Intervista a Max Righi (Silver Seal, Whiskyantique)

Nel nostro “pensarne mille e farne mezza”, da tempo progettavamo una sezione di interviste ai protagonisti del whisky in Italia, siano essi imbottigliatori, collezionisti, importatori, per dare ulteriore voce a un movimento ampio e con radici storiche ben salde nel terreno. Siccome, si sa, inaugurare una sezione significa anche costringersi a tenerla viva, rompiamo gli indugi e partiamo col botto: qualche mese fa abbiamo intervistato Max Righi, proprietario di Silver Seal, di Whiskyantique e di Whisky&Co (dunque imbottigliatore, collezionista e commerciante), e gli abbiamo chiesto di raccontarci quel che pensa del momento attuale del whisky, di com’è svolgere il lavoro del selezionatore… È stata una lunga chiacchierata molto interessante, soprattutto piacevole e conviviale; tagli sono stati necessari, ma speriamo possa essere una lettura gradevole anche per voi.

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Qual è stato il tuo primo approccio al whisky, anche dal punto di vista del collezionismo, e come è diventato il tuo lavoro?

Già all’università mi piaceva assaggiare cose diverse, con la curiosità di capire cosa c’era dietro all’etichetta. A memoria le prime bottiglie sono state il Glenmorangie 10 anni e il Glenfiddich over 8 years; le finanze erano quelle di uno studente e si faceva un po’ quel che si poteva. Poi ho iniziato un percorso lavorativo completamente differente, in banca, ma durante un master a Edinburgo a metà anni ’80 ebbi la fortuna di conoscere un sommelier con cui la sera giravamo i whisky bar. A quel punto scoprii quanto i whisky potessero essere buoni ma soprattutto diversi; il fascino fu enorme e la curiosità prese il sopravvento: in quei pochi giorni di master cominciai a visitare da solo il maggior numero di distillerie nei paraggi. Devo molto però anche a mio padre, collezionista di vino e liquori italiani; probabilmente nel sangue abbiamo questa sorta di problema genetico che ti porta ad apprezzare il bello, a farti ricordare un prodotto… e a collezionarlo.

1899877_10202539080910353_501035760_nE così sei partito anche tu…

Già, una bottiglia era da bere e un’altra uguale per la collezione. A un certo punto, forte di una discreta cultura dal punto di vista degustativo e di una discreta collezione, mi son detto “facciamo il passo”: negli anni ’90 ho fondato una società, prima Malt Max e poi Whiskyantique, e solo poi ho cominciato a comprare delle collezioni in tutto il mondo – anche perché sono dell’opinione che le cose le fai in maniera legale o non le fai. Dal 2007 è partita la collaborazione con l’imbottigliatore italiano Silver Seal, marchio che poi ho rilevato dal 2009. Così ho cominciato anche a comprare barili, sempre con l’idea che il business è una cosa seria, ma va fatto divertendosi. Non siamo una multinazionale, che deve avere grandi volumi, quindi le cose le facciamo solo se è un piacere. In questo senso Silver Seal è un po’ come un bambino che hai in casa e con cui giochi; i guadagni invece arrivano da tutto quello che è Whiskyantique, cioè vendita di bottiglie nuove o da collezione e la distribuzione in Italia dei marchi degli imbottigliatori indipendenti con cui nel corso di tutti questi anni di viaggi ho stretto rapporti di amicizia, da Whisky Agency a Malt of Scotland, Jack Wiebers, Rattray o Sansibar.

1472093_10201851369237991_1764408261_nParliamo del momento attuale del whisky, che forse non ha mai visto un boom tale nei prezzi e nei volumi.

Anzitutto lasciatemi dire che bisogna preservare la razza in estinzione degli imbottigliatori indipendenti. Col mercato che va a mille le distillerie negli ultimi anni si sono arroccate e fanno fatica a cedere le botti, destinandole a imbottigliamenti ufficiali di distilleria, magari single cask. Però bisogna sempre ricordare che le distillerie sono diventate marchi famosi proprio grazie agli indipendenti: la distilleria ha sempre lavorato per un mercato di massa, che produce fatturato, ma è il mercato di nicchia che ti porta riconoscimenti sulla qualità. Penso che tutto funzionerebbe meglio se si tornasse a una logica per cui gli imbottigliatori indipendenti con prodotti di altissima qualità tirano la volata alle distillerie, che poi arrivano a vendere il loro prodotto base, su cui alla fine si concentra il guadagno vero. Forse però dall’inizio di quest’anno qualcosina è cambiato: le distillerie cominciano a riproporre dei barili, quando fino all’anno scorso le porte erano chiuse. Forse hanno capito di essersi focalizzati troppo sul mercato asiatico – che, per carità, è uno dei miei sbocchi commerciali più importanti – puntando molto sulla forma e a volte meno sulla sostanza. Io amo le confezioni stravaganti, ma deve esserci per forza anche il contenuto: il fatto è che anche gli asiatici stanno diventando sempre più competenti e quindi anche più esigenti. C’è poi anche il problema di aver spostato la distribuzione brutalmente a Oriente. Per fare un esempio, il Macallan 12 anni in sherry in Europa nemmeno ci arriva, io l’ho comprato in Giappone; alla lunga quando tu tratti male il cliente che negli ultimi 30 anni è stato la tua banca, questo ti volta le spalle. Per me il non aver rispettato il mercato nella sua interezza è stato molto grave.

Come scegli le tue botti?

Francamente quando seleziono guardo anzitutto se una cosa piace a me, senza seguire per forza le mode del momento: come dicevo, il divertimento e la soddisfazione personale vengono sempre per primi. Tecnicamente, la prima cosa che guardo è la predominanza dell’alcol: se copre gli altri profumi e gli altri odori, quella botte non fa per me. Poi viene il difficile, ovvero capire quale sarà l’evoluzione dalla botte alla bottiglia, cercando di prevedere quale sarà anche l’evoluzione dei difetti. Ad esempio un po’ di tannicità col riposo in bottiglia si può anche perdere, ma bisogna fare delle scommesse. Vinci o perdi, sta lì la bravura. Spesso si commette l’errore, per esigenze di mercato, di non far riposare sufficientemente il distillato in bottiglia; lo si porta ai festival e sugli scaffali poco dopo il travaso dalla botte, mentre bisognerebbe far passare anche un anno. Comunque il rischio ma anche il bello del nostro lavoro è che non ci sono certezze, su nulla, e a un certo punto subentra anche l’istinto. Di questi tempi in giro vedo un po’ troppa saccenza, mentre frequentando i grandi appassionati sparsi per il mondo, i Malt Maniacs, oppure importanti selezionatori, si capisce che la loro grandezza sta proprio nella leggerezza, nella semplicità e nella capacità di rimettere continuamente in discussione le convinzioni. Ho sentito persone dire ‘io bevo solo whisky, il rum no grazie’ e invece la curiosità è tutto. È il tratto che accomuna le menti più brillanti.

385206_2379990271259_1813957296_nQuella dell’invecchiamento in bottiglia è una questione molto dibattuta. Qual è la tua opinione?

C’è un unico modo per saperlo: recuperare una degustazione fatta dieci anni fa, ricomprare la stessa bottiglia e rifare le note di degustazione. Infine si comparano le due degustazioni. L’ho proposto di recente proprio a Serge Valentin, utilizzando una sua vecchia recensione. Nei primi due anni in bottiglia i cambiamenti sono evidenti, ma dopo chi ne ha le prove?

Quale sono le selezioni a cui sei più affezionato?

In generale quelle delle distillerie meno importanti. Le botti che più mi hanno entusiasmato in assoluto sono state il Littlemill 19 anni e il Dailuaine 37 anni; il Littlemill nessuno lo considerava qualche anno fa e gli scozzesi facevano a gara per vendertene una botte. È molto facile selezionare un buon Macallan, o Laphroaig o Ardbeg. Sono spesso ottimi e si vendono facilmente anche a prezzi importanti; invece scovare le distillerie dà un piacere particolare. Ricordo ancora quando agli inizi un amico in Scozia mi fece scoprire in un pub il Dailuaine e il Mortlach della serie Flora & Fauna: erano ottimi e costavano nulla, ma fino a poco tempo fa non avevano reputazione.

E invece in questi ultimi dieci anni di boom abbiamo visto tante distillerie costruirsi un nome, magari proprio grazie a tanti single cask di indipendenti, come dicevi tu. Per il tuo lavoro di selezionatore è cambiato qualcosa in questi anni di crescita continua?

È diventato più difficile trovare barili buoni, però questo è anche il bello del mestiere. Se la sfida diventa più dura, significa che assaggerai quaranta campioni pessimi in più, che faticherai maggiormente per avvicinarti alla botte che potrebbe regalarti delle sorprese positive. Nessuno può combattere il mercato di oggi, l’unica cosa che si può fare è cercare di far capire a chi ha i barili, distillerie e broker, che anche loro si devono accontentare, che non si può alzare il prezzo all’infinito, perché comunque un tetto esiste. E tra l’altro secondo me al tetto ci siamo arrivati, o poco ci manca. Bisognerebbe realizzare un po’ tutti assieme che la gente non può rovinarsi per comprare una bottiglia di whisky.

10258171_871634929562882_6201542512046520511_oInsomma, vedi la bolla pronta a fare puff…?

Una volta chiesi a una grande azienda se avessero venduto tutte le bottiglie di un imbottigliamento esclusivo che si aggirava sui 2-3 mila euro a pezzo. Mi risposero di sì, ma non avevano capito la domanda. Io non volevo sapere se avessero venduto tutte le bottiglie alle varie enoteche o negozi, ma se fossero state effettivamente comprate dai clienti. Perché se le bottiglie sono sugli scaffali dei negozi, la distilleria ha sì già sistemato il bilancio dell’anno, ma se poi il cliente non compera, l’anno venturo quegli scaffali sono ancora pieni. Ecco, lì iniziano i problemi. È un meccanismo delicato e – ripeto – i prezzi non possono essere alzati all’infinito per tutte le fasce di mercato. Conosco collezionisti, anche molto facoltosi, magari di Taiwan, che di fronte ai prezzi di alcune nuove release hanno deciso di smettere di collezionare quella distilleria. Sembra che i produttori vogliano imitare i processi di mitizzazione tipici del mercato secondario, ma non è un meccanismo sostenibile. Un conto è se una bottiglia dopo anni assume una valenza collezionistica e decuplica il suo valore, ma io, come Silver Seal o come distilleria, non posso far uscire sul mercato imbottigliamenti già a quei prezzi. Si dimentica che i prezzi delle aste decollano anche perché la maggior parte delle bottiglie di quel determinato imbottigliamento limitato – facciamo come esempio 1000 esemplari – sono già state bevute. Ci sono due persone che sono disposte a pagare una follia le poche rimaste e alzano il prezzo, ma le altre 998 non le avrebbero mai acquistate a quei prezzi. E così ho visto un imbottigliamento Silver Seal andare in asta a 2000 euro, ma io non ho 300 clienti a cui vendere il contenuto della botte a quei prezzi, loro vogliono pagare 200-300 euro. Non possiamo essere noi a determinare a priori il prezzo che la Storia darà a un whisky…

Ardbeg 17 yo (1998/2015, sherry hogshead, Malts of Scotland for Whisky&Co, 56,9%)

Dopo l’uno, l’altro; siccome il precedente ma maturato in botte ex-sherry. Si proceda con gli appunti degustativi.

Schermata 2015-09-02 alle 14.50.41N: così, senz’acqua, è meno aperto e straripante dell’altro, ma è comunque un malto particolarissimo: è una botte ex-sherry graffiante, sporca, con note quasi sulfuree (ma d’un sulfureo che piace, non che respinge) di arancia troppo matura, forse qualcosa di vicino al cuoio… La ‘dolcezza’ che emerge dal connubio botte + distillato pare dunque greve e scura: castagnaccio, caramella mou (butterscotch); fichi secchi; frutta rossa, ma disidratata. Rispetto all’altro, non è che questo lato sia meno intenso, o meno presente: è però più trattenuto, e dopo un po’ qui pare dominare una torba ‘sorda’, acre, fumosissima e cenerosa (braci spente). Lana bagnata (magari, dal mare!); è comunque molto marino, salmastro, spumoso. Con acqua, tutto si apre, ma aumenta tanto la marmellata (confit, pardon) di fragole.

P: alcol inesistente, clamorosamente aperto e bevibile. Anche questo è intensissimo, al limite dell’eccesso; si nota subito la dittatura dell’arancia, che perde quel carattere sulfureo del naso, ma è più ‘tabaccosa’ (l’arancia? Ma che diavolo dite, ragazzi?). Sicuramente, ancora cuoio. Poi frutta cotta (prugne), pesante e pervasiva; qualche suggestione di crema catalana. E l’acqua di mare, e il fumo, le braci… Con acqua, anche questo single cask si ‘normalizza’, traendone beneficio e acquistando in equilibrio. Note legnose (bruciate, anche) aumentano molto, così come quelle di marmellate e confetture: esplodono anche punte balsamiche e d’eucalipto. Magnifico.

F: succoso, lunghissimo, braci, mare salato, liquirizia, una dolcezza imponente…

Iniziamo dalla fine, cioè dal voto: 92/100, come l’altro. Si tratta di due Ardbeg diversi, certo, e l’apporto differente del legno è molto evidente: però al contempo si riesce, in entrambi, ad esplorare il carattere di Ardbeg, quelle peculiari note distintive che caratterizzano la distilleria più amata dai torbofili. Comprendiamo dunque l’iniziale imbarazzo di Max Righi, che nel non saper scegliere tra due botti di eguale caratura morale ha deciso di sceglierle entrambe. Per fortuna nostra, diremmo anche. A margine di questo imbottigliamento, consigliamo per entrambi questi Ardbeg favolosi l’aggiunta di un goccio d’acqua, dopo un po’, per rendere l’esperienza più accessibile e gradevole: non tanto a livello di descrittori, ma proprio come ‘qualità’ dell’esperienza stessa. L’acqua, poi, è interessante perché aiuta a rendere un whisky estremo più approciabile e meno – potenzialmente, e per i palati meno allenati – stucchevole.

Sottofondo musicale consigliato: CSI – E ti vengo a cercare.

Clynelish 19 yo (1993/2012, Silver Seal, 53,5%)

Inizia oggi la settimana che porta allo Spirit of Scotland, e vorremmo prepararci adeguatamente… Mentre portiamo a termine gli ultimi ritocchi ai percorsi che, come l’anno scorso, metteremo a disposizione al banchetto di Beija Flor, e mentre attendiamo da Roma i sample da assaggiare (pare che qualche pazzo ci abbia inserito in giuria, assieme a tanti altri più esperti giurati, per il premio Whisky & Lode… ce la tiriamo un po’, dai!), stappiamo un Clynelish imbottigliato ormai 3 anni fa da Max Righi, vale a dire Silver Seal: come sapete, la distilleria è una delle nostre preferite, l’imbottigliatore è uno dei nostri più antichi feticci, Max ha messo più di una radice a Roma… La combo è perfetta.

2060342_1_N: le aspettative altissime sono subito confermate. Molto intenso e compatto, anche se la gradazione, soprattutto sulle prime, non si nasconde; veramente puro Clynelish, con abbondanti cera, salamoia (davvero molto salato e costiero) ed olio d’oliva. Sicuramente note di torba, minerali (zero fumo). Gradevolissimo e naked, senza intrusioni di legni esuberanti. Molto delicato, con fiori, note di ‘bosco di conifere’ ed aghi di pino; poi altrettanto piacevoli note più ‘dolci’, tra uvetta sotto spirito, chips di mele, pera. Un velo lieve ma profondissimo di crema pasticciera e biscotti al burro. Splendido.

P: che corpo! Davvero denso, molto masticabile; e che cera! Ancora olio, un raffinato senso di affumicatura lieve lieve, una sapidità e una mineralità davvero al top. C’è pure una bella nota maltata, dolce e matura e però vegetale, erbacea al contempo. Totalmente guidato dal distillato… Frutta gialla indistinta ma poderosa (ancora mele gialle, pera); con acqua, si aprono note di erbe infuse e fiori zuccherini.

F: si richiude su cera, torba e un malto pulito, mandorlato e quasi amarino; non lunghissimo ma veramente splendido.

Nella sua recensione Serge scrive: “minimal wood influence, perfect age, brilliant spirit, that’s why I’m into whisky”. Ogni altra parola sarebbe superflua, ma forse no: è esattamente il nostro tipo di whisky, impressionante intensità, pulito e sincero ma sporco e intrigante allo stesso tempo. Fantastico. Il nostro consiglio, come sempre, è di fermarvi a lungo allo stand di Max, all’imminente Spirit of Scotland: anche se probabilmente questo imbottigliamento è ormai esaurito, non si potrà rimanere delusi. 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Ella Fitzgerald & Louis Armstrong – Stars fell on Alabama.