… Vediamo come si comportava il dodicenne entry-level.

bowmore-12-year-old-screen-printed-label-with-tube-and-miniature-3920-pN: delicato, quasi timido… L’aspetto immediatamente più evidente pare la marinità, con una bella brezza marina marcata, certo, ma non travolgente. La torba, già delicata in casa Bowmore, è per questo imbottigliamento particolarmente smorzata: un filo di fumo e un poco di smog, nulla più. Affiorano poi fiori freschi, un po’ di vaniglia e – toh! – la buccia di una mela gialla.

P: ha un corpo solido, anche se certo non molto imponente; come al naso si conferma salato, marino, e contemporaneamente d’una dolcezza zuccherosa forse un po’ indistinta… Le migliori metafore che ci sovvengono sono nuovamente di fiori recisi, di caramelle zuccherine, di violetta, perfino di caramelle Rossana! E la torba? Risulta annacquata, incarnata solo da un’accennata mineralità. Rileggendo la recensione che fa Serge, ci pare colpevole non aver segnalato l’ovvia nota di liquirizia salata.

F: l’avevamo data per morta troppo presto: guarda un po’ chi ti ritorna, quel filo di fumo di torba. Labbra salate.

Se non fosse un Bowmore, se fosse una bevanda qualsiasi diremmo “ah però, che buono” – ma pur non avendo veri difetti, non ha nulla di quel che ha reso Bowmore grande. La marinità è timida, la frutta è accennata, insomma… 78/100, non di più, non di meno.

Sottofondo musicale consigliato: Jose Gonzalez – Far Away.

Bruichladdich 12 yo (2003/2015, ‘Rest & Be Thankful’, 59,3%)

A voler decrittare le frasi esibite nel catalogo dell’importatore, sintatticamente avanguardistiche se vogliamo, Rest & Be Thankful è azienda fondata nel 2010 con una linea diretta con Bruichladdich; imbottigliatore indipendente, seleziona e mette in vetro soprattutto malti distillati davanti a Lochindaal, cosa che ci fa particolarmente piacere, dato che Bruichladdich è distilleria che abbiamo nel cuore. Miscela di due botti, una sherry, una bourbon; online costa circa 85€.

aug15-bruichladdichrbetN: rispetto al Bere Barley che abbiamo appena mandato in soffitta, questo è simile ma diverso, più caldo… Le componenti non sono radicalmente diverse, ma mutano gli equilibri: spicca anche qui, in primo piano, una bella marinità, con alghe in grande evidenza. Il grado alcolico tende a chiudere un po’, ma non riesce a tarpare le ali al malto: un bel cereale caldo, in forma biscottata (non più sotto la foggia del ‘distillato bianco’ come nel BB). Qualcosa di crema pasticciera e mela gialla (e la meringa, non la diciamo? giusto, diciamola). Il limone, anche, per non farci mancare la spruzzata d’agrume. Un apparente velo di torba, minerale e non fumosa, avvolge il tutto.

P: l’intensità è clamorosa ed esplosiva, supportata dal grado pieno, e il corpo è veramente di una pienezza eccitante. La sapida marinità retrocede un poco, lasciando più spazio al limone (scorzetta) e quell’atmosfera rarefatta minerale… Ma, come direbbe Anna Oxa, è tutto un attimo: è tutto un attimo e una dolcezza maltata e intensamente fruttata (vaniglia e mela), con riferimenti a entrambe le botti coinvolte… Riferimenti che letteralmente esplodono se si aggiunge acqua, con note di gelato Malaga (vaniglia, crema, uvetta…), perfino di melone. Molto buono, l’acqua esalta anche il lato minerale/torbato.

F: prosegue la gioia del palato, replicandone le velleità più fruttate (il melone ci ha folgorato).

Proprio buono, molto buono: d’altro canto Bruichladdich lavora bene, si sa, ma non è scontato che si sia in grado di scegliere le botti giuste. I nostri nuovi amici di Rest & Be Thankful avranno le loro entrature e le loro competenze, e mettono in vetro una splendida miscela di due botti differenti, integrando molto bene tutte le diverse anime di Laddie. 89/100, non male come esordio.

Sottofondo musicale consigliato: Ghali – Ninna nanna.