Benromach ‘Chateau Cissac’ 2009 (2017, OB, 45%)

Compare del Triple Distilled nel mondo delle nuove uscite di Benromach è il terzo esemplare della serie “Wood Finish”: dopo un finish in Sassicaia (che abbiamo recensito qui) ed uno in Hermitage, ecco tornare in pista per 25 mesi d’affinamento il barile di Chateau Cissac – stimato e celebrato vino rosso francese, della zona di Bordeaux, a dominante Cabernet Sauvignon. Non è una novità la nostra diffidenza verso i finish in vino rosso, oltretutto per i torbati; né d’altro canto è novità la nostra stima per Benromach, dunque via, avanti!

chateau 2017 heroN: ehi cosa abbiamo qua? Sulle prime è contundente e balsamico, funghi, formaggi stagionati (?!). C’è un lato medicinale della torba, tipo colluttorio. Davvero strano, avrete intuito. Poi prende aria e si apre un po’ la frutta rossa (mirtilli), con un impatto vinoso che non lascia indifferenti. Longrow, anyone? Prugne secche e caramelle alla frutta. Scorza di arancia che ci ricorda giusto giusto quel quid minerale che in Benromach non manca mai. E la vaniglia arriva pian pianino…

P: saporito e molto vinoso, quasi pastoso. La vaniglia delle botti ex-bourbon first-fill (circa sei anni prima del passaggio in vino), nascosta al naso, si propone qui con grande convinzione.  E l’impressione è che la magia torba+vino+vaniglia sia riuscita solo a metà. Da dove viene questa leggera off-note di polvere da sparo? Rimane medicinale, con tanta torba minerale. Crostata di mirtilli e prugne cotte.

F: rimane astringente, robustamente torbato e con stecchette di vaniglia e miele.

Dobbiamo chiudere confermando entrambi i nostri pregiudizi iniziali: l’anima di Benromach è evidente, imperturbabile di fronte alle ‘offese’ del vino; e per contro queste offese sono molto nette, e certo potranno soddisfare appieno solamente i veri appassionati dell’abbinamento torbato e barile di vino rosso. Noi non possiamo dirci sconfinferati, ma neppure insoddisfatti, dato che comunque questo ci ha convinto più del finish in Sassicaia: 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: The contortionist – Clairvoyant.

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GlenDronach 12 yo ‘Sauternes cask finish’ (2015, OB, 46%)

Acchiappate una delle distillerie più quotate di Scozia, una di quelle che meglio lavorano con le botti ex-sherry… Prendete un po’ di whisky invecchiato in queste botti per quasi 12 anni, e poi mettetelo tutto in altre botti, che però avevano contenuto in precedenza del Sauternes: fate tutto ciò, e avrete in mano una bottiglia del nuovo GlenDronach 12 anni Sauternes cask finish, versione (con etichetta in stile Milka) che sostituisce il precedente 14 anni. Lo assaggiamo con curiosità.

grnob.12yov22N: aperto e abbastanza caldo… Oltre ad una zuccherosità molto marcata, fatta di zucchero filato, crema, vaniglia e pasta di mandorle, c’è poi una frutta più discreta, tra albicocche disidratate, pere caramellate e buccia di mandarino. Miele; croissant all’albicocca; tanta frutta secca, ed un senso di legnosità. In questo bailamme, trova spazio anche un buon profumo di malto, di cereale, caldo.

P: corpo bello masticabile. Parte un po’ debole, ma poi attacca una gran botta di sapore – pur rimanendo sostanzialmente piatto e poco sfaccettato. Si nota un grumo zuccherino, una gran dolcezza di zucchero liquido, miele e brioche all’albicocca. Questo blocco non è però cremoso, come avremmo atteso ed auspicato fin dal naso, ma anzi è tutto secco, pungente; arrivano inoltre vere bordate di legno, francamente un po’ eccessive…

F: …che nel finale diventano assolutamente eccessive, con una nota alcolica un po’ slegata decisamente inattesa in questa fase. Attorno, un astratto alone dolciastro.

Un whisky finito in Sauternes, per definizione, deve essere “costruito”, deve svelare l’apporto delle botti elette a ultimo utero per il distillato: qui ciò accade, e se al naso le promesse sono seducenti, tra palato e finale il sogno si infrange contro la più prevedibile delle pareti, quella del legno. Onestamente: capiamo tutto, ma se fossimo GlenDronach non ci sogneremmo mai di fare un’operazione del genere. Non siamo GlenDronach, però, e dunque abbiamo torto: il nostro risentimento per l’impossibilità di incidere sul reale e la nostra insoddisfazione per un malto un po’ troppo dolce e legnoso si racchiudono in un 78/100.

Sottofondo musicale consigliato: Moostroo – Il prezzo del maiale. Grande band!