Kilchoman 5 yo (2011/2016, OB for WhiskyClub Italia, 58,6%)

Non potete immaginare la curiosità con cui ci accostiamo a questa creazione di Whiskyclub Italia – per chi si fosse distratto, è forse il più importante club dedicato al nostro amato distillato di cereale oggi presente sul suolo patrio. Le ragioni di tanto entusiasmo sono molteplici: anzitutto siamo freschi reduci, qualche mese addietro, da una visita proprio alla neonata (son pur sempre dodici anni, eh!) distilleria di Islay; abbiamo avuto l’onore di fare il tour assieme al fondatore Anthony Wills, che ci ha spiegato la sua personale visione, ovverosia la volontà di ottenere un distillato di partenza molto torbato sì (circa 50 ppm per quasi tutta la produzione), ma allo stesso tempo estremamente elegante e ‘leggero’. Assaggiare Kilchoman, passando dal wort (ovvero il liquido estratto dopo che il malto è stato macerato con l’acqua) ai vari tagli che intervengono durante la distillazione, è stata un’esperienza unica, che ci ha calati in maniera indelebile nelle caratteristiche organolettiche di questa sorprendente distilleria artigianale. Altro motivo di curiosità è il fatto che ormai da qualche tempo Kilchoman concede con fatica i propri barili di Oloroso a imbottigliatori indipendenti e quindi questo 5 anni di Whiskyclub si configura come una vera e propria chicca, che andiamo subito ad assaggiare.

N: accoglienza assolutamente accomodante, a dispetto del grado pieno. Ci si accomoda, dunque, nel bel mezzo di un diluvio di frutta rossa: marmellata di fragole, duroni; sciroppo all’amarena; poi arancia rossa, bella fresca; così come fichi freschi, di quelli maturi e dolcissimi. Tanto zucchero bruciato, ricorda quando si bruciacchia la marmellata sulle torte dimenticate in forno… C’è anche un lato delizioso di chinotto e rabarbaro. Ma la torba? C’è, pure quella, ed è solo torba: non porta con sé né medicinale né marino, solo una forte cenere pungente, un aroma acre. Tabacco e legno bruciati. Un filo di polvere di cacao, anche del caffè.

P: il corpo è masticabile, l’intensità pienissima. Conferma le attese del naso, mostrando l’apporto di una botte veramente esuberante e di primissima qualità. Lo sherry qui domina la scena con una dolcezza fatta di frutti rossi, ancora, in mille forme (ciliegia e marmellata di fragola su tutto). Molto rotondo, davvero, anche se a onor del vero un lato erbaceo, quasi balsamico, finisce per fare da contrappunto, con note di rabarbaro e perfino propoli. Parremo banali, ma diciamo cioccolato amaro, e ancora tabacco agli agrumi. Davvero tanta liquirizia (caramelle alla, non legnetti). La torba è pur sempre a 50ppm, e infatti un fumo acre e ceneroso accompagna verso un finale…

F: …che dura a lungo, in continui rimbalzi tra torba e frutta rossa, tabacco e chinotto.

Anche se Anthony Wills è convinto che il distillato prodotto a Kilchoman si sposi meglio ad invecchiamenti in barili ex bourbon- e in effetti ex bourbon sono la stragrande maggioranza delle botti custodite nei magazzini – questo 5 anni maturato completamente in un barile ex sherry Oloroso ci sembra un imbottigliamento davvero ben riuscito, diremmo eccellente, anche se in un certo senso “ruffianone”, succosissimo. Bravi tutti, dunque, tranne noi, che col voto ci attestiamo un attimo prima della gloria imperitura, a 89/100. Se vi solletica l’acquisto di una bottiglia, ecco il link allo shop del club.

Sottofondo musicale consigliato: Agnes Obel – Stretch your eyes

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GlenDronach 2004 (2016, OB for Beija Flor & Whiskyclub.it, 51,1%)

schermata-2016-11-11-alle-11-49-59GlenDronach è da molti considerata una delle migliori realtà nel mondo dei produttori di whisky di malto scozzese: ne abbiamo bevuti tanti, ne abbiamo parlato a lungo, non ci ripeteremo. Voi di certo sapete che la peculiarità della distilleria, soprattutto negli ultimi anni, è l’ottimo lavoro con le botti ex-sherry. Oggi assaggiamo un single cask ex-Pedro Ximenez, selezionato da un panel di soci di whiskyclub.it per il club stesso, ovviamente, e per l’importatore italiano Beija-Flor. Ne parliamo oggi anche perché questa domenica daremo una mano a Claudio e Davide di whiskyclub.it al whiskyday, organizzato da Bartender: sarà l’occasione per chiacchierare con professionisti e per proporre la Guida completa al whisky di malto di Micheal Jackson, appena pubblicata per LSWR con lo zampino proprio di Claudio Riva ed anche il ruinoso apporto dei vostri amati blogger: noi.

glendronach_12_2004_1-570x572N: l’alcol sta a zero, in un’atmosfera esplosiva e di grande cremosità. Davvero carico, da sbattere direttamente sulla tavola di Natale: noce pekan, pandoro, banana matura, cioccolato al latte e toffee. La frutta rossa arriva in un secondo momento, con delle belle zaffate di ciliegia e uvetta. Tisana arancia e cannella. Che ricchezza!

P: corpo pieno, molto saporito. Ripartiamo da dove avevamo finito, perché qui le arance sono davvero sugli scudi, dolci e fresche ma anche in marmellata. E poi, in grande coerenza col naso, ritroviamo uvetta, panettone, cioccolato al latte. Torta di carote. Insomma, tanta dolcezza invade la bocca, con un senso finanche burroso (da pasticceria, scrive gentaglia che di dolci se ne intende), che noi sintetizziamo nuovamente in una noce pekan.

F: …e questo senso di burrosità zuccherata accompagna a lungo, con ancora pesanti note di arancia.

Difetti? Neanche a parlarne, a meno che il fascino non sia un difetto. Intensità e gradevolezza? Pazzesche. Molti single casks ex- Pedro Ximenez esibiscono muscolari note dolciarie, molto rotonde e ruffiane, da dentro o fuori, e questa selezione certo non fa eccezione: i più golosi impazziscono dunque, noi riconosciamo la qualità ma forse, alla fine della cena natalizia, ci limiteremmo a un paio dram. Oddio, forse tre o quattro… Insomma, se ci invitate a casa e avete questa bottiglia aperta, ve la finiamo comunque. E dunque la valutazione non schizza, ma la goduria resta: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Walter Wanderley – Summer Samba (So Nice).

Laphroaig ‘Arcobaleno’ (2015, I Love Laphroaig, 50,3%)

La strenna natalizia di Claudio Riva è arrivata, direbbe qualcuno: e farebbe bene, perché in effetti ogni anno, quando il freddo inizia a mordere le chiappe dei più, e l’opzione divano-coperta (possibilmente in piacevole compagnia, cosa che da sola basta a spiegare la grande quantità di donne incinte in tarda estate, ma insomma, forse divaghiamo) diventa primaria, ecco: arriva Riva e come un babbo natale anticipato e senza barba porta nei bicchieri degli appassionati un Laphroaig da lui personalmente selezionato. Quest’anno la scelta appare rivoluzionaria: trattasi infatti di un NAS, miscela di tre botti (se non andiamo errati e non riportiamo male rumors, trattasi di due sopra i dieci anni – anche tanto sopra – e una sotto), e qui trovate le spiegazioni che il buon Claudio offre per motivare l’opzione. Il nome “Arcobaleno” non è un tributo alla comunità LGBT, bensì al bellissimo arcobaleno avvistato all’ultimo Feis Ile da Claudio & co. Bando alle ciance, via alla degustazione.

bottiglia-arcobaleno-575-523x572N: rispetto all’altro di Valinch, questo ‘strilla’ nel bicchiere, con un profilo simile ma decisamente più intenso; emerge un distillato nervoso, con una torba fumosa aggressiva, da motore diesel; e con una marinità esuberante, da nuotata, quasi pesciosa (ci fa venire in mente con grande evidenza le ostriche). Anche qui quel velo di borotalco, che si somma ad una nota ‘organica’ ma quasi ‘dolcina’, che ci rappresentiamo con: emmenthal. Un che di caramello, di legna calda e bruciante; limone zuccherato.

P: molto denso e masticabile; rispetto al Valinch, vive meno di fiammate di sapore, restando più lineare – e proprio questa sua ‘liquorosità’ lo rende affascinante, perché questo lato va a impattare con l’anima Laphroaig più verace. La dolcezza è di meringa, zucchero liquido e un senso di toffee e un qualcosa di vagamente marsalato. E, per suggestione fonica, mar salato, con un fumo acre e ceneroso. Pare a un certo punto di riconoscere quasi qualcosa di… saponoso?, forse un ricordo di dopobarba?

F: dolciastro, caramellato; e acqua di mare, e fumo acre. Lungo, non inesauribile ma molto intenso.

Molto diverso dallo sparring partner d’occasione: decisamente più evidente l’apporto del legno, che si porta via qualcosa in complessità soprattutto al palato, in cui peraltro compare qualcosa di vinoso (di nuovo, forse ricordiamo male ma ci pare di aver sentito che almeno una delle botti ha passato un finish: forse di Marsala? ma è pura speculazione). Comunque, molto buono, come sempre, e ad un prezzo davvero onesto: 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Tame impala – Solitude is Bliss.

Balblair 1997/2015 (OB for Whiskyclub.it, 57,6%)

Whiskyclub.it, ormai una solida realtà in costante crescita nel mondo del whisky italiano (e non stupisce, conoscendo chi cura l’ambizioso progetto…), ha di recente imbottigliato una botte di Balblair, una delle nostre amate distillerie delle Highlands del nord. Lasciamo che a presentare l’imbottigliamento siano le parole presenti sul sito del club: “Il nostro imbottigliamento proviene da una piccolissima selezione di sole 15 botti che il distillery manager John MacDonald ha quest’anno messo a disposizione per tutti gli appassionati della distilleria. Questa botte #1110/1997 è l’unica che è destinata al mercato Italiano. Proviene da un ex-Bourbon first fill imbottigliato alla gradazione piena del 57.6%. Gli imbottigliamenti originali della distilleria sono tutti caratterizzati dall’indicazione del vintage e sono di solito imbottigliati alla gradazione del 46%”. Vi hanno convinto?

balblair97N: a grado pieno, l’alcol si sente non poco; poi, con un po’ di pazienza, si nota l’esuberanza fruttata, dettata dall’interazione tra distillato e botte first-fill. C’è un bel lato di mela verde (ma non solo, anche più ‘calda’, diciamo mele Stark); poi di banana matura, e poi tropicale (maracuja, cocco). Una pera burrosa, che fa il paio con altre leccornie da pasticceria: torta paradiso! Aggiungono complessità un accenno di legno speziato e una leggera velatura minerale e di scorza di limone. Sopporta splendidamente l’acqua, che ne acuisce la profonda e stratificata cremosità.

P: di nuovo, l’alcol si traduce in una botta di sapore che però, dopo cotanto naso, ci sorprende per una certa austerità: aumentano infatti le note minerali, una certa speziatura ‘asciutta’ da legno e fa capolino il nocciolino di limone. Intendiamoci, non è in toto austero, e infatti ancora i descrittori rimandano a toffee e torta paradiso. In più, sul finale riemerge una frutta rotonda, gialla e tropicale (cocco e banana) – quest’ultima forse trova la giusta dimensione con qualche goccia d’acqua.

F: cocco, mela, vaniglia, che si distendono a lungo nei sensi.

Come sempre ci accade con i Balblair, apprezziamo moltissimo il naso e restiamo un poco disorientati al palato: questa è un’ottima espressione, che rivela perfettamente i due caratteri principali della distilleria (esuberanza fruttata e mineralità), ma se al naso questi ci paiono perfettamente integrati, al palato, per lo meno a grado pieno, sembrano prevalere a sorpresa le sfaccettature più austere… Non ci sappiamo decidere sull’entusiasmo senza freni o sul semplice convinto apprezzamento, ma senz’altro consigliamo caldamente l’aggiunta di qualche goccia d’acqua, che apre e ammorbidisce molto. In attesa di riassaggiarlo, per adesso ci fermiamo a 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Rokes – Io vivrò senza te.

Glenburgie 19 yo (1995/2015, Whiskyclub.it, 50%)

Nel novero degli ormai tanti imbottigliamenti di whiskyclub.it (tra cui in passato abbiamo scovato delle chicche davvero notevoli…) a luccicare per l’assenza di recensione su whiskyfacile sono i recenziori: ci punge vaghezza di testare il Glenburgie, distilleria maltrattata dalla proprietà Pernod (solo un imbottigliamento ufficiale, nella serie Cask Strength) ma molto amata da chi sa assaggiarne le espressioni indipendenti, difficilmente foriere di amare delusioni e versamenti di lacrime. Trattasi d’un singolo barile che contenne, in una vita precedente, bourbon; dopo quasi 20 anni, è messo in vetro pochi mesi fa al grado ridotto di 50%. Colore? Bello. Si scherza, dorato.

Bottigli_etichetta_WhiskyClub_GlenburgieN: moderatamente alcolico; al primo approccio avremmo forse scommesso su una botte refill-sherry… Le suggestioni sono innanzitutto fruttate: albicocche e prugne disidratate, chips di mele; molta arancia (sia succo che scorzetta – note che troviamo spesso, nei Glenburgie); un accenno di pera. Poi, davvero intensa una sensazione di pan di Spagna inzuppato in alcol per dolci (Grand Marnier); inoltre, una nota leggermente sporca, tra il legno speziato (molto gradevole) e il ruginoso.

P: c’è un attacco non così dolce, con un buon corpo; tutto sommato, di timida loquacità. Come al naso, infatti, quasi tutto quel che si sente è come disidratato (ancora mele rosse / albicocche / arancia). Qui, in più, questo senso di dolcezza in sordina è potenziato da un apporto legnoso più deciso che non al naso; comunque tanto malto, caldo e zuccherino (senso di brioscia all’albicocca). L’acqua apre la frutta, più pervasiva, ma il legno si prende ancor di più la scena.

F: tanto legno, con bordate di nocciola e ancora cornetto all’albicocca.

Il naso è molto gradevole e promettente; trova conferma nel palato, in cui un legno assai presente, però, pare un po’ trattenere il dispiegarsi di un profilo più deciso e complesso. Buono, gli amici di whiskyclub.it ci hanno visto giusto ancora una volta (anche se, a dirla tutta, ci hanno abituato talmente bene che l’asticella delle nostre esigenze sta un po’ più in alto). 83/100 e avanti così!

Sottofondo musicale consigliato: The Presidents of the United States of America – Peaches.

Kilchoman 5 yo (2009/2014, OB for Whiskyclub.it, 60,8%)

Domani sera ci sarà un evento speciale: Claudio, Davide e Andrea presenteranno ufficialmente la loro creatura, Whiskyclub Italia. Lasciamo a loro le parole di presentazione, ricordando solo come a un godurioso banco di assaggio seguirà una cena luculliana imbevuta di birre artigianali maturate in botti di whisky… Insomma, l’evento pare imperdibile! Noi per prepararci assaggiamo l’ultima selezione dei ragazzi, ovvero un Kilchoman invecchiato in botte ex-bourbon (cask #343/2009) e imbottigliato ad un mostruoso grado pieno, 60,8%. Non per i deboli di cuore… Il colore è paglierino.

Schermata 2014-11-07 alle 11.43.28N: chiuso, molto chiuso sulle prime, pur senza risultare alcolico in modo disturbante. Trapelano però, fin da subito, due note clamorosamente nitide: propoli e caramelle al miele. Davvero molto ‘vegetale’ e maltoso; erbe infuse dolci (ricordano, queste note, un amaro d’erbe fatto artigianale). Una punta di pastello a cera? Di gomma? Poco affumicato per ora. Ci sono poi note zuccherine e forse fruttate, ma tutto sommato laterali (e solo dopo un bel po’ d’aria); si apre poi, pian piano, su biscotti appena sfornati; e su camomilla, tanta. Con acqua, oltre a una punta di borotalco, notiamo in grande crescita note aranciate zuccherine, diciamo tra il miele d’arancio e una crostata.

P: l’impatto, complice la gradazione, è senz’altro esplosivo: di nuovo, la fa da padrone un malto certo giovane ma non ingenuo, di accennata vegetalità (?) zuccherina; a questo palato mancano marinità e fumo (ma rispetto a cosa, boh!), ed è per questo che si presenta ‘nudo alla meta’: fiori infusi, gran tripudio di camomilla zuccherata, fette biscottate, ancora propoli e miele. Spezie? Con acqua, si fa più vaniglioso e arancioso (arancia dolce, zuccherina, non rossa). Torba, sempre senza fumo.

F: ancora torbato ma per nulla affumicato. Si conclude richiudendosi, ancora su malto, erbe vegetali, un lieve zuccherino.

Un whisky difficile, di certo arduo da maneggiare; e senz’altro whisky particolare, particolarissimo, che probabilmente dividerà i gusti di chi lo assaggerà. Anzi, ha già diviso perfino noi: chi lo elogia ne ha apprezzato l’intensità, le sfumature inusuali e la qualità di un malto caldo, campagnolo; chi non l’ha amato ne critica, per contro, la ‘nudità’, l’eccessiva semplicità. Insomma, l’abbiamo proprio interpretato in modo opposto; che dire? Bevetelo, e sappiateci dire la vostra opinione. Il nostro voto è la sintesi, la media dei due giudizi che singolarmente avremmo dato, e quindi 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Toto Cutugno – Voglio andare a vivere in campagna.

Blair Athol 20 yo (1993/2014, Whiskyclub.it, 57,8%)

Innanzitutto, autocelebrazione: oggi compiamo il nostro terzo anno di vita come blog, quindi vorremmo ricordarvi che è buona norma, tra persone civili, fare un regalo al festeggiato; se ci scrivete in privato avremo modo di mandarvi le nostre coordinate bancarie, e… grazie! Ormai stiamo entrando nella zona calda dell’autunno whiskofilo: se il Milano Whisky Festival è alle porte (15-16 novembre, ma ne parleremo…), dobbiamo registrare che finalmente il neonato Whiskyclub.it sta avviando i motori, e il prossimo sabato 8, nella prestigiosa sede del circolo Golf Villa D’Este a Montorfano, nel comasco, ci sarà l’evento di inaugurazione ufficiale del club. Non possiamo che essere felici della cosa: l’idea è molto seducente, le persone che ci stanno dietro non saranno forse proprio seducenti (non per noi, almeno) ma di certo sono esperte, competenti e quando fanno una cosa la fanno bene: a testimonianza di ciò, valga la qualità degli imbottigliamenti che hanno rilasciato finora e che finora abbiamo assaggiato (nella nostra memoria scintilla ancora quel fantastico Teaninich…). Oggi assaggiamo un’altra espressione della loro prima serie di selezioni, ovvero un Blair Athol di 20 anni, invecchiato in una botte di sherry e presentato allo scorso Spirit Of Scotland. Daje, il colore è ramato.

WhiskyClubItalia_BlairAtholN: a grado pieno, superata l’iniziale chiusura, squaderna un portfolio aromatico tipico di certi malti sherried, e dei migliori: in ordine sparso, c’è il lato fichi/datteri, c’è tanta cola, tanto chinotto; una punta di tamarindo; un po’ di tabacco da pipa; forse cioccolato ai frutti rossi? C’è poi una nota, lieve ma persistente, un po’ ‘sporca’, diciamo di cuoio, di pelle conciata. Con acqua, gli attori sono gli stessi ma finalmente tutto acquista tanta intensità: anche note speziate, di legno di sandalo, quasi di incenso; e marmellata (pardon, confettura) di frutti rossi.

P: ancora all’attacco pare poco espressivo, ma è solo un momento: presto si svela nella sua attitudine monolitica: carruba (non sapremmo dire se si tratta proprio di farina di carruba, come ci insegnano le tasting notes ufficiali, ma di certo la carruba domina), liquirizia, ancora chinotto e cioccolato amaro. Uvetta, ancora un po’ di dattero; crema di marroni / marron glacé. Con acqua, perde certe pecche di legnosità, si fa più succoso e resta forte la dicotomia carruba / marron glacé, con una spruzzata di chinotto.

F: intenso, torna una lieve nota ‘sporca’; poi di nuovo cola, carruba e crema di marroni.

Un ottimo whisky, un’ottima rappresentazione di uno stile sherried succoso e al contempo con una spina dorsale intensamente dolce e speziata; tutto buono, non c’è che dire, anche se a nostro gusto soprattutto il palato resta un po’ imbrigliato in un monolite che alla lunga tende a spegnersi, e non a esplodere tra fiammate di godimento come lascerebbe presagire. Ma sono sfumature, che non intaccano il nostro apprezzamento: 87/100 è il nostro giudizio tradotto in numero, e a Claudio Davide Andrea va il nostro ennesimo applauso.

Sottofondo musicale consigliato: Lo-Fang – When we’re fire.

Tre Laphroaig a confronto

Che ne dite di seguirci in un piccolo percorso di degustazione di tre malti – sulla carta – abbastanza simili, ovvero tre Laphroaig più meno di età simile, distillati più o meno negli stessi anni (1997-99) imbottigliati a grado ridotto? Se, come dice Serge, ‘reason is in comparison’, questo potrebbe essere un esperimento fruttuoso e istruttivo; noi, quando il nostro parco sample ce lo consente, cerchiamo sempre di bere whisky della stessa distilleria assieme – in questo caso, data la somiglianza della tipologia di bottiglie, pubblichiamo tutti e tre le recensioni nello stesso post. Iniziamo da un Laphroaig Highrove, su cui potete leggere tutto qui: dodici anni e uno stemma reale bene in evidenza, dato che si tratta quasi di un imbottigliamento ‘privato’ di quel giocherellone del principe Carlo. Proseguiamo con un 14 anni selezionato da Le Bon Bock, storico pub/whiskeria della Capitale (a proposito, auguri!) e chiudiamo con il Laffy di Whiskyclub.it – e d’altro non si tratta se non de La Pala, imbottigliata a grado ridotto. Sotto a chi tocca.

Laphroaig Highrove 1997/2009 (cask #156, OB, 46%)

110228_highgrove_01N: bello aperto e aromatico: alcuni capisaldi di Laphroaig sono presenti (limone, liquirizia, molto marino); poi note di borotalco, emmenthal, marshmellows, e anche originali note tropicali (cocco, ananas maturo). Tutto sommato, più dolce che torbato. Affumicatura media, per gli standard di Laphroaig. P: iter inaspettato: subito legno e liquirizia, gradevoli ma imponenti; il corpo, oleoso, regala un colpo di coda di dolcezza fruttata (ancora bombette tropicali) e di zucchero di canna a seguire un tappeto ceneroso. F: tutto su cenere, gomma bruciata; ancora liquirizia e zucchero di canna.

Sorprende il cambio di marcia tra naso e palato; comunque è un malto di grande intensità, molto Laphroaig in tal senso, che ci ha fatto divertire. 88/100. Grazie a Claudio per il sample.

Laphroaig 14 yo (1999/2013, Le Bon Bock, 46%)

foto-36N: i classici qui si declinano su torba e catrame, con una marinità esplosiva (acqua di mare, pesciosa) e limonata fresca. Minerale ed austero, con un’affumicatura più spiccata. Col tempo, torna la dolcezza discreta e vanigliosa (comunque due gradini sotto rispetto all’esplosione dell’Highrove). E che dire del medicinale? P: qui si esibisce in un grande show proprio medicinale (corsia di ospedale: che c’è, voi non girate per gli ospedali leccando per terra? Non sarete mai dei veri degustatori!) e di marinità. Ancora tanto limone, ancora una torba acre; leggero richiamo di caramelle Valda (nota mentolata e dolce). Continua ad essere austero, ma è anche davvero intenso. F: molto medicinale, ancora, e affumicato – ricorda proprio la scamorza affumicata…

Il naso parte un po’ lentamente, il palato poi esplode in un tripudio dei lati più spigolosi e meno affabili del distillato, che a noi piacciono tanto tanto: un po’ più di grip al naso ci avrebbe fatto salire anche sopra a 84/100. Grazie a Tiziana e Stefano per il sample.

Laphroaig 14 yo (1999/2013, Whiskyclub.it, 46%)

foto-37N: a suo modo, pare prendere in prestito gli elementi distintivi degli altri due: del coetaneo LBB si prende l’austerità vegetale e iodata, senza però riuscire a pareggiarne gli eccessi; e infatti del cugino di sangue blu riprende i tratti più dolci e invitanti. Inoltre, un bel limone con una grattugiata di pepe. Se ripensiamo alla Pala, questo ci pare più equilibrato, meno contundente. P: decisamente il più vaniglioso dei tre e, decisamente, il meno torbato. Spiccano note molto zuccherine e di agrume (cedro, lime); emmenthal, forse un pit. F: rimane uno zucchero indistinto ma senza supporto isolano. Un che di mentolato.

Molto equilibrato al naso, mentre al palato (come già per la Pala) rileviamo un lieve sbilanciamento verso la dolcezza, con le anime più brutali di Laphroaig che restano in disparte, come addomesticate – per questo, 86/100. Grazie a Claudio e Davide per il sample.

Un breve commento: Laphroaig è senz’altro molto solida, e che si tratti della stessa distilleria è sempre evidente. Anzi, la vera lezione è che è difficile degustare tre whisky in fondo così simili, perché le differenze stanno tutte nelle sfumature, nelle diverse proporzioni dei medesimi ‘ingredienti’: è stata senz’altro una delle sessioni di tasting più faticose degli ultimi tempi…

Sottofondo musicale consigliato: Apocalyptica – Creeping death.

Macallan 20 yo (1993/2014, Whiskyclub.it, 57,7%)

I malti selezionati e imbottigliati da Whiskyclub.it ci hanno finora sorpreso, positivamente: in particolare, il Teaninich ci ha fatto davvero girar la testa (anche se non è un whisky… facile), mentre il Bunnahabhain ci ha stupito per la personalità, a dispetto di un’età ancora acerba. Oggi proviamo la bottiglia più costosa del club (poco più di 200 euro, con sconto per i soci), ovvero una singola botte di Macallan, whisky distillato nel 1993 e imbottigliato appena qualche mese fa; si tratta di una botte refill sherry, e la cosa ci piace.

Schermata 2014-05-18 alle 23.40.16N: superata con pazienza la coltre di alcol non indifferente (e ci mancherebbe, a 57,7%!), si ritrova quel che uno cerca in una bottiglia con su scritto “Macallan”, ovvero eleganza e classe. Spieghiamo: a distanza di vent’anni, il malto resiste orgoglioso, con note tostate, di frutta secca, cereale. Poi, la frutta, rossa, marmellatosa (fragola); a ‘scurire’ un po’ il profilo ci pensano una bella suggestione di gianduia e una certa umidità di botte da warehouse. Un bel profilo carico e traboccante. Pesche sciroppate e mele caramellate: tarte tatin? Un pit di arancia. L’acqua è fondamentale: va via l’alcol e resta la goduria: caramello e frutta vengono ravvivate, con frutti rossi sugli scudi e una generica eleganza veramente da panico. Anche l’arancia viva esplode, con che piacere…

P: corpulento, carico, massiccio: ancora alcolico, ma presto arrivano fiammate di sapore. Tutte le suggestioni che rappresentano un dolce ‘caramelloso’ e appiccicoso (si capisce quello che intendiamo?) sono ben accette: arachidi caramellate, frutta sciroppata, confettura di fragola, scorza d’arancia candita, biscotti al burro. Un flash: biscotti ai cereali con frutta… Con acqua, si perdono forse le fiammate di prima, ma l’intensità non arretra di un millimetro, facendosi più uniforme e felpata, e questo Mac diventa, se possibile, ancora più elegante e raffinato. Un classicone. Confettura d’albicocca.

F: molto lungo, tutto sul malto, sulla frutta secca calda e dolce, sul caramello, sulla frutta… Fantastico.

prelati5È “whisky”, una sorta di noumeno del malto invecchiato in botte: lo bevi e pensi a Cary Grant e Eva Marie Saint in Intrigo Internazionale; lo bevi e pensi a una biblioteca d’altri tempi, con librerie in legno decorato, tappeti dovunque, uomini eleganti seduti su poltrone di pelle a parlare di politica e di affari indossando pantofole, un paio di schiavi qua e là ché nel dubbio posson sempre servire, un languido jazz in sottofondo, un sacco di tartan in ogni dove… Lo bevi e pensi questo, certo, ma poi ti viene in mente che i due che l’hanno selezionato e imbottigliato sono questi due qui a fianco; e godendoti il dram, non puoi che tirare un sospiro di sollievo. Complimenti a Claudio e Davide (non vorremmo farvi abituare troppo alle lodi, mannaggiavvòi), 92/100 è il verdetto.

Sottofondo musicale consigliato: Billy JoelPiano man.

Bunnahabhain 8 yo (2005/2014, Whiskyclub.it, 50%)

Si apre oggi una collaborazione straordinaria e impareggiabile (?) con due mastodonti della degustazione: uno è il buon Federico di whiskysucks.com, l’altro è la raffinatezza fatta palato, Giuseppe, il solo vero Bevitore Raffinato. Abbiamo deciso di bere e pubblicare ‘a blog unificati’ le recensioni di due whisky, che pubblicheremo oggi e mercoledì: si inizia da un single cask di Bunnahabhain, malto declinato nella versione torbata per la selezione degli amici di Whiskyclub.it. Peculiarità è la botte di invecchiamento: si tratta di una botte second-fill ex-Ardbeg; dato che saprete che ad Ardbeg non sanno più che farsene, delle loro botti, se non sono sufficientemente improbabili.

foto-33N: l’apporto della botte si sente eccome – o per lo meno, si sente una certa marinità assai spiccata, che da Bunna non ci dobbiamo attendere come dovuta. Indiscutibile l’affumicatura torbata, intensa ma non aggressiva, certo non scevra di impuntature acri. Giovane, ma non così scopertamente: frutta acerba, quasi ‘acida’ (uva bianca, pera, mela verde); poi un bel limone; yogurt bianco? Una sfumatura di cocco. Inchiostro.

P: molto coerente, mantiene quanto di buono il naso prometteva. Ribadisce una sapidità marina, elabora una affumicatura forse più intensa che al naso, con una torba acre molto piacevole. Poi, la frutta resta come sopra, sobriamente zuccherina e di frutta ancora acerba (pera, limone; ci viene in mente la gommosa zuccherata al cedro), con un pit di liquirizia. Completano un senso di yogurt magro ed uno erbaceo.

F: erbaceo e zuccherino; non dimenticheremmo però un fumo intenso e perdurante. Cenere.

Un whisky bianco; non così ‘canditoso’ come ci si potrebbe attendere da un tale giovinetto: questo invece mostra già di essere maturo, già evoluto, si dimena certo come un pargolo ma ha la stoffa del campione. Siamo sempre più piacevolmente compiaciuti delle selezioni di Claudio e Davide, e premieremo questo Bunna con un 87/100. L’opinione di Federico è qui, quella di Giuseppe, invece, qui.

Sottofondo musicale consigliato: GrindermanHoney Bee (Let’s fly to Mars).