Benromach 2008 (2016, OB for Meregalli, 61%)

stiamo ancora aspettando il World Press Photo per questo scatto

Non sono molto comuni i single cask di Benromach, la distilleria di proprietà di Gordon & MacPhail cui vogliamo tanto, tanto bene: il distributore italiano, Meregalli, è riuscito nell’impresa di portarsene a casa uno alla fine del 2016, noi abbiamo avuto bisogno di due anni e mezzo per riprenderci dalla notizia ed ora, finalmente, lo assaggiamo. Non è vero, siamo solo molto lenti. Si tratta di un barile ex-bourbon a primo riempimento, invecchiato 8 anni e imbottigliato alla gradazione contundente di 61%.

N: decisamente molto alcol. Eccolo che esordisce su dei sentori di polvere da sparo/ardesia e di pancetta, molto sporco. Si sentono note di frutta bianca, di zucchero a velo e vaniglia, ma questa patina dolce è come schiacciata da sentori vegetali, come di clorofilla, o di cartone, carta. Nudo, distillatoso, molto alcolico, e con emersioni di vaniglia qui e là. Mah.

P: alcolicissimo, tanto aggressivo. Poi molto torbato, di una torba chimica; ancora poi quella sensazione vegetale, di cartone o di erba un po’ secca, poi una zuccherinità estrema e però pura – appunto, zucchero bianco intensissimo. L’acqua è necessaria: la torba resta intensissima e chimica, e la dolcezza esplode sulla vaniglia – ma niente di più, come sentore.

F: torba, smog, fumo e pane, con una spruzzata di vaniglia.

Il distillato di Benromach, spigoloso e pieno di personalità, si conferma essere una brutta bestia, difficile da addomesticare. Non possiamo dire che questa bevuta sia compiutamente ‘piacevole’, anzi è piuttosto ostica, soprattutto per una gradazione che si fa sentire fin troppo. Con acqua – ribadiamo, necessaria come il lieto fine in una commedia hollywoodiana – diventa piacevole, ma un po’ semplice e immaturo, se dobbiamo dirla tutta. Non sarà un mezzo passo falso a scalfire il nostro amore per Benromach, comunque: si sappia. 81/100.

Sottofondo musicale consigliato: Bluvertigo – Cieli neri.

Ledaig 18 yo (2019, OB, 46,3%)

Tobermory, cent’anni fa

Ledaig è la versione torbata di Tobermory, distilleria dell’Isola di Mull: come abbiamo avuto modo di raccontare tante volte, è un produttore storico che da quando ci siamo affacciati al mondo del whisky, una decina d’anni fa, era tra le peggio quotate in circolazione. “Il whisky che puzza” era la definizione più benevola. Negli anni fortunatamente le cose sono cambiate, e anche i più agguerriti detrattori si sono dovuti arrendere all’evidenza, anche grazie al contributo dei tanti imbottigliatori indipendenti che hanno saputo selezionare barili eccellenti: e se addirittura Serge l’ha definita ‘la nuova Ardbeg’, beh, un motivo dovrà pur esserci. Assaggiamo oggi il 18 anni ufficiale, finito in barili ex-sherry Oloroso.

N: ci aspettavamo un profilo un po’ sporco, e in effetti lo troviamo, molto complesso e variato: note di polvere da sparo, stivali di gomma, ma anche arancia appena muffita, formaggio Shropshire con l’uvetta di corinto affogata (grazie Lorenzo!), taleggio. È grasso e sporco, con torba appiccicosa e salsa barbecue. Detto questo… ragazzi che whisky! Dopo un poco arriva pure un senso di liquore amaro morbido, cioccolato al latte, lampone.

P: qui il percorso sembra essere opposto, e la prima suggestione è… l’epifania di una grigliata di frutta! Tanta arancia rossa e gelée alla frutta (c’è un senso di dolcezza fruttata quasi astratto, quasi artificiale), poi la ‘sporcizia’ prende il sopravvento tra pancetta, caldarroste, torba bella organica e ancora taleggio.

F: lungo lungo lungo, emergono marmellate di frutti rossi e neri. Mirtillo intriso di torba e pancetta, fumo a gogo. Speciale, praticamente unico.

Sentiremo parlare molto del core range di Ledaig: che bello vedere una distilleria che si risolleva e punta dritto verso l’Olimpo dei Malti. Complesso, inusuale, soddisfacente, in grado di pungolare i sensi con continue suggestioni inaspettate… Un profilo francamente unico, che sta lì a dimostrarci che il single malt scotch whisky è un mondo fantastico: con tre ingredienti, più o meno uguali per tutti, ciascuno riesce a fare cose diversissime. Ah, che bello. 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Soundgarden – Spoonman.

Longmorn 28 yo (1989/2017, Valinch & Mallet, 45,4%)

belli come il sole

Se ricordate, qualche anno fa erano molto comuni i Longmorn indipendenti: se ne trovavano di frequente, e i broker erano pieni di barili da vendere. Di recente la tendenza ha visto una frenata, e ora sono molto più comuni nomi meno noti, di distillerie meno conosciute – che così diventeranno più familiari agli appassionati, e così via. Di fronte a questa grande metafora del ciclo della vita (eh?), noi tiriamo fuori dal cappello proprio un Longmorn del 1989, selezionato e imbottigliato dai prodi Valinch & Mallet nell’ormai preistorico 2017.

N: ha due lati, che si alternano in maniera equa ed equamente schizofrenica: uno, più educato e quasi austero, tra il panino al latte e il limone candito; l’altro, invece, che mostra un’esuberanza di frutta tropicale essiccata dall’alto contenuto zuccherino (papaya e ananas). Una nota di uvetta burrosa e di gelato ci fa pensare al gusto Malaga – pian piano evolve, mostrandosi sempre più pieno.

P: anche qui molto educato, diviso tra la vaniglia, ancora il panino al latte e una frutta gialla che guarda alla tropicalità (qui sul cocco). Certo, nessuna di queste anime prevale, e complessivamente il profilo è abbastanza timido, e sconta forse il fatto di non avere una dimensione cremosa. Molto tagliente, molto thin: va facendosi erbaceo pian piano, con una netta menta verso il finale.

F: frutta secca e cocco, di medie lunghezza e intensità.

Diciamo che mostra i segni di un whisky quasi trentenne, con note tropicali così evolute e, nella nostra esperienza, così tipiche dei Longmorn appena un poco agée. Resta però a metà strada, un po’ troppo magro per le nostre aspettative e un po’ troppo erbaceo per risultare pienamente fruttatone, nonostante un naso assai promettente: siamo incontentabili, l’avremmo preferito più ruffiano, soprattutto al palato – e comunque ce ne berremmo a litrate. 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Prodigy – Serial thrilla.

Bowmore 1999 (2011, Murray McDavid, 50%)

Lo scorso dicembre un fantasma si è aggirato per l’Italia del whisky: era una bottiglia dorata, scintillante, ripescata dall’oblio dai ragazzi del Milano Whisky Festival. Si tratta di un single cask ex-Chateau d’Yquem di Bowmore, selezionato da Jim McEwan (mica l’ultimo arrivato) ai tempi della collaborazione con Mark Reynier e Murray McDavid, e imbottigliato proprio da MMD per TF Costruzioni, azienda edile italiana guidata da un grande appassionato di whisky, Flavio Tognon. Noi l’abbiamo assaggiato durante l’Artigiano in Fiera e ne abbiamo portata a casa una bottiglia, vediamo se abbiamo fatto bene o se avevamo solo bevuto troppo.

N: molto vincente e convincente la parte fruttata, esplosiva e totalizzante. Frutta gialla matura, e una bella frutta tropicale, grassa, matura, ‘sudata’. Poca la torba, forse un po’ soffocata dalle note vinose, ma c’è sicuramente una deliziosa mineralità insistente. Un senso di acidità agrumata, e un coro unanime dice: “cedrata Tassoni”. Un punta speziata, tipo chiodo di garofano.

P: grasso e vinoso, lavorato. L’abbinamento spesso proposto dai sobri cugini d’oltralpe di foie gras e Sauternes si ripropone qui, trasfigurato nella contrapposizione tra torba e dolcezza vinosa. Deliriamo? Sì, indubbiamente; però è buono. Contro ogni attesa è molto Bowmore nonostante tutto, tra una grande frutta tropicale e punte di fiori freschi. Al palato la torba è più presente, accompagnata da una sapidità robusta. Pur se a 50 gradi, è veramente super-beverino.

F: leggera torba e spezie (ancora chiodo di garofano), con una leggera nota amaricante. Suadenti note di sauternes caduto in acqua salata. Crema di marroni.

Che bontà, davvero. Non è certo un Bowmore delicato, sussurrato, non è un quadro realizzato con pennellate leggere: dallo Chateau d’Yquem cadono pesanti spatolate di colore, ne vedi la piena sostanza materica appiccicata nel bicchiere – e ne godi come un matto. Un whisky grasso, pieno, succoso, fruttatissimo e molto dolce, appena venato da sale e mineralità, a inseguire vette di piacere: non un mostro di complessità, ma un mostro di goduria sì: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Claypool Lennon Delirium – Blood And Rockets: Movement I, Saga Of Jack Parsons.

Glenfiddich ‘Fire & Cane’ (2018, OB, 43%)

Glenfiddich, che anno dopo anno si contende con Glenlivet la palma di single malt più venduto al mondo, paga la sua stessa popolarità: gode di grande stima presso i bevitori occasionali mentre viene spesso snobbato dai nerd appassionati. Noi, come si conviene, stiamo democristianamente nel mezzo, ma confessiamo la nostra perplessità quando l’amico Corrado ci ha sottoposto questo “Fire & Cane“: un Glenfiddich senza età dichiarata, torbato e finito per tre mesi in barili di rum (hanno l’accortezza di dirci che si tratta “non di rum qualsiasi, ma di rum del Sud America”: grazie mille, eh). Con questa ricetta, cosa mai potrebbe andare storto? Beh, tutto.

N: piuttosto leggero ma molto aromatico, senz’altro molto meno peggio del previsto (del temuto). Dolce, aromatico, si sente nettamente la torba (un filo di fimo, diremmo anche olive nere in salamoia). Decisamente speziato, con cannella e chiodi di garofano. Col tempo, cresce il profumo di pastafrolla, anzi, vogliamo essere molto precisi: avete presente la crosticina di zucchero ai bordi della crostata di frutta?

P: estremamente estremo ma inaspettatamente inaspettato, ehm, no: inaspettatamente equilibrato. La torba è ancora più presente (fumo, braci), e qui al palato resta molto ruffiano e piacione anche se tutto sommato un po’ meno convincente. Si sente molto caramello. Ancora oliva nera, punte sapide e speziate (pepe nero). Caramelle all’arancia.

F: relativamente persistente ma non molto lungo, ancora dolcezza di rum (di rum e coca, vogliamo dirlo?) e un pit di fumo. Un rum e coca in cui qualcuno ha spento una sigaretta per errore, o per dolo. La parte peggiore.

A parte il finale, tutto sommato dimenticabile, questo è un whisky piacevole, ruffiano: parte della “Experimental Serie” di Glenfiddich, in effetti è assai distante dall’immagine che normalmente si ha del whisky della distilleria di Dufftown. Talvolta si dice che i whisky moderni sono “flavor-oriented”, ovvero sono ‘costruiti’ per ottenere un certo profilo: questo gioca in quel campionato lì, resta un whisky da battaglia ma ben fatto, e prezzato adeguatamente (meno di 50€). L’ipotesi è che se ne si mette una bottiglia sul tavolo mentre si gioca a carte, la bottiglia finirà prima della partita. 82/100 e grazie Corrado, non era una truffa come temevamo!

Sottofondo musicale consigliato: The Dandy Warhols – Bohemian Like You.

Craigellachie 17 yo (2018, OB, 46%)

Non da molto è arrivato in Italia Craigellachie 17, la versione di età intermedia del core range della distilleria di… Craigellachie. E Craigellachie, voi lo sapete, è una delle cittadine più gustose dello Speyside, non foss’altro per il fatto che ospita due tra i migliori whisky bar di Scozia, l’Highlander Inn e il mitico Quaich Bar! Il 17 anni, versione intermedia nel range di distilleria, è maturato in una miscela di botti ex-bourbon ed ex-sherry, in proporzioni a noi ignote. Ma tante sono le cose che non sappiamo, giusto?, questa è solo una in più.

N: molto aperto e piacevole, cereale caldo e croccante, con una mineralità cerealosa; mele in mille forme (mela caramellata su stecco durante le rievocazioni medievali, dice Giacomo, prendetevela con lui; tarte tatin, mele candite, ma anche e soprattutto mela fresca, appena tagliata). “Sa di colazione”, suggestiona Zucchetti. Caramello, Ciocorì bianco, marzapane. Molto piacevole, da prima mattina, in effetti.

P: corposo, avvolgente, molto convincente. Cioccolato bianco, shortbread al burro, ancora una mela infinita e multiforme come l’ingegno di Odisseo. Una venatura agrumata (olii essenziali di arancia), con speziette zenzerose; anche chiodi di garofano, dice Angelo.

F: lungo e persistente, ancora burro, uvetta, punte speziate e minerali. Un che di zenzero.

A livello di descrittori potrebbe sembrare un dolcione, e invece ha un suo bilanciamento, una sua ‘secchezza’ da scotch che lo tiene in ottimo equilibrio, pur senza permettere di gridare al capolavoro assoluto. Una bevuta adulta, piacevole, che non ti farà volare via ma che ci volete fare: di questi tempi anche stare coi piedi ben piantati in terra appare un’opzione non così malvagia. 86/100, consigliato: un whisky che sa di whisky.

Sottofondo musicale consigliato: C’mon Tigre – Behold the man.

Caol Ila 2011 (2018, Wilson&Morgan, 48%)

Quando si parla di imbottigliatori indipendenti italiani, uno dei nomi certamente più conosciuti e più solidi nel panorama attuale è quello di Wilson & Morgan, incarnazione esotica della storica azienda trevigiana Rossi & Rossi. Abbiamo assaggiato molte selezioni di W&M nel corso degli anni, e ora, grazie alla gentilezza di Marina Del Puppo, abbiamo messo le nostre avide mani su questo imbottigliamento del 2018: un Caol Ila giovane, di sette anni, maturato in dieci barili ex-bourbon first-fill e imbottigliato a 48%.

N: Caol Ila da manuale, come dev’essere. Dunque il tutto sarebbe riassumibile nella sacra triade caolilesca: vaniglia, mare, limone. Giovane, certo, e bene impattato (?) da legni certamente molto attivi, che si sposano alla perfezione con lo stile del distillato. Lo sentiamo fresco e frizzante, e promette un palato molto zuccherino. Sette anni son pochi ma l’invecchiamento ha già nascosto la faccia più ingenua ed erbacea, costruendo un equilibrio convincente tra isolanità e bourbonosità.

P: anche qui stiamo sfogliando il manuale di Caolilicità, con le classiche note della distilleria in evidenza: liquirizia e inchiostro, in primissimo piano. La torba ha le parvenze di un falò in spiaggia, e sono decisamente delle belle parvenze. Molto sapido, con tanta tanta vaniglia: dolci al limone, anzi siamo ancora più specifici: torta paradiso artigianale, fatta a in Strada Nuova a Pavia.

F: di media durata, ricalca le stesse tonalità ma si percepiscono alcune reminiscenze vegetali, tra l’erba e il pepe bianco. Delizioso.

Siamo quasi in imbarazzo: Caol Ila è così, ha una coerenza e una costanza veramente uniche, inconfondibili. Come spesso accade soprattutto con i torbati, anche da giovani e giovanissimi questi Caol Ila riescono a mostrare una maturità e una piacevolezza di bevuta davvero invidiabili. Non si sbaglia, insomma: sono tutti molto simili, sono tutti molto buoni – questo, peraltro, si trova online intorno alle 50€, il che ce lo rende ancora più simpatico. 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Pino D’Angiò – Che idea.

Spey ‘Trutina’ Cask Strength (2018, OB, 59,8%)

è una persona seria, a dispetto delle apparenze (scusaci Fabio)

Una sera qualsiasi di fine dicembre, vacanze di Natale, freddo, locali quasi tutti chiusi, cene e pranzi abbondanti da smaltire. Torna un amico dalla Germania, lo invitiamo a bere una cosa assieme al Mulligans, storico covo milanese di whiskofili: e mentre siamo lì a sbevazzare, ecco l’epifania di Fabio Ermoli, importatore e imbottigliatore coi baffi. Si ferma al tavolo, si beve insieme, si chiacchiera di polimerizzazione e di gossip scozzese: e prima di andarsene, ci lascia sul tavolo una nuova uscita di SPEY, il single malt della Speyside distillery (indovinate la zona di provenienza?) – Trutina Cask Strength, edizione limitata esclusivamente invecchiata in botti ex-bourbon first fill e imbottigliata a grado pieno, da non confondersi con Trutina a 46%, lanciata nel 2016. Noi, che siamo affetti da pigrizia cronica, abbiamo atteso qualche settimana: ora però è giunto il momento di bere.

N: al primo impatto Angelo dice “un whisky agricole”, e ha ragione. Molto ‘nudo’, selvaggio: presumibilmente giovane, anche se è una gioventù vissuta con sprezzatura e coscienza di sé. Note fruttate molto verdi, piacevoli: kiwi, pera kaiser, mele gialle. Un sentore di lime. Nette appaiono le note di zenzero. Man mano che prende un po’ d’aria si apre, con note più calde come biscotti al burro, butterscotch. Qualche sentore di solvente a grado pieno, con acqua svanisce tutto.

P: intenso, ovviamente un po’ aggressivo a livello alcolico vista la gradazione. Mele cotte e zenzero, molto fruttato (curiosamente, ci vien da pensare alle prugne), vaniglia, torta al limone… Anzi, l’inconscio di Corrado, che beve con noi, dice: torta al lime. Mele e pere a go go, poi tanta crema di pere (purea di). Molto coerente con il naso, tutto sommato, ottimo bilanciamento tra acidità e dolcezza, tra barile e distillato.

F: agrumi e zucchero, succo di pompelmo zuccherato. Semplice, se vogliamo, ma davvero molto piacevole.

Eravamo abituati a pensare a SPEY come a un single malt un po’ anonimo, se dobbiamo essere sinceri, e i vari imbottigliamenti ufficiali in sherry che avevamo assaggiato non ci avevamo fatto gridare al miracolo, diciamo. In questo caso lo stile è piuttosto diverso, Trutina è molto nudo e per la prima volta ci troviamo pienamente convinti: un whisky onesto, pulito, molto intenso e senza fronzoli, senza pesante maquillage, come piace a noi. E infatti ci piace, 85/100. Tra le altre cose, costa il giusto (visto intorno alle 60€ online). Grazie infinite a Fabio per l’abbondante omaggio.

Sottofondo musicale consigliato: Diane Tell – Souvent longtemps énormément.

Botti da orbi – Sanremo, serata 4: Kirkwall Bay (2017, Morrison & Mackay, 40%)

kirkwall-bay-whisky

[Quarta serata sanremese, il nostro corrispondente dalla città dei fiori, Marco Zucchetti,  ci assicura che il bisogno di whisky è sempre più impellente]

È il big che ha fatto sognare generazioni ma si presenta con una canzone loffia. Lunga è la storia di aspettative alte scioltesi davanti alla pochezza della melodia e del testo ed è ridondante ripercorrere i recenti capolavori di Toto Cutugno o Al Bano. Qui, nonostante il nome che finge di celare l’identità della distilleria, parliamo di un Highland Park senza indicazione d’età imbottigliato da Morrison and MacKay. Il colore è quasi trasparente, vino bianco chiaro.

Al naso è pulito, si riconosce l’erica che rende il malto HP così sexy, del cedro candito e una dolcezza di biscotto, incorniciata da un fumo terroso lieve. Piccola stecca: l’alcol si sente netto nonostante i 40%. Il problema è che poi in bocca è ancor meno integrato. Si fa pungente e acidino, vira sul limone. La sapidità fa salivare, parte un assolo di suggestioni erbacee che farebbe pensare al celeberrimo basilico delle Orcadi (no eh? Belin, niente pesto lassù?). Vaniglia, mandorla e miele leggero. Basta un poco di zenzero e il finale va giù.

 

Nudo nudello, questo Highland Park non regge il peso di una carriera eccellente. Tra le note si intravvedono le armi segrete che lo hanno reso grande (fiori di campo, torba leggera, aria di mare), però la voce non regge. Alcol e note troppo acide stridono e l’armonia si fa spigolo: 79/100.

 

Sottofondo sanremese consigliato: Patty PravoIl vento e le rose

Botti da orbi – Sanremo, serata 2: Longrow 14 yo sherry cask matured (2003/2018, OB, 57,8%)

[seconda serata di Sanremo, secondo malto con cui consolarsi: ecco la salvifica rubrica di Marco Zucchetti]

Longrow 14 yo sherry cask matured (2003/2018, refill Oloroso sherry, 57,8%)

Può un whisky essere punk? Certo, basta fare tutto il contrario di quel che il gusto imperante vuole. Questo Longrow è esattamente così, come quando i Placebo nel 2001 salirono sul palco dell’Ariston suonando una canzone inneggiante alla ketamina, sfasciando la chitarra su un amplificatore e facendo il dito medio al pubblico. Ecco, qui i gestacci sono olfattivi. Come definire altrimenti note che recitano: radicchio stufato, maiale alla senape di Digione, uvetta, frutti rossi, resina e foglie umide di tabacco? Un mostro di sherry e uno sherry mostruoso, sporco e cattivo come da pedigree degli Springbank torbati. In bocca è torrido, con le stesse tre componenti: sulfureo e carnoso (barbecue e fiammifero), dolcezza (torta al caramello, miele di castagno e marmellata di more) e un che di speziato, tra la buccia di mela rossa e il Pu’er, tè nero cinese fermentato. Finale più secco, con parecchio cioccolato fondente e torba salata.

Divisivo al massimo, o lo si odia come Ruben, o lo si ama come noi, che ancora quando facciamo le pulizie la domenica mattina in pantofole mettiamo i Nofx e gli Ash. Fuor di metafora, è un malto estremo, straziato dalle sue tensioni opposte, lancinante eppure divertente. 87/100.

Sottofondo sanremese consigliato: Afterhours – Il paese è reale.