Filey Bay ‘2nd release’ (2019, OB, 46%)

Da un po’, ormai, il whisky Inglese sta vivendo una sua personalissima Golden Age, con nuove distillerie in rampa di lancio, con filosofie chiare, concetti forti alle spalle e – soprattutto – grande qualità nel bicchiere, anche a fronte di età molto giovani. Abbiamo Costwolds, Bimber, St. Georges, Lakes… Il segreto, sembra, è quello di produrre un new make di altissima qualità, “già buono da bere bianco”, se vogliamo, così che una breve maturazione con legni di qualità riesca a dare effetti ottimi in tempi rapidissimi. Ultimamente ci piace sperimentare cose nuove, e dunque affrontiamo Filey Bay, il Single Malt distillato nella piccola Spirit of Yorkshire Distillery – gente che, a proposito di concetti forti, fa del #fromfieldtobottle il proprio mantra (leggetevi tutto qui). Oggi assaggiamo la Second Release, solo 6.000 bottiglie, miscela di pot e column still, maturazione tutta in botti ex-bourbon.

N: non fa nulla per vestirsi da grande e vendersi più maturo, ma fa proprio bene. Un profilo onesto, fatto di lime, yogurt, sorbetto agli agrumi, un gran gelato alla banana. Piacevolmente erbaceo, quasi verso note di dentifricio (avete presente l’Emoform, leggermente salato? Proprio lui). Solo dopo un po’ esce la vaniglia (artificiale: Danette alla vaniglia). Una lieve patina come polverosa, da catasta di cereali.

P: molto interessante. Qui è più pungente che non al naso, resta senz’altro dolce, con vaniglia, biscotti, chicco di malto e un po’ di cioccolato bianco. Pera. Non pensatelo stucchevole però, mantiene una sua bella freschezza con albedo di limone, l’erbaceo del chicco d’orzo. A tratti ancora sorprendentemente sapido.

F: abbastanza lungo e lievitoso, con toni fruttati (buccia di pera).

Morbido e seducente, con dolcezza d’orzo e di barile… ma c’è anche tutto il resto dell’austerità di contorno che tanto ci piace. Siamo onesti: semplice è semplice, intendiamoci, è un tre anni e li dimostra tutti, non nasconde la nudità del distillato. E però, dato che è buono si merita ogni lode possibile: 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Adam Green – All Hell Breaks Loose.

Ledaig 8 yo (2008/2016, Claxton’s, 52,8%)

Eccoci di nuovo alle prese con i whisky selezionati dall’imbottigliatore indipendente dello Yorkshire, che di nome fa Claxton’s. Ci piaceva l’idea di poter assaggiare un’espressione così giovane di Ledaig, la versione torbata della distilleria Tobermory, sicuramente uno dei malti più controversi nel panorama scozzese per il suo carattere – diciamo così – maleducato. E visto che ci piaceva l’idea, abbiamo deciso di passare ai fatti. Il distillato prodotto sull’isola di Mull ha riposato per meno di dieci anni in un refill sherry butt, una botte sicuramente poco attiva, visto il colore giallo chiaro che ci stupisce non poco. Ci sono tutte le premesse per incontrare gli spigoli di Ledaig ancora molto intatti e pronti a insultare i nostri raffinatissimi nasi.

claxtons-ledaig-8yoN: infatti c’è il distillato sugli scudi, con note di cerele umido, macerato, di farina lievitata. E poi c’è tutta la sfrontatezza della torba di Ledaig: sembra un brodo di pesce molto salato, affumicato e spigoloso. Barbecue spento. Tanto, tanto iodio. Non è molto alcolico, ma esibisce comunque un’acidità da solvente un po’ scomposta. Altri direbbero di profumo vecchio della nonna lasciato lì per anni. Ad arrontondare un poco il profilo generale c’è una piacevole nota calda tra la liquirizia e la noce moscata. Zucchero liquido, glassa, crosta del panettone (quella bruciacchiata). Non si può dire che sia cattivo, ma di certo non si può definire un whisky che invita alla bevuta.

P: decisamente più gradevole al palato, sicuramente più armonico e anche con una certa esplosività. Ripropone le stesse note di sale, di fumo, di cenere con ancora il distillato a farla da padrone; è quindi molto secco, senza fronzoli, con cereali e agrumi canditi a gogo. Fresco- proprio mentolato- e completato da una dolcezza molto semplice, di nuovo sciroppo di zucchero, ma di sicuro non stucchevole. Anche tanto cioccolato.

F: ancora cioccolato e tanta cenere salata caduta in un mojito.

Come promesso, al naso è ricco di suggestioni contrastanti, disarmoniche. Ed è forse anche per questo che ci siamo soffermati molto sulla parte olfattiva, scrivendone a lungo, anche se ovviamente non è un mostro di complessità. Un inatteso riscatto arriva poi al palato, dove è inaspettatamente fresco e soprattutto equilibrato, pur con botte di sale, torba e distillato giovane imponenti. Il prezzo è di circa 60 euro, tutto sommato ragionevole; noi ci attestiamo su 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Enzo Jannacci – Andava a Rogoredo