Blair Athol 28 yo (1988/2016, Antique Lions of Spirits, 51,2%)

The-Birds-Single-Malt-Whisky-Bottles-IIHIHDa circa un anno è sceso in campo un nuovo imbottigliatore indipendente, anche se così nuovo, a ben vedere, non è: Max Righi (Silver Seal, Whisky Antique) e Diego Sandrin (Lion’s Whisky) si sono uniti a Jens Drewitz di Sansibar per creare un marchio che – con ogni evidenza – vuole essere un tributo alle selezioni degli anni ’80 di Pepi Mongiardino (Moon Import). La serie ‘Birds’, che vedete ritratta nella sua interezza qui a fianco, riprende evidentemente l’omonima serie di Moon Import, la cui foto abbiamo messo più in basso. Un fil rouge che unisce diverse eccellenze italiane della selezione di single malt, da una fase pionieristica ed eroica, ormai diventata mito, ed una contemporanea, attenta alla qualità, all’estetica, e con i piedi ben piantati nell’eccellenza.

blair-athol-28-year-old-antique-lions-of-spirits_700-pN: ah, che tripudio di cereale… e solo chi ha presente come possa essere un whisky che affina il proprio spirito in quasi trent’anni può intendere. Delicato e intenso al contempo, pervasivo e caldo, non ruffiano ma neppure spigoloso: si parte da sentori di cereali caldi, perfino di pasta integrale calda, di brioche, di ovomaltina, di biscotti integrali. Un cenno, appena presente, di brodo di carne – ma appunto è solo una suggestione minerale e sulfurea momentanea, che arriva in disparte e poi scompare, poi torna… Delizioso. Nocciola, note di croccante al miele e sesamo. Col tempo, e con dunque pazienza, mostra anche un lato di frutta cotta (mele, pere, prugne), ed anche un lato fruttato un po’ più acidino, tropicale, che ci fa venire in mente la carambola.

P: il palato è semplicemente splendido, ed è inaspettato, onestamente: bisogna sezionare per descrivere, ma si sappia che tutti i sentori che snoccioleremo arrivano tutti insieme, senza prevaricazioni dell’uno sull’altro, e tutti con eguale grazia esplosiva. C’è innanzitutto un velo di cera d’api, delizioso, con anche un pizzico di nota di carne, lievissimamente sulfurea (con acqua questo lato aumenta un poco, restando sempre integrato e piacevole). È bello oleoso, masticabile; poi abbiamo frutta cotta, ma anche frutta gialla fresca (pesca e albicocca, ma anche nespole e melone). Ancora si affaccia un che di tropicale/acido tipo ananas. Cereali: fiocchi d’avena e brioche integrale, mandorle, pinoli. L’acqua libera il lato acido/fruttato e si apre su un cesto di nespole e meloni.

IMG_6818_6F: all’inizio c’è una nota fruttata incredibile, intensissima e freschissima, pare un nettare – ma poi, come in un sogno dopo il primo snooze della sveglia, scompare e ci si risveglia in un tappeto di cereale, ancora increduli ma soddisfatti.

Buonissimo e difficile, ci sembra un single cask per veri appassionati, per palati avvezzi alle spigolose bellezze dell’acquavite di cereali: c’è un lato fruttato e acidino veramente buono, con quella matura raffinatezza che deriva solo dal paziente invecchiamento, in una botte in grado di non marcare in eccesso – e al contempo ci sono venature sporchine, a cavallo del confine del Sulfureo, davvero deliziose. Il nostro giudizio, in fin dei conti, è di 91/100, caldamente consigliato.

Sottofondo musicale consigliato: Jerry Garcia – Bird Song.

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Scapa 16 yo (1993/2010, OB, 60,9%)

Tra le gemme sottovalutate del mercato sono senz’altro da annoverare gli imbottigliamenti che Pernod riserva alla sola vendita nelle distillerie di proprietà: la “cask strength edition” con cui ci confrontiamo oggi è uno Scapa del 1993, imbottigliato a grado pieno nel 2010. Il senso di questi imbottigliamenti è proprio il rendere disponibili come single malt, cask strength, espressioni di distillerie magari meno conosciute ma di sicura qualità: Scapa ad esempio, la seconda distilleria delle Orcadi, non ha nel suo core range una versione a grado pieno, e dunque ci avviciniamo all’assaggio con curiosità. Grazie a Claudio Riva per il sample.

N: a pieno grado è un’esplosione monodimensionale del legno: una vaniglia, burrosa, monolitica, e pure in mille declinazioni – torta paradiso, ciambellone, pastafrolla, oppure pan di Spagna e pure pandoro; tantissimo marzapane; una quantità di mela gialla inestimabile. Una buccia di limone fa capolino, e con lei un più intenso zenzero fresco. Semplice ma di una intensità travolgente. L’acqua apre un poco su un legno più caldo, e aumenta le sfumature – sempre rimanendo in pasticceria, chiariamoci.

P: la gradazione così elevata si sente tutta, ti infiamma il palato. Giunti i pompieri, in estrema coerenza col naso esplode il forno del pasticcere: torta di mele, torta paradiso, pastafrolla, zucchero a velo, pan di Spagna. Rispetto al naso, si affaccia più convinta una frutta gialla matura (mela soprattutto) e pure del cocco esuberante. Ancora è il legno a dare la linea.

F: la gradazione elevata favorisce un finale molto persistente, anche se senza grosse sorprese rispetto al copione già visto sopra.

Partendo dal finale, proprio in questa piena prevedibilità stanno croce e delizia di questo whisky: tanta personalità da mettere in mostra, certo, ma poi, alla fine, è proprio necessario essere qualcuno, come diceva il conte Mascetti? Non sapendo rispondere all’esistenzial quesito, affibbiamo il nostro arbitrio fatto numero: 86/100 – in fondo ci è piaciuto molto.

Sottofondo musicale consigliato: Jesse Harris – Slow Down.

Carsebridge 42 yo (1973/2015, Hunter Laing ‘Sovereign’, 48,9%)

Quante volte può capitare di assaggiare un single cask di 42 anni di una distilleria di grain whisky chiusa da oltre trenta? Non sapremmo, ma – ve lo possiamo garantire – a noi sta capitando proprio adesso. Grazie a Matteo Zampini (e a Fabio, ça va sans dire) per il sample.

N: sapete bene che siamo degli uomini di mondo, e dunque certo non vi stupirete se il primo descrittore che ci viene in mente di fronte a cotanto naso è “fruta pinha” (scommettiamo che il Gerva la conosce!). Molto zuccherino e denso, con crema di vaniglia al limone, noce di Pecan; c’è anche una nota curiosa – ma non così tanto, per un grain – di colla per legno. Molta pera, anche una barretta di Galak; un filo di orzata. Non possiamo definirlo un “mostro di complessità”, ma il naso promette bene.

P: l’alcol non esiste, l’attacco è pulitissimo e molto fresco: cosa che ci stupisce, e a dirla tutta il palato colpisce positivamente. Cioccolato bianco e una bella bananona matura, intensissimi; ancora la nostra amata ‘fruta pinha’, zuccherina e grassa, burrosa. Un budino alla vaniglia. Una nota fresca di succo d’ananas (più zuccherino dell’ananas vero e proprio). A confermare un lato vegetale, ‘verde’ e fresco, troviamo note di sedano (che nella nostra perversa esperienza è nota tipica dei Rye).

F: di media durata, non di esplosiva intensità, molto pulito; a dominare è il gelato alla banana…

Ottimo whisky, che conferma come nella maggior parte dei casi i grain reggano magnificamente invecchiamenti molto importanti – o girando la questione, dimostra come nella maggior parte dei casi i grain richiedano invecchiamenti molto importanti per acquisire armonia. Questo single cask non potrà non piacere, con la sua pienezza sbarazzina: 42 anni e non sentirli, decisamente. 88/100, che clamore!

Sottofondo musicale consigliato: Klaus Nomi – After the Fall.

Laphroaig 19 yo ‘Pagoda’ (1995/2014, I Love Laphroaig, 57,8%)

Quando si assaggia un Laphroaig e si vuol fare un confronto, non si può non scegliere una selezione dell’uomo che in Italia rappresenta l’amore massimo per quella distilleria: Claudio Riva. Prima di imbarcarsi nel magnifico e ambizioso progetto Whisky Club Italia, Claudio era presidente e animatore del club I Love Laphroaig – a quei tempi eroici si devono alcune sue selezioni memorabili, di cui serbiamo memoria digitale anche su questo blog (ad esempio questo, o questo). Quinto e ultimo della serie dedicata allo stile di Laphroaig e ai suoi simboli è La Pagoda, presentato al Milano Whisky Festival del 2014 ed esaurito non molto tempo dopo (qui il link, con scheda). Single cask di 19 anni, distillato nel 1995, barile ex-bourbon ma presumibilmente – leggiamo Claudio – di secondo o terzo riempimento. Apriamo le danze.

141112_laphroaig_lapagodaN: pieno, intenso, armonico. Rispetto al 10 anni la torba è più chiusa, sia per l’età che per la gradazione alta che ‘spegne’ un po’ i fumi torbosi. Meno medicinale del 10. Poi un cuore di dolcezza (fatta di dolciumi burrosi, brioche di brutto, alla marmellata, poi impasto per torte, crostata, crema). Fruttato, con note della polpa di pesca gialla; tanta mela gialla, anche, molto matura (vengono in mente le pesche con gli amaretti). Aghi di pino. Poi una grossa marinità, quasi di pesce, senz’altro di ostriche – non è ‘solo’ aria di mare. Con acqua, diventa decisamente più zuccherino, ed anche il fumo si riprende un poco di spazio.

P: piuttosto coerente col naso… esplosivo: il primissimo impatto è molto giocato sul dolce, tra pasticceria, torte burrose, crema pasticcera, ancora pesche e mele gialle molto mature (frutta grattugiata in purea, se l’avete presente). Pepe bianco, in gran quantità, verso il finale. Tabacco dolce da pipa. Di nuovo il fumo resta in disparte, con una torba tagliente che si prende solo qualche momento di gloria.

F: qui sì che cenere e cera e mare si prendono lo spazio, ma senza toglierne ad una pesca incredibile, intensissima. Anche un poco di pera, un semplice velo.

Un bel ricordo di un’età che non c’è più, un’età in cui potevi trovare un onesto e glorioso Laphroaig di quasi vent’anni a un prezzo ragionevole – ed erano solo tre anni fa! Claudio a voce lo presentava come un buon whisky, ma certo non il più complesso delle sue selezioni; noi non possiamo confrontarli uno affianco all’altro, ma su questo possiamo esclamare: che qualità, e che intensità!, e possiamo serenamente “perdonare” (wtf???) un lato isolano meno esuberante rispetto ad altri imbottigliamenti più wild90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Jethro Tull – Life is a long song.