Clynelish 20 yo (1996/2017, Signatory, 46%)

I Clynelish Signatory sono gli Andrea Rossi del whisky. Ce ne sono talmente tanti e talmente simili come annate che ti sembra di essere nel quadro di Magritte dove piovono omini tutti uguali. Ma al di là della massificazione, ognuno è un individuo con un suo sé, esattamente come questi imbottigliamenti. Ok, fine dei riferimenti dotti, rientriamo nei ranghi e nelle warehouses. Voi che ci seguite con così tanta amicizia (e anche con un po’ di sano disgusto, e non vi biasimiamo per questo) sapete come Clynelish sia una delle nostre distillerie preferite. Peccato solo non esista un nome per il feticismo della cera salmastra, la nostra parafilia di riferimento. Questo whisky imbottigliato per la serie Vintage è rimasto per 20 anni nel refill butt 8787: vediamo come sono le cose dopo il Ventennio…

176680-bigN: colpisce da subito una prima nota delicatamente sulfurea, non eccessiva ma di certo presente: zolfanello, proprio. Piuttosto umido, si respira l’afrore delle foglie bagnate. Olio di noce, anche? Anzi, forse è proprio nocino, perché la sensazione è anche liquorosa. C’è poi un lato fruttato che tende al troppo maturo, siano albicocche o mele renette. Per il resto, si fa piuttosto silenzioso… Assaggiamo.

P: mmm, purtroppo è abbastanza coerente e non è un bene. Parte un po’ scarico, poi quel che viene fuori è ancora la noce, ma marcia. Spuntano buccia di mela molto matura, arancia andata e carruba… Resta ancora molto sulfureo, qui va verso il rancido, forse l’uovo. Yogurt alla liquirizia. Non indimenticabile, per usare un eufemismo.

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Riconoscete il Clynelish Signatory cattivo fra tutti quelli buoni?

F: piuttosto lungo, ancora sulfureo, ancora yogurt alla liquirizia. Mela. Mah.

Errare è umano, perfino con un Clynelish: 77/100. Peccato, il barile puzzone ha rovinato il miglior distillato di Scozia con una serie di note off eccessivamente sulfuree che soffocano il dna minerale dello spirito. Non ce la prendiamo, succede, anche se per fortuna non troppo spesso.

Sottofondo musicale consigliato: Nine Inch Nails – Somewhat damaged.

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Cragganmore 15 yo (1993/2008, Murray McDavid, 46%)

“Jim McEwan e le sue botti tutte matte” potrebbe essere un nuovo, esilarante film per famiglie. Trama: un pittoresco genio del whisky si diverte a cercare barili che contenevano liquidi al limite del surreale dove invecchiare single malt. Vini fortificati rarissimi, rossi elitari, nafta agricola, i fusti di Wile Coyote con scritto ACME… Va beh, forse questi ultimi no. Comunque, nonostante le leggi della chimica e del gusto dicano che le probabilità di schifezza fotonica siano altissime, incredibilmente le sue creazioni ardite per l’imbottigliatore Murray McDavid erano generalmente piuttosto buone. Speriamo lo sia anche questo Cragganmore di 15 anni, invecchiato in botti di bourbon e affinato in barili di syrah Côte-Rôtie Guigal.

csm_0_406695_cragg93md_fd5be5ea07N: il film è subito avvincente, il profilo è particolare… Inizia piuttosto vinoso, poi pian piano tende ad aprirsi su note fruttate più ‘urbane’ – senza che voglia dire alcunché, chiariamoci. Frutta rossa matura, con una venatura fresca, balsamica, che ci fa gridare alla Ricola al mirtillo o al ribes nero. Composta alla ciliegia, prugne rosse, cotognata, datteri. Brioche alla ciliegia e un po’ di pepe nero.

P: il vino si palesa in una paradossale dolcezza molto acida. Gelée ai frutti rossi ricoperte di cioccolato – e ci teniamo a dire che è Zucchetti a proporre quest’immagine, che riassume bene il cioccolato fondente, quasi astringente, e una mora o amarena in caramella. Pepe nero.

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Le gelee di frutta ricoperte di cui vaneggia Zucchetti sono realtà

F: frutti rossi enormi, infiniti, fragole amarene more lamponi mirtilli. Resta un che di bustina di tè dimenticata lì. Crema di marroni.

Molto carico, forse stucchevole alla lunga: è una strada di montagna, sale e scende e ti tiene sempre sul pezzo. Divisivo: a uno piace, all’altro no, per fortuna c’è Zucchetti che fa pendere la bilancia verso il sì, e la media dei tre voti è 84/100. Assaggiatelo, se lo trovate (ma non lo troverete, peccato). Grazie a Daniele per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Limp Bizkit feat Snoop Dogg – Red light, green light.

Ardbeg An Oa (2019, OB, 46%)

Finalmente lo assaggiamo: entrato nel core range da un paio d’anni, An Oa (che si pronuncia An-ò, come se un francese pronunciasse in italiano una parte vitale ma considerata poco nobile e generalmente poco esposta alla salvifica luce solare) è un NAS di Ardbeg che si assume la responsabilità di fare da ingresso nella gamma della storica distilleria di Islay. È una miscela di PX e bourbon casks, il tutto finito in un marrying vat di quercia francese – queste le info conosciute, tanto vi dovevamo, adesso si beve.

N: beh, molto piacevole. Se dovessimo racchiudere il naso in un’immagine, è una versione ammorbidita dell’Ardbeg Ten, un po’ meno limonoso e un po’ meno marino – ma è molto piacevole. Morbido, fumo caldo, legno, falò; c’è anche un che di tela cerata, di Barbour. Si sente moderatamente la quota in sherry, con un po’ di mela rossa, poi c’è pure il bourbon con vaniglia, zucchero a velo, marshmallows bruciacchiati… Se si aggiunge un poco di limone, l’effetto è quello della Torta Paradiso.

P: un po’ blando complessivamente, ma ancora piacevole e morbidone. Aranciata zuccherata, forse un po’ di scorza; tantissima liquirizia, un po’ di banana… Cremoso, c’è sicuramente del toffee, ancora della mela, fumo ceneroso. Pare più ‘bruciato’ che ‘torbato’, per quel che vale un’affermazione del genere.

F: piuttosto lungo, anche se non troppo intenso.

Buono, piacevole, molto morbido – un whisky fatto per essere bevuto senza pensieri, senza troppe menate… Certo, l’Ardbeg che ci piace è molto più affilato, ma non stiamo a lamentarci troppo: d’altro canto il Ten degli ultimi anni è risalito sensibilmente come qualità, presto ne recensiremo un esemplare. Intanto, a questo An Oa appiccichiamo un 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Brunori Sas – Al di là dell’amore.

Yoichi NAS (2018, OB, 45%)

Yoichi è una delle distillerie più antiche (1934) del Giappone e sicuramente tra quelle che più hanno contribuito ad alimentare l’interesse attorno ai whisky del Sol Levante. A un bel momento succede però che la casa madre Nikka rimanga coi magazzini mezzi vuoti e decida di rimediare demolendo il core range della distilleria e rilanciando con un più pratico whisky senza età dichiarata. Noi non ci scandalizziamo di certo, anche perché abbiamo appena bevuto un altro NAS in edizione limitata di Yoichi, e non era niente male. Assaggiamo dunque, e scordammoce o’ passato, come si dice.

nikka-yoichi-nasN: non nascondiamoci, la gioventù del distillato si sente, netta, con note di cereale, quel senso di ‘acidità’ da lieviti, un po’ di canditi… Ma non appare un difetto in questo contesto, perché tutto è molto piacevole: il cereale domina la scena, con briosche, biscotti al malto, un poco di miele e un mero cenno di cera. Poi si sente “quella cosa lì” che ci fa impazzire di whisky scozzesi come Springbank e Highland Park: quella torba lieve, molto marina, che non sembra fumo ma sembra terra bagnata, al massimo un qualcosa come il cerino spento. Molto piacevole.

P: piuttosto coerente, però qui la componente torbata e marina si prende ancora più spazio: la dolcezza resta quasi in disparte, ancora di gioventù e di cereali (crosta di pane, canditi, una spruzzata di miele). Il resto è mare, salamoia, oliva nera, con una venatura torbata, qui più fumosina che non al naso, davvero gradevole. Semplice ma complesso, se ci intendiamo – e se non ci intendiamo, beh, assaggiatevelo da soli!

F: di media durata, persistente, con un biscotto digestive pucciato in acqua di mare, con un’oliva affumicata sopra. Detta così suona proprio male, ma abbiate fiducia.

85/100 è il nostro voto per un whisky da bere generosamente, sincero e giovane, ma non privo di spunti da campione vero. Yoichi rimane un attore di primo piano e l’impressione è che lo rimarrà ovunque le sorti del mercato giapponese lo porteranno. Si trova attorno ai 70 euro, non poco ma oggigiorno siamo su cifre ancora ragionevoli.

Sottofondo musicale consigliato: Ariana Grande, Miley Cyrus, Lana Del Rey – Don’t call me angel

Knockando 1979 (1994, OB, 43%)

Pare brutto dirlo così, ma ce ne eravamo dimenticati, tipo quando vai in vacanza

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Quel maschio alfa di Charlie

e riparti dall’Autogrill lasciando la moglie alla toilette ebbro della tua Rustichella. Ecco, noi ci eravamo dimenticati del “Poggio scuro”. Questo significa Knockando in gaelico e indica una collinetta su cui quel virile sex symbol di Bonnie Prince Charlie fece tappa nel 1745 prima della battaglia di Culloden che segnò la fine della rivoluzione giacobita. Ad ogni modo, sul poggio dal 1898 si erge fiera l’omonima distilleria, che dopo un vortice di passaggi di proprietà oggi è nel portafoglio Diageo. La produzione è contenuta (1,4 milioni di litri l’anno) e per il 90% finisce nel blended J&B Rare. Curiosità: è una delle rare distillerie dello Speyside (e di Scozia) a imbottigliare per annata. Noi, nel tentativo di recuperare gli anni persi senza assaggiarne, oggi ci dedichiamo a un vintage 1979, che dopo 15 anni di invecchiamento la Justerini & Brooks allora proprietaria del marchio ha imbottigliato nel 1994 a 43 gradi. Bonnie Prince Charlie, facci compagnia!

N: che solidità. Un naso monolitico, abbastanza aromatico, con note fruttate evidenti (è tutta frutta gialla, soprattutto mela) e una torta di mele appena sfornata dalla nonna. Segue una ricca teoria di frutta secca, che ci ricorda i biscotti di noci e le castagne: ci folgora l’immagine dei cookies, con mandorle e gocce di cioccolato al latte. Una certa maltosità whiskosa netta e franca chiude il cerchio.

P: molto accogliente e coerente rispetto all’olfatto, con note di cioccolato bianco, di toffee, di biscotti alla frutta secca. È molto più cremoso di quanto il naso lasciasse presagire, ma mantiene la struttura inscalfibile del classico d’altri tempi. Liquirizia dolce a dare un piccolo twist. Poi torna la nostra amica mela, a forma di mela – inaspettatamente, eh?

F: non lunghissimo, molto maltoso, ancora biscotti alle noci e cioccolato al latte.

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Talvolta nevica in Scozia, sapete?

Un whisky che sa di whisky, ben fatto: e per fortuna! Tutta una generazione si è “formata” su bottiglie così, dove il cereale era l’unica divinità accettata. Qui si prende tutta la scena come in un one man show, lasciando le briciole alle comparse. 85/100, tutto al posto giusto ma senza quei guizzi che regalerebbero una complessità extra.

sottofondo musicale consigliato: Deftones – Change (in the house of flies)

‘The Hive’ 12 yo (2018, Wemyss, 40%)

In passato abbiamo assaggiato molti ottimi whisky di Wemyss, azienda indipendente cui bisogna riconoscere di essere stata tra le prime a scommettere sulla “coolizzazione” della categoria. Gentrificazione del blended? In un certo senso, sì. Oggi torniamo da loro e assaggiamo questo blended malt che ci aspettiamo molto mieloso: si chiama “The Hive” e ha il difetto grave di essere imbottigliato a 40%.

N: ha una nota appiccicosa che richiama la marmellata e ci sovviene subito un’immagine definitiva: toast con marmellata di albicocche o pesche e burro. Potremmo chiuderla qui, ma siccome non ci piace fare quelli che si negano, diciamo anche mandarino e un pizzico di cartone. Cartone? Già.

P: onestamente, è abbastanza secco e monodimensionale. Vive di triti cliché, tipo toffee e cereale, poi sul ponte sventola una bandiera gialla (come la frutta che sentiamo: ancora pesca e albicocca) e un touch di amarognolo che accompagna al finale. Perché abbiamo scritto “un touch di amarognolo”? Ce lo chiediamo anche noi, ma se avete da ridire pensate bene: nella seconda riga della recensione avevamo scritto “coolizzazione”, il fondo l’avevamo già toccato.

F: medio breve, dolceamaro, tra cartone e un leggero legnoso allappante. Nocciolo di pesca.

Un blended malt che al naso può anche essere interessante, con la sua maltosità e la sua frutta; al palato però si riduce a due note due, oltretutto banali e non troppo integrate. Da Wemyss ci aspettiamo di più, e lo diciamo come se fossimo Boban e Maldini di fronte a Giampaolo: 78/100.

Sottofondo musicale consigliato: Marianne Faithfull – Guilt.

Blair Athol 30 yo ‘Fighting Fish’ (1988/2018, Jack Wiebers, 47,8%)

Al Milano Whisky festival dell’anno scorso girava un losco figuro con pochi capelli e bottiglie sotto al cappotto, bottiglie che proponeva agli amici con fare carbonaro e vagamente criminale – insomma, come potete uno che ci piace. Questo figuro ci ha omaggiato di un sample di un Blair Athol di 30 anni di Jack Wiebers: potevamo forse rifiutare? Potevamo forse esimerci dall’assaggiarlo? Giammai. E dunque eccoci qui.

N: uh, che pienezza, che profondità, che bontà. Impattiamo subito su un monumento di favo di miele, poi arriva un bastimento carico carico di… frutta tropicale ipermatura, papaya e maracuja quasi passate. Chinotto, un sentore di scorza di agrume; c’è un mentolato zuccherino, molto denso e particolare. Aghi di pino. Marmellata di pesca, o forse di albicocca. Eccellente.

P: esplosivo, molto buono, anche se vista la gradazione l’alcol punge fin troppo, appare un slegato. È un succo di frutta tropicale zuccherino e dolce, con infuse delle erbe, eucalipto e genziana – a dispetto della bontà di questo whisky, speriamo che nessuno lo faccia davvero. Ancora chinotto. Caramelle al rabarbaro.

F: lungo e persistente, ancora tropical, dolceamaro, molto erbaceo e balsamico.

91/100, senza indugi. Peccato solo per quel palato così alcolico in impatto, saremmo stati ancora più alti con il voto probabilmente – ma intendiamoci, siamo di fronte a un campionissimo e la colpa è nostra che non abbiamo avuto cuore di diluire con acqua. Grazie Riccardo, aspettiamo che tu ci stupisca anche quest’anno.

Sottofondo musicale consigliato: Clarence Carter – Snatching it back.

The Rock Island Parade

Douglas Laing ha lanciato ormai da qualche anno una serie di blended malts (i vecchi “vatted”: miscela di whisky di orzo maltato di diverse distillerie) dedicati agli stili delle diverse regioni di produzione dello scotch: abbiamo detto tante volte che parlare delle zone lascia il tempo che trova, ma tant’è, gli stereotipi aiutano a incasellare, e questo, almeno in certe fasi, non è cosa brutta. Oggi, grazie alla gentilezza dell’imbottigliatore, assaggiamo a confronto tre Rock Island: tre blended malt delle isole di Scozia, con whisky da Islay, Orkney, Arran e Jura miscelati insieme. Uno è il NAS standard, poi il 10 anni e infine un 21 anni. Poche info, se non che è tutto non colorato e non filtrato a freddo – buono a sapersi, no?

Rock Island (2019, Douglas Laing, 46,8%)

N: isolano e fresco, si mostra onesto e giovane: si sente il new make, quasi, con lieviti e note erbacee. Un mix tra il metallico, il formaggioso e una torba leggera, minerale, poco affumicato. Limone candito, forse un filo di polvere da sparo, a testimoniare una lievissima punta sulfurea. Un po’ di vaniglia.

P: che piacevolezza! Molto dolce, ma di una dolcezza zuccherina pura, da distillato, non da barile (anche se una quota di vaniglietta c’è), Zucchetti ci fulmina con la sua sapienza dicendo “melone bianco”; acqua di mare; piuttosto torbato, più fumoso. Ancora decisamente erbaceo.

F: lungo, persistente, erbaceo (anzi: proprio insalata Iceberg). Fumosino, torbatuccio.

85/100. Piacevole, molto godibile, si lascia bere con facilità e al contempo ha evidente un’anima isolana, austera anche se dolce. Chi ben comincia è a metà dell’opera, se non ricordiamo male…

Rock Island 10 yo (2019, Douglas Laing, 46%)

N: è simile al NAS, in un certo senso, ma un po’ più greve. Ancora torbatino. La nota di formaggio torna, un po’ più strana: diventa carta del formaggio, con un senso di umido che sembra un po’ sbagliato, a dirla tutta. Dopo un po’, tutto ciò passa, e resta un profilo comunque ‘strano’, con carrube, note metalliche, intense, di rame. Pera. A naso, e volendo essere inutilmente cattivi, c’è un sacco di Jura…

P: più pulito del naso, ma decisamente meno affascinante del NAS. Ha una dolcezza monolitica, zuccherina e molto semplice, con un po’ di mousse di pera a variare lo zucchero liquido. Una punta metallica, ancora, poca torba. Mah.

F: non lunghissimo, pera cremosa. Vegetale, ancora.

78/100. Meh. Dopo l’ottimo avvio, questa pare una mezza battuta d’arresto: più semplice del primo, certo molto particolare ma – a nostro giudizio – un po’ ‘sbagliato’, con note metalliche non ben integrate. Più semplice del NAS.

Rock Island 21 yo (2019, Douglas Laing, 46,8%)

N: molto erbaceo, con salvia, menta secca, infusi… La torba è più bruciata qui, ricorda erbe bruciate, ma anche un falò. Ci sono note di liquirizia, miele di eucalipto. Ancora formaggio, qui più pieno, più stagionato: avete presente quelle tomette affinate nel fieno? Ecco.

P: ancora molto molto erbaceo, camomilla lasciata lì, genziana, ancora salvia… Erbe aromatiche a go go. Poi come dimenticare il fumo, il bruciato: fieno bruciato. Ancora note di toma, dolce e sapida al contempo. bella stagionata: nota che torna anche al finale con intensità. Bergamotto e pepe nero. Una parte acida da frutta tropicale, appena suggerita.

F: molto sapido, molto intenso. Lungo, avvolgente, con erbe bruciate e formaggio dolce.

87/100. Oh, bene. Molto buono, con una sua notevole acidità e note legnose e amarognole molto setose, anzi vellutate. Il nostro preferito dei tre.

Chi dice che i NAS sono il male assoluto? Chi dice che i blended sono il male assoluto? Ottimo trio, si tratta di whisky prezzati in modo ragionevole (dal primo al terzo, andiamo dai 40 ai 90 pounds sul mercato inglese) e ben congegnati: oltretutto si rivelano piuttosto diversi l’uno dall’altro, cosa che decisamente apprezziamo.

Sottofondo musicale consigliato: Johnny Cash – Rock Island Line.

Macduff 32 yo (1980/2012, Laida Weg, 48,3%)

Torniamo a parlare di Laida Weg, un albergo/resort visionario in fondo alla Val Sesia, ormai purtroppo chiuso da qualche anno… O meglio, torniamo a parlare del suo ex-proprietario, Flavio Tognon: grande appassionato di whisky e collezionista, all’epoca decise di dotare il nuovo hotel di un whisky bar che potesse fare invidia ai migliori alberghi d’Europa. Per raggiungere l’obiettivo, Tognon fece anche qualche imbottigliamento, in passato ne abbiamo già assaggiato qualcuno: oggi mettiamo il naso su un Macduff di 32 anni, distillato nel 1980 e imbottigliato nel 2012 a grado pieno. Grazie ad Alessandro che ci ha portato il sample, ormai tanto tempo fa…

N: volevate l’eleganza di un buon distillato lasciato per decenni in un buon barile? Eccola. È compattissimo, tutti gli aromi sono fusi assieme alla perfezione e sezionarli per una degustazione pare quasi un delitto. Subito c’è una tropicalità intensa e delicata al contempo, affinata: note di papaya (di succo di papaya), poi frutta molto matura. Una patina lieve di cera. Caramelle Rossana: il ripieno, però, tiene a sottolineare Corrado. Un sentore di limone. Punte erbacee, quasi mentolate, ci viene in mente il tè earl grey. Biscotti burrosi, latte e miele. Bouquet di fiori secchi. Fantastico.

P: al tavolo si sono sprecate le peggiori imprecazioni, tipiche del giubilo più sfrenato. Esplode una centrale nucleare di frutta tropicale, dimensione che si prende tutta la scena. È succosissimo, poco cremoso, con una devastazione di papaya, maracuja, goyaba, ananas… Biscotti al burro, tè freddo zuccherato, agrumi (bergamotto e un velo di albedo). Ancora floreale, diciamo convinti “gelsomino”. Ancora, fantastico.

F: lungo, persistente, ecco ancora frutta tropicale, ancora agrumi, shortbread…

È vellutato, lievissimo, succoso, con l’intensità del grado pieno e la bevibilità di un succhino da bere all’intervallo alle scuole medie. Straordinario, eccellente, vale ogni centesimo possibile (online si trova a un prezzo altino, a dir la verità, ma tant’è). 94/100. Delizioso, di whisky del genere ne berremmo a tazze, a colazione, a pranzo, a merenda. Magnifico.

Sottofondo musicale consigliato: Drake – Passionfruit.

Mackmyra Mack (2019, OB, 40%)

Mackmyra è distilleria svedese ormai storica, con 20 anni di distillazione alle spalle: si tratta di una distilleria seria, non una di quelle che da un giorno all’altro decidono di trasformare il loro alambicco di casa in un marchio di single malt, e negli anni questa serietà è stata premiata con un successo notevole, che ha aperto la strada ad altri svedesi ambiziosi. La distillery manager Angela D’Orazio è con ogni evidenza piuttosto italiana, e di recente ha rilasciato una bella intervista a scotchwhisky.com spiegando in cosa consistesse il progetto di far blendare del whisky… a un’intelligenza artificiale, nientemeno. Non bastassero il dna almeno in parte italiano e una vena sperimentale piuttosto spiccata, hanno anche fatto un blended per i Motorhead: non possono che esserci particolarmente simpatici. Oggi assaggiamo il Mack, entry level del core range di Macmyra, un whisky dichiaratamente semplice e che – dice il sito di Mackmyra – è stato ideato per essere bevuto in cocktail e con ghiaccio, senza pensieri. Noi lo berremo neat, perché così facciamo quando recensiamo, portate pazienza.

N: che dolcione! Ha passato la sua vita in legni aggressivi, sicuramente, ha delle cose che ricordano quasi dei bourbon… Ed è molto fresco, però. Marshmellow, succo di mela, cioccolato bianco (Galak!). Note erbacee balsamiche molto intense, con aghi di pino. Legno bianco, appena tagliato. Tutto molto sparato, un po’ urlato se vogliamo, non va di sfumature.

P: ancora coerente, ancora bourbonoso, con molto creme caramel in evidenza… Speziato, legnoso e balsamico, con note intense fruttate (mele e pere, poi cocco secco, cocco bello, cocco, cocco bello!). Il nostro caro vecchio cioccolato bianco è ancora lì, non si scosta. Di nuovo: è semplice, per carità, ma davvero piacevole.

F: non lungo, cocco e aghi di pino.

Il whisky è molto semplice e molto carico, e capiamo come possa funzionare molto bene nei drink e anche con un po’ di ghiaccio. Bevuto liscio non nasconde la sua natura di whiskone easy e piacione, un po’ da battaglia se vogliamo, e per questo il voto non supera gli 78/100. Sia messo agli atti che resta un ottimo dram: l’amico Corrado, che ce l’ha portato in omaggio, l’ha pagato meno di 30 euro, e a questo prezzo non può certo lamentarsi – noi, che non abbiamo versato neppure un soldo di cacio, tantomeno, e grazie Corrado. Abbiniamo del metallo svedese, altrettanto facile e piacione.

Sottofondo musicale consigliato: In Flames – Only for the Weak.