Laphroaig 10 yo Cask Strength #009 (2017, OB, 58,1%)

la procuratrice di questo giocatore

Mille volte e più abbiamo dato conto di quanto Laphroaig sia in una fase contraddittoria della sua onorata carriera, oggi lo facciamo in termini calciomercateschi: la squadra è ottima, come sempre, la qualità del gioco è sempre alta, ma le scelte della dirigenza fanno storcere il naso a molti tifosi storici, che non comprendono del tutto questa svolta verso il calcio moderno, fatto di diritti tv, di vendite e di soldi, e si sentono traditi perché le magliette non hanno più i colori tradizionali ma vanno un po’ in giro là dove il mercato richiede. Uno dei top player in squadra è senza dubbio lui, Laphroaig 10 Cask Strength, sempre amato dai tifosi nonostante la maglia di colore bislacco. Oggi indossa il numero #009 sulla schiena: noi l’abbiamo messo a palleggiare davanti a noi, e ora vi diamo le nostre opinioni.

N: che buono, magari fossero tutti così i Laphroaig ufficiali… Note fruttate eccezionali, lime e mela verde, poi sentori di cola, anzi: di caramelle zuccherate alla cola e limone (avete presente i ciucci zuccherini, vero? Se no, non avete avuto un’infanzia e non avete un cuore, ci spiace). C’è un sentore medicinale, di garza, non eccessivo ma perfettamente integrato. E la torba? Beh, c’è ed è pura bella viva, fumosa, acre e bruciacchiata. Iodio. Liquirizia, anche un poco di cioccolato bianco, dice Ansalone che beve con noi.

P: molto fresco, intenso, ma anche bruciato e legnoso. Ci viene in mente un dentifricio alla menta però un po’ dolce, a testimoniare la nota mentolata e medicinale. Di nuovo qualcosa che ricorda la garza. Ancora liquirizia, ancora torba acre. Barbecue e borotalco. Sale e lime, molto lime. La torba è nervosa, un po’ chimica e smoggosa. Note di pepe nero, pure.

F: lungo, molto intenso, molto laphroaiggoso… Qui il pesce è più presente, con un sentore di grigliata di mare (kippers affumicate). Ancora dolce, liquirizia.

Molto buono, per carità, gioca comunque in un altro campionato rispetto agli altri OB, ma forse, a nostro gusto, resta un po’ troppo dolce, un po’ troppo carico, in fondo un po’ stucchevole. Oh, avercene di stucchevolezza del genere, eh! Ah, giusto, avevamo una metafora in atto: sempre bravo ‘sto giocatore, anche se onestamente rispetto al passato pare un po’ eccedere in dribbling e in veroniche, mentre a noi interessa che la butti dentro. Che si sia montato la testa, forse anche per colpa di una procuratrice fin troppo ingombrante? 87/100, anzi, 87 milioni la valutazione. Paratici vieni a comprartelo, se hai il coraggio.

Sottofondo musicale consigliato: LukHash – Proxima.

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Teaninich 19 yo (1999/2018, Claxton’s, 53%)

Teaninich è una di quelle distillerie mal conosciute, poco celebrate e pure poco assaggiate: attiva da oltre 200 anni, è una delle “bestie da soma” di Diageo, producendo circa 9 milioni di litri annui destinati nella loro quasi totalità ai blended di casa – come single malt ufficiali negli ultimi vent’anni si ricordano solo il Flora & Fauna, una Special Release e i Rare Malts. Peraltro, come spesso accade con distillerie del genere, la proprietà ne approfitta per sperimentare aggeggi tecnici bislacchi: in questo caso, si tratta di un mash filter a pressa (se vi chiedete cosa sia, leggete qui), montato al posto dei ‘soliti’ mash tun nel 1999. Per fortuna in casi del genere ci sono gli indipendenti a dar luce a produttori poco noti, e noi ci rivolgiamo a Claxton’s, imbottigliatore che abbiamo imparato ad apprezzare negli ultimi anni. Eccoci alle prese con un single cask di 19 anni, distillato nel 1999: per gli amanti dei trivia, è poco prima che il nuovo mash filter venisse montato.

N: alcol non pervenuto. Elegante, complesso e mutante (bello!, non l’avevamo mai usato, ci fa tornare in mente le tartarughe ninja: quant’erano anni ’90 i “mutanti”?), tra vaniglia, mela renetta, pera cotta, cocco, melone bianco… A impreziosire il profilo fruttato e piacevole si stende poi un velo minerale e ceroso, d’incenso e anche vegetale (basta che inizi con “a”: aloe e anice) che rende il tutto molto fresco. Molto fine  e integrato.

P: intenso e succoso, ancora piuttosto complesso. In realtà rimane molto pulito e sobrio, anche se a livello di descrittori ci sentiamo di dire che la vaniglia si fonde col marzapane e col torrone, la frutta si fa più matura, girando sul tropicale, tipo ananas. Su tutto vigila ancora una nota di cera, con una sfumatura crescente erbacea (mai eccessiva e anzi suadente: abbinato al sentore fruttato ci viene in mente l’amarena, dolce e amara allo stesso tempo).

F: lungo ed elegante, con una patina da incenso. Esce il peso degli anni e assaporiamo il legno.

Alcol inesistente, profumato, pieno di suggestioni, goloso ma discreto: Teaninich ci sembra una distilleria da riscoprire, chissà se quelli più giovani, frutto della produzione con il nuovo mash filter, reggono il confronto. E chissà se questa frase ha davvero un senso: ma in fondo è un lunedì di giugno, abbiate pazienza pure voi. 89/100, grazie a Diego per il sample (Diego lo importa e lo vende, a un prezzo ragionevole oltretutto).

Sottofondo musicale consigliato: Rosalia – De Aquí No Sales.

Springbank 25 yo (1991/2017, Rest & Be Thankful, 46,3%)

Allo scorso Milano Whisky Festival si è avvicinato a noi, con fare losco e circospetto, il buon Riccardo Guadagni, ex barista dello storico Bar Metro – diciamo che si è fatto le ossa in un bell’ambiente, ecco, e con un maestro d’eccezione come Giorgio D’Ambrosio. Nascosto dentro all’impermeabile aveva una bottiglia di Springbank 25 anni, imbottigliato da Rest & Be Thankful per il mercato asiatico (per Liquid Gold, a voler essere precisi). Lo assaggiamo oggi, e nei prossimi giorni lo confronteremo con un altro Springbank indipendente, anch’esso per il mercato asiatico, tutto invecchiato in un single cask ex-sherry – anch’esso spacciatoci da Riccardo, cui siamo particolarmente grati, capirete.

N: il naso è splendido. Ci sono note di carambola, c’è una punta fresca di canfora, poi mela cotta, mela gialla (buccia di mela), qualcuno perfino dice mela verde. Insomma, mela e tanta frutta gialla. La mineralità tipica di Springbank qui si rivela con una patina come ossidata, da whisky di una volta, con quella cerealosità vagamente cerosa… Non c’è marinità, per lo meno al naso. Un ignoto bevitore, che degusta con noi, per racchiudere il senso contraddittorio della commistione di freschezza e di profondità, si lancia nell’immagine evocativa “è una milf diciassettenne”, e un quarto figuro, che non citiamo per non fargli subire legittime accuse di sessismo, aggiunge “con due pere così”.

P: porca miseria! Ha un lato di frutta tropicale stupefacente, intensissima e soprattutto inedita per Springbank, di una varietà ed esplosività francamente devastanti. 50 sfumature di frutta: cocco, maracuja, frutto della passione, pesca, ancora molta mela… Poi ecco tornare una patina di cera. Una convincente nota di liquirizia salata, e con venature mentolate. Ecco finalmente anche la sapidità di Springbank, lieve, con un sentore suggestivo di alga. Che spettacolo, beati gli asiatici!

F: lungo, persistente, con note zuccherine, di mandorla e marzapane, dopo una primissima fiammata tropicale, assolutamente (lo ripetiamo) devastante.

È qualcosa di spettacolare, semplicemente. L’abbiamo già scritto qualche volta nel corso della recensione, ma chi l’ha mai trovata una tropicalità del genere in uno Springbank contemporaneo?! Veramente splendido, fresco e fruttato e al contempo dotato di quella profondità di cereale che solo a Springbank riusciamo a trovare: anche se manca la dimensione più compiutamente costiera che siamo abituati a considerare un hallmark della distilleria di Campbeltown, non ci possiamo proprio lamentare. Incantevole: 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Serge Gainsbourg – Daisy Temple.

Springbank 1998 (2015, Malts of Scotland, 49,2%)

Malts of Scotland, imbottigliatore indipendente tedesco, da diversi anni seleziona barili e pian piano ha acquisito sempre più credito presso gli appassionati in giro per il mondo. In Italia è importato da Max Righi, che al Milano Whisky Festival dell’anno scorso ci ha fatto omaggio di un sample di questo Springbank di circa 16 anni: distillato nel 1998, è rimasto in un barile ex-sherry fino al 2015. Dopo quasi un anno, è giunto il momento di berlo.

N: sporchino come solo certi Springbank sanno essere. La prima dimensione che incontriamo è quella di un lato lievemente torbato e molto costiero (guscio di mollusco, scoglio), con note di terra umida, pepe, un lieve fumo di cerino. Dopo un po’ si apre su un lato più morbido e succoso, anche se molto sottile e trattenuto: ci viene subito in mente la mela rossa, poi una crostata alle mele… Ha una punta erbacea (se diciamo genziana ci insultate? e se diciamo bustina di valeriana? ma insomma, cosa dobbiamo dire per farci insultare?!); fieno.

P: complessivamente più ‘dolce’, meno spigoloso: il filo di fumo è sempre più sottile, e il lato costiero e minerale è qui una semplice sfumatura di un profilo apparentemente più rotondo. Ancora mela e crostata di mele, vagamente cremoso. La verità è che la dolcezza è soprattutto di cereale (fieno). Un fil di ferro ciucciato (l’avrete appeso un quadro in casa, prima o poi, no?). L’acqua semplifica, spostando la bilancia sul versante dell’austerità, rendendolo molto oleoso, erbaceo e marino.

F: riecco la patina di cera e di fumo, di quella torba spigolosa e trattenuta di Springbank, e tanto fieno caldo.

Complesso nella sua semplicità, ha una sua bella evoluzione: all’inizio il naso sembrava preferibile, ma poi il palato con l’aggiunta di acqua dimostra di sapersi evolvere nella direzione di un’austerità propria dei malti di Campbeltown. Buono, un po’ squilibrato e spigoloso; volendo usare una metafora musicale, non è una sinfonia, è un accordo – ma su uno spartito ben composto. 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Struts – Could Have Been Me.

Timorous Beastie 18yo (2017, Douglas Laing, 46,8%)

Sep14-TimorousBeastie2Il timido topino, la bestiola timorosa in oggetto, vuole forse essere una metafora del whisky delle Highlands: non fumoso e aggressivo come quello di Islay, ma pur sempre con una personalità che lo distingue dai morbidi speysiders e dunque lo rende, a suo modo, bestiale. Così devono aver pensato negli uffici di Douglas Laing quando qualche anno fa hanno deciso di lanciare questo blended malt a tema regionale, composto di soli malti delle HIghlands: avevamo assaggiato la versione ‘base’, ora ci cimentiamo con quest’edizione limitata a 8000 bottiglie, maturata per almeno 18 anni.

douglas-laing-timorous-beastie-18-year-whisky-70cl_tempN: molto highlander, bisogna riconoscerglielo! Partiamo rilevando una nota di torba, delicatissima e senza fumo, ma con estrusioni di terra umida, di pioggia. C’è una bella spalla floreale, di erica, a sorreggere un fardello cerealoso particolarmente evidente e croccante: corn flakes, malto. Insomma, a dispetto dei suoi 18 anni, piuttosto ‘nudo’ e delicato. Una nota di torta di mele, ripiena di mele.

P: attacca un po’ alcolico; l’avvio è coerente con il naso, c’è un tripudio pomico, ci sono mele in ogni forma: torta di mela, mela rossa, succo di mela filtrato. La mineralità e la torba restano decisamente in disparte, quasi svanendo, lasciando piuttosto spazio a spezie: pepe, zenzero. Yogurt ai cereali (avete present gli Yomo?) e fiocchi di cereale. Zucchero di canna. Mah.

F: torba la torna, ehm, torna la torba, poi mela ad libitum.

Incompiuto, come la carriera di Biabiany (che pure si è portato a casa una Intercontinentale, ricordiamo). Resta sempre un po’ inespresso: se sulle prime pareva molto promettente, anche se sorprendente per l’austerità giovanile, nella seconda fase della carriera le sgroppate sulla fascia paiono stanche e, a dirla tutta, non pienamente integrate al possesso palla della squadra. Non sappiamo se a Biabiany piacciano le mele e il cereale, ma al topino in etichetta sicuramente sì: intendiamoci, abbiamo di fronte un whisky onesto, piacevole e godibile, ma se in enoteca dovessimo scegliere tra la versione base e questo diciottenne, opteremmo per la prima. 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Church of the Cosmic Skull – Evil in you eyes.

Glencadam 15 yo (2015, OB, 46%)

Ralfy!

Fino al 2009, questa edizione del 15 anni di Glencadam aveva gradazioni diverse di release in release: in quell’anno la proprietà di Angus Dundee, che aveva comprato la distilleria nel 2003, decide di razionalizzare le cose e passa stabilmente ai 46%. Nominato dal grande Ralfy come whisky dell’anno nel 2017, ora deve passare attraverso le forche caudine del nostro sindacabile e – ricordiamolo – del tutto superfluo giudizio.

N: un whisky apparentemente fresco e gioviale, rivela in realtà un più sotterraneo dialogo tra due anime diverse: da una parte il lato piacione che ci parla soprattutto di creme (creme brulée, budino alla vaniglia, crema pasticciera) e di un po’ di frutta matura (pera über alles); dall’altra invece un lato più austero, sicuramente dominato da un agrume importante e minerale (quasi in essenza, ricorda molto la scorza) e forse perfino qualcosa di vegetale (salvia?, a voler essere olistici: caramelle dure salvia e limone).

P: alzare la gradazione gli ha sicuramente portato un bell’impatto e un buon calore: sprigiona facilmente e con una certa intensità di nuovo tutta la sua convincente cremosità, senza però disdegnare note davvero ben integrate di malto (qualcuno direbbe: sapore di whisky) e frutta secca (mandorle). Ancora molto agrumato, con tanto limone, intenso intenso.

F: con una punta pungente, diciamo di limone (ammorbidiamoci: crema al limone) e quasi di sale. Piuttosto persistente il sapore del cereale, con anche note di frutta secca.

Su alcuni siti tedeschi si trova ancora circa a 50€, altrove sembra esaurito, chissà. Molto educato, resta in equilibrio senza mai sbracare verso la ruffianeria né verso l’austerità fine a se stessa: non sapremmo dire, forse ci siamo invaghiti irrazionalmente della distilleria ma qui e ora assegnamo un 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Goldfrapp – Strict Machine.

Tobermory 22 yo (1995/2017, Valinch&Mallet, 51,5%)

Negli ultimi due anni presso gli imbottigliatori indipendenti si sono letteralmente moltiplicati i single cask di Tobermory, amena e discussa distilleria dell’isola di Mull, soprattutto di metà anni ’90 – e questa è una fortuna per gli appassionati… Con Tobermory non ci si annoia mai, anche grazie alle molte imperfezioni del distillato! Oggi posiamo gli artigli su una release dell’anno scorso da parte di Valinch & Mallet, indie bottler italiano in costante “crescita reputazionale”, per usare una formula orrenda: tutto merito delle ottime scelte di Fabio Ermoli e Davide Romano, che peraltro ringraziamo per il campione. Questo whisky è un single cask di 22 anni maturato in sherry, imbottigliato al grado pieno di 51,5%.

N: mamma mia, che spettacolo – è uno spettacolo tutto sballato, situazionista, ma è bellissimo! Si parte con una serie di descrittori eccentrici: si va da sentori ‘carnosi’, molto  meaty, a un senso di aria di mare, iodio, fino a pacchi di cacao, di carruba; legno umido di cantina. Il tutto appare sì eccentrico, ma si ricompone inaspettatamente in un profilo nel complesso elegante. Troviamo anche scorza d’arancia e caramello – c’è poca frutta ma tanta, tanta personalità e tanta opulenza d’aromi.

P: rimangono degli accenti sicuramente molto personali, con ancora sfumature sulfuree e di carne, però si normalizza verso note più fruttate. Frutta gialla gradevole e zuccherina (tipo confettura d’albicocca), poi ancora molto cacao e arancia. Molto tagliente, sottile, e pure molto compatto come sapori. In generale, la botte si lascia molto assaporare, e scommetteremmo che si tratta di un refill – così ci permettiamo di immaginare note di legno esausto, umido.

F: lungo, persistente, iodio ancora, poi cacao e ancora un legno suadente e setoso.

Molto interessante e senza dubbio molto divertente: un po’ scombinato, con note del tutto incoerenti, ma al contempo complesso, pieno di sfaccettature. La fase olfattiva resta la più goduriosa, mentre il palato – a dirla tutta – resta un po’ esile come corpo, per quanto non difetti in varietà e complessità. Probabilmente dividerà, perché per apprezzarlo appieno bisogna non temere note sulfuree e di carne: noi però non ci noveriamo in quella schiera di pavidi, e dunque appuntiamo un convinto 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Charles Aznavour – She.

Gordon & MacPhail presenta ‘Discovery’: Tormore 13, Balblair 12, Miltonduff 10

Gordon & MacPhail, uno dei più importanti imbottigliatori indipendenti scozzesi, ha da poche settimane rilanciato completamente la propria offerta, razionalizzando alcune serie, introducendone nuove e rifacendo completamente il look alle bottiglie. Grazie alla responsabile del mercato italiano Juliette Buchan abbiamo ricevuto un pacchetto con quattro campioni di una serie completamente nuova, Discovery, considerata particolarmente adatta al mercato italiano: si tratta di imbottigliamenti a gradazione ridotta, concepiti come introduttivi alla varietà e alla complessità del mondo dello scotch whisky – la serie è divisa in tre filoni, ciascuno identificato da un colore, che vorrebbero offrire una prima mappa dei principali profili aromatici dello scotch, e dunque Smoky (grigio), Sherry (viola), Bourbon (verde). L’iniziativa è lodevole, e di certo si vede come da più parti si tenda a curare molto la fase di ingresso nel mondo del whisky, creando spesso mappe più semplici e accattivanti rispetto a quelle ‘tradizionali’ sulle zone di produzione, generalmente scegliendo proprio i profili aromatici come chiave di lettura – d’altro canto, questa scelta ci dice che il mercato italiano, nonostante la sua tradizione e la sua cura verso la qualità, è ancora considerato un mercato marginale, da educare, in cui – come da stereotipo, dal Glen Grant 5 anni in giù, o in su – piacciono prodotti giovani, facili, ‘de pronta beva’. Noi ora assaggiamo i tre non torbati, la prossima settimana ci dedicheremo al quarto, che berremo in solitaria.

Tormore 13yo (2018, G&M, Discovery, 43%)

Al naso si presenta pulito e svestito, con uva bianca, fiori freschi, agrumi e canditi (limonata zuccherata), mela gialla. Solo dopo un po’ esce vaniglia e marzapane. Un profilo scattante, fresco, in bilico tra una sobria gioventù e una fruttarella che inizia ad affacciarsi. Il palato conferma il profilo, con una maggiore dolcezza vanigliata e una purea di frutta gialla (pera e mela). Ancora protagonista il cereale, molto floreale in questo caso. Finale erbaceo e pulito. Molto piacevole, onesto: sa di whisky dello Speyside, bene. 84/100

Balblair 12yo (2018, G&M, Discovery, 43%)

Al naso ha una bella impronta grassa e grossa, oleosa e minerale, data in partenza da un distillato di personalità come quello dì Balblair. Crosta di pane folgorante. A fianco, sentori più ingolosenti, di panna cotta, vaniglia, frutta gialla. In bocca smentisce le attese con una nota salina abbastanza inattesa, netta e piacevole; rimane oleoso e minerale, ma rispetto ai pronostici non si adagia su una dolcezza esuberante e preconfezionata (anche se mela e vaniglia ci sono). Il finale resta salato e cerealoso, non lunghissimo per la verità. 84/100

Miltonduff 10yo (2018, G&M, Discovery, 43%)

L’apporto dello sherry è inconfondibile. Fresco, succoso e avvolgente, non disdegna fughe in avanti verso note speziate e di frutta secca. Abbiamo un naso con torta di mele, del cioccolato al latte, poi una nota nettissima di aceto di more (ha sia note d’aceto che di frutta rossa, anche tanto ribes). Il palato torna con una frutta rossa acidina (ribes, lampone), molto succosa, con del cioccolato al latte. Finale lungo e persistente, speziato, frutta rossa e marmellata. 86/100

Interessante come i due ex-bourbon, Tormore e Balblair, siano molto diversi tra loro: il profilo astratto è il medesimo, whisky facili in bourbon, ma in concreto le differenze delle distillerie emergono con chiarezza, e nessuno dei due risulta essere eccessivamente ruffiano – bourbon sì, ma non esageriamo. Il MIltonduff, per contro, è un esempio perfetto di come un buon barile e un distillato onesto portino ottimi risultati già dopo soli 10 anni. Per ora, serie approvatissima!, anche tenendo conto dei prezzi, che dovrebbero essere intorno alle 55/60€.

Speyburn 10 yo (2018, OB, 40%)

Mica sempre si posson bere single cask di distillerie chiuse, o no? Oggi mettiamo alla prova un entry-level dello Speyside da una distilleria davvero poco nota e dal nome davvero poco originale: Speyburn 10 anni, bottiglia con design accattivante e… Mah, poco altro da dire per la verità, se non che talvolta la distilleria ama definirsi come “la più fotografata di Scozia” – bisogna sempre inventarsi un qualche primato, o no?

N: ha una parte di gioventù evidente e onesta, diretta: si sente il fermentato, il malto, i lieviti, un po’ di yogurt, a tratti un po’ al limite. Queso aspetto è però corroborato da un gradevole sottofondo di mela gialla, miele, qualche sentore piacevolmente floreale. Semplice semplice, facile facile.

P: moderno nella sua sfacciata semplicità, con una dimensione alcolica un po’ pungente – non ha tanto spessore ed è monodimensionale. Ciò detto, come descrittori ricorda miele, frutta gialla (mela), ancora maltoso ed erbaceo; un poco di marzapane vien fuori col tempo. Pungente a 40%, l’essere filtrato a freddo lo fa un po’ soffrire.

F: medio breve, erbaceo e maltoso e con un sapore di alcol.

Un buon entry level per chi desidera conoscere le basi dello Speyside moderno, per chi desidera un whisky rassicurante e inoffensivo, che sappia di whisky e di erbetta. 77/100, se però ci chiedete se valga la pena di comprare questo al posto di un Glen Grant 5 anni, beh: costa comunque tre volte tanto, quindi no.

Sottofondo musicale consigliato: Billie Eilish – Boring.

Bunnahabhain 28 yo (1989/2017, Antique Lions of Whisky, 41,3%)

La triade Silver Seal/Whisky Antique + Lion’s Whisky + Sansibar colpisce ancora: lo scorso fine settimana a Limburg è stata presentata la terza serie di imbottigliamenti di Antique Lions of Whisky, a tema animale, che comprende dei pezzi pregiati – ma ne parleremo. Oggi vogliamo guardare al passato prossimo del gruppo di imbottigliatori, mettendo alla prova dell’assaggio un Bunnahabhain del 1989 (annata fausta per la distilleria, si sa) maturato per 28 anni in una botte ex-sherry. Il colore è dorato chiaro.

N: e questo sarebbe un barile ex-sherry? È un profilo molto delicato, e che francamente, se assaggiato blind, non avremmo mai e poi mai ricondotto a una botte ex-sherry, di quasi trent’anni oltretutto. Dominano fin dall’inizio note di fiori bagnati davvero di grande intensità; accanto, frutta tropicale, per lo più candita (ananas e papaya). Mela gialla, molto presente. Ci sono sentori erbacei molto spiccati (e ci viene in mente il timo), poi tanto tanto limone… Inoltre suggestioni di pane, di lievito, di farina impastata. Col tempo si ‘ingrassa’, ed emergono suadenti note di pastello a cera.

P: l’impatto, a questa gradazione, è molto piacevole, è ancora bello pieno. Ancora la cera, quella patina umida; poi un poco di frutta tropicale, piuttosto zuccherina (di nuovo papaya), anche se in disparte. Orientato molto verso l’agrume, e il limone in modo particolare, forse il sentore dominante qui al palato. Anche burro… Torta al limone?, ma non la torta Paradiso, quelle non tanto dolci, con tanta scorza di limone… Resiste poi una nota vegetale, anzi floreale, che ci fa venire in mente la rosa (e la marmellata di rosa). Tutte queste caratteristiche si sovrappongono però, in modo straniante, a un senso di distillato giovane, molto pulito, molto nudo e vegetale.

F: e il finale, infatti, è un tripudio di sobrietà, ancora con limone, rose, quasi un senso di mineralità.

Molto strano, senti che è un whisky “lasciato lì”, certo non era frutto di una politica dei legni aggressiva come quelle in voga oggidì. Molto complesso, molto difficile anche, pieno di spigoli austeri che distrattamente si potrebbero confondere con della immatura gioventù. Oscilla continuamente tra la promessa in fine frustrata di una dolcezza tropicale, rotonda e intensa, e gli spilli dei lieviti, dello spirito, della cera e dell’erbaceo: difficile dunque, e per questo molto stimolante. In sintesi, a noi è piaciuto 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Anggun – Snow on the Sahara.