716 – Il Sereno, Torno (Como)

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Qualche giorno fa, colti da un’improvvisa voglia di benessere estremo, siamo andati a trovare l’amico di bevute Luca Perego, che tra i suoi mille pregi annovera anche quello di essere un barman appassionato di whisky. Bravo, bello e simpatico il caro Luca, ma la IMG-20191004-WA0032sua mossa killer ce l’aveva sfoderata solo qualche giorno prima come se niente fosse: “Ehi ragazzi, perché non venite a trovarmi all’hotel 5 stelle dove lavoro sul lago di Como?”. Che imperdonabile leggerezza, e infatti eccoci invadere con la leggiadria che ci contraddistingue quest’oasi di pace, cui è stata giustamente dato il nome Sereno, appoggiata sulle placide sponde del lago in località Torno. La quiete degli ambienti e l’armonia degli arredi interni si intonava alla perfezione con la tiepida giornata di fine estate che ci è toccata in sorte, tanto che per un attimo la nutrita bottigliera del cocktail bar è passata in secondo piano. Ma è stato solo un attimo di sbandamento, poi per fortuna ci siamo ripresi e abbiamo fatto due chiacchiere col giovanissimo barman Stefano Giacomelli, astro nascente della mixologia, già perfettamente a suo agio dietro a un imponente bancone di marmo, che probabilmente si potrebbe barattare con un monolocale, e soprattutto a suo agio nel tenere tra le mani una bottiglia come il Macallan N. 6 (vien via facile con circa 3500 euro). IMG_20191003_175011Sfortunatamente lo staff del Sereno non ha acconsentito alla nostra ragionevole richiesta di un drink preparato con questo Macallan in Lalique, ma non ci siamo persi d’animo, facendoci preparare un signature di casa Sereno. Il suo nome è 716, ovvero sia l’interno telefonico del bar dell’hotel. Colpo di genio!

Stefano, coi suoi 20 anni non ancora compiuti, ha fatto una scelta in apparenza provocatoria, che però a conti fatti ci ha impartito una lezione. Tra tutto il ben di Dio che aveva a disposizione ha pescato un Johnny Walker Red Label, utilizzandolo senza battere ciglio come ingrediente principale del cocktail. Sicuramente un azzardo, soprattutto per IMG-20191004-WA0026un drink on the rocks, dove facilmente un blended senza troppa struttura avrebbe potuto scomparire. Invece, grazie a una mano già esperta, ci siamo trovati ad aggiungere benessere a benessere, in una spirale di edonismo apparentemente senza via d’uscita. Ma abbeveriamoci direttamente dalle vive parole del bartender: “‘L’idea è quella di fare un bizzarro incrocio tra due drink molto famosi: da una parte aromatizzo le pareti del bicchiere con Angostura in stile Sazerac, andando a richiamare anche a livello gustolfattivo questo drink con la tintura di Artemisia; dall’altra però la lavorazione è simile a quella di un Manhattan, anche perché usiamo sia whisky che Angostura e lavoriamo nel mixing glass. L’Americano Cocchi dona un tocco amaricante, mentre lo sciroppo di zucchero effettivamente deve garantire quella struttura che altrimenti mancherebbe”.

Ingredienti

3 cl Johnny Walker Red Label

2 cl Elisir Gambrinus

1 cl Americano Cocchi

2 spoon tintura di Artemisia

1 spoon sciroppo di zucchero

(pareti del bicchiere bagnate con Angostura)

Ci piace quando tutti portano a casa qualcosa da un’esperienza. Noi abbiamo imparato che il lago di Como sa essere un luogo di rara amenità e che, quando si parla di miscelazione, la qualità di un whisky non è l’unico elemento da considerare per creare qualcosa di buono. Lo staff del Sereno invece ha imparato che ricevere due blogger alle tre del pomeriggio può non essere una buona idea per l’integrità della bottigliera, persino se i blogger hanno dimenticato a casa i sample (eh sì, oramai stiamo invecchiando anche noi e ogni tanto commettiamo errori imperdonabili). Un ringraziamento finale va ancora a Luca Perego, che per tutto il pomeriggio ha mescolato magistralmente sacro e profano, regalandoci le suggestioni di una location da panico inframezzate da racconti di gioventù sulle peggiori periferie milanesi. Ora vola Luca, e cerca di divertirti ancora di più a St Barth, l’isoletta caraibica dove con grande umiltà la proprietà del Sereno ha appena aperto un nuovo hotel.

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Kentucky Punch – Otivm, Milano

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Milano di questi tempi non smette di regalare sorprese. A ogni passo si inciampa in un nuovo cocktail bar e spuntano come funghi ristoranti dalle proposte gastronomiche più improbabili. Così, di ritorno dalle meritate vacanze agostane, ci siamo

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messi in cerca di qualcosa di insolito, ad alto tasso di irrealtà, dove far forgiare un drink concepito solo per le intelligenti pagine virtuali di whiskyfacile. Il risultato di queste voglie di fine estate è stato Otivm. Il nome è tutto un programma ed effettivamente il locale, a due passi dal Duomo, è un invito ad abbandonarsi a vizi e mollezze di ogni tipo, da una cucina di ricerca con espliciti rimandi nippo-peruviani (sì, siamo capitati nella serata di presentazione del nuovo menù e con grande umiltà abbiamo “interiorizzato” le 400 portate in assaggio) fino alla rutilante proposta artistica che rende la sala una sorta di improbabile parco divertimenti. Tra i tavoli si sono alternati ballerini, cantanti, equilibristi e maghi, per il divertito stupore di chi, come noi, stava semplicemente ingurgitando bollicine e meditando sulle incerte sorti del sistema-Paese. Troppa grazia, davvero. E poi, quasi dimenticavamo, al centro del locale ecco il cocktail bar, che da Otivm è animato da Giuseppe Russo, giovane barman di origini napoletane, e dalla sua recente passione per il bourbon.

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E così Giuseppe ha tirato fuori dal cappello questo Kentucky Punch, presentandolo come un drink “molto fresco e leggero”, nonostante la scelta del bourbon sia caduta su un Wild Turkey 101 (50,5%), bello robusto e con una certa personalità. Le botti utilizzate oscillano dai 6 agli 8 anni di maturazione: “La spiccata dolcezza di Wild Turkey 101 viene equilibrata grazie all’aggiunta di Porto rosso e spremuta di pompelmo, che maschera molto bene la componente alcolica. Ho poi voluto rimandare al mondo dei punch perché in questo drink aggiungo uno spoon di zucchero all’arancia homemade, che porta nel bicchiere sapori simili a quelli di un punch all’arancia che tutti abbiamo bevuto almeno una volta nella vita“.

Dal canto nostro non possiamo che concordare con la descrizione del barman, anche perchè nel corso della serata abbiamo verificato più e più volte la verità delle sue parole, che se ne stava ben nascosta proprio sul fondo del bicchiere. Ecco la ricetta per gli arditi che avranno voglia di replicare il drink e creare da sè un momento di totale otivm:

Ingredienti

4 cl Wild Turkey 101

2 cl spremuta di pompelmo

0,5 cl Porto rosso

1 spoon zucchero all’arancia homemade

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“Mullevardier” – BLEND Whiskybar, Castelfranco Veneto

Con questo post inauguriamo una collaborazione – che porterà a frutti diversi e saporiti, ma ne parleremo a suo tempo – con il BLEND Whiskybar di Castelfranco Veneto: si tratta di una realtà nuova di pacca, dato che hanno inaugurato lo scorso settembre, ma che sta avendo un successo strepitoso e che fa dell’hashtag #whiskyrevolution il suo marchio di fabbrica. Per darvi un’idea, oltre ad una bottigliera con oltre 300 etichette di whisky aperti, ci sono diverse liste con twist su drink classici – tutti a base whisky, naturalmente. Avremo modo di tornarci sopra, in futuro: intanto, a partire da questo mese i ragazzi del BLEND, guidati dai barman Dario e Daniele che si alterneranno nelle preparazioni, avranno una sorta di rubrica fissa sul nostro sito, fornendoci una ricetta a base scotch a cadenza mensile – ma non sarà così semplice, perché risponderanno sempre a una nostra proposta di base, che talvolta potrà essere un po’ provocatoria. Questo mese inauguriamo con un drink a base… rullino i tamburi… Tobermory 10 anni!

A risponderci è Dario Cerantola.

MULLEVARDIER

 

Ingredienti

Tobermory 10 anni – 4cl
Vida mezcal – 2cl
Oscar.697 vermouth rosso – 1.5cl
Bitter Martini – 1.5cl
Bitter al cardamomo – 2 dashes
Affumicatura cherry oak

Raccogliamo la sfida Tobermory!
Nel nostro Mullevardier cerchiamo di esaltare la vivacità e la piccantezza di questo single malt conferendogli una dolce fumosità accompagnata da zenzero, cannella e banana dati dal Vida Mezcal… Il tutto irrobustito da un Vermouth dalle spiccate note di rabarbaro e liquirizia in contrasto ad un delicatissimo bitter speziato e floreale. Conferiamo una nota lunga in chiusura con qualche goccia di bitter al cardamomo. Il valzer al naso ce lo giochiamo con un’affumicatura dolce di cherry oak. A voi il giudizio!

Valinch & Mallet goes to… 1930!

Dopo l’eccezionale appuntamento novembrino con Giorgio D’Ambrosio, sabato prossimo al 1930 si torna a parlare di whisky nell’ambito del progetto “L’alchimia del whisky“, di cui già varie volte abbiamo scritto su questo blog. Il 2018 si apre coerentemente con il desiderio di fare un passo avanti rispetto alle degustazioni degli anni passati: dopo aver introdotto la clientela del locale allo scotch whisky, dopo averle offerto degustazioni monografiche su singole distillerie, ora si passa all’affascinante mondo degli imbottigliatori indipendenti. E il primo a varcare la soglia di uno dei locali più esclusivi d’Italia sarà… Valinch & Mallet!

Marco & Marco

Fabio Ermoli e Davide Romano dialogheranno con il sempre attivissimo Marco Maltagliati, raccontando la loro storia, le modalità con cui scelgono i barili, quello che vanno cercando e quel che invece vogliono evitare… Insomma, una chiacchierata a ruota libera per spiegare la concezione che Fabio e Davide hanno del mestiere di imbottigliatore indipendente. Il tutto, come sempre, sarà affiancato da alcuni drink creati ad hoc da Marco Russo, che si sbizzarrirà con il consueto estro e l’abituale competenza. La base, cioè i whisky che verranno aperti, bevuti in purezza e miscelati – almeno alcuni, i dettagli saranno una sorpresa anche per noi – sono questi quattro:

Davide & Fabio

– Caol Ila 6 yo, Four Grain Koval cask, 47,8%.

South Shore Islay Malt 8 yo, 48,8%

Macduff 20 yo, 51,3%

– Heaven Hill 8 yo, 48,8%

Imperdibile, vero? E allora non perdetevelo, diamine! Per informazioni e prenotazione, scrivete a marcomalta34@gmail.com.

L’alchimia del whisky – Road to Speyside (21-25 settembre 2017)

Ecco, ci risiamo, l’hanno fatto di nuovo. Lo scorso ottobre abbiamo partecipato ad uno spettacolare tour scozzese tra Islay e Campbeltown, tour di cui abbiamo dato conto qui e qui: l’organizzazione era in mano a Marco Russo, uno dei migliori barman italiani e proprietario di vari locali milanesi, dallo speakeasy 1930 al MAG fino al Barba, e Marco Maltagliati, appassionato whiskofilo di lunga data e ormai da tempo nel team del 1930.

Quel viaggio voleva essere la naturale evoluzione di un percorso intrapreso nel 2014 e intitolato “L’Alchimia del Whisky“: l’idea alla base è quella per cui il whisky, e il single malt specialmente, non è un prodotto di cui avere timore reverenziale, abituati come siamo a sovrapporre l’immagine di un vecchio signore in pantofole seduto su una poltrona di pelle a quella del normale bevitore di whisky – non bisogna avere timore e proprio per questo ci si può avvicinare al whisky, e si può affrontarlo seriamente, capendo la cultura che ci sta dietro, anche partendo da un drink, da un cocktail. Il single malt può essere un ingrediente estremamente complesso, e per questo bisogna saperlo usare, esaltandone o attenuandone determinate sfumature: è proprio ciò che fa con i suoi drink Marco Russo, e chiunque sia stato al 1930, per una degustazione monografica o per una bevuta in compagnia, sa bene a cosa ci riferiamo. E dunque, dopo diverse serate di introduzione al whisky e ad alcune sue distillerie, accompagnando la bevuta in purezza con alcuni drink, i due hanno deciso di affrontare ancor più seriamente la questione, andando proprio in Scozia a fare cocktail e a studiare il processo di produzione: perché per lavorarci seriamente, gli ingredienti vanno scoperti, studiati e analizzati, e bisogna conoscere chi il whisky lo fa, e come.

Marco & Marco

Quest’anno si replica, e lo si fa alla grande, senza sedersi sulle formule del passato ma puntando l’obiettivo altrove: Marco e Marco hanno organizzato un tour dello Speyside, cuore del whisky scozzese con le sue oltre trenta distillerie attive, proprio in occasione del principale evento dell’autunno, cioè lo Speyside autumn festival. Non possiamo svelare tutti i dettagli, e a dirla tutta neppure li sappiamo: di certo si passerà da Glenfarclas, da Balvenie (uno dei tour più belli di Scozia, sia detto per inciso) e da Glen Grant, esplorando dunque diverse tipologie di distilleria, tra colossi e produttori fieramente indipendenti, e di certo Marco Russo darà spettacolo con i suoi drink. Sappiamo anche qualcosina in più, ma non vogliamo certo svelarlo qui, e ora… Molto meglio scoprirlo direttamente il mattino della partenza, no? Siccome siamo stati testimoni diretti della bellezza del primo viaggio, vogliamo dar conto di questa iniziativa qui sul sito, e invitare chi fosse interessato a contattare direttamente uno dei due Marchi (nella locandina tutte le info su prezzi, tempi, disponibilità) per conoscere i dettagli di questa strada per lo Speyside. Se Dufftown è la Roma di Scozia (perché come Roma sorge su sette colli, così Dufftown sorge su sette distillerie…) tutte le strade portano a Dufftown, in fondo, no?

Whisky cocktail: “Daruma” – Ghe Sem, Milano

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Una sera, passeggiando per la centralissima via Vincenzo Monti, ci siamo imbattuti per caso nel Ghe Sem (per i diversamente milanesi significa “ci siamo”). Pare che la filosofia del locale (anzi i due locali, perché da poco hanno fatto il bis in zona Isola) sia di confondere le idee, ribaltare le convinzioni e imporne di nuove. Insomma, le ambizioni non mancano. Anzitutto, il cibo è un mix ‘glocal’ davvero sfrenato: il locale propone unicamente i tipici original_dim-sum-ghe-semravioli ripieni orientali, i Dim Sum, ma con farciture ricavate da piatti tipici della cucina italiana, dalla parmigiana alla ‘nduia e mascarpone fino a un’incredibile lingua salmistrata e salsa verde. Come se non bastasse il barman Giovanni Parmeggiani ha pensato bene di innestare su questo concetto la sua personale idea di miscelazione. Giovanni, con un passato da studioso di lingue e culture del Medio Oriente e dell’Oriente, ha fatto delle spezie, dei frutti e dei distillati dell’Est del mondo il caposaldo delle sue drinklist. Ci ha impressionato particolarmente un cocktail con uno sciroppo home made al curry e abbiamo assaggiato distillati cinesi dai sapori incredibili, ma oggi abbiamo chiesto – siamo pur sempre tradizionalisti, noi di whiskyfacile – un cocktail a base whisky, ovviamente giapponese…

img_4628Ingredienti

Decorazione: menta, lime/limone essicato

Preparazione: Shake&Strain

Giovanni ci spiega che “l’idea dietro al Daruma è quella di servire un drink che potesse rendere il whisky appetibile anche ai palati meno avvezzi a un distillato così impegnativo, soprattutto in accompagnamento a una cena. La scelta del Nikka from the Barrel è dettata dal fatto che è un whisky con una certa complessità e con caratteristiche che ricordano lo Scotch, mentre il sour mix viene preparato tutti i giorni spremendo limoni, lime, pompelmi e arance. Il pepe rosa ci proietta nel sudest asiatico, dando un lieve pizzicorio. Il cocktail viene servito in una tazza in ceramica e prende il nome dalle bambole Daruma (達磨), figurine votive giapponesi senza gambe né braccia, che rappresentano Bodhidharma, il fondatore e primo patriarca dello Zen. Le bambole non hanno gli occhi e spetta a noi disegnare un solo occhio esprimendo un desiderio; se il desiderio dovesse avverarsi, verrà disegnato anche il secondo occhio. Al Ghe Sem il vostro sottobicchiere sarà proprio una riproduzione delle Daruma. Good Luck!”

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L’alchimia del whisky al 1930

Schermata 2016-05-05 alle 11.47.33Sabato scorso, per la seconda settimana di fila, abbiamo avuto l’occasione di passare una serata al 1930, l’elegante speakeasy milanese giustamente sulla bocca dei più, sia per l’atmosfera magicamente retrò che per la qualità altissima del bartending che vi si pratica.  Noi abbiamo partecipato alle due degustazioni conclusive del ciclo “L’alchimia del whisky“, un nuovo format a metà tra la degustazione classica e la mixology, firmato dal whisky enthusiast Marco Maltagliati e da Marco Russo, titolare del 1930. Dopo sei incontri, i due si prenderanno ora una meritata pausa, perché manco a farlo apposta diventeranno

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facce soddisfatte

entrambi e per la prima volta papà a giorni, forse a ore, e quindi, insomma, di fronte allo spettacolo della vita anche l’acqua della vita dovrà pur cedere il passo. A settembre poi sono state annunciate grandi cose, visto che le distillerie di Scozia, come si sa, sono parecchie decine, di cui molte con caratteristiche uniche e proprio il format de L’alchimia del whisky sembra andare nella direzione di un ciclo di appuntamenti dedicati alle singole realtà produttive. E così infatti le serate a cui eravamo presenti sono state incentrate rispettivamente su Springbank e Glen Grant. Due distillerie storiche, che hanno più volte sfornato imbottigliamenti entrati nel mito. Ma andiamo con ordine.

FullSizeRender-35Alla prima degustazione, Marco Maltagliati è stato affiancato nella presentazione della storia e del modus operandi di Springbank da Maurizio Cagnolati, che la distilleria la conosce come le sue tasche, vivendoci accanto ed essendo importatore in esclusiva per l’Italia del pregiato distillato di Campbeltown. Maurizio ha impreziosito la serata con aneddoti gustosi (sapevate che Springbank non ricorre a nessun processo di automazione industriale pur di impiegare il maggior numero di persone, ridistribuendo così ricchezza sul territorio? No? Bestie!), ma di livello altissimo sono stati anche i single malt assaggiati, tutti e tre ufficiali: l’entry level 10 yo, il 12 anni Cask Strength e il Green 13 yo, edizione limitata full sherry e da

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orzo 100% biologico. Ai primi due whisky è stato abbinato un cocktail, giocando con le note salmastre, sapide e fumose del 10 anni e poi con la potenza degli oltre 50 gradi del CS. Assolutamente degno di nota il primo drink, che mettava la dolcezza di un Sherry Pedro Ximenez e di un peach Brandy contro la mineralità del ‘piccolino’ di casa Springbank. Potete immaginare le nostre facce attonite nel sentire la terra salata del distillato tornare prepotentemente nel retrogusto a spazzare via le note dolci. Uno spettacolo maestoso, che da solo è valso la serata.

Non contenti, però, e grazie al gentile invito dei due Marco, abbiamo presenziato anche all’appuntamento Glen Grant, che ha visto FullSizeRender-37ulteriormente alzarsi l’offerta. I whisky erano infatti quattro, con due cocktail ad accompagnare i primi due, e per non farsi mancare nulla una tartina di salmone marinato nel whisky a fare da spartiacque a metà degustazione. Il vulcanico Maltagliati, reso ancora più scoppiettante da una moglie scherzosa, che via telefono si divertiva ad annunciare falsamente l’imminente venuta al mondo del primogenito, questa volta ha dovuto reggere da solo il peso della degustazione, riuscendo bene grazie a uno stile agile e davvero lontano dalle classiche degustazioni di whisky, così come le conosciamo. Si è riso parecchio e nessuno si è privato del gusto di una battuta ad  alta voce, infierendo anche volentieri sulle ansie del quasi neopadre, come lo staff del 1930 ama fare.

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il primo cocktail a base GG

Entrando nel dettaglio, la serata ha avuto un curioso andamento discendente: gradevole il 16 anni di distilleria, full bourbon fresco e beverino con generose note di malto e frutta gialla; e ancora più interessante è stato il Cellar Reserve 1992/2008, dalla struttura decisamente più complessa grazie all’apporto di botti Sherry Oloroso. Assaggiare questi due malti ha rinforzato una volta di più la convinzioni che oramai ci accompagna severamente ogni volta che si parla di Glen Grant, l’unica distilleria battente bandiera italiana, da anni proprietà di Campari. Proprio nel nostro Paese la distilleria di Rothes ha percorso una strada insolita, spingendo fieramente il 5 anni, disponibile unicamente sul mercato nostrano e invero dall’ottimo rapporto qualità-prezzo, ma perdente nel confronto con altri whisky dello Speyside di consumo che hanno almeno il doppio dei suoi anni d’invecchiamento. Il buon Michele ha fatto il resto, consacrando Glen Grant come un malto di poca personalità, dal “colore chiaro e gusto pulito”, per l’appunto. E invece, pur consapevoli della crescente perdita d’importanza del nostro Paese nelle strategie delle multinazionali, siamo convinti che imbottigliamenti molto validi come il 16

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Benjamin caccia stile

anni e il Cellar 1992 (entrambi sui 60 euro), per non parlare del pluripremiato 10 anni troverebbero, se presenti sugli scaffali dei negozi specializzati alias le enoteche, un largo apprezzamento presso il consumatore italico, sì asfittico nei volumi ma discretamente preparato ad apprezzare la qualità in un prodotto. Dove li mettiamo Eataly, l’italian way of life e la Dolce Vita, suvvia?! Tornando tra le pareti del 1930, sicuramente un bell’esempio di qualità dei prodotti l’ha dato ancora una volta Marco Russo coi cocktail proposti, accostando in maniera funabolica whisky e liquore alla liquirizia, per dirne una. Per finire, ci concediamo un inciso sugli ultimi due whisky in purezza, francamente non del tutto indimenticabili. In passato avevamo già assaggiato senza entusiasmarci il Five Decades e dobbiamo confessare che nemmeno l’imbottigliamento per il 170esimo anniversario ci è parso all’altezza del passato glorioso di Glen Grant.

Ma la speranza è dura a morire e siamo sicuri che a settembre saremo ancora pronti a sognare, alla ricerca dell’Alchimia del whisky.