Caol Ila 20 yo (1996/2016, Kingsbury, 56,9%)

Qualche mese fa siamo passati a trovare Max Righi nel suo nuovo tempio di Formigine, Whisky Antique – tra gli assaggi che ci ha pregato di portare a casa nei nostri sample (credeteci: ci ha quasi costretto, noi non avremmo mai voluto, noi, per carità!) oltre a diverse espressioni di Silver Seal c’era questo Caol Ila di vent’anni imbottigliato da Kingsbury, compagnia che spaccia whisky dal 1989 ed è ora di proprietà giapponese. Si tratta di un single cask non colorato, non filtrato a freddo – pare che nella maturazione sia intervenuto un barile ex-rum… Curioso, no?

_DSC3655N: molto piacevole – e d’altro canto la qualità media di Caol Ila è talmente solida… Consistency fatta distilleria! Partiamo dal lato meno isolano, cioè quello zuccherino: innanzitutto un senso di dolcezza da torta paradiso (e dunque pan di Spagna, limone, crema di vaniglia), ma anche un qualcosa di più profondo, che riassumiamo col nostro amato Ciambellone, magari appena uscito dal forno. Uvetta macerata nell’alcol? Poi, c’è una bella torba morbida e un po’ iodata, con del fumo di legna ardente (braci accese). Il tutto è percorso da una venatura delicata ma molto decisa balsamica: di eucalipto, di pineta.

P: che impatto, che coerenza! Ripartiamo dal balsamico e dall’eucalipto, elementi ben presenti fin dal primo sorsino. Ritorna anche una bella dolcezza, ancor più pronunciata e appiccicosa di quanto non apparisse al naso: ancora ciambellone e ancora torta paradiso (con la sua quota di limonosità), riconosciamo anche del caramello e – forse – del miele. La buccia di mela lasciata ad aromatizzare e inumidire il tabacco da pipa… Datteri, a pacchetti. Strepitoso il sapore di braci, di legno, di fumo intenso. L’acqua è graditissima ospite, il profilo resta il medesimo ma più ‘succoso’, con un po’ meno spigoli. E se dicessimo pesca molto matura?

F: molto fumoso e acre, lungo lunghissimo e intensissimo; falò, ancora un tappeto di dolcezza, qui un po’ più astratta (zucchero liquido e toffee?, datteri di nuovo).

Come potrebbe Max darci un consiglio sbagliato? E infatti, è un Caol Ila elegante, di personalità, in cui l’influsso del rum è francamente impercettibile, non fosse forse per una dolcezza al palato un poco più evidente del solito: e pure questa dolcezza non prevarica mai le altre componenti, dal balsamico al fumoso. Equilibrato e godibile, 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Ocean – Turritopsis Dohrnii.

Annunci

Kilchoman 5 yo (2011/2016, OB for WhiskyClub Italia, 58,6%)

Non potete immaginare la curiosità con cui ci accostiamo a questa creazione di Whiskyclub Italia – per chi si fosse distratto, è forse il più importante club dedicato al nostro amato distillato di cereale oggi presente sul suolo patrio. Le ragioni di tanto entusiasmo sono molteplici: anzitutto siamo freschi reduci, qualche mese addietro, da una visita proprio alla neonata (son pur sempre dodici anni, eh!) distilleria di Islay; abbiamo avuto l’onore di fare il tour assieme al fondatore Anthony Wills, che ci ha spiegato la sua personale visione, ovverosia la volontà di ottenere un distillato di partenza molto torbato sì (circa 50 ppm per quasi tutta la produzione), ma allo stesso tempo estremamente elegante e ‘leggero’. Assaggiare Kilchoman, passando dal wort (ovvero il liquido estratto dopo che il malto è stato macerato con l’acqua) ai vari tagli che intervengono durante la distillazione, è stata un’esperienza unica, che ci ha calati in maniera indelebile nelle caratteristiche organolettiche di questa sorprendente distilleria artigianale. Altro motivo di curiosità è il fatto che ormai da qualche tempo Kilchoman concede con fatica i propri barili di Oloroso a imbottigliatori indipendenti e quindi questo 5 anni di Whiskyclub si configura come una vera e propria chicca, che andiamo subito ad assaggiare.

N: accoglienza assolutamente accomodante, a dispetto del grado pieno. Ci si accomoda, dunque, nel bel mezzo di un diluvio di frutta rossa: marmellata di fragole, duroni; sciroppo all’amarena; poi arancia rossa, bella fresca; così come fichi freschi, di quelli maturi e dolcissimi. Tanto zucchero bruciato, ricorda quando si bruciacchia la marmellata sulle torte dimenticate in forno… C’è anche un lato delizioso di chinotto e rabarbaro. Ma la torba? C’è, pure quella, ed è solo torba: non porta con sé né medicinale né marino, solo una forte cenere pungente, un aroma acre. Tabacco e legno bruciati. Un filo di polvere di cacao, anche del caffè.

P: il corpo è masticabile, l’intensità pienissima. Conferma le attese del naso, mostrando l’apporto di una botte veramente esuberante e di primissima qualità. Lo sherry qui domina la scena con una dolcezza fatta di frutti rossi, ancora, in mille forme (ciliegia e marmellata di fragola su tutto). Molto rotondo, davvero, anche se a onor del vero un lato erbaceo, quasi balsamico, finisce per fare da contrappunto, con note di rabarbaro e perfino propoli. Parremo banali, ma diciamo cioccolato amaro, e ancora tabacco agli agrumi. Davvero tanta liquirizia (caramelle alla, non legnetti). La torba è pur sempre a 50ppm, e infatti un fumo acre e ceneroso accompagna verso un finale…

F: …che dura a lungo, in continui rimbalzi tra torba e frutta rossa, tabacco e chinotto.

Anche se Anthony Wills è convinto che il distillato prodotto a Kilchoman si sposi meglio ad invecchiamenti in barili ex bourbon- e in effetti ex bourbon sono la stragrande maggioranza delle botti custodite nei magazzini – questo 5 anni maturato completamente in un barile ex sherry Oloroso ci sembra un imbottigliamento davvero ben riuscito, diremmo eccellente, anche se in un certo senso “ruffianone”, succosissimo. Bravi tutti, dunque, tranne noi, che col voto ci attestiamo un attimo prima della gloria imperitura, a 89/100. Se vi solletica l’acquisto di una bottiglia, ecco il link allo shop del club.

Sottofondo musicale consigliato: Agnes Obel – Stretch your eyes

Lagavulin 12 yo (anni ’80, OB, ‘Montenegro import’, 43%)

Dopo poco più di una settimana dalla degustazione “Classic Malts da sogno”, assaggiamo qualche campione che ci siamo portati a casa. Iniziamo dalla fine, ovvero dall’ultimo whisky assaggiato: si tratta di una bottiglia storica, Lagavulin 12 anni ‘White Horse’ Montenegro Import per il mercato italiano. Si tratta dell’imbottigliamento ufficiale di Lagavulin che occupa gli scaffali per tutta la prima metà degli anni ’80, venuto dopo il 12 anni con etichetta bianca e subito prima dell’istituzione del 16 anni, nel 1987. Il pavimento di maltazione ha chiuso nel 1974 a Lagavulin, dunque con ogni probabilità si tratta di un malto ancora prodotto in maniera tradizionale. Basta parole, avanti la storia.

IMG_8079_4N: straordinario, apertissimo e intensissimo. La cosa che ci sbalordisce a primissimo impatto è la frutta, una frutta rossa succosa e in composta: ciliegia, incredibile (avete presente la confettura di ciliegia?); more, anche qui sia fresche che in marmellata. Sentori del genere li avevamo trovati solo nel Bowmore Bicentenary, il che è tutto dire.  Arancia candita, molto carica di zucchero, e forse un cenno di zenzero (sempre candito). Spostandoci lentamente verso sentori più duri, passiamo su un tappeto di castagne arrosto, per poi finire su cuoio, tabacchi e vecchi mobili in legno. Infine, il dolce approdo sulle coste di Islay: appena un velo di catrame, di terra bruciata, bacon (o barbecue spento, col grasso di maiale che ancora cola…), qualcosa di più iodato anche, ma lontano: non aria di mare tout court, corda bagnata dall’acqua, forse. Appena un accenno di eucalipto. Non è brutale, anzi: è elegantissimo, invitante e succoso…

P: ugualmente intenso e complesso, anche se con importanti variazioni sul tema. Innanzitutto, l’isolanità si prende decisamente più spazio: è più salato, più pescioso, più bruciato (proprio legno bruciato), con una torba attiva, tra la cenere e un forte senso medicinale… Eccessivo? Neanche per idea, conserva una miracolosa eleganza che va coltivando con suggestioni di carruba, caffè, cuoio. Il lato dolce esibisce meno frutti di bosco (anche se le more sono innegabili, anche in caramella: avete presenti le fruit joy?), poi c’è il caramello salato, e poi un senso incantevole di bordo di crostata leggermente bruciato… E poi anche il chinotto, o il tamarindo…

F: lunghissimo, la torba (molto naturale, viva, cenerosa e acre) perdura all’infinito. Castagne bruciate ancora, anche arancia zuccherata… A dire la verità torna un po’ tutto qual che avevamo riconosciuto al palato (tranne forse la salinità, qui in disparte), ed è una cosa che ci sorprende – piacevolmente.

Non basteranno gli aggettivi, forse, ma la cosa che sempre ci lascia a bocca aperta quando assaggiamo prodotti del genere è che questo era un imbottigliamento base, normale, non una costosissima special release, un single cask particolarmente memorabile o altro. No, era “il Lagavulin”, e basta. Spaventosa beverinità, sesquipedale intensità, complessità da urlo: ma è possibile riconoscere una frutta del genere, così fresca, così vivace, così succosa, accanto ad una torba pesante ma delicata al contempo? Capolavoro. 94/100.

Sottofondo musicale consigliato: Captain Beefheart – Electricity.

Invergordon 42 yo (1973/2016, Wilson & Morgan, 52%)

Ormai non è più una novità: i prezzi delle botti di single malt salgono costantemente, dunque tanti imbottigliatori indipendenti hanno deciso di aprirsi al grain whisky – considerato meno pregiato perché miscela di cereali meno nobili rispetto all’orzo, il grain ha però una caratteristica che lo rende unico: regge invecchiamenti lunghissimi, anche perché (il segreto sta qui) generalmente questi whisky finivano/finiscono in barili a secondo, terzo, quarto riempimento… Perché già, la sua originale destinazione era dare ciccia ai blended. Dopo questa lezioncina di storia, eccoci a testare uno dei molti Invergordon ultraquarantenni messi sul mercato di recente: refill bourbon cask (#13000000042) selezionato e imbottigliato dall’italianissimo Wilson&Morgan per 221 bottiglie esistenti.

3208_9_1N: naso intenso e compatto. Si distinguono in un primo momento note di caramello bruciacchiato e caramella mou. Diciamo un’eresia se diciamo che a tratti sembra un rye? Questa suggestione ci conduce attraverso una serie di note balsamiche (caramelle miele ed eucalipto) e speziate (pepe). Lucido per legno, frutta secca e buccia d’arancia.

P: davvero esplosivo e con una texture importante. Il palato è infatti molto ‘grasso’, con una sensazione burrosa netta (ancora toffee e miele) e a sorpresa ci sono bombe di frutta tropicale proprio in ingresso: maracuja uber alles. Non sorprende invece il vasto repertorio balsamico, tra l’eucalipto e la menta. Chiudono le spezie: noi sentiamo chiodi di garofano e pepe nero, ma ognuno si senta libero di perdercisi. Nocciole. In realtà c’è anche un’astringenza di fondo che contrasta col resto, che va a complicare ulterioriormente il palato.

F: ancora burro e maracuja a formare un finale lungo e incantevole. Il balsamico dona freschezza e lo speziato profondità e complessità. Un finale che culla e su cui spendere più di un pensiero.

92/100: un grain di questo tipo non capita certo tutti i giorni… Non la solita compattezza dolce fatta di sfumature, ma un whisky dalle tante anime (spezie, tropici, burro, balsamico), tutte molto nette e distinguibili. E costa circa 300€, il che, per un single cask ultraquarantenne di questo livello, non è neppure tanto. Il sommo Giuseppe ha da poco bevuto un sister cask, anche questo evidentemente molto buono… Buona Pasqua!

Sottofondo musicale consigliato: Cat Stevens – Moon Shadow.

Scapa 12 yo (2000, OB, 40%)

Scapa, l’altra distilleria delle Orcadi (troviamo insultante che qualcuno si sia chiesto: altra rispetto a quale? Studiate, animali!), ha una fama contrastata: visto l’illustre vicino di casa, ha a lungo sofferto di una sorta di complesso di inferiorità, per lo meno nell’occhio di chi guarda – vale a dire in noi umili appassionati e acquirenti di whisky. Che dire di Scapa? Solo una cosa, che ci piace ricordare per atteggiarci da nerd del whisky: fino a qualche anno fa praticava una delle fermentazioni più lunghe di Scozia, di oltre 160 ore, anche se di recente questa solida prassi è stata abbandonata sull’altare dell’efficienza. Assaggiamo oggi una delle prime emersioni di Scapa al mondo del single malt scozzese, vale a dire un dodicenne imbottigliato in coincidenza col passaggio al nuovo millennio.

3768-5874scapa12yearoldN: fin da subito spiccano note di miele, oltre a suggestioni molto floreali (erica e violetta). Al contempo c’è anche un lato leggermente minerale, appena accennato, che complica un po’ il profilo. Tanta liquirizia salata (Lakerol, anyone?) e qualche nota di mela rossa a dare profondità fruttata. Una nota un po’ slegata che unisce caramelle alla violetta e cartone ci accompagna con un senso di inquietudine verso il palato.

P: vaniglia, miele, liquirizia e una nota floreale dolciastra (francamente terrificante, di ignominiosa zuccherinità) di pastiglia Leone alla violetta – non tanto bene integrata, e per nulla sfumata. Forse una sfumatura di anicetta?

F: crema di vaniglia, un po’ di miele e ancora violetta, violetta e violetta.

Purtroppo è davvero deludente: se il naso era promettente, il palato crolla sotto gli implacabili colpi di una nota che sempre più troviamo disturbante, vale a dire la caramella iperzuccherina alla violetta. Purtroppo 72/100, non di più – magari il sample (per cui nonostante le apparenze ringraziamo l’amico ziowhisky) si è un po’ guastato nel tempo trascorso nell’armadietto?

Sottofondo musicale consigliato: Hole – Violet.

Macallan 7 yo ‘Maxxium’ (inizio anni 2000, OB, 40%)

Dopo il celebre 7 anni di Giovinetti, l’import italiano è passato a Maxxium, azienda che è subentrata a livello globale per la distribuzione di Macallan; nei primi anni del 2000 il 7 yo  reso celebre dalla qualità, prima che dalle note pubblicità, è stato sostituito da un omologo con etichetta diversa e, bello grosso sotto il 7, la scritta “Maxxium Import”. Quasi come il Giovinetti insomma, ma dopo.

12041_1N: la prima nota che colpisce le narici è – purtroppo – di un alcol poco integrato, anzi proprio di solvente. Tutto è giocato su note ‘pesanti’ e appiccicose di frutta cotta (prugne), uvetta, tamarindo (l’avete mai assaggiato? no? fatelo!). Marmellata di more, anche un poco di arancia. Un che di tabacco da pipa, greve. Intendiamoci, i descrittori di per sé sono gradevoli, ma nel complesso questo whisky non sembra del tutto ‘centrato’… Un che di vagamente metallico e sulfureo chiude questo naso.

P: al di là di una nota alcolica che resta inutilmente presente a dispetto della bassa gradazione, non è certo tra i Macallan più espressivi: tra una caramella alla violetta, un po’ di marmellata di fragola, un tamarindo e una buccia d’agrume… si consuma un episodio dimenticabile nella grande storia di questo imbottigliamento. Ancora emersioni sulfuree.

F: ancora marmellata di fragola e tamarindo. Di media durata.

Se trovate un 7 anni che riposa dimenticato su uno scaffale, compratelo: che sia Giovinetti o sia Maxxium, il valore collezionistico è analogo e alto per entrambi. Di certo, non il valore qualitativo: 73/100 è il nostro giudizio, avanti un altro, e in fretta.

Sottofondo musicale consigliato: Vasco Rossi – Vado al Maxxium.

Springbank 10 yo (2016, OB, 46%)

15036306_1310117275673261_4348286388354192821_nIl Milano Whisky Festival ha premiato Springbank come distilleria dell’anno, in virtù del carattere artigianale tipico di un’azienda che da decenni tira dritto per la sua strada, senza compromessi, continuando a maltare l’orzo in casa (il 100%!), a usare tempi di fermentazione molto lunghi, ad alimentare gli alambicchi a fuoco diretto (ok, solo uno dei tre, ma insomma), a tenere le botti a maturare nelle warehouses in sede. Oggi assaggiamo la versione ‘base’ di Springbank, il 10 anni: è una miscela di botti ex-bourbon ed ex-sherry, e – lo ricordiamo ai più distratti – è leggermente torbato, circa 15 ppm. La distillazione di Springbank è unica in Scozia, dato che è di due volte e mezzo: cosa questo significhi in concreto, lo lasciamo al bellissimo schemino (pardon, all’infografica) che campeggia nella still room e che replichiamo qui sotto.

springbank-10-single-malt-scotch-whiskyN: due anime che si incontrano e si innamorano. Una ha le sembianze dell’aria di mare, della costa inspirata a pieni polmoni, un odore di terra umida e di torba minerale senza fumo; l’altra, vestita d’arancio, unisce gli spigoli degli agrumi (mandarino e arancia) ai piaceri viziosi di pesche e amaretti. Anche un bell’aroma di cereali, diremmo corn flakes. Evolve nel bicchiere, ondeggiando tra il rarefatto e il lussureggiante.

P: grande intensità e che bel corpo. Come al naso riesce a essere sia affilato sia riccamente fruttato. Già dalla prime battute espode una sensazione di pesche e albicocche in pezzi, mature e invitanti. Una spruzzata di arancia e tanto malto di carattere. Accanto, a bilanciare magistralmente, non si può non notare una sensazione di terra salata, di costa. Il distillato prende decisamente e gloriosamente il sopravvento sulle botti.

F: rimane a lungo questa dolcezza fruttata molto piena innervata ancora di residui salini.

yd756q8A rileggere la recensione può forse sembrare relativamente semplice, ma la differenza la fa questa apparentemente improbabile miscela di sapori, questo connubio unico tra il dolce e il salato che noi umani chiamiamo semplicemente Springbank: 90/100. Serge parla di eccezionale spirit driven whisky, e senz’altro – anche se riconosciamo note terziarie – le peculiarità del distillato di casa non sono affatto mascherate, piuttosto restano in primo piano e vengono esaltate dall’interazione con le botti. Quel che cerchiamo nel whisky è la complessità, gli spigoli che irruvidiscono i profili rotondi, a noi piacciono i contrasti, gli ossimori e gli iperbati: qui troviamo tutto ciò, e ne gioiamo. Nota finale: al festival questo whisky è stato molto apprezzato da quanti l’hanno assaggiato, e costando circa 40€ il rapporto qualità prezzo ci pare davvero tra i più competitivi sul mercato.

Sottofondo musicale consigliato: King Crimson – Starless

Royal Brackla 30 yo (1984/2015, Cadenhead’s, 54,1%)

Come ogni anno, l’ormai prossimo Milano Whisky Festival è anche l’occasione per decine di appassionati per scambiarsi samples come fossero figurine Panini: “a te manca il Port Ellen Old Malt Cask 1982?” “Io ce l’ho doppio!, ma in cambio non mi accontento solo di un Mortlach NAS… Ne voglio tre e voglio anche la figurina di Higuain, una mezza boccia di Tavernello e due buoni sconto per la carta igienica e per gli yogurt alle prugne, e mettici pure cinque euro!”. Più o meno è andata così anche l’anno scorso, e il nostro amico Giuseppe (sì, proprio lui!) ha avuto cuore di portarci un sample di Royal Brackla 30 anni, imbottigliato nel 2015 da Cadenhead’s nella serie ‘Single Cask’ con etichetta dorata. Siccome anche sabato e domenica saremo al banchetto di Cadenhead’s, ne approfittiamo qui per ringraziare Giuseppe e per ricordarvi che hey!, passate a trovarci ché da noi si beve bene! Domani o dopo pubblicheremo i ‘soliti’ terzetti: occhio perché abbiamo preparato titoli veramente demenziali.

65371N: ha la faccia seria del whisky da meditazione, con un velo di cera e legno vecchio a regalare subito sensazioni molto particolari. Affianco a una nota garbatamente minerale troviamo potenti suggestioni fruttate, dalla marmellata di fragole a pesche zuccherine fino a un misto tropicale. Miele scuro e zucchero di canna, burro caldo e pasta frolla lo rendono nell’insieme molto complesso; e arriva anche qualcosa di vagamente balsamico ed erbaceo che non riusciamo del tutto a capire. Menta?

P: un senso di cera e di una leggera torba minerale ricopre tutto. Abbiamo spesse note di miele e di biscotti speziati di Natale, senza che in realtà la dolcezza risulti anche solo per un istante troppo pronunciate. Grande infatti è il bilanciamento, con deliziose suggestioni erbacee di the e di buccia essicata di arancia. Marmellata di fichi e caramelle al rabarbaro.

F: lungo e setoso, ancora in perfetto equilibrio tra la torba vegetale e una dolcezza appiccicosa.

Veramente un ottimo whisky, esattamente della tipologia che piace a noi: bilancia perfettamente un lato ‘dolce’, fruttato, con una venatura spigolosa, minerale e torbata, che ci fa arruffare il pelo sulla schiena. Serge dice “sexy and austere at the same time”, ovviamente ha ragione: rispetto a lui e al magico IBR però noi andremo ancora più in alto, spingendoci fino a un meritato 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Adam Green – Drugs, capolavoro.

Bunnahabhain 12 yo (2016, OB, 46,3%)

Lanciato nel 2010, il Bunnahabhain 12 anni è diventato rapidamente un “classico”, uno di quei whisky che proprio non possono mancare nelle cantine degli appassionati – o almeno così dice Serge, e così confermano tanti fegati amici. Bunnahabhain è, per dirla in pochissime parole, la distilleria “non torbata” di Islay, e il 12 anni è la sua versione base del core range. Noi ne abbiamo ricevuto un campione da Vinatis, azienda che si occupa di distribuzione e vendita di alcolici in Francia, e che da poco ha lanciato un portale di vendita italiano: ringraziamo per l’omaggio e passiamo all’assaggio. La rima è involontaria ma un malinteso senso del pudore ci impedisce di emendare.

bunob-12yov3N: da subito molto grasso e insistente, forse anche grazie a una gradazione ridotta ma non troppo. Ci intriga immediatamente una mineralità molto spinta, non solo accennata e che anzi finisce per graffiare un profilo altrimenti molto vellutato. Così abbiamo polvere da sparo, un filo di torba e qualche nota iodata. Si diceva però del velluto e infatti seguono a ruota ricche note burrose e di brioches calde, di uvetta come anche di pesche gialle molto mature e zuccherine. Completano frutta secca (nocciole), un po’ d’arancia e legno in sherry. Noce moscata.

P: l’ingresso è assolutamente convincente: da una parte c’è una bella intensità, dall’altra si sviluppa su note molto particolari di una sottile torba vegetale, di legno leggermente tostato e tanta frutta secca (ancora nocciola). Il naso lasciava presagire un palato dominato dalla dolcezza e invece prevale un senso di dolceamaro (Serge con splendido guizzo lo descrive come un ricordo di birra Ale). Noi diciamo caramello salato. La dolcezza fruttata ha il sapore della frutta cotta e di nuovo dell’uvetta. Tanto sherry qui.

F: splendido legno salato, uvetta e frutta secca.

Un misto di diversi stili: ‘sporco’ e dolce allo stesso tempo, complesso ma immediato, riesce a mantenere un equilibrio particolarissimo tra il sapore di malto, le peculiarità del distillato e l’azione delle botti (in evidenza soprattutto la quota dello sherry). Lo stile è davvero unico, e se in passato avevamo apprezzato solo single cask di indipendenti, sempre di alto livello, ora possiamo confermare che anche gli ufficiali non puntano ad ammorbidire o ad appiattire il profilo: cosa nient’affatto scontata. Avercene di entry-level a meno di 50 euro come questo (Vinatis, ad esempio, lo mette a 48). 85/100, e tanto perché rosichiate: domenica siamo in distilleria. Ciao.

Sottofondo musicale consigliato: Cartridge 1987 – The Chase.

Glengoyne Cask Strength (2015, OB, batch #3, 58,2%)

Passata la tempesta di caldo, arriva Caronte con i giorni più caldi della storia; seguirà il ciclone Circe. E quindi? E quindi beviamoci su un whisky, suvvia: cosa c’è di più estivo e rinfrescante di un Glengoyne a grado pieno? Pare aiuti anche a sconfiggere il panico collettivo da eccessiva esposizione a tg4 e Studio Aperto, quindi lo consigliamo (caldamente, ca va sans dire). Come abbiamo già avuto modo di dire da poco, Glengoyne è una distilleria che amiamo e che ci piace seguire da vicino: questo, ad esempio, è il terzo batch della versione Cask Strength, nessuna età dichiarata, grado pieno e invecchiamento in sherry – comme d’habitude.

glengoyne-cask-strength-batch-3-whiskyN: aperto ed aromatico, nonostante la gradazione bella alta (certo, l’alcol è pungente e si fa sentire, però non risulta mai sgradevole). Come già nel batch #2, si sentono delle note giovani (proprio di malto, ricorda quasi il profumo dei mash tun); note gradevolissime di legno caldo e arancia disidratata. A proposito d’arancia: suggestioni di liquore all’arancia, appunto… Frutta rossa disidratata: uvetta, ma anche quei mix di frutta secca e prugne. Emerge anche una certa cremosità, di crema al limone; perfino qualche punta di panettone, di pane al latte? Con acqua, aumentano le note di caramello e toffee; l’uvetta e la frutta rossa (ciliegia, se non ci s’inganna) crescono esponenzialmente, senza che svaniscano le suggestioni più ‘giovini’.

P: a sorpresa, l’alcol non è così invasivo. C’è una bella esplosione sherried di frutti rossi, con bombette di uvetta, di fragola (a tratti ricorda una crostata alla fragola); marmellata d’arancia e cornetti caldi (quelli integrali, al miele); belle note di malto, caldo e croccante (a qualcuno viene perfino in mente: farro!, non salato ovviamente). Ancora frutta secca (nocciola), qui e là con punte ‘legnose’ lievemente speziate (cannella? non ci giureremmo) che aumentano con acqua.

F: abbastanza lungo e persistente; frutta secca, frutta rossa, ancora quelle note di cereali che chiudono il cerchio del malto.

Il batch #2 ci era piaciuto ma ci era parso un passo indietro rispetto al #1, davvero splendido, complesso e maturo; qui ripartiamo dalle retrovie per fare un saltino in avanti, senza tornare ai primi fasti ma confermando la costanza della qualità media degli imbottigliamenti di distilleria. 85/100, attendiamo il quarto batch…

Sottofondo musicale consigliato: Wally Badarou – Hi Life.