Filey Bay ‘2nd release’ (2019, OB, 46%)

Da un po’, ormai, il whisky Inglese sta vivendo una sua personalissima Golden Age, con nuove distillerie in rampa di lancio, con filosofie chiare, concetti forti alle spalle e – soprattutto – grande qualità nel bicchiere, anche a fronte di età molto giovani. Abbiamo Costwolds, Bimber, St. Georges, Lakes… Il segreto, sembra, è quello di produrre un new make di altissima qualità, “già buono da bere bianco”, se vogliamo, così che una breve maturazione con legni di qualità riesca a dare effetti ottimi in tempi rapidissimi. Ultimamente ci piace sperimentare cose nuove, e dunque affrontiamo Filey Bay, il Single Malt distillato nella piccola Spirit of Yorkshire Distillery – gente che, a proposito di concetti forti, fa del #fromfieldtobottle il proprio mantra (leggetevi tutto qui). Oggi assaggiamo la Second Release, solo 6.000 bottiglie, miscela di pot e column still, maturazione tutta in botti ex-bourbon.

N: non fa nulla per vestirsi da grande e vendersi più maturo, ma fa proprio bene. Un profilo onesto, fatto di lime, yogurt, sorbetto agli agrumi, un gran gelato alla banana. Piacevolmente erbaceo, quasi verso note di dentifricio (avete presente l’Emoform, leggermente salato? Proprio lui). Solo dopo un po’ esce la vaniglia (artificiale: Danette alla vaniglia). Una lieve patina come polverosa, da catasta di cereali.

P: molto interessante. Qui è più pungente che non al naso, resta senz’altro dolce, con vaniglia, biscotti, chicco di malto e un po’ di cioccolato bianco. Pera. Non pensatelo stucchevole però, mantiene una sua bella freschezza con albedo di limone, l’erbaceo del chicco d’orzo. A tratti ancora sorprendentemente sapido.

F: abbastanza lungo e lievitoso, con toni fruttati (buccia di pera).

Morbido e seducente, con dolcezza d’orzo e di barile… ma c’è anche tutto il resto dell’austerità di contorno che tanto ci piace. Siamo onesti: semplice è semplice, intendiamoci, è un tre anni e li dimostra tutti, non nasconde la nudità del distillato. E però, dato che è buono si merita ogni lode possibile: 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Adam Green – All Hell Breaks Loose.

Macallan Edition N.1 (2015, OB, 48%)

50 sfumature di Macallan

Abbiate pazienza, non torneremo per l’ennesima volta a spiegare il concept dei “Macallan Pantone” (e non è una nostra battuta, è la vera verità), ovvero gli Edition in serie numerata fatti in collaborazione con l’Istituto Pantone: vi rimandiamo alle nostre già immortali parole vergate qui e qui, ad esempio – ma avevamo bevuto anche la N.2, qui. Oggi però la giornata è speciale, perché assaggiamo l’unico imbottigliamento davvero ‘raro’ della serie, ovvero il N.1: frutto della miscela di 130 barili ex-bourbon ed ex-sherry (quindi sì, dai, raro ma non troppo, calcolatrice alla mano…), è l’edizione più ricercata della serie, e quando ancora si trova in vendita online è abbondantemente oltre le 1000€. Ringraziamo dunque quel matto di Claudio Cantelmo (solo uno dei suoi mille pseudonimi, ma è giusto che resti nel mistero) per il sample, dato che lui una boccia ce l’aveva a casa, sì: e l’ha aperta.

N: molto appiccicoso, come naso, molto profondo. Toffee e cioccolato bianco, caffellatte zuccherato. Poco fruttato, troviamo solo qualche nota di confettura di fragola, ma di quelle un po’ troppo zuccherate e forse bruciacchiate. Pesche agli amaretti. Stiamo forse dimenticando l’agrume, anzi l’arancia: scorzetta impregnata?

P: molto buono, soddisfacente. Qui è più compiutamente fruttato, con pesca, tanta uvetta, mandorle e frutta secca, albicocche secche… Vira poi verso un qualcosa di più secco, che tende ad asciugare. Bitter all’arancia? Non possiamo non citare il malto, con biscotti digestive. Ha anche una cosa che ricorda una warehouse…

F: bello persistente, lungo e pieno. Molto cioccolato al latte e nocciola; più in disparte frutta rossa, uvetta e arancia.

Molto piacevole, ha il vestito dei Macallan ‘veri’, le spalle larghe e una bella complessità. Agrumi e cioccolato sono i sentori più decisivi di questo malto, e se la cosa può avere un senso per altri oltre a noi, è un invecchiamento in sherry prevalentemente ‘marrone’, non ‘rosso’: scusate, ci siamo fatti prendere dal clima pantonesco. Ma insomma, dai, ci è piaciuto, e gli diamo 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Black Pumas – Colors.

Macallan 12 yo (1988/2000, Caledonian Selection, 57,4%)

La serie Caledonian Selection, dell’imbottigliatore Liquid Gold, è stata spesso presente sugli impolverati scaffali delle enoteche italiane – ricordiamo bene la silhouette peculiare di questi decanter che ci guardavano tristi, magari nascosti e umiliati dietro a una bottiglia di Black & White… E colpevolmente le abbiamo sempre lasciate lì, nella loro tristezza. L’imbottigliatore ha chiuso i battenti nel 2005, a quel che ne sappiamo, e in tutta onestà non avevamo mai assaggiato nulla – prima di oggi!, dato che grazie ad Angus abbiamo messo le mani su un sample di un Macallan di 12 anni, single cask ex-sherry imbottigliato a grado pieno.

N: fin dall’inizio esibisce una bella complessità, tra frutti rossi, tiramisù, spremuta d’arancia zuccherata. C’è poi un lato più screziato, tra la sagrestia e un filo di zolfo. La sensazione generale, se ha senso per un Macallan in sherry, è di “umidità”: ricorda nitidamente le foglie umide calpestate in autunno.

P: l’alcol c’è ma non disturba troppo, e la cosa ci piace vista l’alta gradazione. Contribuisce anzi a formare un gusto pieno, caldo, dolce. Esplode su note sherrose, di mela rossa, arancia dolce e marmellata d’albicocche. Non mancano suggestioni di caramello, e soprattutto un sentore – sorprendente – di rosa canina.

F: indugia ancora su caramello, cioccolato e mela rossa (strudel?), ma poi dimostra grande intelligenza andando a chiudere con grande pulizia, senza abusi legnosi. Una piacevole nota di malto e noci ci culla.

Un Macallan giovane con tanta personalità: non ha quella pomposità un po’ compiaciuta di certi sacri Macallan, si mostra anzi curiosamente affilato, soprattutto al naso, e al palato esibisce l’apporto del barile senza negarsi un paio di staffilate inattese (rosa canina, davvero?). 88/100, se ne trovate su scaffali abbandonati… Salvateli. Grazie Angus!

Sottofondo musicale consigliato: Brockhampton – Boy Bye.

Caol Ila 8 yo (1995/2003, Silver Seal, 55,9%)

“La settimana si apre sotto buoni auspici”, spiegato bene

La settimana si apre sotto buoni auspici: vogliamo dunque cavalcare l’onda dell’entusiasmo domenicale anche sul piano alcolico, ripescando un malto del passato, anche se prossimo. Se vi diciamo “Rino Mainardi”, a cosa pensate? Bravi, siete preparati: stiamo parlando proprio di Mr. Sestante e Silver Seal, uno dei più grandi selezionatori indipendenti di quella fase pionieristica che vedeva impavidi italiani girare per la Scozia in cerca di barili, quando ancora nessuno nel mondo si interessava al succo di malto. Prima di vendere l’azienda e il marchio a Max Righi, nel 2007, Rino aveva scritto pagine importanti nella storia del Single Malt in Italia e nel mondo: oggi gli rivolgiamo un pensiero assaggiando un Caol Ila 8 anni, distillato nel 1995 e imbottigliato quando ancora i derby di Milano erano delle semifinali di Champions League che finivano con il risultato sbagliato, oltretutto.

N: molto fresco e piacevole, con note balsamiche davvero spiccate. Pensiamo soprattutto a salvia, in parte anche aghi di pino. Ha una nota maltosa dolce davvero seducente: potremmo pensare a una brioche, e in effetti ci pensiamo. C’è una venatura minerale e quasi marina molto interessante: iodio, calce, si vola verso il talco. Uva bianca, marshmallow. Caffè al ginseng, anche un po’ di zafferano?

P: l’impatto alcolico si fa sentire con nettezza, ma altrettanto nette sono le note goduriose di cocco e marzapane. Molto zuccherino e dolce, di una dolcezza pungente e acuta: dire “zucchero bianco” forse non basta. Ananas? La torba si traduce in cenere, in un senso di bruciato un po’ affilato, per quel che vale una definizione del genere. Cereale affumicato (andate in distilleria e assaggiate!).

F: limone e cenere, cereale torbato e un po’ di dolcezza maltosa.

Elegante e affilato, fine e spigoloso al contempo: magari ad alcuni potrà sembrare un po’ ‘semplice’, con gli elementi tipici dei malti di Caol Ila tutti lì squadernati ed esibiti, e senza una vera, piena presenza del mare: ma è veramente – e semplicemente – buono, non ce n’è. Sarebbe il whisky perfetto per folgorare sulla via di Port Askaig anche il più feroce militante antitorbato. Chapeau. 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Lean Year – Come and See.

Balcones ‘1’ Texas Single Malt spirit (2018, OB, 53%)

Piccolo preambolo storico. Quando i coloni britannici sbarcarono in America, ebbero varie sorprese. Fra le peggiori, il fatto che l’orzo tanto amato e ingrediente principale dell’uisge beatha non crescesse granché bene. I nostri non si persero d’animo e iniziarono a distillare qualsiasi altra cosa, soprattutto mais e segale, la base degli American whiskey. E tutti bevvero sbronzi e contenti. Questa introduzione spiega bene perché il single malt americano, come saggiamente si fa notare in questo interessante articolo, sia un nanerottolo che lotta per il suo spazio vitale fra due giganti, ovvero il bourbon e lo Scotch. A dire la verità sarebbero tre, dato che il Rye whiskey sta mettendo su muscoli come un giovane calciatore pompato ad anabolizzanti. Ad ogni modo, nel piccolo manipolo di distillatori di orzo che prova a calcare le orme di successo delle craft breweries, si è ritagliata una buona nomea la distilleria Balcones, con sede a Waco, cittadina texana finora famosa solo per essere stata teatro del massacro della setta dei davidiani, nel 1993.
Creata in un’officina meccanica nel 2008, Balcones ha debuttato con il “Baby blue”, primo whiskey texano dai tempi del Proibizionismo prodotto da “Blue corn”, una varietà locale di granoturco. Noi però qui si va ad assaggiare il Single malt, prodotto con solo orzo maltato distillato in un Pot still Forsyth e lasciato in balia delle temperature texane. Il metodo è particolare: è una combinazione di small batches invecchiati in botti di varia capacità e poi assemblati in un “big barrel”. Il suddetto prodottino che in giro per il mondo ha racimolato una settantina di medaglie che sarebbe noiosetto elencare. Un’unica postilla: il nostro sample dal calendario dell’Avvento di “Drinks by the dram” e reca la scritta “1 – Texas single malt spirit”, non “whiskey”. Verosimilmente, il periodo di maturazione è stato molto breve, di sicuro inferiore ai due anni.

N: molto interessante e – come prevedibile – molto concentrato. Si apre immediatamente su un fortissimo sentore di boero, di cioccolatino al rum… Legno di ciliegio, come la madia che aveva in casa Giacomo da bambino. Tantissimo cioccolato al latte, caramello e parecchia vaniglia (stecchetta). Banana cotta, agrumi maturi e bitter. Un sentore di incenso? Una spezia quasi balsamica? Tutto è possibile, in questo curioso mondo. L’acqua irruffianisce il naso, spingendo su una vaniglia tostata.

P: ahia, qui si picchia forte, non siamo mica nella California dei figli dei fiori. Al di là dell’impatto alcolico, che è devastante, ci sono molte note amare, che dipendono – diremmo – da un eccesso di aggressività del legno: caffè, tabacco di sigaretta, frutta secca tostata, ancora un bitter, chiodi di garofano… E poi riecco arancia dolce, pesca sciroppata, vaniglia, caramello e cioccolato. L’acqua qui non sposta troppo, arrotonda leggermente ma spinge anche, slegate, le note erbacee e legnose.

F: coerente col palato, ma depurato dall’astringenza del legno: vaniglioso e cioccolatoso, con qualche sentore di pepe e pandoro. Crema di marroni.

Senza dubbio un’esperienza intensa e coinvolgente. Come accennato, non è dato sapere i tempi di invecchiamento, ma come spesso succede con i whisky maturati in zone ad alta escursione termica, tutto appare accelerato. Sul sito di Masterofmalt le opinioni oscillano tra “phenomenal” e “undrinkable acetone”. Noi, immobili come solo un governicchio democristiano potrebbe fare, stiamo nel mezzo e ci fermiamo a 81/100, per un whiskey senza dubbio impegnativo, dallo stile molto robusto e quasi sgarbato ma senza difetti tecnici.

Recommended soundtrack: Johnny Cash – Ghost riders in the sky, che solo a sentirla vien voglia di alzare il voto a 90/100… Magie della suggestione musicale!

Westport 15 yo (2004/2019, Wilson & Morgan, 57,8%)

Westport è uno di quei nomi ricorrenti nel mondo degli imbottigliamenti indipendenti, cui però curiosamente non corrisponde nessuna distilleria: e quale sarà il segreto? Beh, come già avevamo scritto pochi giorni fa a proposito di Wardhead, si tratta di un malto “teaspooned”: in questo caso è Glenmorangie, con l’aggiunta di una goccina di un altro single malt (tempo fa si diceva fosse Glen Moray, ma ora che non fa più aprte del medesimo gruppo, chissà). Invecchiato per 15 anni in botte ex-sherry, il butt #900050, è stato imbottigliato da Wilson & Morgan.

wilson-morgan-westport-15-anni-sherry-wood-1531000-s506N: molto strano, parte un po’ chiuso e ‘sporco’, poco Glenmorangie a dirla tutta: c’è una nota di porta di legno umida con chiodi arrugginiti. Vi piace questa suggestione? C’è un sentore al limite del sulfureo, diciamo di ‘freschino’, di acqua termale. Legno macerato. Non mancano note di boero, di cioccolato; carruba e ciliegia sotto spirito.

P: molto aggressivo, l’impatto dell’alcol è innegabile. La suggestione che chiude i giochi è: cioccolato sulfureo. Anzi: un boero avvolto nel lardo di porco. C’è grasso di maiale, c’è ancora zolfo; c’è cioccolato, ci sono ancora ciliegie sotto spirito e uvetta. Dopo un po’ si ripulisce, e la parte sulfurea si sposta verso l’arancia troppo matura, anzi: l’arancia calda, in cottura, quando si fa la marmellata. Un po’ di spezie invernali, tra cannella e chiodi di garofano. Polvere di caffè? 

F: ancora una punta sulfurea, poi tanto zabaione. Polvere da sparo e liquirizia.

Il primo impatto sembrava un po’ sgradevole, dopo un po’ si ripulisce leggermente e non sembra così disastroso come all’inizio si poteva temere. Resta, a nostro gusto, un po’ troppo poco ‘Glenmorangie’ e un po’ troppo ‘sherroso’, e di uno sherry che alla fine non ci persuade fino in fondo – ma abbiamo amici che adorano questo stile, quindi dategli un assaggio, non siate timidi. 81/100.

Sottofondo musicale consigliato: Joan as a Police Woman – Holy City.

Glenfiddich 18 yo (2019, OB, 40%)

Glenfiddich è distilleria cui abbiamo un piccolo debito di riconoscenza, dato che anni fa fu proprio un ‘fiddich 12 a farci scoprire la grande arte della degustazione – un po’ alticci, sbevazzando il più giovane della gamma, trovammo corrispondenza tra i nostri sensi e quel che c’era scritto in etichetta (“vaniglia e pera, incredibile!“), e lì, proprio lì, vedemmo la luce. Oggi assaggiamo il 18 anni ufficiale, memori della bontà del Glenfiddich indipendente di Valinch & Mallet bevuto di recente.

N: molto aperto, molto dolcino. Il naso è da banchetto delle caramelle al mercato: iperzuccherino e seducente. Vaniglia e pasta di mandorle; cioccolato al latte e pere maturissime. Da molto tempo non diciamo “confetti”, e qui non si può tacere: dunque “confetti”. Piattino, nel complesso, ma non sgradevole.

P: qui l’età forse si fa sentire un po’ di più, con delle note legnose (proprio di legno) abbastanza nette, per lo meno all’inizio, e a dirla tutta si sente un po’ troppo l’alcol. Poi si apre molto e ricorda un budino di vaniglia, ancora confetti, ancora pera. Nocciola e crema di nocciola.

F: avete presente le Big Babol panna e cacao? Se sì, avete avuto un’infanzia non semplicissima, come noi, e va bene così. Ancora vaniglia e cocco.

Onestamente, ci sembra un po’ deludente, soprattutto al palato: il naso ancora ancora, è semplice e ruffiano ma pieno, mentre le altre due fasi crollano sotto la scure dell’alcol e di una personalità assai dimessa. Avevamo assaggiato il 18 anni sei anni fa, e all’epoca ci era piaciuto molto proprio perché negava quel paradigma di Glenfiddich (naso ok, palato gnè): questo è decisamente un passo indietro. 81/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Savatage – Blackjac guillotine.

Dream Whisky #1 (Ardmore 10 yo, 49,3%) e #2 (Caol Ila 7 yo, 55,5%)

Non siamo ancora ai livelli dei sushi bar, che se a Milano ti distrai un attimo un giorno vai in edicola a comprare il giornale e la mattina dopo ci torni e ti vendono un nighiri, ma il panorama whiskofilo italiano si sta facendo assai movimentato. Tra le varie iniziative, abbiamo già parlato (qui la nostra intervista) di Dream Whisky, il bel progetto di Marco Maltagliati e Federico Mazzieri. I quali, dopo un annetto di degustazioni, hanno finalmente coronato il sogno di iniziare una loro linea di imbottigliamenti con due “petardoni”, per usare un termine tecnico. Due single cask dall’etichetta volutamente evocativa e criptica: Dream #1 e Dream #2, tipo Genitore1 e Genitore2.

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Dream #1 Ardmore 10 yo

Noi che abbiamo una passione sconfinata per l’enigmistica non vediamo l’ora di risolvere i puzzle. Dream #1 in etichetta ha la testa di un cerbiatto, alcuni fiori, una spira di fumo e alcune foglie a testimoniare la natura agreste degli aromi. E anche se messa così sembrerebbe distillato di erba medica e filetto di cervo, si tratta di un Ardmore invecchiato in un ex Bourbon cask che aveva precedentemente contenuto Laphroaig. La gradazione è di 49.3%.

Dream #1 – Ardmore 10 yo (2019, Dream Whisky, 49,3%)

N: aperto e variegato, ci colpiscono subito note molto floreali, diciamo di fiori secchi: camomilla essiccata diremmo, ma forse è la suggestione dell’etichetta… Curcuma e qualcosa che ricorda un curry leggero, poi note lievemente mentolate. C’è un accenno di frutta bianca molto astratta (lychees, o forse uva); ci viene in mente anche “banana e aghi di pino”, provate ad assaggiare a vostro rischio e pericolo. La parte torbata è piuttosto smoggosa e sporca, anche se è anch’essa leggera: un mix di chimico e mentolato che ricorda il Vicks Sinex da spruzzare. Cereale verde e umido.

P: qui l’alcol è un po’ imbizzarrito, e se ne sente il sapore in modo abbastanza scoperto; il complesso risulta meno armonioso e più semplice rispetto al naso. La prima nota è proprio quella del cereale raccolto dal pavimento di maltazione, ed è una nota deliziosa. Ci sono sentori di legno carbonizzato, di cenere. Resta molto più aggressivo di quanto non promettesse, e nel complesso tende un po’ troppo al secco, a nostro gusto. Proviamo ad aggiungere acqua, e abbiamo fortuna: l’alcol tende a spostarsi e resta un grande senso di cereale affumicato, con appena qualche accenno di frutta (pera lieve). Zucchero bianco.

F: abbiamo già citato il cereale affumicato? Anche pepe nero.

Naso da 85, palato da 79, nel complesso facciamo la media e arrotondiamo per eccesso: 83/100. Colpisce perché ci aspettavamo un prodotto (pardon, un’emozione!) molto più ruffiano, molto più piacione. E invece è un whisky da nerd, un whisky “difficile” e didattico che sa di materia prima: non è decisamente una scelta scontata, e ci piace.

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Dream #2 Caol Ila 7 yo

Il secondogenito da sogno – come direbbe Briatore – è stato invece ribattezzato “W la foca”: Dream #2 porta in etichetta un’onda, un’otaria, dei lamponi, due rose e l’immancabile voluta di fumo. Ohibò, non avete colto? Ma è Caol Ila, ça va sans dire. Meno facile indovinare il finish: il colore è un curioso rosa che potrebbe indicare Porto o vino rosso. E infatti è Madeira: un anno di finish dopo i precedenti sei passati in botti ex Bourbon. Il grado è importante: 55,5%. Ora però è tempo di assaggiare.

Dream #2 – Caol Ila 7 yo (2019, Dream Whisky, 55,5%)

N: nonostante la gradazione, è molto aperto ed espressivo, non c’è bisogno di diluizione. Ci accoglie una torba piuttosto sporca e grassa, nonché marina: salamoia di olive nere, iodio, nafta alla fragola, che se esistesse sarebbe la gioia di ogni motore diesel. Il che introduce la seconda anima vinosa data dal barile, incentrata su sentori di sottobosco: fragole/lamponi e un profumato tappeto di foglie umide autunnali. La grassezza dello spirito spunta anche in una nota di würstel quasi caramellato, a sottolineare una dolcezza che tutto avvolge, tanto da sorpassare anche una lieve nota di muffa. Ma non pensatelo stucchevole, perché rimane sempre piuttosto fresco. Nel complesso naso intrigante e che non passa inosservato.

P: la dolcezza prima di tutto. Che si sostanzia in due diverse facce della medaglia: da una parte di nuovo una zuccherinità imprecisata di gelee ai frutti rossi; dall’altra di nuovo würstel con senape al miele. E nonostante questi descrittori allucinogeni, giuriamo di non aver assunto LSD durante questa degustazione. La marinità cambia maschera, rimane salato e acquista quella nota di inchiostro caratteristica di certi Caol Ila. Spunta una torbatura assai intensa e acre di legna bruciata.

F: prosegue la combustione: catrame e di nuovo tizzoni. L’inchiostro prolunga il tutto ma non cancella la vinosità da frutto rosso. Sensazione fresca tra anice e menta.

Questo whisky ci dà da pensare. Innanzitutto notiamo come l’età media dei whisky di Islay indipendenti stia scendendo e – a dirla tutta – questo non pare essere un male. Secondariamente, mettere un Caol Ila in una botte di Madeira come questa è come lanciare una monetina. Ma la fortuna, si sa, aiuta gli audaci e i ragazzi di Dream sono dei cuori impavidi. Nel complesso è un whisky curioso, un Caol Ila stranamente aggressivo nella torba e nella sua anima marina che trova una degna spalla in un barile bizzarro. Il Foca Juniors ha vinto la sua partita: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Coral – Dreamin’ of you

 

Glen Garioch 21 yo (1965/1986, OB, 43%)

Quando abbiamo incrociato sui social la presentazione del progetto “Cheaper By The Dram” ci siamo subito tuffati a pesce, e abbiamo immediatamente mandato una mail. Di che si tratta? È presto detto: in un momento storico in cui lo scotch whisky sta letteralmente esplodendo, molte bottiglie eccellenti sono diventate pressoché inavvicinabili al grande pubblico di appassionati – il che è un paradosso, come sappiamo, perché certi whisky, fatti per essere bevuti, si sono trasformati in reliquie da osservare, conservare e rivendere, e proprio chi ha contribuito a creare il mito dello scotch (i bevitori) si sono ritrovati lontanissimi dall’oggetto della loro passione. CBTD parte proprio da questo assunto: it’s cheaper by the dram!, un whisky costa meno se si compra solo un sample. E dunque, due volte al mese CBTD mette a disposizione sul suo sito due nuovi sample di bottiglie importanti (andate a dare un’occhiata), in vendita a prezzi più che onesti, offrendo l’occasione unica di assaggiare bottiglie di fascia alta, o semplicemente malti rari. We believe that whisky is for drinking and our intention is to bring whisky back to the drinkers: come si fa a non amarli? Il sample che abbiamo ricevuto è di un malto leggendario: un Glen Garioch distillato nel 1965 e imbottigliato nel 1986, 21 anni per una bottiglia il cui valore è attorno ai 1500€. Mica male, eh?

N: annusato alla cieca, dato che di Glen Garioch di questi anni non ne abbiamo bevuti mai, diremmo ingenuamente (…) di trovarci davanti a un vecchio Clynelish, o a un Brora. Esibisce una torba gentilmente terrosa ed educata e al contempo affilata e avvolgente che fa gridare al miracolo… C’è tutta quella dimensione mineral-cerealosa di carta vecchia, di mobili di legno impolverati da anni, in parte di cera, e anche di amido da stireria, che davvero ci fa impazzire. Una punta di propoli. Dolcetti all’acqua di rose, o marmellata di rose: c’è infatti un che di floreale e zuccherino al contempo. Gelée al lampone, lamponi freschi? Tra le note più ‘normali’, ecco anche una fetta di mela gialla appena tagliata e delle note di cereali, di brioche integrale al miele. Incantevole, seducente come pochi.

P: sbabàm! Eccezionale. La parte più compiutamente ‘dolce’ tende a normalizzarsi, se di normalizzazione si può per cotanto whisky: miele, poi proprio il chicco d’orzo, quella dolcezza del cereale, zucchero di canna, un innocente sentore di amido zuccherino. Uva spina? Ancora brioche integrale al miele. Tutto è però bilanciato da una lieve nota amara, che tende verso la propoli. Ma una cosa, anzi, un mondo non vi abbiamo ancora detto: ed è quello della torba, dell’austerità, della mineralità. Qui compiutamente ceroso, con un fumo acre, come di sigaro distante, una scorza di limone sporca di cenere.

F: perfetto, lungo, sporco e pulito al contempo, con cenere, una torba setosa ed elegantissima, ancora amido a nastro. Ancora cereale torbato.

per dimostrarvi che è vero (cit.)

Dobbiamo essere davvero grati a Cheaper By The Dram per averci dato la possibilità di assaggiare un whisky del genere. Incantevole, un perfetto vecchierello, venato di note minerali e austere che complicano il profilo di una dolcezza “d’altri tempi”, restituendo l’immagine di un whisky incredibilmente complesso, screziato, pieno di sfumature e al contempo vellutato e piacevole. 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: New Order – Bizarre Love Triangle.

Laphroaig 18 yo (1987/2006, Douglas Laing, 50%)

Oggi ci sentiamo fortunati e peschiamo a caso nell’armadietto dei samples con la sicumera del bimbo che deve estrarre i bussolotti caldi di una lotteria truccata. E infatti, toh, spunta uno fra i tanti Laphroaig che affollano la nostra fortunata scansia: il primo selezionato è… rullo di tamburi… quello che avete già visto nella foto qui in alto! Vale a dire un refill sherry butt di Laphroaig, il #3109 per la precisione: 18 anni di invecchiamento, selezionato e imbottigliato da Douglas Laing nel 2006. Un vintage 1987 direttamente dalla bella serie Old Malt Cask, che tante soddisfazioni ha regalato a grandi e piccini.

56794-bigN: ci duole doverlo dire tutte le volte, ma quanto sono buoni i Laphroaig quando non sono violentati dagli stessi proprietari?! Elegantissimo, aromatico, la prima cosa che spicca è la frutta: mela rossa, proprio la buccia appena tagliata e fragrante; frutta tropicale, con kiwi dolce e mango (quasi mango disidratato). La torba è ancora bella viva, leggermente medicinale, ma senza essere troppo fumoso, e senza esibire una marinità troppo evidente. Piuttosto un che di american BBQ, ma senza eccessi “off”. La frutta tropicale è al limite del floreale, a tratti, se ha un senso. In generale spunta anche una sfumatura più erbacea, tra il timo e il rabarbaro, che si ferma a un centimetro dal balsamico.

P: di una bevibilità che sbalordisce, onestamente. Pieno, attacca sulla liquirizia, su note di legno ed erbe bruciate (canfora?) davvero intense. Poi man mano prende il comando il lato fruttato: mela, frutta bianca, che con un poco di acqua diventa perfino tropicale (succo mix tropical, ananas dolce). Biscotti al miele. Poi non dimentichiamo il fumo e la torba, che soprattutto senz’acqua pare piuttosto medicinale (la canfora…). L’acqua cambia molto, addolcisce il tutto e va ad attutire la componente più amara.

F: molto lungo, con sentori acri e medicinali, e con la nota marina (iodata più che compiutamente salata) decisamente evidente. Falò spento. Qualcuno azzarda: marmellata affumicata?

Quando il barile con lo sherry incontra lo spirito con la torba… No, non muore nessuno, però o è colpo di fulmine, come per la donna sexy e intelligente, oppure è l’accozzaglia invereconda. Qui siamo senza dubbio dalle parti della prima categoria, anche se per gridare al capolavoro manca qualcosina. L’olfatto è estremamente persuasivo, con un apporto di frutta raro. Il palato dà il meglio con una goccina d’acqua, ma va forse a perdere un po’ di quella Laphroaigness che nel naso ci aveva inebriato. Riassumendo, però, non possiamo non dare un convinto e soddisfatto 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Cake – Long skirt, long jacket