Feis Ile 2018 Tasting #2 – Whisky Club Italia

Dopo le prime quattro chicche del Feis Ile 2018, completiamo il tour isolano con altri tre imbottigliamenti e le nostre stringate emozioni/impressioni. Con l’occasione ringraziamo ancora WhiskyClub Italia per aver dato la possibilità di assaggiare gli imbottigliamenti del Festival a tanti appassionati, la cui sola colpa è stata quella di non aver avuto per tempo la geniale intuizione di farsi una settimana di delirio whiskyco (?!) su Islay.
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Bowmore 15 yo Feis Ile (2018, OB, 52,5%)

Un po’ carico, il legno è molto presente e la prima sensazione è di una dolcezza bruciacchiata un po’ ‘troppa’, di mastice: e però si alza (e cresce di brutto) quella nota tropicale, di maracuja salata, che ci fa esplodere. Liquirizia dolce. Tostato, brioche dolce. Con acqua esce il floreale (si dice lavanda, buganville) Al palato l’esplosione tropicale è devastante, poi toffee e caramello. Un po’ di cicciolato bianco. Ricchissimo ma semplice. Piacevolissimo, l’acqua alleggerisce il naso e smarmella di toffee il palato. Il finale si chiude curiosamente su una combo di aringa affumicata e aghi di pino.
Mah. 86/100
Kilchoman 11 yo Feis Ile (2018, OB, 55,5%)

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Naso di pera (in ogni sua forma) e ostriche e scarpe di gomma. Lime, limone, limonata zuccherata. Sulle prime un po’ strano, si normalizza man mano che passano i minuti, lasciando svenire le suggestioni mentolate. Al palato è coerentissimo, con in più una vaniglia spiccata. Sarà che è il sesto, ma il fumo è molto leggero, in disparte. Buono, ‘banale’ ma di una banalità straordinaria. 87/100
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Bunnahabhain 2007 Feis Ile (2018, OB, 59,5%)
Il naso è unico. Note di paprika, worchester, tabasco chipotle e bbq sauce. Paprika affumicata. Grasso di porco. Liquirizia. Il palato mostra l’alcol, resta molto dolce e ricco di fumo intenso. Pieno, molto avvolgente, mentre al finale (breve) restano molto bbq e fumo. 86/100, ottimo ma monotono. Ma che naso…

Sottofondo musicale consigliato: Ulver – Southern Gothic

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Feis Ile 2018 Tasting #1 – Whisky Club Italia

IMG_4818Venerdì scorso abbiamo partecipato ad una degustazione davvero imperdibile: grazie a Whisky Club Italia e a Claudio Riva, giunto ormai al suo quindicesimo Feis Ile, abbiamo assaggiato sette imbottigliamenti proprio dal Feis Ile 2018, appena concluso. Qui il resoconto dei primi quattro dram, a domani per gli ultimi tre.

35051311_1924071064277876_1023718125155123200_nIl primo whisky assaggiato, in realtà, era questo Kilkerran di 8 anni, 1020 bottiglie da un paio di Recharred Sherry casks, imbottigliato per l’open day di Glengyle, a Campbeltown – l’evento che precede il festival di Islay.

Kilkerran 8 yo ‘Open Day’ (2018, OB, 58,4%)

Spettacolare. Nonostante un barile così attivo, lo sherry resta delicato, con note fruttate (fragola/lampone e mela rossa), e soprattutto perfettamente integrato con l’anima minerale e costiera (grafite, aria di mare, odore di porto) in evidenza. Eccezionale. Con acqua si apre e si scalda (accanto alla festa di frutta, sviluppa anche note di stalla, di pecora, secondo alcuni). 90/100

Seconda bottiglia aperta: un pezzo grosso del lotto di imbottigliamenti speciali, sua maestà Lagavulin! 18 anni, invecchiato in barili ex-bourbon a primo e secondo riempimento ed ex-sherry, solo 6000 bottiglie e prezzo in asta già alle stelle.

35247235_1925225954162387_8466141973693071360_nLagavulin 18yo Feis Ile (2018, OB, 53,9%)

Ottimo: naso straripante, grasso (grasso di maiale, ma anche arachidi), piccoli frutti rossi, mela gialla, ostriche molluschi e fumo smoggoso. Borotalco. Il palato è molto più bruciato, se vogliamo più ‘banale’ rispetto al naso. Biscotti al burro. Toffee. Dolcezza marcata, poco mare. Finale bruciatissimo e poco altro. Con acqua esplode l’agrume (arancia), complessivamente migliora un po’, si apre al mentolato, diventa sempre più medicinale. Il solito, eccellente Laga. 89/100

Terzo tempo? No, terzo dram! Ecco l’Eretico: Port Charlotte, il torbato di casa Bruichladdich. Miscela degli ultimi 5 barili rimasti dalle distillazioni del 2001, tra cui ex-bourbon ed “ex-french wine” (sic), di fatto è il più vecchio PC mai messo in commercio.

35198999_1926494890702160_6546022525564878848_nPort Charlotte ‘The Heretic’ (2001/2018, OB, 55,9%)

L’apporto delle botti ex-vino è abbastanza evidente (legno, frutti rossi, mirtilli). Torba ‘alta’ e pungente, salamoia, olive nere, una punta cremosa. Note mentolate. Agrume (lime/kumquat). Al palato il legno si sente tanto, poi inchiostro, agrumi e una cremosità veramente hardcore. Sale (ma non mare). A nostro gusto c’è un po’ troppo legno per essere un campionissimo, e pure è un dram molto godibile. 86/100

Non c’è tre senza quattro, si suol dire, no? Stavolta non è l’imbottigliamento per il festival, ritenuto non all’altezza, ma lo splendido 10 anni Cask Strength di Laphroaig. E Claudio se ne intende di Laphroaig, dunque…

35240548_1927903090561340_2836673315999842304_nLaphroaig 10 Cask Strength #10 (2018, OB, 58%)

Un Laph da manuale. Fumo, medicinale, lime, si sente tanto il profumo del cereale torbato dopo il giretto nel kiln. Tanta marinità: alga marcescente, suggerisce Claudio. Il palato esplode sulle stesse note, con una torba intensa e pneumatica (nel senso che sa di copertone!) infinita. Zenzero candito. Si chiude sulla liquirizia. Fumo aggressivo, molto persistente. Delizioso, semplice magari ma quintessenziale. 88/100

Sottofondo musicale consigliato: Iron Maiden – The Number of The Beast.

 

Kilchoman ‘Sauternes Finish’ (2012/2017, OB, Distillery Shop Exclusive, 58%)

A Kilchoman sono mesi di grandi cambiamenti e di grandi lavori: la produzione sta raddoppiando, gli alambicchi stanno per diventare quattro, sono stati costruiti un nuovo malting floor e un nuovo kiln, già attivi, c’è una nuova warehouse… Insomma, si lavora e si fatica: noi abbiamo fatto da poco un salto sull’isola per verificare lo stato dell’arte, e tra una domanda e un assaggio ne abbiamo approfittato per fare acquisti. Come in ogni visitor centre che si rispetti, anche Kilchoman ha in vendita un single cask in esclusiva per i turisti e gli appassionati che si spingono fino a questo luogo remoto: in questo momento c’è il barile 209/2012, un whisky distillato nell’aprile 2012 (con orzo di Port Ellen, dunque a 50ppm) e messo in bottiglia nel settembre 2017 dopo un passaggio di quattro mesi in una botte ex-Sauternes. Un paio d’anni fa, Kilchoman aveva già messo sul mercato un’edizione limitata maturata in Sauternes, anche se in quel caso si trattava di una full maturation e non un finish.

N: a quasi 60%, la presenza dell’alcol è pari a quella di contenuti nella campagna elettorale appena conclusa. Il passaggio finale in Sauternes è molto evidente, con note vinose, di marshmallow, di confettura di albicocca. Poi tanto tanto zafferano, un senso di fiori freschi, perfino. Mela gialla, fresca, appena tagliata. Come dimenticare la vaniglia calda? La torba è piuttosto morbida, complessivamente, fumosa e acre, pungente: terra bagnata. Non c’è marinità. Con acqua, questo lato, già relativamente tenue, diventa meno intensamente fumoso, si apre su note legnose e tostate.

P: qui la botta alcolica c’è tutta, almeno al primo sorso. Innanzitutto la torba qui è molto aggressiva, i 50ppm si sentono tutti, con note di catrame, di smog, di fumo forte, di legno bruciato. Un lato dolce paradossalmente delicato, con ancora zafferano e mela gialla. Resta viva la vinosità, poi un paio di note di vaniglia. L’acqua ammorbidisce.

F: lascia un senso di amarognolo, oltre ad un bruciato molto intenso e forte.

Molto piacevole, incoerente tra naso e palato per quel che riguarda la presenza della torba: se nella prima fase appariva tutto sommato ammorbidita dal passaggio in Sauternes (e, certo, dalla gradazione), in bocca si rivela esplosiva, aggressiva, molto poco addomesticata. Le note date dal barile di vino sono equilibrate e contenute, confermando la nostra impressione per cui torba e Sauternes spesso funzionano bene – non faranno faville, non saranno indimenticabili, ma fanno il loro sporco lavoro portando a casa la pagnotta. E dunque sia 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: At The Gates – To Drink From The Night Itself.

Bunnahabhain 18 yo (2017, OB, 46,3%)

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come si fa a non amare Bunna?

Bunnahabhain è una delle nostre distillerie del cuore, su Islay: tradizionalmente responsabile di whisky non torbato, rivelando così un passato incentrato sulla produzione di materiale da blended, è collocata in una delle zone più suggestive dell’isola. A pochi chilometri da Port Askaig, la strada che vi giunge – che passa pure di fronte alla nascitura Ardnahoe – è di una bellezza mozzafiato, tra laghi, torbiere, pecore, fagiani e continui saliscendi. Oggi assaggiamo il 18 anni di distilleria, difficile da reperire in Italia visto che – per ragioni legate al portfolio della proprietà – non ha ancora trovato un distributore ufficiale sul patrio suolo. Pensate che cuore!, siamo andati fino in Scozia per prenderne un campione, e questo solo per voi. SOLO PER VOI!

bunob.18yov2N: molto aperto e aromatico, rotondo. Brioche al burro, croissant all’albicocca, ma anche quelle sfogline al burro vicentine; tante note agrumate, marmellata di arancia amara. Si promette appiccicoso, con note dense di miele, di caramello; cremoso, da pasticcino alla fragola. Cioccolato fondente. Frutta varia, molto matura e quasi cotta: mele rosse, prugne. Un vago senso di aria di mare. Biscotti speziati di Natale.

P: innanzitutto, è bello pieno, con un corpo molto appiccicoso, denso. Piuttosto coerente, squaderna una arancia calda, densa, ‘marmellatosa’. Stecchetta di cannella. Ha una patina minerale e iodata, forse rivelando una leggera torbatura, che dona complessità all’esperienza. Dimentichiamo di menzionare un dolcetto burroso, che ancora diremmo brioscia.

F: medio-lungo, persistente, con scorzetta d’arancia, un lato mineral-torbato e qualcosa di dolce e burroso.

86/100, buono, soddisfacente, molto classico, rotondo e con un’adeguata complessità. La quota di barili ex-sherry, sia a primo riempimento che refill, è piuttosto evidente, così come la ‘ciccia’ di un distillato che esce dagli alambicchi più grandi e grossi dell’isola. A nostra opinione, forse preferiamo il 12 anni, che è un poco più ‘fresco’ e costa la metà. Tra i pochi ad averlo in stock, segnaliamo gli amici di Whiskyitaly.

Sottofondo musicale consigliato: Five Finger Death Punch – Wrong Side of Heaven.

Balblair 1990/2014 (2nd release, OB, 46%)

Dunnage warehouse di Balblair

Nella nostra prima gita scozzese una delle realtà cui più ci siamo affezionati fu quella di Balblair: forse per la bella giovinetta che ci condusse in giro per la distilleria, forse per quell’abbinamento tra frutta e minerale che caratterizza lo stile di casa, non sapremmo dire. Oggi tra le nostre avide mani sta un campione della seconda release del vintage 1990, risalente al 2014: se la matematica non ci tradisce proprio ora, si tratta di un ventiquattrenne, non colorato e non filtrato, ridotto a 46%.

N: sicuramente un naso bello carino, eppure di una freschezza da subito accattivante. Sentiamo nitide uvetta e ciliegie sotto spirito, assieme all’esuberanza di un cestone di frutta tropicale, banane mature e tante pesche succose. Ecco sì, è un naso succoso e suntuoso, arricchito inoltre da uno spesso strato di crema pasticcera e vaniglia. Biscotti e frutta secca, tipo nocciole. Burroso, persino butirrico, financo leggermente minerale.

P: rispetto al naso perde sicuramente un po’ di quella sorprendente freschezza e mette in risalto i 24 anni di invecchiamento in botte che non sono mica bruscolini. Quindi sicuramente tante spezie, sentori di legno caldo e frutta secca (pacchi di nocciole). C’è anche un bel lato vegetale, quasi mentolato, spesso presente in invecchiamenti così importanti. La frutta è macerata, zuccherina, pastosa (pesche, torta di mele, frutta rossa infusa nell’alcol). Pasta frolla, brioches all’albicocca e un po’ di arancia.

F: molto persistente, brioscioso, tanto maltoso, e con la giusta dose di legno. Esibisce dei richiami di frutta rossa e pasta frolla davvero incantevoli.

Che gioia: è un Balblair complesso (caratteristica di cui spesso la distilleria difetta, regalando nasi spettacolari e palati meno entusiasmanti), sorprendente (succoso al naso, più profondo al palato) e, considerato il mercato attuale, costa il giusto (circa 120 euro). 90/100, caldamente consigliato a chi ama questo stile.

Sottofondo musicale consigliato: Merk&Kremont – Sad Story (Out of Luck).

Old Ballantruan 10 yo (2016, OB, 50%)

Tomintoul, distilleria di Ballindaloch, dal 2005 ha nel core range un’espressione torbata e senza età dichiarata, imbottigliata a marchio Old Ballantruan; ma solo dal 2012 l’offerta prevede anche un 10 anni, non colorato, non filtrato a freddo e messo in vetro a 50%. Oggi è giunto il momento di assaggiarlo… Una menzione per la bottiglia, di rara bruttezza – non ce ne voglia Angus Dundee.

N: sa di olive nere, salamoia, grasso di motore, olio d’oliva; la torba è poco fumosa ma molto ‘chimica’, smoggosa e minerale. Benzina. Amido da lavanderia, forse meglio lana bagnata. C’è una ‘dolcezza’ astratta da materia prima che riassumeremmo magistralmente con l’immagine dei cornflakes zuccherati. E se ci riconoscessimo del provolone dolce, saremmo da rubricare come dei poveri ubriachi? Forse sì, ma mica ci pagano, #checcefrega. Intendiamoci: non è affatto sgradevole, ha un profilo semplice ma molto particolare, è un gentle dram, ha lo stile timido di Tomintoul con però escursioni pesantemente sporche, torbate; interessante.

P: anche al palato la gradazione è impercettibile, e però così pare comportarsi anche il corpo, esile seppure i sapori siano anche di una certa personalità: l’effetto è che rispetto al naso, apparentemente si normalizza. E dunque vaniglia e cereale, con tanta gioventù; il tutto accompagnato da una torba smoggosa, certo non marina ma senz’altro minerale. Scorzette di agrumi, misti perché non sapremmo scegliere il più adatto.

F: di media durata, si esaurisce in maniera molto pulita, con appena dei cenni di cereale, di cenere esausta.

Tomintoul non ci convince mai appieno, resta sempre fin troppo rinchiusa nella sua dimensione di gentle dram, che talora tende a farsi una prigione – anche se in questo caso la prigione è brutalizzata da una torba intensamente ‘chimica’. 80/100.

Sottofondo musicale consigliato: 883 – Rotta per casa di Dio

Springbank 16 yo ‘Local Barley’ (2016, OB, 54,3%)

schermata-2016-12-23-alle-11-29-23Springbank, unica distilleria in Scozia a maltare il 100% dell’orzo in casa, ha vinto quest’anno il premio di ‘distilleria dell’anno’ al Milano Whisky Festival, proprio in virtù del suo carattere artigianale – al contempo, il 16 anni ‘Local Barley’ si è messo sul petto la medaglia d’oro alla stessa kermesse milanese. ‘Local Barley’ è il nome di una serie di imbottigliamenti storici della distilleria, distillati tra il 1965 e il 1966 e imbottigliati negli anni ’90 (per vostra informazione, alcune di quelle bottiglie vanno in asta a più di 4000 euri): le etichette sono quelle, bellissime, che vedete qui a fianco. L’esperimento di usare solo orzo locale è stato replicato nel settembre 1999, quando è stato distillato orzo (per i nerd: varietà prisma) della Low Machriemore Farm, vicino a Campbeltown, nel Kintyre del sud. Il nettare d’alambicco è stato poi piazzato a riposare in botti ex-bourbon ed ex-sherry (rapporto 80-20) e infine messo in bottiglia proprio l’anno scorso. Le bottiglie sono state razziate, vanno già a 200€ in asta e dobbiamo ringraziare il Milano Whisky Festival e Beija Flor, importatore italiano di Springbank, per aver deciso di aprirne un esemplare a fine novembre.

schermata-2016-12-23-alle-11-34-29N: verrebbe da dire che gli anni in botte non hanno poi inciso così tanto: un difetto? Neanche per sogno, perché lasciando parlare il distillato Springbank regala sempre emozioni. Come promette l’etichetta, c’è tantissimo cereale: dal malting floor alla spiga sotto al sole, e finanche qualche biscotto – appunto – ai cereali. Eresia parlare di un lato compiutamente farmy? Decisamente no, anzi, e pure attraverso questo carattere contadino si arriva a salamoia e olive verdi, che ci ricordano quale aria si respira fra i vicoli di Campbeltown, e poi un velo possente di fumo di torba, e tutta la mineralità che sapete immaginare (terra, lana bagnata). Pian piano si svela anche una dimensione fruttata, mai invadente, tra pesca albicocca e arancia.

P: immaginate il naso, che era ricco ed espressivo, e moltiplicatelo per varie volte… La dolcezza, qui da subito evidente, si fa più compatta e sempre con suggestioni di pesca, frutta gialla matura e un accenno al limite del tropicale. Esplode l’arancia, che con la sua buccia quasi andata ci conduce a bomba al lato più Springbankoso, denso e intenso come non mai: amido, minerale, salamoia e un lato al limite del sulfureo (di qui il cenno all’arancia quasi marcia), con fumo di candela, acqua di mare… La torba verso la fine emerge compiutamente e va a sfociare…

F: in un vero e proprio fumo, misto a tutte le suggestioni auster di cui sopra: la dolcezza è un mero ricordo.

Eccellente, buonissimo, difficile (e pure è stato il più apprezzato alla degustazione del MWF, a dimostrazione che i prodotti più complessi poi piacciono) e per questo esaltante. Un tributo commovente al cereale e allo stile unico di una distilleria che fa della propria ostinazione una bandiera: 91/100, abbina austerità e intensità, seduzione e riottosità… Bravi tutti.

Sottofondo musicale consigliato: Motorhead – Enter Sandman, cover dei Metallica.

Talisker 20 yo (1981/2002, OB, 62%)

Oggi assaggiamo un imbottigliamento iconico di una distilleria iconica: il 20 in sherry di Talisker, edizione limitata messa sul mercato nel 2002, esaurita rapidamente e ora oggetto di culto per i collezionisti (valore stimato attorno a 1500€, per intenderci). La gradazione (inusuale per Talisker) è di 62%. Quando il buon Pagani si è avvicinato ad uno di noi, durante il Milano Whisky Festival, brandendo un bicchiere con questo whisky, alla domanda fatidica “che cos’è?, indovina!” mai avremmo risposto con Talisker. Ora lo riassaggiamo con calma, suvvia, sperando in sensazioni più coerenti.

talob-1981N: la scena: una barchetta dal mare avanza nella nebbia fitta cercando la riva. Nel bicchiere infatti c’è tanto mare e un’atmosfera rarefatta di torba umida, un senso pesante di vapore e di amido. Acqua di mare, certamente, e un filo di fumo da un falò. Giunti a riva, il meritato ristoro del marinaio: bacon, ma sopratutto tantissima confettura di fragole e mirtilli, more. Il lato fruttato è veramente succoso e a dir poco esuberante. Liquirizia e cenere, uva nera e cioccolato, pepe e torba, in un continuo disorientamento olfattivo, come migliaia di storie raccontate sulla spiaggia attorno al fuoco.

P: anche alla gradazione monstre di 62 gradi si lascia bere con una certa facilità. Totale, come ti aspetti che sia, ovvero buonissimo. Il corpo è grasso, ultra masticabile e il primo impatto è del tutto isolano, con torba, bacon e mare. Trionfa anche l’anima speziata di Talisker, con tripudio di pepe e noce moscata, giusto un attimo prima dell’apocalisse: le botti ex sherry squassano all’improvviso il palato e s’impone una dolcezza pesante, calda di tarte tatin, marmellate ai frutti rossi in cottura. Spruzzi di arancia. Aghi di pino? Aggiungete acqua e godrete per sempre.

F: lunghissimo e con una nota sporca persistente tra il bacon e il pepe. Cenere ma anche marmellata, ad libitum.

Il miglior Talisker mai bevuto dai vostri umili Whisky e Facile, per lo meno secondo le mutevoli e relativissime percezioni del qui e ora? Forse sì, anzi certamente: 94/100. Potenza incredibile, complessità in continuo movimento, costante ristrutturazione di un profilo aromatico che ad ogni snasata rivela nuovi sentori, tutti fusi assieme, tutti di volta in volta sotto ai riflettori: magistrale e squassante intensità, magistrale e delizioso bilanciamento. Riesce ad essere tutto sparato a mille da un lato, e dall’altro ad essere velato di una surreale eleganza, con quella rarefazione di cui parlavamo nella descrizione del naso… Magnifico. Grazie a Giorgio D’Ambrosio per il sample, grazie infinite!

Sottofondo musicale consigliato: Led Zeppelin – Thank you.

Royal Brackla 30 yo (1984/2015, Cadenhead’s, 54,1%)

Come ogni anno, l’ormai prossimo Milano Whisky Festival è anche l’occasione per decine di appassionati per scambiarsi samples come fossero figurine Panini: “a te manca il Port Ellen Old Malt Cask 1982?” “Io ce l’ho doppio!, ma in cambio non mi accontento solo di un Mortlach NAS… Ne voglio tre e voglio anche la figurina di Higuain, una mezza boccia di Tavernello e due buoni sconto per la carta igienica e per gli yogurt alle prugne, e mettici pure cinque euro!”. Più o meno è andata così anche l’anno scorso, e il nostro amico Giuseppe (sì, proprio lui!) ha avuto cuore di portarci un sample di Royal Brackla 30 anni, imbottigliato nel 2015 da Cadenhead’s nella serie ‘Single Cask’ con etichetta dorata. Siccome anche sabato e domenica saremo al banchetto di Cadenhead’s, ne approfittiamo qui per ringraziare Giuseppe e per ricordarvi che hey!, passate a trovarci ché da noi si beve bene! Domani o dopo pubblicheremo i ‘soliti’ terzetti: occhio perché abbiamo preparato titoli veramente demenziali.

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P: un senso di cera e di una leggera torba minerale ricopre tutto. Abbiamo spesse note di miele e di biscotti speziati di Natale, senza che in realtà la dolcezza risulti anche solo per un istante troppo pronunciate. Grande infatti è il bilanciamento, con deliziose suggestioni erbacee di the e di buccia essicata di arancia. Marmellata di fichi e caramelle al rabarbaro.

F: lungo e setoso, ancora in perfetto equilibrio tra la torba vegetale e una dolcezza appiccicosa.

Veramente un ottimo whisky, esattamente della tipologia che piace a noi: bilancia perfettamente un lato ‘dolce’, fruttato, con una venatura spigolosa, minerale e torbata, che ci fa arruffare il pelo sulla schiena. Serge dice “sexy and austere at the same time”, ovviamente ha ragione: rispetto a lui e al magico IBR però noi andremo ancora più in alto, spingendoci fino a un meritato 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Adam Green – Drugs, capolavoro.

Glenrothes 1995 (2014, OB, 43%)

Glenrothes ha avuto il merito di intuire fra i primi le potenzialità commerciali del concetto di vintage: da diversi anni infatti in etichetta non è dichiarata l’età (10, 15, 35 anni…) bensì l’anno di distillazione. Oggi assaggiamo dunque un 1995 di quasi vent’anni, mentre in passato avevamo provato un’espressione dello stesso millesimo ma imbottigliata nel 2011: siccome questo è il segno del tempo che passa anche per noi, spostiamo il bicchiere da sotto al naso per evitare di diluirlo con la lacrimuccia che ci cade dall’occhio.

the-glenrothes-1995-bottled-2014-whiskyN: che si tratti di una miscela a base sherry è subito evidente, così come è ben chiaro un solido sostrato di frutta secca, in piena tradizione di casa (nocciola, soprattutto, e noce). Impasto per torte. L’apporto dello sherry è abbastanza scuro, con note di caramello, liquirizia (quella dolce delle girelle Haribo), carruba, cioccolato al latte… Sullo sfondo, e in un secondo momento, compaiono suggestioni fruttate (uvetta, ovviamente!). Liquore agli agrumi, e poi… e poi colpisce una nota al limite del mortlachoso, che ricorda la carne, il soffritto del ragù. Sa proprio di ragù!

P: coerente come descrittori, solo cambiano le proporzioni: si assottiglia la nota di carne, facendosi meno invasiva e integrandosi col resto; ancora cioccolato al latte, esplode la frutta rossa, rivelando inaspettate tensioni succose, di fragola, lampone… Poi certo uvetta, certamente il liquore all’arancia, e perché poi negare la presenza di liquirizia e carruba? Non la neghiamo, lasciateci andare avanti. Un che di caffè, diremmo: di caffè corretto grappa (dopo un po’ l’alcol si sente, strano).

F: non lunghissimo ma molto intenso, questa volta tutto su nocciola, miele, caffè, legno tostato.

Siamo onestamente sorpresi da quella nota sporca che complica il naso; nel complesso è un buon whisky che mostra bene una delle vesti che lo sherry può dare ad un distillato di qualità – e però gli manca quel je ne sais quoi che ci fa girar la testa e ci seduce appieno, resta un filo piatto e dunque pur apprezzando non c’innamoriamo. Non è una questione di descrittori, è una questione di emozione e di corpo, forse. 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: non c’entra niente, ma oggi va così, Marracash & Guè Pequeno (feat Sfera Ebbasta) – Scooteroni.