Dream Whisky #1 (Ardmore 10 yo, 49,3%) e #2 (Caol Ila 7 yo, 55,5%)

Non siamo ancora ai livelli dei sushi bar, che se a Milano ti distrai un attimo un giorno vai in edicola a comprare il giornale e la mattina dopo ci torni e ti vendono un nighiri, ma il panorama whiskofilo italiano si sta facendo assai movimentato. Tra le varie iniziative, abbiamo già parlato (qui la nostra intervista) di Dream Whisky, il bel progetto di Marco Maltagliati e Federico Mazzieri. I quali, dopo un annetto di degustazioni, hanno finalmente coronato il sogno di iniziare una loro linea di imbottigliamenti con due “petardoni”, per usare un termine tecnico. Due single cask dall’etichetta volutamente evocativa e criptica: Dream #1 e Dream #2, tipo Genitore1 e Genitore2.

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Dream #1 Ardmore 10 yo

Noi che abbiamo una passione sconfinata per l’enigmistica non vediamo l’ora di risolvere i puzzle. Dream #1 in etichetta ha la testa di un cerbiatto, alcuni fiori, una spira di fumo e alcune foglie a testimoniare la natura agreste degli aromi. E anche se messa così sembrerebbe distillato di erba medica e filetto di cervo, si tratta di un Ardmore invecchiato in un ex Bourbon cask che aveva precedentemente contenuto Laphroaig. La gradazione è di 49.3%.

Dream #1 – Ardmore 10 yo (2019, Dream Whisky, 49,3%)

N: aperto e variegato, ci colpiscono subito note molto floreali, diciamo di fiori secchi: camomilla essiccata diremmo, ma forse è la suggestione dell’etichetta… Curcuma e qualcosa che ricorda un curry leggero, poi note lievemente mentolate. C’è un accenno di frutta bianca molto astratta (lychees, o forse uva); ci viene in mente anche “banana e aghi di pino”, provate ad assaggiare a vostro rischio e pericolo. La parte torbata è piuttosto smoggosa e sporca, anche se è anch’essa leggera: un mix di chimico e mentolato che ricorda il Vicks Sinex da spruzzare. Cereale verde e umido.

P: qui l’alcol è un po’ imbizzarrito, e se ne sente il sapore in modo abbastanza scoperto; il complesso risulta meno armonioso e più semplice rispetto al naso. La prima nota è proprio quella del cereale raccolto dal pavimento di maltazione, ed è una nota deliziosa. Ci sono sentori di legno carbonizzato, di cenere. Resta molto più aggressivo di quanto non promettesse, e nel complesso tende un po’ troppo al secco, a nostro gusto. Proviamo ad aggiungere acqua, e abbiamo fortuna: l’alcol tende a spostarsi e resta un grande senso di cereale affumicato, con appena qualche accenno di frutta (pera lieve). Zucchero bianco.

F: abbiamo già citato il cereale affumicato? Anche pepe nero.

Naso da 85, palato da 79, nel complesso facciamo la media e arrotondiamo per eccesso: 83/100. Colpisce perché ci aspettavamo un prodotto (pardon, un’emozione!) molto più ruffiano, molto più piacione. E invece è un whisky da nerd, un whisky “difficile” e didattico che sa di materia prima: non è decisamente una scelta scontata, e ci piace.

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Dream #2 Caol Ila 7 yo

Il secondogenito da sogno – come direbbe Briatore – è stato invece ribattezzato “W la foca”: Dream #2 porta in etichetta un’onda, un’otaria, dei lamponi, due rose e l’immancabile voluta di fumo. Ohibò, non avete colto? Ma è Caol Ila, ça va sans dire. Meno facile indovinare il finish: il colore è un curioso rosa che potrebbe indicare Porto o vino rosso. E infatti è Madeira: un anno di finish dopo i precedenti sei passati in botti ex Bourbon. Il grado è importante: 55,5%. Ora però è tempo di assaggiare.

Dream #2 – Caol Ila 7 yo (2019, Dream Whisky, 55,5%)

N: nonostante la gradazione, è molto aperto ed espressivo, non c’è bisogno di diluizione. Ci accoglie una torba piuttosto sporca e grassa, nonché marina: salamoia di olive nere, iodio, nafta alla fragola, che se esistesse sarebbe la gioia di ogni motore diesel. Il che introduce la seconda anima vinosa data dal barile, incentrata su sentori di sottobosco: fragole/lamponi e un profumato tappeto di foglie umide autunnali. La grassezza dello spirito spunta anche in una nota di würstel quasi caramellato, a sottolineare una dolcezza che tutto avvolge, tanto da sorpassare anche una lieve nota di muffa. Ma non pensatelo stucchevole, perché rimane sempre piuttosto fresco. Nel complesso naso intrigante e che non passa inosservato.

P: la dolcezza prima di tutto. Che si sostanzia in due diverse facce della medaglia: da una parte di nuovo una zuccherinità imprecisata di gelee ai frutti rossi; dall’altra di nuovo würstel con senape al miele. E nonostante questi descrittori allucinogeni, giuriamo di non aver assunto LSD durante questa degustazione. La marinità cambia maschera, rimane salato e acquista quella nota di inchiostro caratteristica di certi Caol Ila. Spunta una torbatura assai intensa e acre di legna bruciata.

F: prosegue la combustione: catrame e di nuovo tizzoni. L’inchiostro prolunga il tutto ma non cancella la vinosità da frutto rosso. Sensazione fresca tra anice e menta.

Questo whisky ci dà da pensare. Innanzitutto notiamo come l’età media dei whisky di Islay indipendenti stia scendendo e – a dirla tutta – questo non pare essere un male. Secondariamente, mettere un Caol Ila in una botte di Madeira come questa è come lanciare una monetina. Ma la fortuna, si sa, aiuta gli audaci e i ragazzi di Dream sono dei cuori impavidi. Nel complesso è un whisky curioso, un Caol Ila stranamente aggressivo nella torba e nella sua anima marina che trova una degna spalla in un barile bizzarro. Il Foca Juniors ha vinto la sua partita: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Coral – Dreamin’ of you

 

Glen Garioch 21 yo (1965/1986, OB, 43%)

Quando abbiamo incrociato sui social la presentazione del progetto “Cheaper By The Dram” ci siamo subito tuffati a pesce, e abbiamo immediatamente mandato una mail. Di che si tratta? È presto detto: in un momento storico in cui lo scotch whisky sta letteralmente esplodendo, molte bottiglie eccellenti sono diventate pressoché inavvicinabili al grande pubblico di appassionati – il che è un paradosso, come sappiamo, perché certi whisky, fatti per essere bevuti, si sono trasformati in reliquie da osservare, conservare e rivendere, e proprio chi ha contribuito a creare il mito dello scotch (i bevitori) si sono ritrovati lontanissimi dall’oggetto della loro passione. CBTD parte proprio da questo assunto: it’s cheaper by the dram!, un whisky costa meno se si compra solo un sample. E dunque, due volte al mese CBTD mette a disposizione sul suo sito due nuovi sample di bottiglie importanti (andate a dare un’occhiata), in vendita a prezzi più che onesti, offrendo l’occasione unica di assaggiare bottiglie di fascia alta, o semplicemente malti rari. We believe that whisky is for drinking and our intention is to bring whisky back to the drinkers: come si fa a non amarli? Il sample che abbiamo ricevuto è di un malto leggendario: un Glen Garioch distillato nel 1965 e imbottigliato nel 1986, 21 anni per una bottiglia il cui valore è attorno ai 1500€. Mica male, eh?

N: annusato alla cieca, dato che di Glen Garioch di questi anni non ne abbiamo bevuti mai, diremmo ingenuamente (…) di trovarci davanti a un vecchio Clynelish, o a un Brora. Esibisce una torba gentilmente terrosa ed educata e al contempo affilata e avvolgente che fa gridare al miracolo… C’è tutta quella dimensione mineral-cerealosa di carta vecchia, di mobili di legno impolverati da anni, in parte di cera, e anche di amido da stireria, che davvero ci fa impazzire. Una punta di propoli. Dolcetti all’acqua di rose, o marmellata di rose: c’è infatti un che di floreale e zuccherino al contempo. Gelée al lampone, lamponi freschi? Tra le note più ‘normali’, ecco anche una fetta di mela gialla appena tagliata e delle note di cereali, di brioche integrale al miele. Incantevole, seducente come pochi.

P: sbabàm! Eccezionale. La parte più compiutamente ‘dolce’ tende a normalizzarsi, se di normalizzazione si può per cotanto whisky: miele, poi proprio il chicco d’orzo, quella dolcezza del cereale, zucchero di canna, un innocente sentore di amido zuccherino. Uva spina? Ancora brioche integrale al miele. Tutto è però bilanciato da una lieve nota amara, che tende verso la propoli. Ma una cosa, anzi, un mondo non vi abbiamo ancora detto: ed è quello della torba, dell’austerità, della mineralità. Qui compiutamente ceroso, con un fumo acre, come di sigaro distante, una scorza di limone sporca di cenere.

F: perfetto, lungo, sporco e pulito al contempo, con cenere, una torba setosa ed elegantissima, ancora amido a nastro. Ancora cereale torbato.

per dimostrarvi che è vero (cit.)

Dobbiamo essere davvero grati a Cheaper By The Dram per averci dato la possibilità di assaggiare un whisky del genere. Incantevole, un perfetto vecchierello, venato di note minerali e austere che complicano il profilo di una dolcezza “d’altri tempi”, restituendo l’immagine di un whisky incredibilmente complesso, screziato, pieno di sfumature e al contempo vellutato e piacevole. 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: New Order – Bizarre Love Triangle.

Laphroaig 18 yo (1987/2006, Douglas Laing, 50%)

Oggi ci sentiamo fortunati e peschiamo a caso nell’armadietto dei samples con la sicumera del bimbo che deve estrarre i bussolotti caldi di una lotteria truccata. E infatti, toh, spunta uno fra i tanti Laphroaig che affollano la nostra fortunata scansia: il primo selezionato è… rullo di tamburi… quello che avete già visto nella foto qui in alto! Vale a dire un refill sherry butt di Laphroaig, il #3109 per la precisione: 18 anni di invecchiamento, selezionato e imbottigliato da Douglas Laing nel 2006. Un vintage 1987 direttamente dalla bella serie Old Malt Cask, che tante soddisfazioni ha regalato a grandi e piccini.

56794-bigN: ci duole doverlo dire tutte le volte, ma quanto sono buoni i Laphroaig quando non sono violentati dagli stessi proprietari?! Elegantissimo, aromatico, la prima cosa che spicca è la frutta: mela rossa, proprio la buccia appena tagliata e fragrante; frutta tropicale, con kiwi dolce e mango (quasi mango disidratato). La torba è ancora bella viva, leggermente medicinale, ma senza essere troppo fumoso, e senza esibire una marinità troppo evidente. Piuttosto un che di american BBQ, ma senza eccessi “off”. La frutta tropicale è al limite del floreale, a tratti, se ha un senso. In generale spunta anche una sfumatura più erbacea, tra il timo e il rabarbaro, che si ferma a un centimetro dal balsamico.

P: di una bevibilità che sbalordisce, onestamente. Pieno, attacca sulla liquirizia, su note di legno ed erbe bruciate (canfora?) davvero intense. Poi man mano prende il comando il lato fruttato: mela, frutta bianca, che con un poco di acqua diventa perfino tropicale (succo mix tropical, ananas dolce). Biscotti al miele. Poi non dimentichiamo il fumo e la torba, che soprattutto senz’acqua pare piuttosto medicinale (la canfora…). L’acqua cambia molto, addolcisce il tutto e va ad attutire la componente più amara.

F: molto lungo, con sentori acri e medicinali, e con la nota marina (iodata più che compiutamente salata) decisamente evidente. Falò spento. Qualcuno azzarda: marmellata affumicata?

Quando il barile con lo sherry incontra lo spirito con la torba… No, non muore nessuno, però o è colpo di fulmine, come per la donna sexy e intelligente, oppure è l’accozzaglia invereconda. Qui siamo senza dubbio dalle parti della prima categoria, anche se per gridare al capolavoro manca qualcosina. L’olfatto è estremamente persuasivo, con un apporto di frutta raro. Il palato dà il meglio con una goccina d’acqua, ma va forse a perdere un po’ di quella Laphroaigness che nel naso ci aveva inebriato. Riassumendo, però, non possiamo non dare un convinto e soddisfatto 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Cake – Long skirt, long jacket

Big Peat ‘Christmas Edition’ (2019, Douglas Laing, 53,7%)

Douglas Laing, “Villico con barile, d’inverno”, torba su tela, 2019

Come ogni Natale che si rispetti, almeno dal 2011 in poi, Douglas Laing mette sul mercato un’edizione speciale di Big Peat, il blended malt torbato di casa che dice di contenere malto di Ardbeg, Caol Ila, Bowmore e… perfino un poco di Port Ellen – ma quanto poco, non sappiamo e non chiediamo. Noi colpevolmente non abbiamo mai recensito nulla di questa serie, né il Big Peat ‘normale’ né le edizioni speciali che di tanto in tanto compaiono sugli scaffali delle enoteche – rimediamo parzialmente assaggiando proprio la Christmas Edition 2019, che è imbottigliata a gradazione piena.

N: un Islayer fatto e finito, non privo di qualche nota peculiare. Abbiamo note di limone, ma non del frutto: quasi di foglie di limone, al massimo l’albedo. Ci sono note di lievito, di pasta di pane; c’è anche della pera acerba, molto giovane. Dobbiamo annotare una sensazione curiosa, sulle prime dominante, di würstel alla senape. La torba è presente ma non troppo aggressiva, un po’ ‘verde’, marina e bruciata: falò sulla spiaggia.

P: molto coerente, replica il naso ma con una dolcezza molto più proncunciata. Sparisce quella nota curiosa di würstel e senape, in qualche modo si normalizza: dolce, mela verde, lime… Molto amichevole, un perfetto whisky di Islay ruffiano. Fruit Joy al limone, nota molto evidente. Aloe. Il tutto su un tappetino di fumo, con una torba gentile che esce pian piano, senza prendere la scena.

F: ancora gelée al limone, vaniglia e una punta di fumo (falò spento) e ancora un tocco di aloe.

Non complesso, con qualche guizzo, ma molto piacevole e gustoso. Il naso lascia presagire un profilo forse più complesso di quel che è, ma non si può negare che è veramente amichevole e simpatico, molto beverino: uno di quei whisky che puoi bere all’infinito, senza pensarci, e finire, senza rendertene conto. Ottimo per agevolare la peristalsi dopo il cenone, rivelerà proprietà eupeptiche inattese. 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Barry McGuire – Eve of destruction.

Bowmore 19 yo ‘French Oak Barrique’ (2018, OB, 48,9%)

Spesso le distillerie preparano degli imbottigliamenti esclusivi per alcuni rivenditori, in carne e ossa oppure online, che così possono proporre delle ciliegie pregiate dall’albero della loro offerta. Anche questo è il caso, ma le proporzioni sono un po’ diverse dal solito… Bowmore, la più antica distilleria ancora attiva di Islay (almeno stando alle licenze, ma questa è un’altra storia), ha selezionato un imbottigliamento di 19 anni in esclusiva per Amazon. Tacendo qui ogni riserva su Jeff Bezos e la sua passione per il non pagare le tasse, e tacendo anche l’impatto che la sua creatura ha ed avrà sulle botteghe su strada, oggi assaggiamo un sample di una delle 4500 bottiglie messe in commercio. Si tratta di una piena maturazione in botti ex-Chateau Lagrange.

IMG_8193_15N: il primo impatto è di cartone bagnato, di legno: la cosa ci insospettisce, lasciamo lì il bicchiere un attimo. Come fosse una Freccia Rossa, arriva in ritardo: dopo un po’, tende ad aprirsi, e dietro la porta spunta una frutta cotta macerata, massiccia. Mele cotte e prugne, uvetta macerata. In crescita costante una nota balsamica, molto netta, di aghi di pino. L’anima di Bowmore si rivela con qualche sentore tropicale, di frutta esotica iper matura, quasi marcia.

P: che buono!, è sempre abbastanza carico dal barile ma ci pare davvero interessante. Troviamo note floreali polverose, parte con bombette della solita deliziosa frutta tropicale macerata ultra carica di Bowmore, sterza poi verso un misto di sale e pepe (e cenere). Tende a rimanere del pepe fumoso – come se ci fosse del fumo di legno in fiamme coperto di pepe. Crema di marroni, in generale frutta secca. Qualcosa come lo zucchero bruciato, un po’ di liquirizia in legnetti – cosa che rivela qui quel senso di vinosità estremo.

F: lungo, perdura a lungo quel misto di sale, pepe e cenere. Marron glacée. Dopo un po’, marmellata di frutta rossa.

Un esperimento decisamente ben riuscito: molto carico, tantissimo apporto del barile, e d’altro canto sarebbe stato strano se fosse andata diversamente. Il risultato però è molto particolare, per nulla scontato, e il profilo, pur se iperzuccherino, è effettivamente inedito. Per nostra fortuna, Bowmore riesce a emergere con le sue punte tropicali e la sua anima sobriamente fumosina: l’equilibrio raggiunto non si può non premiare con un 87/100. Grazie a Egidio per il sample!

Sottofondo musicale consigliato: 2Pac – Ambition az a ridah.

 

Benrinnes 10 yo (2008/2018, Claxton’s, 51,7%)

Claxton’s è un imbottigliatore indipendente che negli anni abbiamo imparato a conoscere grazie alle sue selezioni coraggiosamente importate in Italia dagli amici di Whiskyitaly – ne abbiamo a casa diversi sample, e ci dobbiamo scusare (con Diego ma non solo, con tutti quelli che ci omaggiano cose che non facciamo in tempo a bere per tempo) per il ritardo con cui pubblichiamo le nostre note… Ma d’altro canto, abbiate pazienza: prima o poi beviamo tutto. Garantito! Oggi assaggiamo un Benrinnes maturato in una botte ex-Bourbon, anche se un terzo di quella botte è stata spostata in una ex-sherry per un finish, e poi ritravasato nella botte bourbon. Una storia avventurosa e all’apparenza insensata, quest’oggi in onda sui nostri schermi.

N: chiudendo gli occhi pare di stare in Scozia, precisamente in una distilleria. Ci sono note di still room, di distillato giovane rampante, con tanto tanto cereale bagnato, caldo. Oliva verde. Giovane, a tratti comunica acidità, ma rimane comunque pulito, diretto, in definitiva gradevole. Arrivano anche note di mele rosse e scorza d’arancia.

P: ricomincia da dove l’avevamo lasciato. Esplodono le note agrumate affianco a vagonate di cereale nudo, sapido; è semplice ma saporito e con grande equilibrio. Al palato si esplicita una dolcezza che dal naso non avremmo dato per scontata, con mela zuccherina e zucchero a velo a far da collante.

F: di media durata e ancora molto centrato, tra sentori di miele, di biscotti ai cereali e di arancia. Siamo matti ma sentiamo perfino una lieve torbatura, un senso di cereale essiccato ricco di mineralità.

Un whisky che sa di whisky, guidato dal distillato nonostante i bizzarri cambi di botte: a noi questo stile piace, e ci sentiamo serenamente di dire che si tratta di un Benrinnes da bere ad ampie sorsate, senza menate, pensando solo per un istante a quanto siano bravi gli scozzesi a fare questa cosa qui che si chiama whisky. 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Fvneral Fvkk – Alone With The Cross.

Bruichladdich 22 yo Black Art 03.1 (1989/2012, OB, 48,7%)

Non è la prima volta che riveliamo al mondo il nostro oscuro segreto: abbiamo un passato da metallari, gente pelosa, vestita di pelle, maleodorante, con una perniciosa passione per le birre calde e l’estetica para-satanista. Musicalmente continuiamo a praticare ed apprezzare, anche se la passione resta paludata e poco esibita: detto ciò, non abbiamo perso un certo gusto per quell’estetica lì… E quindi facilmente potrete capire che la serie Black Art di Bruichladdich ci sconfinferi quanto un assolo di Chuck Schuldiner, quanto un vocalizzo di Attila Csihar o un aereo guidato da Bruce Dickinson. Nero come il male, speriamo che il profumo non sia sulfureo come si conviene a un whisky demoniaco… Oggi assaggiamo la versione 03.1: si tratta di un 22 anni distillato nel 1989 e maturato in barili ex-bourbon ed ex-vino (quale, non si sa).

N: molto intenso e aromatico, l’apporto dei barili ex-vino regala suggestioni inusuali ma molto piacevoli. Pasta di mandorla, frutta di Martorana; pasticceria turca, baklava, con miele e quelle gelée di melograno incredibili. In generale c’è tanta frutta secca molto mielosa e carica. Dopo un po’, esce un po’ il legno, con del vino rosso fruttato e della vaniglia in crescita.

P: molto coerente, parte con note di Big Fruit alla mora, in generale diremmo di caramelle alla frutta, con un succo concentrato iper zuccherino e un po’ ‘artificiale’. Ancora dolci turchi al melograno. Pesche cotte col vino. Caramello. Anche qui, dopo un pochino sale il legno, con qualche punta speziata (forse chiodi di garofano?).

F: ancora spezie e succo di melograno. Molto zuccherino e vinoso. Tende all’astringente.

Probabilmente sarà divisivo, come l’eterna lotta tra i fan degli Iron Maiden e dei Metallica, come la polemica inesausta tra Burzum e il fu Euronymous, come la svolta progressive degli Opeth. E in effetti un po’ ha diviso anche noi: è senz’altro qualcosa di ‘diverso’, non è un malto spirit driven, Bruichladdich quasi scompare – e però il risultato non è affatto male. Da provare. Certo, non costasse 240€ uno lo proverebbe più agilmente… 85/100. Grazie a Samuel e a Dario per i sample: sì, siamo fortunati, ne abbiamo ricevuti due da due cari amici.

Sottofondo musicale consigliato: Slayer – Black Magic.

Timorous Beastie 25 yo (2019, OB, 46%)

Continuiamo ad esplorare la gamma dei blended malts regionali di Douglas Laing, stavolta mettendo il naso su un’edizione limitata del Timorous Beastie: 25 anni di invecchiamento, per lo più in barili ex-Bourbon, per un malto in 1600 esemplari, non colorato e non filtrato a freddo. La pavida bestiola arriva direttamente dalle Highlands, e va a completare una serie già abbastanza nutrita – e piacevole, stando alle nostre passate recensioni (questa e quest’altra).

N: molto aperto ed elegante, delicatamente fruttato anche – una bestiola timida, in effetti. Squadernato e fresco, si apre su note floreali e minerali molto piacevoli, polline, fiori rugiadosi, erica e violette, geosmina. Miele millefiori. C’è poi una parte fruttata e ‘dolce’, tra la banana, il pasticcino alla frutta… Banana bread con una spolverata di cocco, dice il buon Samuel che stasera beve con noi. Plumcake!

P: l’impatto è un po’ alcolico, a dire la verità, ma poi esplode una botta bourbonosa da ananas, cocco, crema pasticciera… Molto ruffiano, molto dolcione, sicuramente il barile parla a voce alta – ma non dà fastidio alle orecchie, intendiamoci. Mela verde. Cioccolato bianco con una fetta di ananas appoggiato sopra – don’t try this at home, direbbe qualcuno, ma nel bicchiere ci sta. Frutta secca oleosa (noce e mandorla). Non complessissimo ma piacevole.

F: ananas, molto intenso, e poi si chiude semi-secco con erba fresca. Dopo un poco

Naso e finale tutto sommato poco espressivi, ad esprimere la timidezza del topo in etichetta; per contro il palato è davvero molto piacevole e ruffianone, diciamo bestiale – certo costicchia (175€), ma non si può dire che non sia una bella bevuta. Consigliamo l’assaggio. 86/100. Grazie a Douglas Laing per il sample!

Sottofondo musicale consigliato: Francesco De Gregori – La Storia.

Lagavulin 10 yo (2019, OB, 43%)

Quest’estate Lagavulin ha lanciato un nuovo imbottigliamento esclusivo per il travel retail (cioè, te lo compri solo in aereoporto): si tratta di un 10 anni, testimone dell’amore di Lagavulin per gli invecchiamenti pari. C’è un 8, c’è il 12, c’è il 16… A questo punto nella sequenza manca un 14 anni, ce lo aspettiamo entro un paio d’anni – figurati Diageo, è stato un piacere darti questo suggerimento. Ci avviciniamo a questo Lagavulin con biforcute e contrastanti aspettative: da una parte, come fai ad essere deluso da un Laga?, dall’altra, come fai ad aspettarti qualcosa di buono dal travel retail? Sia come sia, questo è frutto del matrimonio tra barili ex-bourbon a primo e secondo riempimento e botti “newly charred and rejuvenated” – cioè legni attivi. Vediamo.

N: uh, com’è timido. Ci aggredisce immediatamente una sorprendente nota di marmellata di limone, molto profumata. Ci sono poi barrette di cereali (quelle che ti rimanevano appiccicate ai denti a scuola), forse con un po’ di cioccolato. Note di clorofilla, anzi: di cicche alla clorofilla, cioè una clorofilla zuccherata e un po’ mentolata, per essere meno evocativi. Dopo un po’, la torba che all’inizio appariva in disparte si fa strada tra i sentori, e arriva, Lagavulinosa, grassa e piacevolmente fumosa, con qualche sentore bello marino e iodato.

P: non ce n’è, Lagavulin non lo abbatti manco se ti sforzi. Qui l’ingresso è un po’ acquoso, la diluizione è massiccia e azzopperebbe ogni whisky… ma non Lagavulin. Dopo il primo sconcerto, esplode sia la parte dolce (forse un po’ eccessiva) tutta su miele e ancora barrette ai cereali; sia quella mentolata e balsamica, con Vicks Vaporub; sia quella torbata, fumosa, acre e cerealosa. Una sola punta di sapidità, senza mai essere troppo marino.

F: perdura il cereale affumicato, molto a lungo. Mele cotte, frutta secca.

Parliamo chiaramente: non è il migliore dei Lagavulin possibili, patisce un po’ di ruffianeria e di eccessiva facilità, soprattutto al palato, ma è un ottimo entry level – certo, costa più o meno quanto il 16 anni (poco più di 50€), ma pur sempre la metà del 12, no? Davvero, la considerazione è sempre la stessa, fatta mille altre volte: ci sono distillati che resistono a ogni avversità, e quello di Lagavulin, si sa, è parte del gruppo. 86/100. Insomma, la prossima volta che tornate da un viaggio e vi siete dimenticati di prendere un souvenir per quel vostro amico che colleziona magneti da frigo, ecco, prendetevi un Laga 10 e beveteci su. Grazie davvero a Egidio per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Pearl Jam – Angel.

Old Pulteney 12 yo ‘The Maritime Malt’ (2019, OB, 40%)

Vai a visitare l’amena Old Pulteney e la prima cosa cui pensi è “che festa!”

Old Pulteney, la seconda distilleria più a Nord delle Highlands scozzesi (ehm) dopo Wolfburn, ha da qualche tempo rifatto completamente il packaging del suo core range – come si fa di consueto in questi casi, ha tolto qualcosa, introdotto qualcos’altro, e insomma, niente di nuovo sotto la pioggia scozzese. Oggi assaggiamo Old Pulteney 12 anni, versione base della rinnovata gamma del ‘Maritime Malt’ – ah, rifatto il packaging, certo, ma la bottiglia ha sempre quella forma lì, con il collo che ricorda certi oggetti atti a dare piacere, diciamo. Vabbè.

N: abbiamo a che fare con un malto educato e abbastanza timido, sulle prime. Esibisce note ordinarie di vaniglia, limonata, orzo, pera e banana. Purea di banana? Crema alle pere? C’è poi una freschezza mentolata, portata ai nostri nasi da una piacevole brezza marina. Nail polish e mandorle, con qualche sfumatura erbacea (c’è chi pensa addirittura al prezzemolo).

P: l’ingresso è un po’ deboluccio e piatto, a voler essere franchi, e qui sembra un po’ troppo nudo – c’è tantissimo cereale, si sente tanto il distillato, ma senza una grande armonia. Molta pera, orzo, frutta candita – la parte cerealosa spinge un po’ sul pedale dell’erbaceo. C’è dell’agrume, in realtà non si tratta tanto di limone quanto piuttosto di pompelmo.

F: abbastanza corto, ancora piuttosto limonoso e con un cereale elegante. Una qualche sapidità vien fuori, qui. Mandorla.

Esile e semplice, con una sua pur timida personalità. Piacevole ma nulla di travolgente, e onestamente speravamo in note marine molto più spiccate – ma d’altro canto se l’hanno chiamato Maritime Malt hanno sicuramente le loro ragioni che noi non cogliamo, peggio per noi. 81/100. Poi questa cosa di voler imbottigliare a 40%…

Sottofondo musicale consigliato: Robert Wyatt – Sea song.